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Full text of "Studj romanzi"

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STUDJ ROMANZI 



EDITI A CURA 



DI 



ERNESTO MONACI 



V. 




IN ROMA: PRESSO LA SOCIETÀ. 



Vicolo di S. N'iccolò da Tolentino , 6 . ^^ 
•M-DCCCC-VIJ- /,. 3 X ' 



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INDICE 



P. G. Goidanich : Note rumene pag. 5 

C. Crociani: Il dialetto di Velletri e dei paesi tìnitimi » 27 

£. G. Parodi: Intorno al dialetto d' Ormea » 89 

C. Marchesi: Di alcuni volgarizzamenti toscani in codici fiorentini » 123 

A. Lindsstrom: II vernacolo di Subiaco » 237 

A. Boselli: Una nuova redazione del Trespassement Notre Dante. » 301 

A. Magnanelli: Di L palatizzata nell'antico viterbese » 321 

Notizie » 323 



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NOTE R U M E N E 



I. — Le forme del tipo steà steaùà = stel- 
la, STEAÙA = STELLA ILLA. 



La nota e vessata questione sta in questi termini. 
I nomi in -va, -ve, -ba, -Ila, ove non proceda a 
questi elementi o, terminano, nella forma senza arti- 
colo, nel rumeno letterario in -a, in dialetti in -uà 
{-va) -0 ; nella forma articolata, queste parole termi- 
nano in -uà {-va) in tatto il territorio rumeno ; p. es. 
greve, zaba, stella sono, senza articolo, nel ru- 
meno letterario o nei dialetti grcà, za, steà o grcavà, 
zavà, stcavà e coU'articolo sono, dovunque, greaua, 
zona, steaiia. 

Ora, si è disputato : primo, quali delle due forme, 
senza l'articolo, steà o steaiuì sia propria del periodo 
originario del rumeno e, secondo, donde provenga il te. 

Entrambi i quesiti hanno avuto due e opposte 
-uzioni. 

Il Tiktin (Stud, z. rum. Phil. I, là) ha indiscu- 
tibilmente dimostrato che delle forme senza articolo 
sono originarie quelle del rumeno letterario, analo- 
giche sulla forma articolata le dialettali in -w«, -o. 
Ciò si deduce dai seguenti fatti : primo, 1' -ìm dia- 
lettale è limitato ai nomi, negli stessi dialetti si sente 
ìà illa, acà, bea bibit e bibat, tà levat, e levet; 



P. G. GOIDANICH 



secondo, sono generali rumene le forme di plurale 
lucale, mele, tale, sale e simili dai singolari incà, la, 
sa, e presuppongono dunque già nel rumeno origi- 
nario r esistenza di un paradigma sleà, sleale. 

Codesti argomenti del Tiktin sono irrefutabili e 
mi fa meraviglia che molti uomini di valore fra i 
quali citerò il Gorra (Stud. d. fil. rom. a. 1893, 
466 segg.), Gaston Paris (Romania, XXIII, 599), e il 
Weigand nei Jahresber, del Vollmòller (VI, 150 seg.) 
non li abbiano giustamente valutati e si sian dati a 
sostenere una tesi insostenibile. 

Viceversa non credo che sia dalla parte della ra- 
gione il Tiktin ne quando, seguendo un'opinione del 
compianto Mussafia, interpetra V7c come un'epentesi 
di jato, né quando pensa Vo un rinforzamento di un a 
brevissimo, continuatore di -//- (Z. f. r, Ph, XXIV, 
324 segg.). Credo invece collo Schuchardt, col 
]\Iiklosich, col Lambrior ed altri (conforme ad un'ipo- 
tesi che anche il Mussafia aveva prima emiesso e poi 
ritirata) che tc sia il succedaneo deìV n, del ò, dell'//, 
di greve, zaba, stélla. 

In particolare, l'evoluzione subita da greue grene 
'Ila, stélla stélla 'Ila sarebbe, a mio avviso, questa. 
In un primo periodo -//-, davanti ad a, si muta in // 
e il H di qualsiasi provenienza resta; onde s'ha: greue 
(inalterato), stena, e coli' articolo, greueua, sleuaua. 
Ma in un secondo periodo, io penso, che si dileguasse 
il u seguente alla postonica, rimanendo il ìc seguente 
alla tonica; onde s'avesse: senz'articolo, ^r^?.^^, steija; 
coir articolo : greiiea, steuaa, onde greiia, steua. 
Dopo questo, in un terzo periodo, Va brev'e di steua, 
senza articolo, si riduce, penso, ad a (= 0), Va lungo, 
delle forme coli' articolo, resta inalterato; dopo ciò ic 
scompare davanti ad e ed à, resta davanti ad a; onde 
s'ha: steà, gree, steua, greua. Ma davanti a e ed 
a Ve {= e'é) o si riduce in questo periodo o s'era 
ridotto prima ad ea, e s' ha quindi : steaà, greac. 



NO TE RUMENE 



sfeaua; grcaiia\ onde, per la contrazione avvenuta 
nei primi due, si arriva all'ultimo risultato stcà, greci, 
st ernia, gr ernia . 

Noi dobbiamo dunque render plausibili i feno- 
meni fonetici che qui sopra indicavamo : i . il ridursi 
di -//- davanti ad a in -71-; 2. il dileguarsi in un certo 
periodo di n dopo la postonica, permanendo esso 
dopo la tonica ; 3. un successivo dileguarsi di n 
davanti a, permanendo esso in condizioni fonetiche 
pari davanti ad a. 

1. Il ridursi di -//- davanti ad a in u non è dimo- 
strabile con assoluta certezza, ma si possono però pro- 
durre in favore di una tale supposta evoluzione assai 
plausibili presunzioni. Dal punto di vista teorico, 
astratto, possiamo fare queste considerazioni. Xel 
rumeno, per es. i lat. illa, illi, illae si continuano 
per tà ìeì tele ; se / è rimasto davanti ad e, certo da- 
vanti ad a non può essersi dileguato per la via palati- 
na, per la trafila di un z; ora, poiché n suole scom- 
parire nel rumeno fra vocali ed è assai comune 
la riduzione di un / in u, e poiché s'intende come, 
per es. in illae, -e vocale palatina potesse non consen- 
tire la velarizzazione d'un / in u, e determinar così la 
differenza tra i continuatori di illa e illae, ci parrà 
molto plausibile l'argomentare che / da // si riducesse 
davanti ad a in ?2 per poi dileguarsi come ogni altro 
ù intervocalico in condizioni identiche. Ciò detto, 
conviene anche aggiungere che contro una tale pre- 
sunzione nulla può essere opposto. L' opposizione 
che non si velarizzi / per seguente 21 [tei ^ iHu), più 
che preoccupare, meraviglia : la supposta velarizza- 
zione di -/- davanti a può essere considerata un fatto 
relativamente tardo ; dunque poteva essere scomparso 
V -Il prima che VI si velarizzasse ! 

2. .Sicuramente invece possiamo dimostrare che 
vi fu un periodo nel quale il ?/ scompariva dopo la 
postonica e si conservava dopo la tonica. 



P. G. GOIDANICH 



Il Tiktin (Z, f. r, Ph, XII, 446) dà questa infor- 
mazione : 

« Der rum. Conditionalis lautet in der Schriftspra- 
che mit vorangestelltem Aux. as' dà {as' vedcà, as 
i^ilìic, a 's fi), ai dà ecc., mit vorangestelltem Inf. darè- 
as ' {vedere-as ' pilnerc-as '), ddrc-ai ecc. (nur wenn Pron. 
dazwischen tritt, wird auch hier der gekùrzte Inf. 
gesetzt : dà-tè-as')\ das Fut. wird stets mit der apoko- 
pierten Infinitivform gebildet: voìil dà [vcdcà, pì'tnc, 
fi), 7!Ci dà ecc. oder dà-vom dà-veì ecc. Da nun das 
Volk aber in manchen Gegenden den Conditionalis 
auch bei enklitischer Stellung des gekùrzten Inf. des 
Auxiliars stets mit dem gekùrzten Inf. zu bilden fùr 
gut fìndet, ferner im Fut. das anlautende n des Au- 
xiliars fast allgemein weglasst (schon Dos. schreibt 
hilufig om, ei ecc.), so ergab sich, dass in Verben 
der I, II, und IV Konj. auslaut. Tonvokal mit an- 
laut. unbet. Vokal zusammentraf. Hier wird nun vor 
a ein ò [ji) eingeschaltet, wie in stcd-ò-a, wahrend 
vor o und e {i) kein solcher Einschub statthat. Das 
unbet. e des gekùrzen Inf. Ili Konj. wird verschlif- 
fen, wie das des ùngckùrzten {ddrc-as') oder wie das 
der Nomina vor dem Artikel. Wir erhalten so 
folgende Flexionsformen : 

« Conditionalis, I. dà-o-as' , dà-ò-aì, dà-ò-ar, dà-Ò- 
aiìi, dà-ò-at'-i, dà-ò-ar \ II. vedcà-ò-as' ecc.; III. piìnè- 
as' ecc.; lY. ft'-d-as' ecc. 

« Futurum, I. dà-oìu, dà-el, dà-òa, dà-om, dà-ct't 
dà-or; II. vedà-olù, vcdcà-o-a-, III. piuié-om, piìne-a; 
IV. fi-oìii, fi'-o-a. 

« Von den Formen des Conditionalis vermag ich 
nur die 3. Pers. Sg. u PI. zu belegen, dodi kann 
die Existenz der ùbrigen nicht bezweifelt werden. 
Wer dd-ò-ar spricbt, kann unmòglich anders als 
dà-ò-as', dà-ò-al ecc. sprechen ». 

Ora il Weigand in Dritt. Jahresbericht d. I, f. r. 
vSpr.. zu Leipzig, p. 139 segg. dimostrava in modo 



NO TE R UMEN E 



indiscutibile (i) che le forme di condizionale rumeno 
del tipo laudareas' sono composti perifrastici con 
forme del verbo ' volere '. Ma il verbo * volere ', per 
l'alternativa originaria di forme rizotoniche e arizo- 
toniche, in rumeno ha continuatori con vi'- e, normaH 
o analogici, con v- iniziale ; onde è possibile vedere 
neir d delle forme dà-ò-as ', dà-ò-al ecc., vedeà-ò-as ', 
fì-ò-as' ecc. niente altro che il continuatore di vas', 
va'i ecc. forma analogica di vreas', vreal ecc. 

Si vede dunque che si è conservato il 7i dopo la 
tonica : dà-óas ', vedeà-óas ', fì-òas ', e che s' è perduto 
dopo la postonica : puìic-as' . Il che è appunto 
quanto si voleva dimostrare. 

3. Noi partiamo dunque da primitivi steaua con 
-a breve e sfeaua con -a lungo ; il primo a passa ad 
à, e il secondo resta a; e s'han quindi i presunti 
succedanei steaua stcaica. steaua resta, steaua si 
riduce a stcaà e questo a steà. Che resti u davanti 
ad a, la vocale neutra, che si perda esso davanti ad a, 
come davanti ad altra vocale velarizzata, non fa me- 
raviglia. Del resto sta il fatto che si mantiene il u 
davanti ad a neutro anche in daòas' e nelle altre 
forme sopra riferite. 

Giova anche alla tesi che anch' io propugno, il 
semplice esame della tesi del Tiktin ; questa si mo- 
stra non naturale e naturale l'altra ; ed ha la tesi del 
Tiktin, anche concesso il concedibile, in sé gravi dif- 
ficoltà. Prendiamo prima il caso di greaua. che è ca- 
ratteristico. Noi diciamo: davanti ad a, u si conser- 
va ; invece il Tiktin dice : il 21 si dilegua oppur ne resta 
uno ' schwa ', una brevissima vocale di trapasso col 



(i) La soluzione era stata già proposta dall'Ascoli qua- 
rant' anni prima, come ha già rivelato il mio valente compro- 
vinciale Matteo Bartoli in Pubblicazioni recenti di Filologia 
rvmiena, p. 94 (Stud. di tìlol, rom. Vili, fase. 23). 



P. G. GOIDANICH 



colore di a ; poi, o fra le due a in grca-a si sviluppa 
un ?_< oppure quest' « interstiziale diventa ii. Tanto 
queir interporsi di 71 tra ea-a., quanto la riduzione di 
ca°-a ad eaua rimangono molto ostici e quanto mai 
ovvia invece appare l'altra opinione, di chi vede 
nel 71 di grcaijta la continuazione del u di greve. 
Ciò posto, poiché la storia ultima di steà-steaiia è del 
tutto simile a quella ÒX greà-grcaiLa non si presenta 
ovvio il pensare che anche sfeà stcaua risai gan ad 
anteriori steauà steiia con un n etimologico succe- 
daneo dell' // di stella ? Una tal soluzione s' im- 
pone per la sua semplicità. 

Ma anche concesso quanto si può concedere, la 
tesi del Tiktin trova serie difficoltà. Prendiamo le 
forme steaiui steaiumà, greoMÙ greauàuà. Che sfeà 
grcà si ottenessero da steaiia greaiM per dileguo di sil- 
laba postonica ora nessuno ammetterà; e tutti saremo 
d'accordo nel ritenere che qui scomparisse il n inter- 
vocalico, secondo la norma rumena. Ma ciò posto, 
dovevan scomparire pur i 7/ di stemiàuà gremiànà ed 
ottenersi stea-à grca-à dove -a rappresenterebbe un v 
lungo. Con ciò si rinviene al punto di partenza del 
Tiktin, e appare spontaneamente il lato debole delle 
critiche degli altri, con questo vantaggio per la tesi 
del Tiktin che tra a ed o noi possiamo giustificare co- 
me la spirante interstiziale assumesse un colore e una 
forma labio- velare. Sennonché vi sono contro que- 
sta soluzione due difficoltà non piccole. Men grave 
è questa, che Va breve di stea-di^?^. forma senza articolo, 
o = al tradizionale a) per una via o per l'altra sarebbe 
sparito, e si sarebbe mantenuto 1' ()" lungo di stea - o (la 
forma coll'articolo, qui presunta per amore della di- 
scussione), perché la quantità diversa potrebbe qui 
esser la causa determinante le varie risoluzioni. Ma 
insormontabile è un'altra difficoltà: la forma coll'ar- 
ticolo è effettivamente steana e non steavà\ come 
è possibile pensare che il ii portasse un' ^7 ad a, se 



NO TE RUMENE 



à si ottiene anche da e per effetto di n (es. ìiouà 
nove cet.) ? 

Un ultimo argomento in favore della tesi che io 
sostengo, lo si trac dalla storia di ròs, dies, pila e 
dalla forma proclitica del pronome illa. Le conti- 
nuazioni rumene di queste voci si spiegano ag'evol- 
mente se si presuppone che la prima alterazione di 
-ila sia -na e che il it resti dopo l'accento. Di tali 
forme ci occupiamo nella nota seguente. 

2. — I CONTINUATORI RUMENI DI ROS, DIES, 
PILA E ILLA PROCLITICO. 

In rumeno ròs dies e pila si continuano con roana, 
rotta (il roa che spesso si cita non esiste), zi zitta, 
pitta; illa proclitico per a. Tali forme si trovano 
anche nel rumeno del nord dove sì dice stcà ecc. 
Tali forme per più rispetti meritano di essere prese 
in considerazione. 

E opinione generale che roaità, zitta siano forme 
analogiche sulla forma coli' articolo r catta, zitta. 
Codesta interpretazione è ovvia, ma però tutt' altro 
che scevra di difficoltà. Infatti, se così fosse, 

avremmo in esse un indizio sicuro di una tendenza 
del rumeno originario a modellare sulle forme con 
l'articolo le forme senza articolo! Ora, data una 
tale tendenza, non sì capirebbe come ad esso avreb- 
bero potuto sottrarsi anche le forme del tipo steà. 
Bastava infatti che pur una volta spuntassero nell'uso 
forme siffatte quali st catta neatià perché esse, per il 
parallelo costante dei femminili doauinà domna, 
doavma domna (i)lla, non sì perdessero più. È 
una presunzione codesta ; ma il nostro senso lingui- 
stico è ormai così affinato che noi siamo sicuri, sicu- 
rissimi di siffatto argomentare. 

Dobbiamo dunque trovare codesta causa recon- 
dita perché l'alterazione analogica potesse limitarsi 



P. G. GO.IDANICH 



ai succedanei di ras e dies e potessero restarne im- 
muni le forme del tipo steà. 

Di rós e dies va trattato partitamente, perché 
hanno ciascuna in sé queste forme i loro punti oscuri. 

La forma rumena di ros non può essere diret- 
tamente riconnessa né al nom. ros né all' acc. 
r o r e , perché ros avrebbe dato nel rumeno roì e 
Vi non si sarebbe perduto più; e rore doveva dare 
roare perché IV intervocalico in rumeno non scom- 
pare. Recentemente il vSalvioni (Rend. Ist. Lomb. 
XXXVII, 523, n. 2) ha riesumata l'idea che roà, 
primo nucleo di roiià, potesse provenire da ror- per 
soppressione dissimilativa di r intervocalico. A 
me sembra la soluzione un po' violenta ; e agevole 
mi sembra l'ammettere che, come su bòs si fece hòc (i) 
e su gl'US si fece grue, così su rós si sia fatto un róc. 
Prendiamo dunque questo rde e forniamolo dell'tir- 
ticolo : s' avrà roella, onde roeita, ulteriormente per 
effetto deir<9 precedente romia e finalmente, per scin- 
dimento dell'*?, roaaiM e per contrazione roana, onde 
roaiià, fona. Ora, in una tal forma roaiià rouà il n 
era in una condizione speciale per conservarsi, stava 
cioè dopo oa, o (cfr. dac. rum. noatià nona = lat. 
nova, novae, novem e ■••nobi). Ma una tal for- 
ma roaiià roiui era inevitabilmente destinata a trasfor- 
mare il suo valore etimologico ; cioè essa aveva l'a- 
spetto di una forma senza articolo, accanto alla quale 
si doveva creare una forma analogicamente rideter- 
minata coll'articolo roana rona; il roa forma, come 
s'è veduto, continuatrice di roe che veniva a stare 
accanto a roana - roana, divenne insostenibile e cadde 
[Nb. : roa, come ho detto, non esiste!]. 

Passiamo ai riflessi di dies. zi coll'articolo 
doveva dare zi 'Ila onde zina e poi zinà. An- 



(i) Di ciò altrove. 



NO TE R UMEN E 13 

che questo ziiià come roaiià dovette parere una 
forma senza articolo e provocare una ridetermina- 
zione coU'articolo, ziua. Ma ziua doveva, si di- 
rebbe, ridursi alla sua volta a zie come scribat 
a serie. Or codesta forma non esiste, ed hanno i 
riflessi di dies anche questo di notevole, che s'in- 
contrano forme dialettali coll'accento sull' ti, cosa non 
udita in altro esempio nel rumeno. L'origine di 
siffatte forme è ovvia : dopo z in parte del rumeno t 
volge verso u ; in zita è la contrazione di questo 
elemento col n ; tali fenomeni ci fan lecito pensare 
che già in periodo prerumeno 1'/ avesse subito dopo 
2 e davanti a 2t un'alterazione tale da impedire che 
il u seguente si dileguasse come era da aspettare. 

Ma i riflessi di dies offrono questa particolarità 
in confronto ai riflessi di r o s , che accanto a zio zito 
è conservata anche la forma zi. A ciò deve aver 
contribuito il plurale zile ; roaiià non ha plurale e il 
dat. è formato sull'analogia di noatuì. 

Di pio dice il Tiktin (Z. f. r. Phil. XII, p. 443, 
n. i): « pio {pioà pina piva), das einzige Wort, in dem 
/ anscheinend als Labial erhalten ist, ist anomai, mag 
es auf lat. ecc. pila (span. ecc. pila, frz. pile) oder, 
wie Sch. meint, auf einem vlat. pilla (ildCi. pilla neben 
pila, port. pHha neben pia) beruhen und Schlusse 
darauf zu bauen ist zum Mindesten gewagt. pila 
batte lautgesetzlich pira, pilla aber pie ergeben 
mùssen (vgl. les'ie lixiva, serie, seribat etc). Der 
Plural lautet ferner pio wie der Singular, zeigt also 
das / auch vor e vokalisiert, im Gegensatz zu stele 
stel lae ecc. *, 

Ciò vuol dire: pio [pioà, pina, piva) won Tpro\ricnc 
né da una iorrm. pilla né da una iormsi pila ; è chiaro? 
E donde verrà? Io credo da una forma pilhda. 
Nulla vieta di credere che -//- desse zi anche davanti 
ad u ; gli scrupoli che a proposito di questo feno- 
meno ha il Tiktin (Z. f. r. Phil. XII, 443) per cai 



14 P. G. GOIDANICH 



caballus, ci illum, satul òìì.\.Vì\\\xs sono, come 
s'è visto, ingiustificati; perché V-u possiamo imma- 
ginarcelo scomparso prima della vocalizzazione di /. 
Offenderebbe invece che V-ula di pillula non abbia 
dato -2ira\ ma si può pensare che VI di timbro e 
natura apicale (onde s'ebbe r) acquistasse in questo 
caso un'articolazione e un timbro laterale-velare (onde 
s'ebbe u) per effetto di 2t precedente ; si confronti 
con questo il fatto che nel dacorumeno nella lingua 
parlata -/ si assimila ad u precedente e si conserva 
invece dopo altra vocale : es. el, cai, ecc. di contro 
a locu con u plenisonante da locul, locuu. Anche 
VII precedente poteva assimilativamente influire sull'/ 
dì -la ; anche, potè la parvenza di una forma artico- 
lata in -la far mutare analogicamente il timbro di -la. 
Giustificazioni quindi di un -la in questa parola 
non mancano ; e la doveva finire in un -ìia. Onde, 
tutto considerato, pillula potè ridursi a piiitma, 
piuua, piuà, pio. E il plurale come è pio, e non 
piulc ? Si potrebbe ricordare che il dat. di me- 
ditila è màduo e non niàdule e concludere che con 
precedente u anche in -le andò 1' / soggetto alla 
velarizzazione e alla consecutiva vocalizzazione. ]\Ia 
non bisogna volere stravincere. pio può essere 
analogico sul singolare e plurale noao, il dat. ?nàduo 
sul dat. noao, e atto = uva, uvae. 

illa dà in rumeno la, come sic Ila sica e simm. 
Ma in proclisi s' ha o. Si semplifica assai la storia 
del pronome se si considera che -Ila desse in rumeno 
-ùa. Resta cioè solo a spiegarsi allora come si 
ottenesse da illa là e o da. illa. là è normale da 
cauà, come steii da stella steanà. Per spiegare 
la conservazione del it bisogna arrivare ad una forma 
eua cioè con -a. Tale forma si poteva avere in 
fonetica di proposizione davanti a vocale iniziale. 



NOTE RUMENE 15 



3. — RUMENO DO A UÀ ' DUE '. 

Le forme del numerale ' due ' in rumeno sono: 
doo Cod. Vor. 74, 1 3. istr. -r, </<? ; masch. dot; femm. 
macedo-rum. dòmw, meglenita doano, rum. letter. 
doaoà ; per daco-rum. il Desunsianu (Hist. d. 1. langue 
roum., I, 329) dà quali ' formes habituelles ' dona 
(anche noiià = nova), forme maced. sono anche dao 
{nag) e transilv. occ. dano {?ianò). 

Il doo reputa il Meyer-Lùbke (Gramm. d. 1. rom. 
II, § 68) che provenga da dtca d^ias; ma come ciò 
possa essere non si capisce. Io penso piuttosto 
che doo risalga a duo ditos ricordando che davanti 
a labiali in rumeno un 71 si apre in (roib ruben, 
cot cubitu, ubi. Tutte le altre forme risalgono 
ad un doanà, che secondo il Ale^'er-Lùbke (ib.) sarebbe 
risultato da do aumentato della desinenza femminile. 
Ma questa sintesi non s'intende né dal punto di vista 
morfologico né dal punto di vista fonetico. 

Io penso in primo luogo che doi doos abbiano 
creato una forma femminile parallela doe, doas e che 
da queste sia rimasta una forma doa, da doe come 
roa da roc e da doas per la perdita deir-j-. Ora è 
noto che il rumeno forma l'ordinale per mezzo del 
doppio articolo : ' la seconda ' si dice a doaica. Par- 
tiamo, dunque, da una forma doa e forniamola del- 
l 'articolo ; si avrà doaicà, con un te destinato a rima- 
nere perché preceduto da oa e un a che conferisce 
alla forma l'aspetto d' una forma senza articolo ; ac- 
canto alla quale diventa un indispensabile comple- 
mento doaita, forma rideterminata coli' articolo. A 
corroborare la vitalità del pajo domià doaua doveva 
contribuire il pajo nonna noaun ' nove ' ' la nona ' 
e nel pajo noi noauà = novi novae potè trovar vigore 
il pajo doi doaità. E doa cadde. 



16 P. G. GOIDANICH 



4. — IL PRONOME POSSESSIVO DEL SINGOLARE NEL 
RUMENO. 

Per due serie di fatti le forme del pronome pos- 
sessivo singolare del rumeno richiamano l'attenzione 
dello studioso. 

Codeste forme sogliono avere in ogni idioma sorti 
parallele; mai avviene per es. che s'alteri la seconda 
persona del possessivo per attrazione analogica della 
prima e non s'alteri contemporaneamente anche la 
terza: per es. nel fr. s'ha, come tien così sien, nel lad. 
occ, a Dissentis ad es., come tiu così siu, nel lad. 
or., a Maniago, cdk swk, come nydk (in questo seg- 
mento friulano non si può pensare che s'abbia nel- 
V io una continuazione d'antecedente tw per effetto 
dissimilativo di dentale, sia per ragioni comparative 
che qui non è il luog'o di dire, sia per la ragione 
facilmente indicabile che il riflesso per es. di no et e 
è a Maniago not); campob. tic sic; port. tett seu\ 
prov. licu(s) sitnifs) ; cat. d'Algh. tetù seu. Siffatta 
corrispondenza in più di un caso nel rumeno manca ; 
e deve quindi lo studioso ricercare la causa pertur- 
batrice delle condizioni ch'erano da attendersi. 

Spesso poi la storia fonetica delle varie forme è 
poco chiara od oscura addirittura, o equivoca, perché 
alla forma attuale si possa essere arrivati per pro- 
cessi diversi. 

Un esame sistematico del pronome possessivo ru- 
meno in tutti i dialetti è ora reso agevole dalla di- 
ligente ricerca del Neumann, Die Bildung der Per- 
sonal pronomina im Rumanischen, in voi. A^II del 
Jahrosbericht del Weigand (1900). 

Dal Neumann io riferirò i dati relativi alla grafia 
antica e moderna e le forme delle varie fonti lette- 
rarie grammaticali e orali. Così offrirò al lettore 
l'agio di un controllo immediato delle mie indagini. 



NO TE RUMENE 17 



i^ persona meus e mei. Do prima le forme 
del nord, poi quelle del sud e dell'Istria. Del sin- 
golare l'antica grafia, etimolog'ica, è meu ; vieu è per 
solito scritto anche oggi, meno frequentemente mreii 
che rappresenta la pronuncia, mìeu si ritrova in tutto 
il nord; sono suoi legittimi continuatori /nhen, neu 
accanto a mleu in Valacchia, Transilv^ania e Buco- 
vina ; nel Banato si trova un niluii, ; nelle valli dei 
Kòros e del Maros mìuu, viheu, neu, mheìi ; nelle 
valli del Tibisco e dello Szamos nou mndu, mneì't; 
e in Moldavia ficiù. 

Sono interessanti e potranno esserci utili più sotto 
le alterazioni gutturali deìV-ieu. Il resto tutto è 
piano. E di una bella semplicità sono nel nord 
anche i continuatori di mei, mìci o var. dial. ^Jinei 
nei. L'antica grafia è anche qui 7nei e anche oggi 
/y/t"/ è la grafia più comune; ma è grafia etimologica, 
non fonetica. 

Delle forme appositive enclitiche in generale è 
da rilevare il fatto che esse sono limitatissim.e nel- 
l'uso: si adoperano anche in rumeno, solo nel sin- 
golare e solo con nomi di parentela e qua e là con 
qualche altro, come do^nmt, casa, con cui il nesso del 
possessivo suol essere frequente. 

Questo rilievo è utilissimo : infatti spesso le forme 
ortotoniche furono giudicate analogiche sulle apposi- 
tive ; or come può esser ciò, se queste forme sono 
un nucleo meschino ed inorganico, quelle invece un 
organismo, vivo e prospero ? 

In particolare poi è interessante la forma encli- 
tica di prima persona ; essa è mìo ; e chiaramente 
dunque risale a un i?iìeil e non a me2ù. Vale a dire 
la forma enclitica, lungi dall' esser produttrice d' ana- 
logia, appare ringiovanita dalla forma ortotonica. 

Nel sud e in Istria le forme sono : Sing. Daniel 
y.^j'jifj-j (pr. aneti), -m-jiti (pr. aùei); Bojadzi, Gramm., 
auirii, 7/ieit ; Bojadzi, in testi, gen. - dat. ameni 



i8 P. Cr. GOIDANICH 

anal. su -luì, end. -hu e anche un dat. enclìt. ana- 
logico fiui, aniei, nei, gen. anal, ameor; Codex Di- 
monie (Ochrida) aheii e enclitici no e noi, nui, plu- 
rali nei; Papahaghi, Proverbi, anen anieìt amcl en- 
clit. -nu, plur. amcl', Weigand, Arom., note nieu en- 
clit. n7c nei, Olimpo amen meu e amei, Meglenia 
meu e vielll, Istria meii me mei . Le forme encli- 
tiche sono ancor meno diffuse che nel nord. 

Interessante è la forma vieti mei. Certo deve 
essere una forma secondaria meridionale -istriana. 
Né può essere una forma alterata per via fonetica fuor 
dell'accento ; lo mostra -ho. Deve essere una forma 
analogica ; e deve esser sorta per questa via : mi dava 
nel sud (istr.) h ; ma allora la forma che ne risultava, 
veniva a staccarsi da mea ; la forza d'attrazione ana- 
logica del femminile si può esperimentare anche sui 
masch. plur. ameV , amei, melli, meV e in Pap. sing. 
amel. Ora dato il rapporto t-où, t-ói, s-óii, s-ói, t-a, 
t-ale, s-a, s-ale, si spiega facilmente come accanto a h-eu 
n-ei sorgesse per m-ea un m-eu m-ei. Le forme 
sopra riferite rappresentano le varie fasi della lotta: 
per es. aneti nei del cod. Dim. rappresenterà le con- 
dizioni intatte, il itoti meti nei degli Arom. il con- 
trasto, V attica amei dell' Olimpo la vittoria delle forme 
analogiche. 

Un' altra interessante esperienza trajamo qui sulle 
forme enclitiche ; si alterano le ortotoniche, esse, 
invece, restano intatte ; è un indice che erano forme 
cadute dal resto del paradigma, fossili, rigide, inca- 
paci di ricevere nonché di dar vita. 

Con questa varia e sicura esperienza acquistata 
nell'esame delle forme di prima tentiamo le forme 
più oscure di seconda e di terza persona. 

Le continuazioni dei possessivi di 2^ e 3^ persona 
sono molto meno chiare che quelle della i^ ; l'inter- 
pretazione che se ne dà, è di conscg"uenza varia ed 
incerta. Eccole le forme : 



NOTE RUMENE 19 

tu US. Antica grafia /rt^2; mod. teic, tcu, tàù, 
tali. Pronuncia: tòii. Var. Ungh. Ban, teic, i i'u; 
Kòr., Alar, i'cu, t'cu, k'eu. Sud.: Dan. arsov {=afou); 
Boj., Gr. ateu [= aióu); Boj., Testi atou; Cod. Dim. 
tóu ; Pap. ioli ; Weig., Arom. tou ; Olimp. atutt, 
gen. toi; Megl. 4-^z^ ; Istr. ietù te. Di suus la 
grafia ant. è sàio ; un seu a . '/z-jo . è in Neumann a 
p. 244. Olimp. su, ' a lui ', gen. sui; Megl. su lui. 

tui sui. Agraf. tài sài, mod. tei sei, pron. 
tui, sòl. Sud.: Dan. ars/i (= aldi)', Boj., Gr. atei 
(= atoi); Cod. Dim. /J/ ; Weig., Arom. /t//, sai; 
Olimp. atei] Megl. toUl, ma selli; Istr. /'i^/'', j-^/'. 

Il ]\Ieyer-I.ùbke, Gr. d. ]. rom. II, § 87, ricon- 
nette tàil sali direttamente a' lat. tuu suu (i), il 
Tiktin, Gramm. in Gròbcr's, Grundr., § 27 e Z. f. r. 
Phil. XII, 221-3 (2)« il Neumann, 1. e, s. v., tuus (3) 
e il Densusianu, Hist. d. 1. L. R. I, 145 {4) a teu, 
seu. A queste forme teio seu penso anche io si 
debba risalire. E ciò per queste ragioni : il te- 



(i) « L'esplication de tàit, en macedonien atàti, fait diffi- 
culté, car Va ne se justifie qu'en transylvanien : cL r>icàti'àu = 
incontrubi. Dans ces conditions, la forme valaque serait ori- 
ginaire de l'ovest [!J, mais la forme macédonienne serait une 
simple formation aiialogique comme nàu (^ 64) ; or cette ex- 
plication est peu vraisamblable, car à Vlacho-Livadon, par 
exemple, non se présente à coté de tàn ». 

(2) <i.^Tàii tuus, san suus sind von mieu beeinflusst ». 

(3) « Bei einer vergleichung mit den ùbrigen romanischen 
sprachen konnte man im zweifel sein, ob rum. tàu aus lat. 
tuus wie it. tuo oder aus t^iis abzuleiten sei. Bei letzerer 
hypothese niuss man dann selbstverstàndlich eine lat. grund- 
form teu ansetzen, die analog zum possessi vum der ersten 
person gebildet sein kann, nachdem man schon ììiìcu sachte. 
Anderenfalls, bei der gleichkeitigzeit von meu und teu, ware 
es nicht der grund einzusehen, weshalb nicht auch teu zu tieu 
geworden ware. An eine innere beziehung zum fem. vica 
zu denken hat man hier wohl kaum das recht ». 

(4) « Les dr. tati san pourraient représenter *teus, * sens 
[come?] mais il resterait à expliciuer Vii (au lieu de ie) = e». 



P. G. GOIDANICH 



se- si ritrova effettivamente nelle forme di plurale 
del sud: Olympo-wal. atei e Megl. selli; poi Ve di 
tali forme te- se- è facilmente attribuibile alla i^ per- 
sona, e tale analogia è frequentissima; in terzo luogo 
è una ipotesi fisiologicamente a priori accettabile che 
la causa della differenza nella vocale del sing. iòio 
sdii dal piar, tei '^ sei sia la diversità fisiologica dei 
consonanti /od u\ in quarto luogo, come il INIeyer- 
Lùbke stesso riconosce, non è possibile dimostrare 
la provenienza di tàu sàu da tuu suu (i). S'in- 
tende che non senza gravi ragioni il Meyer-Lùbke 
prese una via non buona: bisognava dimostrare come 
in rumeno eu potesse dare anche au e perché l'ana- 
logia di miezù abbia portato alle forme ten scu e 
non alle forme tieu sieu. 

Vediamo dunque prima se tàu possa essere ripor- 
tato a teu. Si dirà che a tale opinione si oppone 
decisamente il fatto che il continuatore di vicu e dèù 
sono mlen zen, e il fatto che il continuatore di sèbu e 
seti. ]\Ia quest'ultimo esempio conteneva una e e in 
inieù dleu è presente un ?, che poteva per assimila- 
zione distruggere la presunta efficacia assimilativa 
di fi ; entrambi i casi si trovavano in condizioni spe- 
ciali e diverse dalle presupposte forme teu seu. E 
ancora manifesto che un caso perfettamente analogo 
a quello di teu seu non poteva sussistere in rumeno. 
Dimostrare dunque che il trapasso di eu in àu abbia 
avuto luogo non si può, ma convien mettere in ri- 
lievo che non si può neppur provare eh' esso non sia 
avvenuto. D'altra parte invece, ad ammettere co- 
me molto plausibile detto trapasso, c'inducono ripeto, 



(i) Veramente questa affermazione del Meyer-Liibke è una 
distrazione; perché non da tuu suu bisogiia partire, ma da 
tou sou, come egli insegna; ma, in ogni modo, anche iou 
soli avrebbero dovuto restare in rumeno toit sou, mai dare 
iàu san. 



NO TE R U3/ENE 



primo, la plausibilità dell'analogia sulla i^; secondo, 
le forme del plurale; terzo, le difficoltà fonetiche insor- 
montcìbili incontrate da altri su altra via ; quarto, la 
plausibilità in linea teorica di un oscuramento gut- 
turale di e per il; e aggiungo, quinto, la conside- 
razione che un fatto simile si ripete in tempo più 
recente nella storia del rumeno ; e, sesto, che nel 
rumeno si riscontrano anche altri indizj di una ten- 
denza all'oscuramento per efficacia di elemento la- 
biale; insomma numerosi e validissimi indizj estrin- 
sici ed intrinsici. I fatti, cui da ultimo si accenna, 
son questi. 

In tempo più recente, nel periodo di vita indivi- 
duale del rumeno, noi vediamo ripetersi il fatto che 
noi pensiamo essere avvenuto nel rumeno originario ; 
vale a dire tanto in Moldavia quanto in Ungheria al 
plur. rnhct nei corrisponde nel singolare una forma 
gutturalizzata, nèzc in ]\Ioldavia, mìòù e simm. nel Ba- 
nato e nelle valli del Kòròs, del Maros, del Tibisco e 
dello Szamos ; è chiaro che la ragione di questa diver- 
sità di trattamento sia qui la varia concomitanza di il 
o di J. Inoltre l'oscuramento di e per seguente il 
non solo è una presunzione fisiologicamente verosi- 
mile, ma nel rumeno stesso s'hanno più indizj che 
fosse una delle sue caratteristiche fonetiche questo 
oscuramento per elementi labiali. Già il caso sopra 
citato dei riflessi di mìcil in Moldavia ed Ungheria è 
sintomatico. S'aggiunga il riflesso di reus de. 
ràil mr. arati; confrontando con questa forma la 
forma prada che è il riflesso di p r a e d a chiaramente 
appare che, in parte, della gutturalizzazione è respon- 
sabile Vii; altrettanto si ricava dal confronto delle 
forme verbali prdd da pràdu {-o diede -zi, come mo- 
strano ìeic vom ecc.) pràzì prada (i). Ancora : 



(i) Altrettanto andrà detto della palatizzazione di i: cfr. 
riu amàrìt da amari tu; negli inf. in -ri di contro a piatì e 



P. G. GOIDANICH 



accanto a dr., mr., ir. leu, che è il normale conti- 
nuatore di lat. volg. eo ortotonico, s'hanno le forme 
dr. ir. io mr. ìàù mr. e meglr. lou (v. Weigand, 
Vlacho-Meglen, p. 30). Ora, in tutte queste for- 
me io vedo i continuatori di forme atone di varia 
fase: e precisamente penso che il latino volgare eo 
desse un doppione leu eu, nello schema sintattico 
ortotonico il primo, nello schema sintattico parato- 
nico il secondo ; che da e o si facesse àu e poi per 
contaminazione o per prostesi ìàù ; che in una fase 
successiva ìàù ed leu dessero in schema disaccentato 
ìoù lo. Si badi infatti che il megl. lou non può es- 
sere il rappresentante di rum. làn, perché sarebbe 
ioli, né può essere il rappresentante di leu, che si con- 
tinuerebbe tal quale; e che fenomeni come quello di 
Ijopur per llcpure (cfr. Weigand, Olympo-Wal., p. 29) 
son limitati anche nel sud (Samarina Ijepré) e sono 
sconosciuti al Meglenita che ha Uepuri. S'incontra, 
come appare da ciò, la necessità di ricorrere al pas- 
saggio di eu ad àu anche per spiegare altre forme. 
Ma, ad ogni modo, anche se quest'ultima analisi di 
fatti molto delicati non colpisse nel segno, c'è, sia 
negli ultimi fatti riferiti, sia nei precedentemente ci- 
tati, tanto, da vedervi un nuovo argomento in favore 
dell'opinione che un -u imprimesse su e in periodo 
originario rumeno un'impronta gutturale e con ciò 
un nuovo argomento in favore dell' opinione che tcu 
seu siano le forme precedenti di tàu sàu. 

Resta che noi giustifichiamo l'origine di questi 
ieu seu ; perché, dicevamo, è strano che teti, scu e 
non tieu sieu sia stata la forma analogica di mieti. 
E da tieu sieu non possiamo, a mio avviso, sfuggire. 



simm. sarà da attribuirsi 1' / all'ajuto del -ri da -re della de- 
sinenza, seppure non s'abbia a vedere l'influsso del suono 
gutturale di sillaba precedente, cfr. a perì ma a vh'ì, dmdrf, 
a pìrì. 



NOTE RUMENE 23 



Tentiamo quindi di trovare un modo plausibile come 
si potesse giungere a teu seu attraverso tteu sieu. 
tieu sieu dovevano in bocca rumena ridursi a t'eu 
s'cu; e allora in questa nuova forma essi si allontana- 
vano dalla sfera di attrazione di mieu, per la man- 
canza dell' i, e poterono entrare nella sfera d' attra- 
zione di tutti gli altri pronomi possessivi di seconda 
singolare che avevano t- all' inizio. E il caso ana- 
logo che sopra abbiamo sicuramente veduto avvenire 
in meu, consolida questa nostra ricostruzione. 

su è la forma di possessivo maschile di terza 
persona presso gli Olympo - valacchi e in Meglenia. 
Malgrado tutte le apparenze, io nego che possa es- 
sere la forma enclitica, perché reputo impossibile 
che lo smilzo gruppetto degli enclitici fossilizzati 
potesse aver ragione di tutta la massa immensa dei 
sàu ortotonici e prototonici, i quali, validissimi per 
sé, erano anche sorretti dai tàu rimasti integri. 
Penso dunque che il su abbia una sua storia speciale. 
Il sali ebbe un molto valido concorrente in lui; su 
questo penso si sarà prima ottenuto un obliquo sui 
che in realtà esiste presso gli Olympo - valacchi, e 
su sui si sarà formato un nom. suù, onde per con- 
trazione su. 

Il plur. tài sài nel nord e nel sud sono forme 
analogiche sul sing. tàu sàu. Parimenti è analo- 
gico su tott il meglen. toìlì. 

Ma il Megl. presenta anche un'altra singolarità: 
il plur. di S2i non è né soiU, né nilì, ma selli ! Non 
s' intende come si possa essere esercitata solo su 
questa forma l' analog'ia di incili. Io credo che le 
cose siano andate così : le forme originarie del mace- 
donico o d'una parte di esso erano 7neu, mei, tàu, tei, 
sàu, sei; provocate dal paradigma mcù, niel sorgono 
accanto a tei, sei le forme analogiche sul singolare 
tal, sài. Ma le forme nuove non soverchiano le 
antiche ; anzi atài presso gli Olympo - valacchi si 



24 P. G. GOIDANICH 

perde. Nella Meglenia succede questo : nella prima 
persona s'ha vieit, metll; nella seconda iollì., teìll si 
trovano accanto il singolare tou e per questo finisce 
coir avere il sopravvento toìll e si perde teili\ ma 
nella terza persona, sostituitosi al sou il su, soilì 
aveva lo stesso scarso sostegno che scili e non fa 
meraviglia che cadesse soìlì piuttosto che l' altro suo 
compagno. 

Forme dell'enclisi del femminile di se- 
conda e terza persona. 

-to, -SO', Boj., Gr. -tu e gen. -tui, -sui; Boj. T. 
-sui', Cod. Dim. -toì, -so, su, suo (var. graf.) gen. soi, 
Pap. -s ; Weig. Ar. tu gen. tui, -su, -sou, -sui', 
Olimp. su. 

me a. meà (ant. gr. uic, me, mcah), var. dial. in 
Ungh. e Mold. ; sud in generale {a)meà, cod. Dim. 
7nìa; Megl. Istr. mf. 

tua, sua. ta, sa, Ar. Weig. ata ; Istr. te, se ; 
gen. -tei (la forma manca presso il Neumann) ; Boj., 
Gr. atei (presso Athanasescu tai) ; Pap. a ta, a toei, 
a tóìei', Olimp. tai; sa si trova sporadicamente in 
testi antichi e oggi in Transilvania, sai « noch 
jetzt lebenskràftig », Neumann ; non è citato dal 
Tiktin; sale (manca pr. il Tiktin); W. Ar. sai, soi; 
pi. ?fiele, tale, sale o simm. ; notevole sull'Olimpo 
a lui, a Iji per sale. 

-to, -so, -ta, -sa, e ta, sa variamente s'interpretano. 
Il Neumann vede in essi i continuatori delle encli- 
tiche latine to-, so-, ta-, sa-. Ma è dav\^ero un 
errore altrettanto grossolano quanto frequente il ri- 
congiungere le forme enclitiche romanze al tema 
to- so- che sporadicamente si trova usato in pe- 
riodo latino arcaico. Sono le forme citate di latino 
arcaico i continuatori di i. e. sico- tuo-, parallele a 



NOTE RUMENE 25 



teuo-, seiio-. Non vi può esser dubbio che sìio- 
tuo- i. e. sian le forme della elisi i. e.; ma codeste 
forme enclitiche i. e, erano già uscite dai loro ter- 
mini primitivi; invece i to so romanzi si ritrovano 
proprio in elisi ; bisognerebbe attribuire alle forme 
di elisi i. e. la consapevolezza della loro storia e la 
volontà di rioccupare la loro sede perduta ! ! Sono 
indubbiamente le forme neolatine una neoformazione 
del latino volgare. Ma sono nel rumeno -to -so, 
-ta -sa continuatrici delle forme enclitiche di origine 
latina ? Io non credo neppure questo ; perché in 
rumeno vediamo le forme della proclisi mo, to, so, via, 
cet. sostituite dalle forme ortotoniche nn'ezt, teu, seu, 
mea, e (quel che più monta) -mio, -meà mostrano che 
anche alla forma enclitica -mo -ma di latino volgare 
il rumeno, pur conservando quello schema sintattico, 
sostituì il più fresco pronome -mieu -mea ; dobbiamo 
per questi indizj certo arguire che -to, -so continuino 
essi pure le forme rinfrescate di enclisi -teu, -seu. 
E per quale miracolosa virtù potevano gli enclitici 
lat, volg. -ta, -sa conservarsi non solo, ma sostituirsi 
alla immensa massa dei corrispondenti ortotonici e 
proclitici? -ta, -sa sono dunque le forme ortoto- 
niche e proclitiche in funzione enclitica e non vice- 
versa. Si domanda ora : che origine avranno 
questi ta, sa ortotonici? L'ipotesi più naturale è 
eh' essi siano la continuazione di lat. ttoa, sua ; che 
da questi si sia avuto tua, sud e poi ta, sa, come 
s' ebbe n-are da nu-are. I-dm da lu-àm. E la 
soluzione del Tiktin (Stud. z. rum. Philol. I, 25) ; 
solo io immagino lo spostamento d' accento avve- 
nuto per un diverso processo che il Tiktin. Come 
mostrano y^' = fiat, ole = ove e tanti altri esempj, 
non vi fu in rumeno uno spostamento da atomo su 
atomo di vocale : vicà continuerà non un me-a ma 
sarà una contrazione di 7ne'a-a, bea bibit non un 
be-e\ bea-é, ma sarà una contrazione di bed-e, oppur 



26 P. G. GOIDANICH 



da hé-e si sarà avuto beé-e, indi heé e finalmente bea ; 
e così via. tua, sua s' ebbe da tila, sua a mio 
avviso non per via fonetica, ma per via analogica. 
Vale a dire : per la proporzione mieti o vieù : meà 
si fece da toù, soù, tua, sua lo schema toti, soù, tua, 
sud. Oppure si può tutt'al più pensare che solo 
fuor dell'accento, in proclisi, ttia, stia passassero a 
tua, sud, e poiché così venivano queste forme a coin- 
cidere coU'accentuazione di meo, prevalessero su fila, 
sua, forme ortotoniche. 

Dice il Tiktin (Z. f. r. Phil. 1. e): « Eine vollstàn- 
dig-e Angleichung [teu tea, seu seà), wie in andren 
Sprachen, hat nicht stattgefunden ; nur der weibliche 
PI. wird in neuerer Zeit — augenscheinlich weil 
tdle, sale j/on ■mele gar zu sehr absticht hie und da 
auch téle, séte gesprochen ». j\Ia è altrettanto 

frequente il caso che l'analogia tra maschile e fem- 
minile non avvenga; in rumeno poi spesso il femmi- 
nile aveva un ben determinato carattere. 

Una forma di dativo (femminile -tei, -ti, parallela 
a -sei -si) non conosce il Neumann ; ma è citata dal 
Tiktin; né conosce il Neumann una forma ban. tea 
accanto a sèa, analogica su mea ; ma s' intende che 
non si troverà nei pochi testi eh' erano a sua dispo- 
sizione. 

La forma a tà(i)eì dat. sing. fem. acc. ad a ta in 
Cod. Dim. é sì analogica su l'ci per la desinenza -ei 
(Neumann) ; ma per il tema bisogna aggiungere 
eh' essa presuppone un maschile a tal (cfr. Olympo- 
vai. tòt, che dal Cod. Dim. non appare riferita). 

Le forme fneale, tale, sale sono analogiche sul 
paradigma steà sleale, come é evidente. 

Evidente è anche la genesi di qualche altra forma, 
che per ciò non merita d' essere illustrata. 

P. G. GoiDANICH. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 
E DEI PAESI FINITIMI 



Nel saggio che segue (i), viene per la prima volta 
studiato il dialetto moderno e antico di Velletri. 

Per ciò che è del moderno, vieta di esprimersi 
più esattamente la condizione dei contadini {vigna- 
roli, detti fargi cioè falchi) sparpagliati, di giorno, 
al lavoro dei campi, e, quando l'ora e la stagione 
non lo permettano, raccolti nella città, ammassati 
nelle anguste casipole. 

L' assiduo contatto, fra persone di varia educa- 
zione e cultura, perpetua una certa irresolutezza del 
dialetto, favorita anche, in parte, dalla posizione e 
dalla storia di Velletri, per modo che il dialetto 
stesso partecipa, in varia misura, delle parlate cen- 
trali e delle meridionali o, più propriamente, ciocia- 
resche. 

Coi dialetti marchegiano- umbro -romani, il velle- 
trano ha comuni alcune proprietà (nm.' 1-2, lo-ii, 
52, 59, 64, 66, ecc.) che si sogliono dare come di- 
stintive di questo gruppo (2) ; mentre varie altre ha 
comuni coi ciociareschi (46, 47, 54-55, 67, 72, 73, 



(i) Fu intrapreso per consiglio del prof. E. Monaci, al 
quale rendo qui testimonianza di animo grato. 
(2) Ascoli, Arch., Vili, 120-12 1. 



2S G. CRO CIONI 



90, ecc.) (i), tanto che oggi noi di questo dialetto 
possiamo ripetere quello che il Muratori scriveva 
della cronaca orvietana del Monaldeschi, accostarsi, 
cioè, al meridionale « seu vocibzcs, seu pronuntia- 
tione » (2). Onde si vede qui confermata a mera- 
viglia l'osservazione dell'Ascoli: « Le comunanze 
tra umbro-romano e napolitano dovevano essere per 
lo addietro più estese e spiccate, questo essendo il 
terreno, dove la corrente toscana s' imbatteva nella 
meridionale » (3). 

Non avendosi un testo sicuro ed ampio nel dia- 
letto studiato, che tal non è quello dello Jachini (4), 
ho condotto le mie indagini in varie maniere fra il 
popolo, e rimando allo Jachini, come al testo più 
esteso e più divulgato, solo in casi eccezionali, quando 
una conferma può sembrar necessaria; ma pure in 
tali casi ho comprovato io stesso i singoli fatti col- 
r uso vivo e comune (5). 

Allo studio del velletrano antico, i cui fenomeni 
ho potuto, senza scapito della chiarezza, accomunare 
ai moderni, apponendo volta per volta il rinvio (6), 
hanno dato materia alcune opere dell' umanista veli- 



(i) Noto anche l' uso degli ausiliari : so vvisto, o venuto, 
ine te f riddo, tengo da i. 

(2) Arch., Vili, 131. 

(3) Arch., Vili, 120. 

(4) G. B. Jachini, Poesie in dialetto velletrano (terza edi- 
zione), Velletri, Bertini, 1890 (Jach.). La terza differisce 
dalla seconda edizione solo pel vario ordine dei componimenti 
e per qualche ritocco; la prima si compiè in periodici, spar- 
samente. 

(5) Varie tarantelle e canzonette, molti canti popolari, fiabe 
e traduzioni dialettali e alcuni componimenti di autori viventi, 
da noi raccolti e utilizzati anche nel nostro studio, saranno 
pubblicati in seguito. 

(6) Gli esempj addotti senza alcuna sigla sono dell'uso 
vivo; le sigle, meno casi eccezionali e chiari per sé, riman- 
dano a esempj singoli. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 29 



terno Antonio Mancinelli (i), e codici e carte varie 
della biblioteca e degli archivj cittadini. Trascu- 
rando alcuni libri amministrativi De danino dato, al- 
tri Malie ficiorum, altri Accusatiomim, qualche rogito 
notarile, qualche testamenti?, contratti, quietanze e 
altri atti pubblici compulsati per la mia Toponoma- 
stica di Vcllctri (2), ricordo senz'altro quelle che si 
possono dire le fonti maggiori. Occupa il primo 
luogo il manoscritto miscellaneo della Comunale, 
K . IV . I (3), che comprende il Cantare di Fiorio 
e Biancofiore (F) (4), uno zibaldone scolastico messo 
insieme da uno scolaro del Mancinelli (Z) (5), e, fra 
l'altro, le ultime carte stampate di un poemetto su 
Piramo e Tisbe (P) (6). Gli si aggiunge un altro 
manoscritto della stessa Biblioteca, parimenti miscel- 



(i) R. Sabbadini, Aiitoìiio Mancinelli, nella Cronaca an- 
nuale del R, Ginnasio Antonio Mancinelli di Velletri, 1876-77. 

(2) Edita nel Bull. d. Soc. geogr. il.. Vili (1901). 

(3) G. Crocioni, // cantare di Fiorio e Biancofiore se- 
condo un ms. velletrano (nella Misceli, di leti. d. M. E. pubbl. 
dalla Soc. fil. rom.), p. 4 n. 

(4) Trascritto nel 1487, cfr. Crocioni, ivi. 

(5) Lo Z., viva imagine della scuola nel sec. XV, conserva 
le lezioni fatte dal Mancinelli nel 14S6, nelle quali viene espo- 
sta, notevolmente variata e variamente distribuita, la materia 
delle sue opere a stampa : filze di parole latine con la ver- 
sione che voleva essere italiana e riusciva dialettale, auctori- 
tates, luoghi scelti dai classici, etimologie (quasi tutte da Isi- 
doro, non mai nominato), ecc. La rispondenza fi"a lo Z. e 
le opere edite è, specie in certe pagine (cfr. le ce. 25'', 26"', 
con le X' ■■ delie Regulae constvuctionis) evidente. Lo Z. fu 
scritto, almeno per la maggior parte, da Domenico Gallinella, 
velletrano, forse a Roma, dove quell'anno (14S6) insegnava 
il Mancinelli, il quale pare a me che nella e. 29 • scrivesse 
alcune note di suo pugno (righe 9-13) su la rascione facla, 
cioè sul conto con gli scolari, 

(6) Anche questo mostra qualche carattere velletrano. È 
povera cosa, né so dire in che relazione stia col noto poe- 
metto omonimo, cfr. Flamini, // cinquecento, 551, e Giorn. 
stor. della leti. il. XX, 474. Osservo che presenta remini- 



30 



G. ORO CIONI 



laneo, proveniente dalla famiglia Borgia (i), che in 
mezzo a Memorie diverse (2) conserva un Liber Me- 
7norialis q. D. Dominici nec no7i q. D. Peiri, et q. 
D. Hectoris de Borgia (B) (3), fortemente colorito di 
dialetto. Hanno fornito un contributo notevole 
tre delle molte opere del Mancinelli, che sono il Do- 
natus (D), il Latini sermonis Empnrium (E), e le 
Regulae constructionis (C) (4). 

Intorno ai dialetti dei paesi finitimi (5) basti av- 
vertire poche cose. Quelli di Cori, Segni, Carpi- 
neto, Montelanico e Sezze si vanno sempre più ad- 
dentrando nel gruppo ciociaresco, al quale meno 
apertamente inclinano Valmontone e Labìco ; a La- 
bìco risuona fiocamente 1' -u che riappare in pieno 



scenze dantesche: « Di Paris, Tristano, Ercules e Achille », 
« Che amor di questa vita fé partirle », « Come avesse la vita a 
gran dispetto », « Che centra amore non pò far difesa », « Cen- 
tra fortuna non vale argomento », ecc. Sarà citato raramente. 
(i) Porta la sola indicazione generica di Miscellanea veli- 
terna. 

(2) Memorie di viaggi compiuti da Clemente Emilio P>or- 
gia (1670), Libro di vieìnorie fatto da me Paolo Borgia (1684). 

(3) Di ce. 86. Nell'arch. Borgia presentava la segna- 
tura D. I. Va dai primi anni del sec. XVI ai primi del 
XVII, e accoglie note varie di azienda domestica, disordinate 
e di molte mani. Lo cito per anni, quando è possibile. 

(4) Cito per pagine, retto e verso, l' ediz. Omnia opera 
Antonii Mancinelli, Venezia, per Giov. Taccuino, MDXVIII 
(die XIII maji). Il Mancinelli, e con lui lo Z., dialettizzano 
spesso anche le parole latine : agnolus, agniportum, deammulo, 
cachindor, migno (mingo), po7iUis (punctus), ecc. 

(5) Che sono i dialetti di Cori (e), Civita Lavinia (ci.), 
Genzano (gn.), Albano (alb.), Carpinete (crp.), Montelanico 
(mi.), Sonnino (son.), Nemi (n.), Segni (sg.), Zagarolo (zg.), 
Labìco (1.), Falvaterra (f.), Vahnontone (vm.), Bauco (ba.), 
Tivoli (tiburt.), Roma (rom.), Canistro (can.). Con Top. 
si indica la cit. Toponomastica di Velletri. Altre abbrevia- 
ture saranno chiare perse. I numeri delle appendici, nelle 
quali sono studiati questi dialetti, rispondono esattamente a 
quelli dello studio sul velletrano. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 31 



dominio a Zagarolo, prolungandosi a Tivoli e oltre. 
L' -u si estende anche a Civita Lavinia, Nemi e Gen- 
zano, i cui dialetti per poco non sono identici al 
Velletrano. Ad Albano 1' -u si affievolisce e su- 
bentrano modulazioni vocaliche e consonantiche piii 
propriamente romanesche. Onde si arresta qui 
naturalmente la indagine nostra. 

Per la esplorazione di questi territorj mi sono 
ingegnato in vario modo. A Cori, Segni, Val- 
montone, Labìco, Sezze, Nemi, Civita, Genzano e 
Albano sono stato io stesso, ed ho trovato coadiu- 
tori valevoli in persone che scrissero o tradussero 
per me in dialetto, o esumarono scritture dialettali, 
ora stampate ora no. Superfluo ricordare i molti 
dialoghi coi popolani. Addentro alla parlata di 
Montelanico mi ha messo (né mi sono mancati 
altri ajuti) una buona vecchietta, Francesca Capozzi, 
con lunghi e svariati racconti « del suo bel tempo ». 
Di Carpinete, oltre a poche notizie spicciole raccolte 
in vario modo e a certe curiose iscrizioni antiche (i) 
ho potuto esaminare una lunga poesia, sufficiente a 
dar contezza del carpinetano, affluissimo a] montela- 
nichese. 

L'appendice sul sezzese è fidata specialmente (che 
non mancai di compiere varie escursioni sul luogo) 
sopra una leggenduola, alcune satire, un largo ma- 
nipolo di stornelli e strambotti e una bella serie di 
sonetti. 

Non ho, beninteso, trascurato il Papanti (2). 



(i) Già note in parte, perché stampate in Marocco, Mo- 
nuìnenti dello Stato Pontificio , t. V, ma fatte da me rivedere 
e ritrascrivere. 

(2) Alatri p. 388-90, Albano p. 390-91, Ariccia p. 392-93, 
Veroli p. 404-06. Ho tenuti presenti lo studio del Ceci in 
Ardi. X, 167-76, per Alatri ; del Parodi, Arch. XIII, 299-30S, 
e del Magliari nel voi. G. Zumpetta, Amore i ppatria, Arpino, 
Fraioli, 1889, per Arpino; del Campanelli, Fonetica del dia- 



32 G. CROCIO NI 

Mi è grato, da ultimo, alle gentili persone che 
mi coadiuvarono, rendere qui le più sincere azioni 
di grazie (i). 



letto reatino, Torino, Loescher, 1896, per Rieti ; del Finamore, 
Vocabolario del dialetto abruzzese, per l'Abruzzo; le Giunte 
del Salvioni alla Roniattische Fortnenlehre del Meyer-Lubke 
in St. d. fil. rom. VII, 183 segg., ed anche il mio saggio sul 
canistrano nella Miscellanea Monaci e l'altro su i Termini 
geografici dialettali di Velletri e dintorni nella Riv. geog. it., 
an. X, fase. I-II. Ho inoltre esaminati V. Garosi, Sonetti 
iìi dialetto corano, Roma, Cerroni, 1895; E. Dglciotti, Alti 
tempi de na vota, Ciciliano, Urbani, 1903, pp. 56, e altri 
sonetti inediti, tutti in dialetto tiburtino; molte rime, pure 
inedite, di Clinic Quaranta, in dialetto zagarolese, ecc. 
Per i richiami al dialetto marchigiano ora gioverà vedere un 
mio articolo negli Studj romanzi. III, e più il mio Dia- 
letto di Arcevia, Pistoia, G. Fiori e C.°, 1906. Per il 
dialetto antico ho fatto tesoro di varj studj del Monaci : in 
primo luogo della sua Crestomazia (crest.), degli Statuti di 
Ncmi in Arch. d. soc. rom. d. st. p. XIV (Stat. nem.), degli 
Aneddoti per la storia letteraria dei laudesi in Rend. d. Lincei, 
1892, I, 73 segg. (Laudi), del Liber ystoriarum romanorum 
in Arch. cit. XII, cui si rimanda per pagine. Mi hanno 
giovato, inoltre, la Vita di S. Francesca rom. ed. dall' Armel- 
lini, le Visioni di S. Francesca ed. dal Pelaez in Arch. cit. 
XIV, XV, il Diario «'^//'Infessura, ed. dal Tommasini valstit. 
stor. il., gli Aneddoti del Vattasso, il Memoriale di Paolo 
di Benedetto ed. dal Pelaez in Arch. cit. XVI (PM.), il Diario 
di Marcello Alberini ed. da D. Orano in Arch. cit. XVIII 
(MA.) e il Diario nepesino edito da G. Levi in Arch. cit. 
VII, ecc. 

(i) Per Velletri, L. Gasbarri, A. Giorgi, avv. E. Galletti, 
ing. N. De Bonis, alcuni miei scolari (Pieroni, Quarantini, 
Amati, ecc.) ed altri ; per Civita Lavinia, P. Baccarini, F. Fi- 
gliuolini, ecc. ; per Nemi, i sigg. De Sanctis, ecc. ; per Cori, 
i sigg. Coronati, l' ing. Zoi e altri; per Segni, A. Caratelli; 
per Carpineto, C. Luciani-Bizzarri e altri ; per Sezze, il mio 
scolaro B. Passerini, il prof. D. Rocchi e altri. 

Alla importanza dei dialetti laziali, che naturalmente com- 
prendono anche il velletrano, accenna ora il Monaci (Studj 
romanzi, II, 160-61 ; Bìill. d. Soc. fil. ratn. VI, 19-20) che 
annunzia lavori già in parte iniziati per illustrarli. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 2>l 



I. — FONETICA 



i." — Vocali toniche (*). 

'Umlaut'. I. e -i; Declinazione: pieti He- 

prt, dienti viermi piersi. — Coniugazione : tie vie 
{vienkt e viengi^, viesti siervi pienzi te pienti. Ma 
nelle scritture antiche sempre e (i): pedi F 429, ini 
pedi Z 15'', mei F 178, vei nm. 138, ecc. 

è -u ; Declinazione : viento pietto Metto pierscko 

tiempo appr tesso kappiello kavipaniello vie eco nm. 57, 
mmieri e viersi nm. 147, e, con tormiento, tutta la 
serie in -mento. Ma in antico sempre e : leeto 
F 171, bello F 182, castello Y 185, lamento F 249, 
fallimento F 251, tormento F 290, inveri F 408. 

2. ò -i ; Declinazione : bugni nuovi suoceri^ 

kugrpì uorti kiiolli ugcci nm. 57, sbugzzi. — Coniu- 
gazione : mugvi mugri kitgci skrugpi, pugrti stugrci 
pugzzi possa. Ma in antico sempre o: oehi ¥ 178, 
homeni D 4', vovi B 1587, ecc. 

o -u ; Declinazione : bugno nugvo, mugrto kugtto 

tuorlo pugrko fugsso tugsto nugstro vugstro. Ma 

in antico sempre o : foco F 298, bo7w F 428, 



(*) Per vocaboli non chiari addotti nello studio, si vedano 
le Note lessicali. 

(i) La somiglianza degli esiti à\ e e o brevi in antiche scrit- 
ture (nm. I e IO, 2 e II) è forse solo apparente, che nell" um- 
laut ' dovettero sonare e g ; fuori, e o, proprio come oggi a 
Cori, Segni, Zagarolo, ecc. Il dittongamento di ^ o brevi 
tonici in antico mancava nel nem., nel chiet., forse nel reat, 
e nell'alatr., ecc. 



34 



G. CRO CIO NI 



torto F 300, porto F 730, morto F 40, posto F 721, 
vostro F 419. 

3. Il moderno ug giunge a io almeno in nigvo bigno, 
stigrto pitigcco tigsto tigcco vigstro ntgstro (indi hgstro) 
lìgngo (indi Igngo). Cfr. Zeitschr, 1892, 175-82 (1). 

4. Tracce di 'umlaut'. i -i; Declinazione: 

vinti, /riddi missi tioccìtti kompanìtti soriklcci, kisti 
kissi killi nm. 125, digni F 675, firmi E V, infirmi 
E XF, capizi B 1558-60. Coniugazione: vidi 

E V, bivi, mitti. 

ì -u ; Declinazione : friddo misso tioccìtto kom- 

pahìtto, kisto kisso killo, maistro D 3', C X'', signo 
Z 68", con tico F 699, e stiavi anche spisso. 

5. e -i, é -u. Scarsi esemplari e malcerti: 

si sei D 7', E V', F 296, ecc., pateriiY. V' nm. 129, 
ridi B 1536, pino -i (2), trappmo -i. pùcmo -i 
Kòrt.2 7522. 

6. ù -i, ù -u. Qualche traccia solo nell'an- 
tico. Declinazione: bitlgi Z 36', ursi Z 37'', multi 
E IX" ; multo E III" (3), ^tdmo E IX^ turdo E IH"', 
mutto E XII'', jurno F 387, redtictii F 494 ; e stiavi 
pur sutto E IV'. Coniugazione : curri E X'', ac- 
curri E XII', sticcuri F 190. 

7. o -i, 5 -u. Scarsi esemplari anche nel- 



(i) L'unico niora B 1584 (^Kòrt.2 6616), come che deb- 
basi spiegare, non autorizza a supporre nulla di simile per 
l'antico. Per figliulo B 1531, cfr. Parodi, Trist., nm. 8, 
Arch. XVI, 36. baicco -i, frequenti in B (vivi sulla bocca 
di qualche vecchio), forse da * bajuecco -i (cfr. tibur. niaeccu; 
e mueccu usato dal Belli), per azione dell' ' umlaut ' ; cfr. 
Monaci, Laudi, p. 9 dell'estratto. 

(2) È pure in Z 68', ma, stante la sua larga dift'usione, e 
l'incerta spiegazione (Monaci, Laudi, nm. 24) non riesce di 
assoluto valore. 

(3) Il fem. multe F io può risentire del masch. e del lat. 
insieme, tuttavia cfr. Mussafia, Kathar., 23-26, De Bartho- 
LOMAEIS, Fior. I. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 35 

l'antico: maj'ttrt Z 68\ iiìii ¥ 78, 6og, vtu ¥ 685, 
duno F 430, ma v. nm. 12 n. 

8. A. Alterato nei soliti esempj italiani. Inol- 
tre in kastena Arch. X, 168, e in merko Arch. XV, 
84 ; ceresa risponde a ciliegia. 

Conservato nella desinenza -av't, nm. 128, nel 
solito 7iato {nata), e in appe nm. 135 (i). 

-ARIU -ARIA : karèolaro palaro cucaro milara 
kallara pinara, rlgattiero gonfalonero brigattiero, 
kiiriera (via-). Ma in antico : cavalero F 7, car- 
pentero B 1538, cervero Z óS"', femminero E II\ pen- 
serò E III'', scoderi F 243, dextreri F 412, 414, 415, 
volonteri F 109. 

9. E lungo, I breve. In e : sera re seko cesa 
nm. 57 ; sete strea cenere nm. 66, ceco pelo spedo 
vedtivo, cebo Z 68'', Kòrt.^ 2160, kesta kessa kella 
nm. 4, lengua cento tenka drendo vesko fresko leno 
nm. 91, fengere Z 5'', vencere Z 3'', spenge E V", 
Vlir (2), {sce?itico B 1534), Cerro Z 64, consejo C III'', 
Trejo Tregio Trevo B 1537, 1554, nm. 45, jebo. 

10. E breve. In e : pede sete nm. 95, mete 
pete lebro nm. 117 (3), dece (4) E II'' nm. 122, dene 
dede dedit F 50, 736, 760, Ì7isemi Z 15'', E VII'' 
nm. 150; persa pelle vecca persika nm. i, pretenne 
kurennc nm. 133, perde, perdo vesto nm. i. 

11. O breve. In o : onte sorc bovo nm. 117, 
fora skola bona socera, moro movo ecc., kossa fossa 
botta storta vota nm. 53, morte otto. Così sempre 



(i) Trascuro aba-o che poteva sonare anche abéro nm. 135. 

(2) Sembra che Vi si conservasse in circa cerca E VP', 
firmate fermati E X' (e in assignare Z 4", cfr. Arch. XVI, 37 ; 
St. fil. rom. IX, 629). 

(3) cicerca cicerchia obbedirà all'analogia di cerco q.^xq\\\o. 

(4) Come nell'aalatr. (Arch. X, 169), nell'arom. (S. Fran- 
cesca, ed. Armellini, Ind.). nell' aotrant. (Arch. XVI, 37) 
ecc., anche qui si ebbe deici B 1542, vivo oggi a Cori, Se- 
gni, ecc. 



36 G. CRO CIO NI 

in antico: bona D ■\.\ /ore Z 2% 8'', cossa Z 65'', rz- 
nova E VII', /^/i? F 318, nm. 2. 

12. o lungo, u breve. In g : ora dono pclc- 
ingne tgfo, -oso -osa, -gre -gra, m'assgro (i); addo Igpe 
nm. 117, doa nm. 122, /o foro nm. 133, ioba Z 71"; 
congionti P 8g'', pofiio P 86'', pgnta gtgnta, kgrba 
vgrba prgvere kgrco Igmmo. 

13. I lungo: concio; demme F 400 (2), i-^ sì 
F 590 (3). /^^/^'^^ F 545 fellioto F 537 ' figlioto '; 

f or lessema F 758 (4). 

14. U lungo: pia Z 53'', 62'', 70'', F 456, 458, ecc., 
A 1536, 1538 (5), inconlina Z 65'' (6). 

15. AU: oro poro \ colo E XI' Kòrt.^ 2031 ; laverò 
nm. 55, càvclo pàvelo (moneta). 



(i) Anche qui duna F 444, cfr. Mussafia, Kathar. 23-26. 
(21 In dialetti vicini (.Sonnino, Valle Còrsa, ecc.ì anche 
desse, col quale verrà il comune vedde vide. 

(3) Cfr. Campanelli, 205, n. io; è pur d'altri dialetti cen- 
trali, senza dire dei gallo-italici, ove è normale. 

(4) L'aeug. (Monaci, Crest., 467) ci fornisce yé'w^ fine. 

(5) Lo trovo negli Statuti di Pisa (Arch. XII, 143) in 
Guido della Colonna (Monaci, Crest., 222), e altrove, cfr. 
Caix, Origini, 89-90. 

(6) Esempj sporadici di u in o offrono l'anem., l'achiet., 
l'aotrant., l'apav., l'amarch., ecc.; anzi in qualche varietà 
dell' amarchig. è fenomeno costante. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 37 



2." — Vocali atone. 

16. A. Conservato in avantagio F 102 ; in comparare 
R 1532, coìnpararò F 677, nei futuri, nm. 12S, e nei condizio- 
nali, nm. 129. Iniziale in e per diverse ragioni: rekazzo 
pelata fecea (feceva) nm. 136 (i), erbergatora F 746. 

17. Postonico. Di regola in e: tràpeno tarlerò Slefcno 
skandelo nm. 51, Cesere; arìveno sqneno, slaveno camaveno, 
V. nm. 28,37; di ragione sintattica: zìeina zìeta nqnnema nqn- 
nesa mànimeta fileta, Iqkkela prqvece. 

18. Talora in i\ stqmmiko àbbiko, telegrifo; — erinio nm. 
133, vedevinio ecc. 

19. Finale: qualiinca Z 27', qualecunqiia F 7S7, donnea 
Z 25"', 26', dovunca C XI' ; ehinca F 4. 

20. E. Conservato in protonica : dereto devorà devere 
F 88, 90, Z 6', E v" ecc. 

21. Insieme coli' esito rekkqle respghe repulì nm. 51, con- 
vive l'altro arekkqìe arespgne arepulì, ecc. (2). 

22. In antiche scritture conservasi nei futuri : vederai F 
277, /acerete F 270, ecc. ; negli infiniti : parelirello dividerlo 
F 139, nm. 109, arderese Z 17', piagnerese Z 22', alegrarese 
Z 23% morirese Z 23', irarese Z 23' (3), in per tenere apper te- 
nere Z 52"^. 

23. In i: protonico: dimane limosina nm. 51, rebbilgne; 
viritate F 333, rimatore Z 70'', bistilità IL 78', mischine Ila F 
43, 267 ; in jato : vialo nm. 99, riale krianza galiugtlo ; lione 
E III', F 425, 455, lianza F 541; — postonico: agnilo arca- 
gnilo Z 65', mqssiro, ecc. nm. 18. 

24. In a: assucco assaine nm. 81, assigge ; asempio P 90'; 
malancolia E v', malanconoso Z 17"', pialoso Z 78', Arzìla 
arbetla aretiko (ali. a retiko), zarafino - a taramtigto barzilere, 
ma V. nm. 113; Marcurio B 1603, ribaldarla E VI", prega- 



(i) Forma comunissima (cfr. Monaci, Stat. nem. nm. 8; 
Crest. pp. 463, 466; Parodi, Tristan. nm. 102; Mussafia, 
Kathar. 100; De Bart., Fior. 8; Salvioni, St. fil. rom. VII, 
210); in dialetti ciociareschi è arrivata a. ficeva, ficea. 

(2) Quest'esito nelle antiche scritture è poco meno che 
esclusivo (F 177, 286). 

(3) Da Sonnino ho pijàreme annàrese ; da Sezze : dàrece 
volerete; da Bauco : rekurdàrene, cfr. Arch. XVI, 40. 



38 G. CROCIO NI 



ria Z 7', futt. vedaràìo facarhlo nm. 128, condiz. vedarìa fa- 
ciarìa nm. 129; — passavo B 1554, quatodraci nm. 122. 

25. In o\ oscire Z 24', sotteinbro B 1552; sopellea P 86', 
sopclliti P 90'', topello Z 17", comparai B 1531, moretricc F 
219; — vesporo B 1555 (i). 

26. Finale. Conservato; anche in Vellctre (Velitrae) e 
Verole (Verulae), v. nm. 119, seppure non si tratti di sem- 
plici oscuramenti moderni. 

27. I. Conservato in hnpir C III", villiare Z 15", sbil- 
liare Z 23', arcare E IX', villiatore Z 69'', affirmar C IH", 
spidale E IT. 

28. In e: enmantenente F 311 ; fenì vecìno fegura ineniito 
(deinora F 312), delluvio Z 62'; regoHzia, precepisio, sene- 
scalco F 223, menacciare Z 20'', dcgnitatc Z 64''; assemillia 
F 98, corretore F 202, possebilità Z 62' ; — sìrneìi ci/eli, no- 
bcle F 403, perseco F 504, fortéssenia F 758, v. nm. 17 e 37. 

29. In o\ covile covìtta {covittà), Folippo B 1552. Caso 
diverso, locino Z 68', 69' (od. lecìnó). 

30. In a\ sarvàtiko maravììa, basalìsko, setitaraìo sentarìa 
nm. 24 ; annanze andò ainniaginà annanwrà ; (rasavo Z 82'' ; 
— tossaco F 404. 

31. Finale. Conservato spesso nelle seconde pers. pi.: 
amareti D 6% amasti D 6', ricordastite vi ricordaste D 17', 
avedi P 87, aviati P 86' nm. 135, .?/«// P 89" nm. 140, dati 
P 89" nm. 137 (2). 

32. O. In e nel suffisso prò: prefgnno precesso pre- 
kugjo prepuosito pretissigne nm. 102, pretura, prekuratorc Z 
62'', sperlongare (3); in vekkgne bettgne; petente F 9, delore 
F 292, 46S {de/or oso F 514, adoler ato F 546); tellerajute to- 
glierotti F 840 ; conescentc F 435, sconescente F 796, scolle- 
rito F 307 nm. 58, honerare F 76, iìicorenato F 295. 



(i) Noto qui, una volta per sempre, che nei dialetti cio- 
ciareschi la labializzazione delle vocali ciò. frequente (vedi 
nm. 29). Esempi comuni : porsi persino, boscika, vortecchia 
Avomaria, abbovorh ; indovidiw, vovette bevve, vocino, arova, 
revolà risvegliare, doinonà, femìnona, ecc. ; e anche, nel ba. 
so veste si veste, n co vado non ci vado, cfr. G. Crocioni, 
Il dialetto d'Arcevia, 21. 

(2) Cfr. Arch. XVI, 39. 

(3) Nella S. Frane. (Armellini, Ind.) sperlongatennc al- 
lontanati, per/ondare, ecc. Non pare superfluo ricordare 
che nel ba. si odono tuttora mentana tentano ; attenga abbete- 
nato avvoltolato, ortelano sebletiira, ecc. Cfr. l'abr. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 39 



33. È a nei soliti accìde addgre baminàce. 

34. In u: pniverbio nurante (nurantità), imnuttatore; ru- 
inei F 30. 

35. Postonico: àrboro màrmoro tempora i quattro tempi; 
ma kqniniito nm. iS, 95. 

36. U. Protonico in o : docnito ponzikà rosinuglo, Gc- 
sokristo; scosare F 256, jodiclo F 375, locente F 385, po~eìla 
F 8, 503, morato F 778 {losegne Z 19"^, E III')> notricare F 88 ; 
coronato F 631, inioriarc Z 20'' (arobare Z 21% -ato E IV"), 
affactorato F 532. E qui stiano pure adire odito Z io% 
D ir, ecc. 

36''''. In e: pezzelana (da un testam.); e stiavi pur lese- 
gnato F 638; V. nm. 32. 

37. Postonico in e: sekelo vìkelo vìrelo pìkkeìo ckkelo 
nm. 51 (ma pi. virali vìkoli pìkkoli ecc.), sbàtteno kiireno 
senteno vedeno; v^ nm. 17. 

38. Finale: male piatito F 276, male passo F 310, fine -o 
F 730, perfine -o F 886 (i) ; frequente V-ii nelle scritture: In 
visti matite casti arcti setisu, ecc. (2). 

3." — Consonanti continue. 

39. J. Iniziale: jacco jàkkela (3) jettà Jago tacere 
C VIP, locare E IP, là E IV, Julia E IP, lavare Z ii% 
i6% lattgcre F 58, 323, 209, itirame F 228, Jacova B i534. 
Jaminattlsta B 1538; interno: />^yt) dtjìuio sdejunà; pelo Z 64', 
F P, IP, pelare D V, E V^, ?«<r;c; F 82, malore F 64, /;«o- 
riare Z 20'', cotilec turare Z 22'. 

40. LJ. yóÀ? />«/« mole mllara cavalere (4) ; hanno forse 
lo stesso suono niello E IP, asslmillare Z 5' 6^, spallare Z 7'"; 
mellio Z 28% tenalliati F 34, pilllaratio F 37, filliao F 83, 
assetnillia F 98. 



(i) Parodi, Trist. nm. 75: «i^/é? luogo. 

(2) Codest' -« può imputarsi a latinismo ; certo oggi non 
appare menomamente, sebbene vigoreggi nella finitima Civita 
Lavinia. 

(3) Allato 2i jàkkelo jattio Jago vivono nàkketa nattio Nago; 
cosi in dialetti meridionali jgiiimera e nominerà, e sim. 

(4) Le forme verbali alo ho {i<a'lo vo), camaralo chiamerò, 
nm. 46, nelle quali il processo fonetico è da habeo aggio ajo ad 
alo, fanno sospettare che pala foto ecc. siano da. paja Jdjo, come 
in altri dialetti. Il tiburt. ha aggio vagglo figgiti paggla, 
ed anche gig gietta aggi ut à bogglcrìa ecc. 



40 G. CRO CIO NI 



41. SJ. caso baso fastigio', presone , pesane Z 76', pisane 
C IV', presone F 258, -eri F 419 ; basare F 468, P 88', pertu- 
sare Z 13', />^r^?^^^//rt P Ss'', camisa (da un testarti, del 1523) (i). 

42. RJ, num. 8. 

43. NJ. mikraha geno komungne matrii augno sbqrha 
Babiloha Pollqha A poli-; e siano accolti qui ani anni, darti 
danni, pani panni, tani talli (2). 

44. MJ, MBJ. vennenà resparnà scatta \ sparagnare ^ V , 
vedegnare Z 12'; ma scaniiare F 189, scannata F 172 (3). 

45. VJ. Trejo B 1535 (ali. a Tregio B 155 1, dovuto 
a erronea rintegrazione) nm. 9, Kòrt.2 9762. 

46. BJ. raja rajqla arajà; alo ho {/aralo farò, nm. 128); 
haio E I', F 218, 273, faraio F 237, commacteraio F 355; ma 
(v. nm. 45), hagi (habeas) E VII', agio F 279, ragia B 1531 (4). 

47. PJ. sacco saccente piccone (5) ; ma sapii F 253 (6) ; 
sazo F 770. 

48. DJ. jgrno jìi; iurno F 94, iìi E X', C XI', Z 26'; 
appojà, appaiar se Z 20', Arch. XVI, 41. 

49. TJ. konienzà, kuscenzia pacenzia; s lasciane F 17, 
rascione F 256, C IX' (ali. a rasana F 132, raiane F 622) (7). 

50. GJ. assaj'à, assaiare Z 13, relloio Z 76' (il ni. Ttz- 
jald)\ e qui stiano pur z^«rt/b (viaticu), messalo F 199; /^za/ff 
Top. 23; mottezà E VII', allazar -alo C VIIP. 

so''". CJ. 26» F 22S, 322 [per za F 256), fazi P 8s' uni. 136; 



(i) Con camisa viene càmisa, ivi. Ricordo pure ;««/<?- 
vasametite F 338, ali. a malvajo F 483. Il fenomeno è pur 
dell' arom. presone PM XXVI 6, Infessura 13 (ed. Tomma- 
siNi), basandomi MA 348, ecc, 

(2) In dialetti ciociareschi tanni donde lagni. Questi 
ultimi esemplari sono comuni a vari dialetti laziali, e fino ai 
marchegiani e ai toscani, Arch. XIII, 318. 

(3) Anche qui per falsa rintegrazione si usano sparambio 
-à, giiadambio -à, vendembia -à, ecc. Analogo sembra con- 
viato commiato F 706 (atosc. cambiato). 

(4) Pelaez, Vis. S. Frane, riiggia (nm. 15 degli Appunti 
grammaticali). 

(s) Esemplare notevole Acca Appia (via) PM VIII 3, e il 
ni. Akkuatacca acqua d' Appia. 

(6) Monaci, Crest. 118, sapio, come spesso nel Liber 
ystor. ronij 

(7) raione sarà dall' it. ragione, come il rom. rejane rione 
da regione, e prejone di Jacopone (Monaci, Crest. 476) da 
prigione. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 41 

latiza F 643; e i secondarj brazo F 637, brazi P 85% abrazafo 
C VIIP, pizoli F 464. 

51. L. Spesso riesce a /: lima 'Uva lino liso likà, liipro 
lustro lume luna topino ; Igngo nm. 3 ; fgrkalo kàvelo brqkkelo 
skàndelo cìfelo, frknkolo fgrkalo grasigmmolo , fr àvola nespola 
setola tevola, Nàpoli nm. 37; basalìstzo addevilì cekolìno; LL ; 
uh pelìcca, pentelìcco kupelìtto, ecc., cfr. less. passim.; beliito, 
sberluccikà (i) ; frotikelo. 

SI**''. In r\ rapello {rapellìna) rava ; saràka; insernore F 6, 
itisemoramente F 78, 112, poriga nm. 54; hipro; e nelle parole 
semiletterarie fragìello prusia repiibbreka frappala (attraverso 
*flappalà) (2). 

52. Dinanzi a D T B P C G K V M S di solito oggi si 
rotacizza, promovendo, ove è possibile, la digradazione della 
consonante seguente : Rinardo sordato bardakkìno ; ardo ar- 
dare mordo nzurdo sepordura ; arba ; kgrbo ; pgrbo ; vgrba 
(v. nm. 54); sergo kàrga fàrga (v. nm. 53 n.) ; Furgenzio; 
beforgo cavargà nierg anato nm. 102; rnarva karvo sarvà; fiir- 
ineno armeno finarniente ; arza sarza bgrzo bàrzimo karzolaro, 
cr zantìssimo (3). 



(i) Pare fenomeno analogo a quello di cui al nm. 65, 
l'uno e l'altro sconosciuto al veli. ant. Ne ha fatta testé 
materia di studio accurato C. Merlo (Zeitschr. f. rom. Ph. 
XXX, i), ma non tutte le difficoltà sembrano superate. Gli 
esempi qui addotti mostrano che non si può negare a Velletri 
lo jotizzamento di /intervocalica; anzi alcuni, specialmente 
i dimenticati proparossitoni femminili con / seguito da a (i-a- 
tìkola, zìrola, less., ecc.), che mi ricordano i can. kUnnia 
cu nula, sìtmnia s imi la, skannia scandula, ecc., non 
trascurabili, domandano tuttavia una spiegazione, E Igngo 
(il Merlo adduce anche Iggo, 13, n. 8) dovrà imputarsi al feno- 
meno di cui al nm. 3, piuttosto che all' analogia, che non si ve- 
drebbe per quale ragione avrebbe risparmiati tanti altri vocaboli 
consimili, compresa Iqnga, nm. 11. Alla nuova legge pare 
inoltre che sfuggano anche due esemplari notevolissimi, limo- 
sina e lizigni elezioni. Per la storia del fenomeno sono molto 
osservabili anche i concresciuti tìpera e tua, v. less., e mierolgne 
less., attratto certamente da mierola, cfr. Merlo, p. 25. 

(2) Non voglio trascurare i contrari Flosinone Z62', Flu- 
sinas Z 62', glocidat E IH". 

(3) Queste forme moderne con r derivano da influenza 
romanesca. Come curiosità ricordo qui Bordo Borgia B 1535, 
Giorcio ivi. 



42 G. CROCIO NI 



53. Tace in kàke {kàkidtmo, nm. 126), puco [pucìno, pùci- 
7ieUa), doce fàcììa (cui si pone a Xa^to /èrga, nm. 52), àio atro 
bota (e abbòtd) sciata vota (cui oggi si aggiunge vorda), re- 
kóta (i). 

54. Altre volte si conserva, mercé un'epentesi vocalica, 
V. nm. 109 ; 

55. o si vocalizza, promovendo l'epentesi di v, v. nm. 109. 

56. LS, in zz: kazza {kazzà -gne), pozzo; azza; vqzze 
volse, kqzze colse (2). 

57. CL, C'L, T'L in e : cave caro cavia caccerà cesa 
cuodoy spiecco skroccà ; recca macca kornàcca battugcco vinuocco 
nm. 90; scaffo scao scove Ita; nimcgnc sicco viecco vecca; e 
anche arbacco (3). 

Sy*"'". GL in j: Janna jgtto. 

58. Geminato in Vette tre; sallire F 27, E II', Z 14', assat- 
tire Z, 21% dettuvio Z 62'', scollerito F 307, Babillonia F 745, 
topelto Z 17'; meno sicuri callore Z 62' e cattura F 328 che 
forse vanno sotto il numero 59 (4). 

59. L'D, in //: tc^atto skattà settato; inkattasse riscaldarsi 
E IP (5). 

60. R. Anorganico in traverna destra kratàsta {a/ckra- 
tastà, ecc.), /ernì Arch. XV, 95, ntruppikà Arch. XV, 95, 



(i) Distinguo colla lunga le vocali precedenti alla / caduta, 
perché strascicate nella pronunzia. La scomparsa della / si 
dovrà a precedente vocalizzazione (cfr. Tomm asini, Infessura 
6, IO, ecc. ; Salvioni, Pianto, nm. 13, Arch. XVI 42, ecc.), 
come pare che dica fàcila che in paesi vicini suona ancora 
fàocìla. 

(2) L' esemplare fauza F 219, sebbene unico, ci lascia 
supporre anche qui la fase * cauza. In tal caso kqzze, ecc. 
sarebbe analogica e posteriore. 

(3) Fenomeno moderno (assai dubbio doccia chioccia 
E Iir, e anche il roman. sciopetto Infessura hi, 115; — 
miscinetta mesch- F 267 è altra cosa) diffuso sino a Lenola, 
Pontecorvo, Ceprano, ecc. Cfr. G. Crocioni, St. rom. III 127. 

(4) Nell'anem.: sattita; nel Liber ystor. : Sattomone 133, 
patta/reno 135 ; nelle Visioni di S. Francesca (Pelaez, nm. 16) : 
saltire detticata ; a Tivoli : sattita relligione, e v. Arch, XVI, 44. 

(5) Notevoli malicente maledico, ove si aggiunse lo sdop- 
piamento all'assimilazione (cfr. nm. 66), e niadetto dovuto a 
sincope, affine a quella del marcheg. betto benedetto (in pro- 
clisi). Si ricordino maldire Z 6', e tnatdittu inattetta St. fil. 
rom. IX, 633. • 



IL DIALETTO DI VELLETRI 43 

traila; tronare Z 17' (i). Anche qui pedù per uno (in diali, 
vicini petù, ci. pedunnu, cfr. De Noto, Dial. tar. 29; Ardi. 

XV, 95). 

61. Trasposizione: trùvìdo skruppione prcolese streppìna 
{streppà) strilli lìto approfidià ; krginpeta krapa {krapiccd), kropì 
[skropi), frei>e frebbàì'o {frebbareggà), frabbikà; breto F 724, 
726 (2); spruveri F 195, sproveri F 629, scrimire Z 24"', fra- 
niaola Z 64% preta Z 68% 69'. 

62. Sdoppiamento: tera vera tare faro nkara sera; suc- 
curi F 190 (3). 

63. M. Geminato dopo la tonica dello sdrucciolo : kàni- 
mora stommiko kgrmne kokgmmero tigtnmeni ; inoltre stavàmmio 
stavamo ; femmina F 83 ; e anche in immitare Z 21'; reccom- 
inandare Z 5' e comniandare F 108 saranno etimologici. 

64. MB in ;//;//: gamma kommatte mammugcco sammuko 
trgmma; kammone Z 64.' {cammiare Y 189, 308), conimacteraj o 
F 355, hmnasciata F 362, inasto (od. mmasto cioè *imbasto) 
Z 67', mardo (od. mmardo cioè * imbardo) Z 65', vedi nu- 
mero 71 (4). 

65. N. Spesso, ove segua vocale sottile, riesce a n : 
ìiisuiio nikqla àriima imiko Mehiko domenika cenere, ecc., 
V. nm. 66 (5). 

66. ND in nn : granne inpenne annà sfonnà manna skan- 
niello niskgnne\ ronnina Z 70', mennace Z 69', gratini nare Z 
17', annare E IX% intennimento F 763 (per la risposta di 
'inde' V. nm. 123). Ma in antico all'assimilazione spesso 
tenne dietro lo sdoppiamento: grane F 502, mano F 204, me- 
nare F 728, manataro B 1538; nel dial. od., ove non segua 
a, la palatilizzazione : grànina sìgìiiko, vene ngeìte respgne, ve- 
nìUo nteìiiito (^intenduto), nm. 65 (6). 



(i) nodro potrà scendere da ' nodulo ', o più probabil- 
mente da un pi. "^ nodera, Arch. XVI, 447. 

(2) Nella Versilia vreto, v. Zeitschr. 28, 2, p. 172. 

(3) Nelle scritture spesso è geminato, ma, se ben vedo, 
solo nei futt. e nei condiz. : farro E IV', serra D 16', girrai 
E II'; serremo serrìa ecc. D 16'. Così oggi in dialetti 
vicini : aver ria averrq ecc. 

(4) Notevole, se reale, abrante ambiante F 202, 762. 

(5) Il fenomeno si estende a Sezze {katrihi, kazìini, ecc.) 
e oltre. 

(6) Forse i due ultimi esempj sono analogici, ma il nm. 51 
può far pensare il contrario; gli altri esempj (granina, vene, 
ecc.) confermano la modernità del fenomeno. 



44 G. CRO CIGNI 

67. NT qualche volta giunge a nn : spenna momenno ta- 
manno (attraverso -nd- : ntondì Jach. 42), ma è fenomeno im- 
portato (i). 

68. NM in nitn: in metro, in mezzo, do mMikele; {co molti 
F 25). 

69. NV in nim: nmiito, in inece minieri nm. i, imnentà 
nimescà {inescare B), a inmidia a invidia, a gara, bo mmiàjo 
buon viaggio ; commenente F 336 (2). 

70. NL in //: do ILuigi; ko l Lorenzo, co lini F 61, 355, 
chadolli F 788, si là Z 26'. 

71. NB in mni: m inokka, in inokko, in mar) le; e anche 
imvieriaco Z 68', v. nm. 64. 

72. NP (e MP) spesso in mb: sembre kombà, in bermesso, 
m bresembio, m bellegrinaggo. 

73. NC spesso in ng : angora ngazzasse ; ngene, n gè 
kredo ; pongo qui anche ngueto skongassà ; n guà in qua. 

74. NS in né: pienzi nzenzato, n zeno, n ze non si, n zi 
non sei. 

75. NN in nd: sendo E IV' V^, zendo Z 36', affando E 
r, IV", affandà E VIP', C IIP, scandarìa E VIP ; negarando 
E IV, coinmacterando F 371, sarando E IIP, a ndui a noi F 
611 ; e anche alundus alunno Z 36'; da N: venduti F 564, 
ienderume Z 82' (per via di * tennerume) (3). 

76. W in b: belìito bellina bescìka balle; ballecta F 241, 
balice Z 36', breto nm. 60 ; a bballe abbotà abbia abbenge arib- 
belà sbelà sbregonà ; traballia F 448, recognobe P 86' , sbillia- 
rese Z 23% vibo -a, ribo in carte dei secoli XV e XVI. 

77. Intervocalico dilegua: bqe tua nm. iii, mentila ecc.; 
e così anche : la i la vedi, la olemo la vogliamo, ecc. Re- 
sta a volte per ragioni diverse. 

78. Sopravviene, di suono lievissimo (4), in vqggi vora 
Jach. 20, stàtuve (ali. a stàvute), vgva nova nm. 122,^ povema, 
e V. nm. 55. 



(i) È fatto costante già a Zagarolo. intando F 429 (in 
rima), proprio anche dell'arem. (Vattasso 103), va con tando 
noto correlativo di quando, Arch. XV, 272. 

(2) Qui si riduce anche papàmmaro (less. s. paparo), me- 
diante la inserzione di una nasale, Kòrt.2 6S43. 

(3) Comune all'arom. e a molti altri dialetti centrali, fino 
al gombit. (Arch. XIII, 320), e risponde ad altri fenomeni che 
si esemplificano per pangqtta pagnotta, mbecìlde imbecille. 
Probabilmente non ha altro valore che di erronea ricostruzione. 

(4) Cfr. n. al nm. 99. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 45 



79. W. valgile vera vardà\ ma gardia Z 15", gardiano 
Z 65% gardar F 29, nantigarda E V". 

80. S. Iniziale in i più volte: zoffià zinfonìa èarafìno -a 
Sarafino -a, zufìa Sofia, e v. nm. 52. 

81. CS in ss: kqssa assènte assukko assìgge; cossa Z 65', 
F 244, massella F 658, essere F 141, «^^zVt) P 88' ; saquà E 
r, risor (= rixor) Z 24"^ (i). 

82. Geminata in cossi F 61, 516, dessegìiare C IV% /!»o^« 
F 61, /'O^^é' F 66, 95 96, possese F 648 (2); iussii Z 5'; (5i?«^- 
semare Z 12'. 

82'''^ Spesso scempia nel Lib. meni. : adeso apreso 
grò so, ecc. 



4." — Consonanti esplosive. 



83. C. Con?,Qr\a.\.o spesso: kanima kalto ma kàre sfekatato 
pakà botteka lako ; confiasse Z 17', confiatore Z 36', cantinone 
Z 64'', scanibetto E T, />at:a E XII % spica E IP. 

84. Dileguo: preo F 417, preote F 292, preare Z 7% v. 
nm. 89 (3) ; ra/Zà rattakàso ratìkola ; rappajo Z 35' , 73% e v. 
nm. 89 (4). 

85. Sdoppiamento: acader Z 28', arrichar C IV', recon- 
tarò F 362, niachà E IV', vechieza E Vlir ; brachi F 191, />/- 
iTo/o E lir, IV, baìcho balchi baioco B passim. 

86. CE CI: zendo Z 5', pozella F 8, 97, 130; /aw^ra F 643, 
canzelleri F 374 (5'. 

87. Q. requete F 314, requederia F 320, qualecunqua 
F 789; chiuncha F 4, qnalunca Z 26', douncha Z 25% C XI', 
aduncha E IX' (od. flf««^« e donka), paschà D 3' ; Xr/^/c /t'm<^ 
killo nm. 125, kolente kustigne [costione Top. 26). 



(i) Esempj consimili abondano nell'arom. {essempio esse- 
cutore essercitare essaiidito cossa) e in diali, centrali e merid., 
Arch. XVI, 43- 

(2) Anche questi sono comuni all'arom. 

(3) Fenomeno ben noto (insieme all'altro del nm. 89) ai dia- 
letti ciociareschi, non ignoto all'arom. (valgano questi esempj: 
Raona Ar- PM. XXXII, 2, dovana tevola Infessura, Ind.), 
si rincontra nel marcheg. ant. e mod., nell'apav. Salvioni, 
p. 7, 25, e altrove. 

(4) Cfr. Append. II e III. 

(5) Da testi antichi rom. lanza zenno azennare, ecc. 



46 G. CRO CION I 

88. G. Spesso k: kocca (i) kallo rekalo likà, ecc. 

89. Dileguo: strea fao (ali. a. favo) Top. 14, aùsto preo- 
lese, nm. 60 ; qui vengono tevola [tevola Z 70') e fràvoìa 
Top. 15 ; rana ramìcca ranco ranfe, v. nm. 84. 

90. GÈ Gì. iebo Z 62' {tote F 579) ; vinestra (per via 
di *jinestra), vinuocco (per via di *jmugcco)\ ainassc, tijella 
fojìne; liendo leggendo F 120, leie Z 64% reÌ7ie Z 62"; {voliere 
Z 13', svoliere Z 13^), poriere Z 76% od. akkqrese, inienocchiar 
Z 15''; rivolzendo P 8 7'' (2). 

91. GN in «: /^«<? seno, pi-ina F t^, preni (praegnis) E IV% 
/•é-w?' (in una carta del 1511); qidnato (3). 

92. NG in gn: agnina Z 62% agniportum Z 92', agnili 
Z 65', arcagnili Z 65'. 

93. T. Conservato in /^"/^ appete, spala F 432 ; patreo 
tnatrea latro, conimatre B 1584 (4). 

94. È scempio in bacche la Z 65"^ ; bataglia F 439; cita 
Z 65' (5); matino F 371, 385, niatina F 170, E Vili'; è^;/^- 
deto Z 16", maledeto Z io", fi?(?2fc P So", disfato E I', IP; ar- 
<:a/à E II" ; pagnote dicidoto ecc. frequenti in B. 

95-96. D. Spesso in t\ vaio sete pete {bete F 447) pre- 
tica konunito vele pituocco (6), mantra Z 71' '^De Bartolomaeis, 
Fior., nm. 46); Matalena F 289 (7). 

97. P. In b: bìiblico B 1552; bete F 447, bedi F 478; 
sbalangà sbinge sblendore F 68, 622, sb tendere Z 17% resblen- 
dente F 630 ; proba ; adubiao F 753 ; rcsibbella. 

98. pavaglione farfalla (od. pavulone) Z 64', paviglione 
padiglione Z 64'. 

99. B. Spesso in v. viato volte vgkka vardella ve'lìkeìo 
vaso (ali. a baso), vestia (ali. a bestia), vracco; vove Z 63', 
varevono Z 62', vastardo Z 67', z'rt^tó E X', vevano bev- Z 69", 
versaglia ; addevitì skaraviigtlo Aquavìvoìa Top. 18, tàvola {tanta 



(i) Ricordo qui yo//fa (Top. 25), che s'incontra anche nel- 
r Infessura (Ind.) ; e nella Vita di S. Francesca suona gioita 
(ediz. Armellini, Ind.), di chiara formazione. 

(2) Alcuni di questi esempj non hanno riscontri a me noti, 
altri son comuni a dialetti centrali e merid., antichi e moderni. 

(3) Cfr. Monaci, Laudi, nm. 20. pretti pregna (ali. a 
prieni), come si vede, è regolare. 

(4) Monaci, Crest. 128, compatre. 
(^5) Va più oltre cidadino B 1552. 

(6) Siffatti esemplari crescono nei dialetti ciociareschi e 
anche in altri (es. nel tib.). 

(7) Anche qui il solito lanipana Z 71'. 



IL DIALETTO DI V ELLE TRI 47 

F 227) nm. 51 ; avvastà, sqrva, corvellare Z 12'; talora finanche 
dilegua: ule, Uìika ni. Top. 22 (i). 

100. È scempio in gabà E VI', VIP ; labora Z 70', 
nm. 109, abrucio E io'. 

100''''. Geminato nei soliti rqbba rubbà libbertà e nei pro- 
parossitomi sàbbeto shbbeto debbeto ecc. 

5.° — Accidenti gener.a.li. 

ror. Accento. Appena da notare privilo mormorio 
Jach 21 (2); e compagina F 25. 

102. Dissimilazione. Oltre i soliti capomìlla pre- 
dissigne (3), vidanna Z 63', contradiare Z 20'', Cristo/ano 
B 1538, moliniento Z 90', sanguilente Z 88', ricordo Pelestrina 
Z 69' ; abergare e Malabergo Top. 20 (4) ; de reto arata proba 
e prqpa merganato rastiello. 

103. Assimilazione. canaria B 1535, kargasso kak- 
kalàvero, malancolìa E V. Per altro si vedano i nm.' 59, 
64, 66, 68-71. S'imputano ad assimilazione anche si qnà, 
si /à, si dove, si dentro Z 26"', si ssà C XI' (5). 

104. Geminazione distratta. CC in re: bisarca 
kularca skakarcìno\ kaperco nm. 57, skapercatore. 

105. Aferesi. Di a- : rpia renga cervo (6) strqlega 
spàreco Scenzia nm. 120, vezzo rotino nitnazzà, Nestasìa nesa, 
lYtqùo A/brqso; more F 460, manza F641, jiita F 226 (7); — 
di e- : redo strazione sercìzi limosina ìizigni ssugà ruzza, Urqsia ; 
ridi B 1536; filia Sopi Z 69' ; — di i-: sto -a sso -a nm. 125, 



(i) Cfr. Monaci, Laudi, nm. 23. Per gli esempj mo- 
derni occorre notare che il v suona lievissimo, come negli 
esemplari del nm. 78. 

(2) Cfr. Caix, Origini, 248. 

(3) Nei dialetti gallo -italici purtescign; — in paesi vicini 
anche Contissigne Concezione. 

(4) Cfr. Monaci, Laudi, Gloss., Armellini, S. Francesca, 
Ind. Caso affine abero arbore, Parodi, Trist. Gloss. 

(5) Giova tuttavia ricordare il s. porsi persino, e i molti 
fi perfì profì dell'arem. Monaci, Crest. 368-60, Stat. 

nem. nm. 28, ecc. 

(6) In dialetti ciociareschi cerevo cerevo (nella Versilia 
cerbo, nel sillan. cervje Arch. XIII, 339). 

(7) juta potrebbe anche essere integro, come monito Z 9', 
monto Z 68 (mone re?). 



48 G. CROCIO N I 

struvìto mirante, ngene vipone, ecc. ; [kotid), locìno nm. 29, 
nanti E V' {nmitigai-da nm. 79), namorato F 216, 515, mesca 
nm. 69, mardo nm. 64; — di o- : skuro razione Uva -eto ni 
{nisembre sempre), mecidio felloìie ; spidalc E IP ; — di u-\ 
no na, nguento; — dì au-'. refice; celiare Z 20', scolta E III', 
scottato F 2. 

106. E 1 1 1 i s s i . froce tribbile prò suprigre nfrigre, kra- 
ttira (i); biasnio F 572, biasmare P 87' [battesmo B 1583), ;;/<7/- 
</zV^ Z 6', mal/are Z 52', inernare Z 13'', nm. 66, mercordì 
B 1586; spirdo -aio, frhnkolo frustiero (Q/ro-); frostero Z 73'. 

107. Apocope. I soliti vocativi Mari Tere Luì, ecc., 
gli infiniti canià vede kure sentì ; inoltre fa fame, kà cane, pà 
pane; te tiene F 126, si nm. 103, Di Dio (in proclisi). Cade 
r -i nelle uscite -a/ -07 : kra, fa va sta farà vedarà, vug 
(2" pers.), pg dapg. 

108. Prostesi. Di a-: avardà; arobare Z 21', C XP, 
arrobato E IV', appensatamente E VIIT (2), avantar E P, IV', 
adatmata F 253, ademesso F 329, adomandata F 355, acconvenir 
C X', amalata F 168, abrusciare C IIP, augni B; arecordato 
F 286, arecommando F 177; — inoltre ezafino F 185; smerko 
-a, sbordone F 19; ntenàìe. 

109. Epentesi. Di r, nm. 60; di z': ^àz^^ro pi. kàvoci, 
skàvezo, sàveco pi. sàvoci (per via di * kàoco, *sMozo, * sàoco), 
fevoce (per via di feuce Top. 14) (3), laverà pàvelo nm. 15, e 
V. nm. 78, nei quali esempj tutti il z/ rompe lo jato ; inoltre 
i soliti pagura F 399, ÌMagomecte F 169; menzo B più volte (4), 
rentorta, pedìi nm. 60 ; — di vocale : sgleko kalekano {sleale- 
katiasse), faleconi F 627, poriga Z 36% {alecuno Z 26'), elomo 
F 344, pellemgfie skalenià vglepa pglepa [poleputo) skarapello 
(skarapellind) ; làbora Z 70% zarabgllo taratiife'to, varevono tara- 
lato {tarolo Z 71'), areme F 451, paretirello partirlo F 139, 
nm. 22, spariveri Z 73' ; fra i quali colloco immeriaco Z 68' 
e gli infiniti del nm. 22 ; aguaitar Z 20' (5). 



(i) Questo è del romano antico e odierno, del marche- 
giano, dell'umbro, ecc. 

(2) Nell'atosc. appensare Parodi, Trist. Gloss., e v. less. 

(3) A kàveco sàveco ecc., timidamente si vanno sostituendo 
kargo sargo skarzo férge, v. nm. 52-53. 

(4) Comune nel rom.. nel macer., nel camer. e cfr. Arch. 
XV, 44. 

(5) Neil' lNFESSURA,^«azVc, e cfr. Kòrt.2 10334. Ricordo 
qui ntrondato intronato, Jach. 16, ma cfr. anche nm. 75. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 49 



no. Epitesi. niene F 640, ène F 641, 644, sine F 715, 
vaile F 313; serae sarà P 90'. 

111. Concrezione. Dell'articolo: lua lìpera (i) (n. 
ìpera), langa laskarola, lo lavo Z 69', lo lagio B (od. latteo) 
[a Terracina lini un fosforescente marino ' ignis ']. 

112. Discrezione. astrico B 1533, tiferò, Sabetta 
Elis-; veTtchclo. 

113. Metatesi. Pel r v. iim. 61; si aggiungono ^yo//a 
{groliarcse Z 23', ne grolieris Z 73'), krila, se pur non si 
debbano a dissim. (per via di * groria ecc.) ; pel /, notevoli 
calvacare F 680, 729, 746, scalvacare F 710, 749; di s\ sga- 
inìro, ed anche il tipo straparla; di vocale: ziizaina e forse 
baréiìere, v. nm. 24. 

114. Scempiamento. V. nm.' 62, 66, 85, 94; ag- 
giungi opiato. 

115-116. Geminazione. Oggi hanno forza raddop- 
piativa e se (o si) ke, a da pe ko, là, più, e è, o vuole, so 
sono, ki ka nm. 126, e forse anche altre ; in F, e se che (e co) 
a, de a, le ine, fa fu, spesso raddoppiano la consonante se- 
guente. Per altro cfr. nm. 58, 63, 82. 



II. — APPUNTI MORFOLOGICI 



i." — Nome. 

117. Metaplasmi. I. Maschili di terza in seconda: 
sàveco nm. 55, qstio, maro, plico nm. 53, sergo, lebro bqvo, 
ceco, kollàro ; leggo, de paro ; coro F 58, presento F 46, 
nomo F 63, grande F 700, novembro B 1542, soltembro sett- 
B 1552, ventro P 87', càviiso (da un testam.). — II. Fem- 
minili di terza in prima: vgrba nm, 52 (ali. a volepa nm. 109), 
karga nm. 52, farga nm. 52, inogliera F 711, grua E IH', 
incotina Z 65' nm. 14, ronnina Z 73'. — III. Femminile di 
prima in terza: pulente. — IV. Maschile di prima in seconda: 
bqjo, artisto. — V. Residui della quinta: vecchieze F Vili', 
parenteze Z 73', gentilezc F 695, certeze F 533, itifanteze F 474, 
facce F 780 ; della quarta : le mano F 524, 65S (2). — VI. Sin- 



(i) Cioè la uà, la ipera, cfr. Salvioni, Fon. mil. 177, e 
qui nm. 51 n. 

(2) Cfr. Monaci, Laudi nm. 36, .Stat. nem. nm. 24, 



50 



G. CRO CTONI 



golari in -i: salteri F iiS, presoneri F 419, cavaleri F 341, 
345, 369, canzclleri F 374, scodcri F 241, destreri Y 412, 414, 
incenseri Z 68', becchieri E V (i). — VII. Singolari in -e: nuic 
{galantomé), lope nm. 38 (2). 

118. Genere mutato. I. Femminili in maschili: sta- 
rlo (3), kortecco, cìnieco; lo albe F 28. — II. Maschili in fem- 
minili : kapa, arata (ali. a rata), pertikara, (si conserva fem- 
minile dì (4) ; saranno nati femminili skana, kgnta, uiucca) ; 
ammirallia F 756, versaglia E IX', traballia F 776 (5). 

119. Plurali. In -z: óti (6), bandcri F 206; — in -e 
(v. nm. 26) : le notrice F 87, le maire P 87 ; e a maggior 
ragione in casi di concordanze desinenziali : tale cose E V' , 
cose celeste Z 2', le dolce promese P 86', queste membri do- 
lente P 87 ; anche ove E IV', e mane (ali. a mano) E IV'. Plu- 
rali della prima in -a: ora (e vgra nm. 78), pelata (7), cerasa; 
pera, melella. Neutri plurali : fokera, fìkora (8), pehora, 
lena, sgleka, macella, onessona, « omnes-omnia » tutto quan- 
to (91 (oltre ai nnll. Ceppeta, Farneta, Cereta, Praia, Possala, 
Top. 13-15), vaca B, castella F io, ramella F 788. 

T20. Casi. Nominativo: mate, paté, sore Arch. II 427, 
la peco Z 65', E IIP, V", Scenzia ascensio Mussafia, Beitr. 



(i) Esempi simili anche nell'arom., cfr. inoltre Salvioni, 
St. fil. rom. VII, 228. 

(2) Ma cfr. Salvioni, St. fil. rom. VII, 190. 

(31 Anche nel son., e, fuori di regione, nell'ant. arcev., ecc. 
Ne è chiara la ragione (cfr. Salvioni, St. fil. rom. VII, 217), 
la stessa che nei seguenti: la rato per l' ar-, la miraglia per 
l'am- {ma lo miraglia F 775), la versaglia per l'av-, v. nm. 118; 
e nell'anconitano gnu unghia. Così una ammalia Monaci, 
Crest. 316, la Coèdra ni. per laco edra (lacu vetere. Top. 
21-22), e anche, se ben vedo, li berenacci per l' ib-, v. less. 

(4) Nell'arom. (e pur nell'alt.) dia Vattasso, Less., e 
die Monaci, Crest. 130, cfr. prov., ecc. Traspare femm. 
anche in iterza less. 

(5) Monaci, Crest. 119, la mia travagla (Guido della Co- 
lonna) ; ■ — nel son. esàmena che è deverb. 

(6) Nel tib. frunni banni scali ecc., per altri dialetti vedi 
appendici, e cfr. Monaci, Laudi, nm. 37 ; Pelaez, Vis. S. Fr. 
nm. 40; Salvioni, St. fil. rom. VII, 186-7. 

(7) Cfr. Salvioni, ivi, 191. 

(8) Cfr. append. 

(9) Cfr. Arch. IX, 54 n. ; KÒRT.2 6694. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 51 



104; dal plurale è kàpito\ anche qui i vocativi apocopati, 
V. nni. 107. 

121. Articolo. Con le forme italiane convivono oggi 
o, a, e {1) Q gli i (es. gli kàvoci i calci), e pel maschile anche 
r {der, dar, ar, kgr, ner e nder (2)) come nel roman. Nelle 
scritture antiche i soliti el. Iti e lo, v. nni. 105. 

122. Numerali. do, doa e dova {docento), guaito, novi 
idiciiinqvi), vinti, doi hoineni D 4', doi palmi C V, doi cava- 
leri F 576, doi muli F 623, ma anche doi martore E II', doi 
sorelle E IV', ali. a doe donne, doe cose D 4% ecc., docento 
F 37, 779, ambadoi F VP, ambedoi F loi, novi B 1542, 1558, 
dece E IT, IV" (e deici B 1542, nm. io n.), quafodraci q qua- 
tedraci B (molte volte), qninici B 1538, dicidoto B, vinti B. 

123. Pronomi. I. Personali: Ho F 357, 387, i P 85', 
88', dolorosa mi F 44, 276, de mi, con ti E VII', nga e nova 
noi ; nui F 78, 528, nuij F 522 (a ndui F 611) ; — voa e vgva ; 
vui F 687, ecc. ; — 6» lo, / li, a la, e le (v. nm 121); ilio egli 
F 9, 434, ecc., /«/ a lui F 109, 167, 169, ecc., // a lei F 255, 
li a loro F 578. Particelle : me è venuto E IV' , me integna 
E 4, fne hai consolato E I", donatnc F 384, facceteme F 389 ; 
proveditence F 302, provedice F 297, semonce recordati D 17', 
sice ci si F 513, since ci si F 318, 605, 614, canee che ci 
F 181 (3); -- volliove Fi; — se mossiro F 35, se scosare 
F 252 ; chan de che ne F 70, se nde se ne F 482, 734, me nde 
me ne F 562, ènde è F 786, gcvande givane F 525 (4). 

124. II. Possessivi. mio, tic, sio, mii, Hi, sii, mia, tia, 
sia, mie, tic, sie (5); mei F 178, tnee E VP, B 153 1, in li mia 
brazi P 85' (6) ; toi E II", IIP, toi cose D VIP ; fellioto, fellito 
nm. 13. Per mostro, vigstro, v. nm. 3. 

125. III. Dimostrativi. V. nm.' 4, 9; inoltre: ssg -a -i 



(i) Cosi in altri dialetti laziali, nel reat., in qualche ver- 
nacolo marcheg., senza dire del port., del rum., ecc. 

(2) Il r è tutto moderno, v. nm. 52 n. 

(3) Di simili forme abonda l'arom. (Vattasso, Armellini, 
Infessura, ecc.), e serbano traccia, se non erro, il tib. isenci), 
lo zg. {secce) e il s. {nòe), e dialetti meridionali. 

(4Ì Monaci, Crest. 121 (Lib. yst. rom.) retornaosende \ e 
cfr. Arch. XVI, 44. Nel ba. s'usa tuttora ne a n tì. noi, ne. 

(5) Cosi nel nem., nel civ., nell'arom., in vernacoli cio- 
ciareschi, ecc. 

(6) Per questa notissima forma onnigenere e onninumero 
cfr. Arch. XVI, 46; St. fil. rom. VII, 197, ecc. 



52 G. CRO CIO NI 



-e, sto -a -i -e, testo F Vr, VIIF ; kissàtro codest' altro, kil- 
làtro quell'altro, nm. 53. 

126. IV. Indefinili. ka kàke qualche, kàkiduno qual- 
chuno,/»^ poco, «/ogni, ««;w ognuno, ììimno nessuno, oùessona 
nm. 119; ciasche F 79, B 1534 (i), ciascheuno F 99, 465, 505, 
alccuno Z 26" nm. 109, qualechcuno F, 372, qualuncha Z 26', 
C Xr, chiuncha F 4, qualccuncha F 7S9 (2), contaiito cotanto 
F 213, 449 (3). 

127. Comparazione. piò nm. i^,fortesst'ìna nm 13, ina- 
jorissima F 49, ^z bellissima F 47, fc^5Ì grandissiino F 290, 
<^^« docento passi larghissima F 7S0 (4). 



2." — Verbo. 

Indicativo. 128. Presente, pi. i" p. cainemo, vedeìno, 
sentenio\ 2' p. -ete (5); 3" p. càineno, vedeno, senteno; — no- 
tevoli: piaco piaccio E Vili", palo F 268, inoro F 277, atnamo 
D 6", partete F 366, recolite E IIP 

Imperfetto. Desinenze : -ea, -ei, -ea, -enimo (e -àimnio, 
-amntó), -este, -enno {carnea, ecc.); parteva F i^\, /crea F 254, 
410, convenea F 290, 293. 

Perfetto, tipo debole; con. i", desinenze: -à (6), -esti, -à, 
-emmo, -este, -erno (e -enno, -jerno, e, ormai raro, orno (7)); 
rccordairnc D 17'', recordastite D 17% filliao F 83, niandao 



(i) Comune nell'arom. (Pelaez, Armellini, ecc.). 

(2) Cfr. Monaci, Laudi, nm. 42 (nel Lib. yst. rom. 184, 
alequantc), Mussafia, Kath. 62. 

(3) Pare formato per ravvicinamento ai composti di cum, 
ma non si esclude la possibilità di un errore. 

(4) Parodi, Trist. nm. 77: tanto cortesissimo, tanto bellis- 
simi. 

(5) Tale conguagliamento analogico delle desinenze -amus 
-atis, -abam -abas ecc., a quelle delle altre coniugazioni, 
di cui non vedo esempj presso gli antichi, si estende, per 
tacer dei lontani, ad altri dialetti laziali, e ad alcuni dell'Umbria 
e della Marca. 

(6) Cfr. le appendici. Qui basti ricordare che a Sennino 
e a S. Felice Circeo ad -avi e -avit si risponde per -ò 
come in più vernacoli marchig., v. Salvioni, St. fìl. rom. 
VII, 207, Arch. XIII, 312. 

(7) -orno era comunissimo nell'arom., nell'atosc, nel- 
l'aumbr., ecc. Cfr. Parodi, Bull. soc. dant. N. S. Ili, 128. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 53 

F 348, ingravìdao F 17, prestaoli F 315, voi amasti D 6" nm. 31, 
ìntraro F 22, amazaro F 37, amarìio D 6', recordarno D 17'; 
/o//^/ F 434, />(?/(?<? E Xr, abacteo F 428, abacfio F 414, ^«rf/c» 
F 245, inorio F 86, yfer/o F 413, partorero F 81. Tipo 
forte : parse F 308, aparse F 619, messe F 327, w/.v.y^ F 432, 
morse B 1542, respuse F 109, 159, 167. 

Futuro. Desinenze: -aralo nm. 40 n., -a?vìr nm. 107, -ara, 
-aremo, -arete, -arao (e -avo^\ retor?iaragio F 685, serveragio 
F 771, farajo F 237, tellerajute toglìerotti F 638, amareti 
D 6" nm. 31 (i). 

129. Condizionale. Desinenze: -aria, -arìssi, -aria, 
-arinimo, -aressivo, -arìnno ; ainaria, amarli, amarla, amaremo, 
aììiariate e amarafe, amarìatio D 7', paterii soffriresti E V (2) ; 
lasshra F 165, pensara F 294, talliàra F 798, tenera F 280 (3). 

Congiuntivo. 130. Presente, oggi raro, usandosi in 
suo luogo l'indicativo, ma nei testi: ante, ame, ame, aìiiemo, 
aiìiete, ameno D 7', io maude F 269, io devcnte E VI', io ciance 
E Vr, lassemo E X'', retornete F 368 (4). 

Imperfetto. Desinenze : -essi, -essi, -esse, -essimo (e 

-àssimo), -essivo, -esseno; amasse, amassi, amasse, amasse ino, 
amàssete, amàsseno D 6", io devesse, sapesse P 85', fiisse D 12", 
fosse F 59, aiutasse F 357, amasse F 358 (5). 

131. Infinito, nm. 107, e nm. 22. 

132. Participio. Passato: legguio, traduto F 676, 
fendo F 635 ; areggiofiato ; trovo trgnko pista stqkko (6), arq- 



[\) A titolo di curiosità ricordo vivepero vivrai (nel detto: 
mìtti piperò ke bbenc vivepero), che può rammentare, pel suono, 
un futuro latino, come videberis. 

(2) Neil' Armellini, Indice, potieri potresti. 

(3) Tali forme mancano nell' od. veli., ma riappaiono a 
Sezze, Arpino e oltre. -Superfluo dire che sono frequenti 
(per tacere del port., dello sp. e del prov.) in rimatori antichi, 
compreso Dante, cfr. Mon.'vci, Crest. 316, 369, 470, ecc., 
Parodi. Bull. soc. dant. N. S. Ili, 132, Arch. XVI, 48-9. 

(4) Queste desinenze -eiuo -etc, sono note anche all'arom. 
(Monaci, Crest. 368, Laudi, nm. 46, Armellini, passim). 

(5) Era normale nell'atosc. (Parodi, Trist. nm. 88, e 
Bull. soc. dant. N. S. Ili, 129) e nell' amarch. (.Salvioni, 
Pianto, nm. 37). 

(6) Par quasi inutile avvertire che sono, insieme a molti 
altri, comuni a tutti i dialetti centrali, compresi i toscani. 



54 G. CRO CIO NI 

prò, puto, scento \ scuresso (i) ; — presente: petente e pezzente 
(mi. puszente) pe telante kolente. 

133. Gerundio : desinenza -amo per tutte le coniugazioni. 

Verbi notevoli. 134. essere. so D 7', si E IT, 
F 296, senio D 7", F 470, sete D 'j'', sonno E VP (2) ; — note- 
voli queste forme con enclitiche : io somme, tu site, quello 
esse, 7wi semonce, voi seteve, quelli sosse D 15^ ; — erimo 
{ermo e etnmo), eramo D 7' 8% erate D 7'; — foi D 7', 
F 276, 642, fo F 93, III, 125, fommo D 7^, foro F 38, 87, 
forono C VP, fumo e funno; — j^^r<) D 8% //^ serra D 16^, 
seremo -eie -ano D 8'; — forìa e /"«- sarei, yi^ra sarei D 8', 
forìace sarebbeci F 749 (3), sarremo, foramo (o forramo) sa- 
remmo D 7' 8^, forìance sarebberci F 731 ; — singa sia, .s/'a/z 
siate P 89' ; — fitssivo foste ; — esse. 

135. avere. alo à à emo ete ao {avo) (4), aj'o F 273, 
E P, agio F 269, aji F 186, ave F 220, 241, abe F 303, 
az'^rf? P 87, àveno F 752 ; — ea ei ea ecc. ; appe F 241, 722 (5), 
abero F 253 nm. 8 n. ; — aralo ara ecc. ; /larò F P IV^, 
avereino F 78 ; — ai abbi F 284, agi abbia E VIP, abia abi 
D 7"', aviati P 86' ; — arrìa P 87'', averrìi avresti D 7% flz/^- 
r«W(? avertamo avereamo avremmo D 7', avertale avcreate 
avreste D 7'; — avessivo aveste, avessemo avessete avesseno 
D 7'; — auto F 545. 

136. andare. anno vo D 15"^; — annava D 15'; — 
annarò D 15'; — rtwwrt va D 15% anda F 518, ànace vacci 
F 731, anàmoce andiamoci F 212 ; — anne vada D 15', 
annato D 15% ««rtifc B (6). 



(i) Andrà con lesso (ali. a liesso) e elesso dell' arom. (Vat- 
TASSO, loi, Armellini, 104, 151, 191, ecc.). 

(2) Superfluo avvertire che sonno è analogico di panno, 
vqnno, ecc. 

(3) Neil' arom. forìa e forrìa (Monaci, Laudi, nm. 47), e, 
oltre il solito fora, anche forse -ero (Monaci, Crest. 127, 
368, ecc.). 

(4) Da questa forma ao avo (che s'incontra anche nella 
Kath. del Mussafia, nm. 99) saranno attratte stao stavo, fao 

favo, vao vavo, sao savo, dao davo (e i futt. darao -avo, cania- 
rao -avo, ecc.), nonché veo vevo vengono, teo levo tengono, 
vgo vovo vogliono (nel ci. au, fau, vevu, ecc.). Si vedano 
Meyer, Rom. IX, 192 e, qui appresso, le appendici. 

(5) Forse va col ben noto sappe (Infessura, 41, Arch. 
XVI, 48, ecc.), vivo ancora qua e là. 

(6) Cfr. Parodi, Bull. soc. dant. N. S. Ili, 130. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 55 



137. vadere. vaio va va vao {vavó); vaio D 16'; — 
rea andava; — varalo andrò; — varia andrei. 

138. ire. jamo (e riamo) eamns, j'ate (e nate) eatis, 
nm. 39 n., jamo F 431 ; — giva D 17% già F 408, gevande 
givane F 525; — girrà D 17^; — ì isti ì emmo (e ammó) 
este {& jesté) essivo enno {^ jerno)\ — \\ — gito D 15', 17^. 

138'. yar^. fecea F 52, 117, 176, ecc. nm. 16; — fe- 
cisti P 88' ; — f aralo e fatar alo ecc. ; farajo F 237, farraji 
F 2"]^, /acerete F 370; — fazi faccia nm. 86; — farete farti 
F 76, fàreli farli F 200, nm. 22. 

138-. dare. dqngo do, daemo E XI' (i) ; — dede F 760, 
rf^wé? F 736; — darà lo ecc.; dati diate nm. 31 ; — dàrese 
darsi F 656. 

138'. venire. vei vieni E Y% II" (2), venete F 554; — 
vence venne F 331. 

139. vedere. vidi vidi F 719; — vie vedi P 86', vidi 
vedi E V"^ ; — vederaji F 277. 

140. stare. stango sto, staetno E XI'; — stinga stia, 
.^tó// stiate P 89' ; — stammo stavamo ; — stemio e stelletto ; — 
staesse E X'. 

\à.\. potere. potè F 318, potemo F 763; — porrete 
F 606; — /c^/fi? F II (3), poteo E Xr ; — poter enc potrestene 
F 776; — pozza ecc., possale P 86' ; — /f potesse F 293; — 
/^«/o Jacli. 35. 

142. dire. dicele F 145 ; — detntne nm. 13 ; — dicere F 3. 

143. dovere. debio E XII "■; — deveressi dovresti F 214; — 
devamoce debbiamoci F 454. 



(i) daemo, come staerno staesse nm. 140, trovano riscontro 
in staiemo staiendo e staendo (Liber yst. rom. 190, 195), in 
daendo daìa daìte (Monaci, Crest. 465-66), in staiemo (Arch. 
soc. rom. st. p. VII, 120), in staesse staessimo staendo e daesse 
(Infessura, 73, 113, 133, 135), cfr. Caix, Origini 236-237, 243, 
e ora Monaci, Sulle formole volgari dell'Ars notarle di 
Rainerio da Perugia, nei Rend. dei Lincei, sett. -ott. 1905, 
pp. 273-274. 

(2) Esempj uguali e affini nelle antiche scritture romane : 
vei (Vattasso, 77, 82), veo viene (Vattasso, 63, 72, Pelaez, 
S. Fr. nm. 47), conveo conviene (Vattasso, 42, Armellini, 
Ind.), liei tieni (Monaci, Laudi, nm. 43); e anche sostei so- 
stieni (Mussafia, Kath. 99). 

(3) Tale forma (cui si unisce il ba. vòlte, che è pure abr. 
Arch. XII, 190 n.), è diffusissima, cfr. Miscellanea Monaci, 
p. 120; St. fil. rom. VII, 109; Arch. XII, 190, XVI, 48. 



56 G. CRO CIO Ni 

144. sapere. saccio F 186, sape F 147. 

145. volere. onno, vòletio F 581; — volta F 250: 
volsi E IIP; — volerla F 602; — io volesse F 166. 

145''''. vincere. vikko vinto (i). 



Indeclinabili, 



146. Congiunzione. ka dgnka (ali. a dunka), adunka 
E IX', /»«ro eppuro, /orsa E XII' (forsan?), scibbenanke , 
secomo siccome F 590. 

147. Preposizione. uer nder nm. 121, in nelli 
Z 24', in nello Z 69', 2« nella B 1531, ?«<?//(? F 164, su nella 
F 82 ; kg, de, nfinente nzifienle Arch. VII, 548-9, vierzi mmieri 
nm. 69 {inveri F 408, invero F 321); .y«.r<9 F 422, jusso ^ jusn 
Z 5', iìi Z 26', E XP, C XP, olirà F 564, incontra F 36, 
«a«/z nm. 79. 

148. Avverbio. Di tempo: ino mommo pg dapg 
nipopg, poi l'altro yurno F 734, crai F 36S, crai mutino 
F 371^ 385 390, crai de mulina F VIIP, maji F 150 (2), 
ntromento (3), toma iterza musserà maddimane primo B 1589. 

149. Di modo : a dir giti stracingne bello kgmme {sikkg>nine), 
corno F 5, 239 {sicomo F 345, 402, 440), cossi (ali. a accossi), 
appensatamente F VIIP nm. 108, malevasamente F 402, inmu- 
levasamente F 338. 

150. Di luogo : dg ndg addg a ntìngnte in alto, a bballe in 
basso, ud alo (ad altum) su, areto dereto drento sgprc fora, 
/ore Z 2', 8', 25', 26', indrieto e ndreto P 88', da lon^a Z 8% 
C XP (4), douncha Z 25', 26', dovunca C XP, insemi Z 15', 
C VP, insembla F 654, insemore F 6, inseinoramente F 78 (5), 



(i) L' arom. (Monaci, Crest. 128) conosce vicquo vinto, 
da fit^«^ vinse ; nella Kath. (Mussafia, 114) viquette vigilesse. 

(2) maje si legge nel Detto di passione (Pelaez, Miscel- 
lanea Monaci, p. 120), magi nel Liber yst. rom. (Monaci, 
Crest. 130); e cfr. Arch. XIII, 317. 

(3) Nel ci. ntromente, nel tib. ntremintri (e ^nintri). 
Ometto le corrispondenti forme abruzzesi e meridionali. 

(4) Così in Vattasso, 63, 78, e altrove. 

(5) Nel ceccan. insemmora, nell'arem, inseminori (Mo- 
naci, Lib. yst. rom. 188), nell'achiet. insemoru (De Bartho- 
LOMAEis, Fior. nm. 88), nell'abr. nzimbre, e cfr. Arch. XVI, 50, 
KÒRT.2 5036. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 57 

ssà C XI% sin ssà C XI', dessà C XP (i), stì C XP, de sii 
C XP (od. stiai2)), de sta C XP, i/là F 649 (3), della C XP, 
Z 26', F 50, loco F 463. /<? eo Z 35'' (errore?), rfo««^ qua- 
nam C XP. 



APPENDICE I 



Civita Lavinia, Nemi, Ganzano, Ariccia, Albano. 

Tranne V-ii, e le peculiarità velletrane (nm.' 3, 51, 57, ecc.), 
le condizioni sono presso che eguali. Dei vernacoli di Al- 
bano, Ariccia, Genzano basti notare che vanno gradatamente 
inclinando verso il romanesco, sia con lo svolgere maggior- 
mente il r dal L, sia col ridurre in più malcerti confini i 
fenomeni metafonetici. A Civita Lavinia e Nemi si conserva 
1 '-a- degli sdruccioli [Stefanu tàrtaru tràpanu stòtmnaku Cesari), 
il nesso LJ viene a j {famija paja ecc.), e il pron. possess. 
suona miu tiu siu, mea tea sea, mei tei sei (ali. a miei liei siei), 
mee tee see. Ricordo anche Paulu khvulu làvorti (nm. 15), 
kàiici sàuci (nm. 55), càée -gni -ette (nm. 56), racco ali. a vr- 
(nm. 99). 



APPENDICE II 



Nei dialetti di Valmontone, Labìco, Zagarolo, Segni, Mon- 
telanico, Carpinete e Cori la metafonesi opera costante e uni- 
forme ; nessuna vocale più si frange in dittongo, e tutto il 
vocalismo consuona, quasi a puntino, con quello d' Alatri 
studiato dal Ceci (Arch. X, 167-176), che poi rispecchia, senza 
divergenze profonde, quello di Campobasso, prima illustrato 
dal D'Ovidio (Arch. IV, 145-184). Ond'è che restringo 



(i) Vivi anche oggi ssà e dessà; forme analoghe, nelle 
appendici ; cfr. St. fil. rom. IX, 638. 

(2) stì i s t i e oggi sopravvive solo in stia usato per im- 
porre la fermata a buoi, cavalli e sim., come altrove s'adopera 
lì i 1 1 i e . 

(3) UH è nella Kath. del Mussafia, Gloss. s. v. 



58 G. CROCIO NI 

in uno i varj schemi fonetici dei territorj esplorati, che pur 
sono geograficamente l'uno dall'altro discosti, e indico, ove 
occorre, con le solite sigle i fenomeni peculiari a ciascuna 
città. 

1. pedi (mi. troppedi) lepri; zg. e vieni, te tieni; denti 
vermi serpi versi belli spekki; perdi vesti senti servi spenni 
(e. anche sidi miti, sinti spinni pinti., crp. sinti). vento 
letto raperto appresso kortello sorelo vekkio (crp. anche mo- 
minto ciminto) ; — ceco, feno celo. 

2 . boni novi lenzgi ; nioi inori kgpri ; fossi korpi gkki 
morti tosti kotti ; parti storci possi tu possa (e. anche muvi 
lugli purti puzzi). bgno ngvo lenzolo; kgtto kgrpo nostro, ecc. 

4. piri niri spiti piji vidovi, friski sikki kaìtistri sorikitti 
(mi. soricìkki) killi kissi kisti, bivi, i e vidi, mitti. piro 
niro vìdovo ; frisko kanìstro kisto kisso killo. 

5. rini serifii, iitisi paisi Korisi Motttelanikisi, kridi, ecc., 
V. nm. 9. scrino sio ntiso nipiso, ecc., v. nm. 9. 

6. /unni inunni fumi ursi puzzi, ecc. funno viumw 
ruspo puzzo (zg. aicsto, e. sìiliko), ecc. 

7. dutii annudi stili nu vu furi deluri pasturi spazzaturi 
rasuri birbnni makkaruni, furuni, arepuni t'assuri. dinio 
annudo rasura, ecc. 

8. zg. merko allegro. 

9. rene serena paese Korese ; kredo, nm. 5 ; strea sekka 
freska kesta kessa kella tetto, nm. 4. 

10. pede lepre (crp. pekó), preta vckkia pelle verme (crp. 
ereva); melo sedo, sento perdo pretenno, ecc., nm. i. 

11. bona nova broda qva, fossa kotta morta porta, movo 
kqpro, porto storco, nm. 2. 

12. ora adgre birbgne, egli dgna adgra arepgnc, nm. 7; 
kgrca vglepa {sgleka), pgjtta ggnta, do ndg, rgmpo rgvipe, ecc., 
nm. 6. 

17. stqniniako tràpajw tartaro, ecc. (zg. anche niimmaru 
kiàkkiara), stevano, ecc. (crp. stqtmneko, arìveno, ecc.). 

20. zg. destante decina, ecc. 

21. zg. aremmokkà arekordà arebattc, ecc. 
27. zg. ide (e ite) vedere. 

34. zg. fujetta kustà napuletàni; e, con questi, vikulettu 
diaulàccu appennulgni taulhiu, e, di postonica, pàulu diàulu 
kàuli spettàkulu sciàbbula, ecc. 

38. spekkiu tuttu fiatu pizzu Igku, ecc. e così sempre 

40. fìjo inija qjo mgje, ecc. 

41. zg. facgli adàco, ecc., v. nm. 80. 
SI*"'', zg. rinzgli. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 59 

53. zg. àdro, ota, dgci, ecc., e. fàrga -ila (ali. a fàoca 
-ila), crp. faocila. 

55. e. skàviizo -à inevoza; — zozàìkkia. 

67. NT costantemente in nd : endu sandu sendi nende 
quando, e anche n dandi, non direa, « denibu, ecc. 

72. zg. MP in tnb: tembii sembre kambà konibà zani- 
bata jenibi, e anche m bapettu, ni bassu, grani bekkatu, ecc. 

76. e. boscìka, acrp. bivo. 

80. zg. stracittà, nicunu, niarkicanu, ecc., nm. 41. 

86. zg. azzennà arezzelà. 

89. GR : ratine russo grosso, ranìcco rlinola ratino, rungo 
ramicca rena. zg. rànitia ratio r ottoni rappàjo rattakaso ; 
qui pongo reazzo, bigtizu, la azza la guazza. 

90. crp. fujettne, struje tnanijà ; mi. jennero frqje skar- 
sijà ganìj'e. 

91-2. mi. tizitigà prungo rungo ngunokkià Arch. XV, 261. 

93. zg. kadasta kadafargu ajudà madarazzi /rade prede 
deredo quadrini, ecc. e. TR : aro nm. 125, perone {appe- 
ronàsse) Per uno (Petroneu?) peria parilo tuo padre; mi. 
Pruni Pareto màrema, ecc. 

95. La preposizione de viene, per fatto sintattico, a e. 

99. e. volli vava vìizziko, ecc. ; racco (zg. racca), zg. 
ceree Ila, la gkka. 

102. mi. kotnmertazigne. 

103. mi. alimale, Lonziata Nunz-. 
105. mi. ceto cerbgne, acrp. rare. 

108. e. nesce nescìto ; jazzà alzare. 

109. mi. libbero libro, ottgbero tiovenibero docenibero sot- 
tenibero, venneridi, Valeniontgne polenwnita salevà (Saleatgré) 
àlema ; inoltre : ntretesse, azzirimato. 

113. mi. tranià trainare. 

115. Frequentissima, nello zg., la geminata iniziale, ma 
la incostanza grafica delle rime che abbiamo sott' occhio, ci 
distoglie dall' assegnarne regole certe e rigorose. 

117. I. mi. latto pescio satigo fìirmeno kano filgno ecc., 
nm. 109. VI. mi. krapàri, krgci tigci siti, tnani kàoci, kggli 
collo, kani cambio ; zg. gei puci krgci sgrici dgci fgrti. 

119. e. karti fontani pgrti, ecc. sono comuni ; zg. oli 
skali botti, ecc. ; zg. pi. neutri in -e', tiqme lume trqnite, ecc. ; 
mi. Iùnior a kàpora kàinpora fìkora tioniera. 

120. mi. tremo. 

121. crp. jg j', mi. jg Ig, e. jg Ig e ji li anche pel sing. 

122. e. cinko gito deici, nm io n. ; imici diidici iridici 
quattordaci quìnici sidici vititi. 

123. zg. eo eu, nga ga e vga; e. je; mi. eo je jeo jejo e 



6o G. CROCIO NI 

anche é\ a Gorga (presso Segni) éjo (i); sg. une voi, mine 
noi; comuni: ko7i meko, kon teko, kon seko, kon ngsko, kon 
vgsko. 

124. zg. nieu teii seti; e. rnejo tejo sejo (e me te se)\ vm. 
niea tea sea, lab. pi. mie He sie\ nostro vostro. e. i soliti 
pàrimo e pàfrinto, fràtimo, màroma e màtronia, ecc., nm. 93. 

125. e. aro atro (e anche ardro), kissàro killàro, ecc., 
né sapresti ben dire quale predomini nella elisi. 

126. zg. qua quaduiiH quàdiinatru ; e. qua càkiduno kinkxi. 
128. salevimo maniìno stimo ficiino simo imo dicimo volirno; 

salevite inanite ficite site sapite dicite; otano conienzano, ecc. 
(crp. arìveno màneno), piàceno vedeno; forme notevoli: e. ao 
fao, ecc., 00 vqo vogliono, pqo possono, stqo stanno, teo ten- 
gono, veo vengono, ecc.; mi. ao stao vao, ecc., e vaio voto 
poto teto veto (2) ; cosi nel crp. che ha pure diko dicono (3) ; 
vm. ao (avo) stao, ecc., e tievo e tevo vievo e vevo, ecc. ; 
zg. ago e qgo hanno, ago vanno, /ago stogo sago pqgo ego e 
vego tega, ecc. (4). 

Imperfetto. zg. pi. i' pers. hiameàmnio steànimo, ecc., 
2" pers. kiameste tokkeste, ecc., 3' pers. kiameano\ vm. kanii- 
neno kiameno voleno vaio steno. 

Perfetto. mi. sing. pers. i" e 3* -à, e. pers. 3* -é 

{/asse reste lancie je andò) e -este {mireste mirò, steste stette, 
dikeste disse, e non so quali altre); pi. pers. i', zg. kiamemmo 
manemmo, ecc., ideinmo, pers. 2' chia^neste, ideste, pers. 3* 
Idamanno, idìnno dottino dovettero, e così sempre ; pers. 3* e. 
karekerno covienterno , ecc. ; mi. kiainero nkarero nkontrero 



(i) Cfr. D'Ovidio, Arch. IX, 28 segg. Si riducono 
tutte ad eo, per apocope e, e jeo, mediante y, elemento asci- 
tizio, il quale propagginandosi dà jéjo. YJ ilio delle note 
iscrizioni di Carpinete potrebbe testimoniare una certa gras- 
sezza di pronunzia. 

(2) Queste forme col -/-, delle quali non vedo traccia 
presso gli antichi, saranno analogiche, moventi forse da *po- 
tunt (o vadunt)? 

(3) Forma comune nell'arom. cfr. Vattasso, passim; 
per forme consimili, v. Monaci, Laudi, nm. 43. Il tib. e 
altre varietà finitime hanno pur oggi bivu mittu seiitu assgrvu 
koìifunnu, ecc. 

(4) A Palestrina si è nelle condizioni di Zagarolo. Nel- 
l'arom. sono frequenti aco staco foco daco vaco (e così serraco 
verraco pianger aco gettar aco, Vattasso, passim), vieco tieco 
(Armellini, S. Frane), vocu (Vattasso, 63). 



IL DIALETTO DI VELLETRI 6i 



ficero jcro metterò \ vm. troviero pensiero kiaiiiiero viero an- 
darono. 

Futuro. pers. i* sing. e. kiainarojo vcdarqjo potarojo, 
ecc. (i), pi. 3* pers. kiamarao vcdarao, ecc. ; zg. pi. 3"' pers. 
sarrago farrago kaccerago fciamm'ago, ecc. 

132. e. naskusso. 

134. crp. songo sono (io); e. forebbia sarei i^che si col- 
lega a far ebbi a farei) ; mi. ea èva era, emtno eravamo (vm. 
eino), eveno evano erano (2). 

135. mi. ai ho (da ajo), abbe ebbe; zg. qjo ho. 
12,^. fice are/ice fìceno ficea, ecc., v. nm. 134. 
138*. mi. tango do, tingi dai. 

143. e. dorìa. 

146. e. prò, tza. 

147. e. ììunero appresso; zg. jg giù, no in giù (;/ jg), Ilajg 
laggiù. 

148. e. gi /era perkrà tetto. 

149. e. alla dijìina essendo digiuni, addest (3) ; crp. assu- 
si (4) nsuno (5). 

150. e. loko alloko, deli addeli, Jekki dessi, elo eccolo là, 
mi. ekl;o esso, Igeo, addeli addekki, deliaca {de Hoc' a inani') 
dekkoca {dekkoc' a mani) ; crp. decca desta, dekkota de Ilota 
\dekkot'a mani, de Hot' a mani), s. dekkeca delleca (6); /essi. 



APPENDICE III 



S e z z e 



Le condizioni del vocalismo sono pressoché identiche a 
quelle di cui nell'Appendice II. Tuttavia noto Deo che va 
con meo nm. 124 ; — 1' -// frequente (nm. 38), esteso ad iz'n 



(i) Cfr. zg. oj'o ho, e il tib. gggo. 

(2) Si richiamino le forme meridionali. 

(3) In altri dialetti laziali Itesi attesi, nel marchegiano 
allusi (ad-illu-sic). 

(4) Non sarà altro che ad-ipsu-sic. 

(5) Cfr. Arch. II, 406-7, Mussafia, Beitrag 30. 

(6) Cfr. Campan. 122, Finamore, Voc. abr.2 152, Cro- 
cioNi, St. fil. rom. IX, 63S. Forse non diverse da queste 
ultime sono le dantesche liei quid taci, Parodi, Bull. soc. 
dant. N. S. Ili, 133, e la pis. colaci Arch. XII, 155. 



62 G. CRO CIGNI 



(nm. 123), arbru, ecc. (nm. 117), au fan, ecc. (nm. 128), ben 
magmi dorma (pers. i*), qtiattmi tannu (nm. 67). 

39. J, ascitizio in jessa essa, jeva ibat, Janna vieni 
{andai v. nm. 136) (i); — primario o secondario, indurito: 
diastema (ali. a ngiast-, crp. j astenia blasphemare), gio- 
rnentii {jmnentó) giumento, rogia {rojà) rugliare, giuto {juto) 
andato. 

L. ci/eli trìbeli brokkuU, àlito ; /asoli ; belìi fraticelu 
anehi stronchi kavàìu, quilu, musciareJi, e v. num. 121 (2). 

55-$6. /àuzo sMuzo; ma, spostato l'accento, kàzimi nm. 65, 
casette skàsà. 

62. Spesso geminato: inorrarà portarrà, ecc., perrò, le 
rragune, ecc. 

65. Anche qui nikqla, ecc., kàèiihi sukkusnìii boni buoni, 
karìni e katrini quattrini, ecc. 

67. Come nello zg. tannu quanmi moniennu. Per questa 
via ' Treponti ' viene a Trepohi nm. 65. 

76. Anche qui bolo, ecc. Talvolta geminato: revvedé 
revvenì, ecc. Vocalizzato : naso nota ninu tigne vuole, nona 
biaua, KÓRT.2 1468 ; anche se da B : naso uovo uqtta cauatta 
erna, ecc. (3). 

89. nigzio austo, la gnna e la vgnna la gonna, gli usto il 
gusto; da G second. pah (ali. a pajà); la j atta. 

93. Anche qui aro nm. 125, karìni -ini nm. ò^, pàrimo, ecc. 

94. T seguito da i viene in tutte le combinazioni a ki: 
dati saluki mariki, giovingkki tukki ikki andai, stikki stetti, 
mikki metti, tanki a'oanki mgnki, sanki finki, parlaski faciski 
fuski sariski diski copriski, nigrki cerki purki, alki nm. 150; 
e pure kànkido (4). 

95. ite vato gote tango nm. 135, diskorrento, ecc. 
97. kiìi kiane kienu kiano kiamllo, ecc. (5). 



(i) Anche nel ba. jessa essa, je è, ecc. 

(2) Cfr. nm. 51 e n. 

(3) Nel ba. nati valli, uà va ecc., e, analogicamente, ugve 
bove, ecc. Fatto non dissimile par quello di cui in Arch. 
XIII, 335, 33^- 

(4) Non ho incontrato il fenomeno in altri vernacoli della 
regione, ma si rinviene nel corton., nel chian. (Arch. II, 449, 
senza dire di qualche altro territorio toscano, Arch. XIII, 318, 
334> 339). e poi nel vegl. (Arch. IX, 125), e, in antico, nella 
canz. del Castra (Monaci, Crest. 493) e nel fossombr. (Cro- 
ciONi, nel voi. nuziale Hermanin-Hausmann). 

(5) Cfr. dialetti meridionali. 



IL DIALETTO DI V ELLETRI 63 

loo. V. nm. 76. 

106. kanibra e kauira arbru niandla, fitestra vìiì guardi. 

113. biandera. 

117 e segg. Se non sempre, certo molte volte perdurano i 
suffissi -ate -ute\ bentosetate celate, vertute. Quasi costante 
il passaggio dei maschili di terza in seconda : tnaru amaru 
rasuru, san^o {ciìigo cinque) solo uovo nm. 76, pajeso tre- 
inpro, ecc. Frequenti i sing. in -/': nuci mani mano, ecc., 
e i plur. in -/: oli karki nm. 94, pqrki nm. 94, ecc. 

118. karcqfela komuna; dì fem. anche al plur. \pqkc di). 

119. nomerà fìkor a, ecc. 

120. fieto. 

121. masch. sing. i li lu lu {delti alu) scambievolmente (i). 

123. i ivu io (2), nugje vugje. 

124. meo teo seo {me te se, mevo levo sevo) rneja teja seja, 
igi sgi tugje sugje. Oltre i nomi di parentela, anche /caseina 
kàseta, ecc. (3). 

125. Convivono aro {àreke ! altro che!) àto atto {kàkàtto) 
e aJro; chivunque. 

128. Anche qui ao {au) e avo, fao {/au) e favo, ecc., 
veo {veli) e vevo, teo {teu\ e levo, ecc., volo (4). Perfetto, 
sing. pers. i* -ave {mannave fermave, ecc.) ; pers. 3^^ -ai 
{mannai fermai, ecc.) ; plur. pers. 2* trattàstivo kiamàstivo, 
ecc., pers. 3* mannqrono kiamqrono , ecc. Futuro : mettarrq 
vedarrq, ecc. 

129. darla starla farla, ecc., ma anche tokkera manera 
bevera, ecc. (5). 

132. allevo, scinto sentuto. 

135 segg. Siano ricordati vango vo, tqngo do, stango sto, 
sqngo sono, ai a ho \é.a. àjo), ave ha, avvìmmo abbiamo ; siti 
sei, ève è; ti tieni; stingi stai. 

146. i e (6), raro a a e (7) {quisf a qui'lu quest'e quello), 
addgnka, mbeue ebbene, o-kka-sìne ' o che sì ', sì. 



(i) Nel ba. // rivo, li re, li tale, v. Appendice II. 

(2) Il V, come in mevo nm. 124, e in chivunque nm. 125, 
rompe lo jato, cfr. Arch. IX, 29 n. 

(3) Così nel can., nell' abr. comune, e altrove. 

(4) V. n. 4, p. 60. 

(5) V. nm. 129 e n. 

(6) Così nell'arpin., nel son. e in altri dialetti ciociare- 
schi, per non dire del cat., ecc. 

(7) Non certissimo. 



64 



G. CROCION I 



148. gg già (i), gì, ma. 149. akkgmc (cfr. akkosi). 

150. zw/c aiekko allqko suso (2) nnante, in alki. 



III. — NOTE LESSICALI 



Avvertenza. — Alcuni vocaboli ricavati da Z, E, C, D sa- 
ranno spesso interpetrati con quelli latini offerti dalle 
stesse scritture. Alle appendici si rimanda col numero 
romano seguito dall'arabico, .senz'altro. Saranno col- 
locati nella stessa serie kalìna odierno, coli' antico calvacà, 
nei quali la gutturale si presume dell'identico suono; e 
anche cervo con cervero, e nece con neo, dove non è peri- 
colo che s'ineeneri confusione. 



abambato, son. can. ' av- 
vampato ' abbruciacchiato. 

abbakkiato, zg. mortificato, 
Arch. XII, 127. 

abbarzimà imbalsamare, n m . 
52. 

abbellì {arcbbela) ' velare ' 
coprire, nm. 76. 

abbengc ' avvincere ' riu- 
scire, nm. 76. 

abbia avviare, nm. 76. 

abbqta (e bota) specie di 
cacio avvolto nel mirto, -à 
avvolgere, -uticcà ' avvoltic- 
chiare '. 

abbotta gonfiare, v. sbotta. 

abbruimnzià, s. rinunziare, 
a b r e n u n t i a r e. 

abburà gonfiare (pel sover- 
chio cibo), zg. abburra, nm. 
62, cfi-. lat. burra. 

akkattà, s. comperare. 

accakkapistOy zg. battuto. 
Da ' acciaccare ' e ' pistare '. 

accimà rimorchiare (dei car- 



ri); cimata rimorchio, Top. 
25, -gre rimorchiatore. 

akkgme come, III, 149. 

akkoìitegga, s. scavar fos- 
satelli sul limite di un campo, 
di una strada, e sim. 

acconvenir decere C XI '. 

akkqrese accorgersi, nm. 90. 

accredere credere fidarsi , 

Z 5'. 

akkrgkku, mi. ; vai cjuanto 
il fior. ' aggeggio '. 

akkukkasse accoccolarsi. 

addekki qui, II, 150. 

addeli lì, II, 150. 

addesì in quel modo, II, 
149 n. 

addevilì indebolire, arom. 
adebilire, ait. debile, anap. 
devele. 

addolekà mitigare (dei do- 
lori), adulcare E Vili", it. 
raddolicare, Miscellanea Mo- 
naci, 313. 

adiomarare g 1 o m e r a r e 



(i) Cfr. Grober, nella Miscellanea Caix- Canello, 44. 
(2) È anche nome proprio e indica la parte alta della città. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



65 



aggomitolare, Z 13', zg. noììi- 
inerà, abr. jmmnarà. 

adiutare ajutare. E P ; cfr. 
Infessura, 326. 

admarrà retundere, E 
VI"; marcheg. smarrà. 

adniasciatore amb-, E IX'. 

adubià addoppiare, nm. 97. 

affac tarato ' affatturato ', 
nm. 36. 

adattasse, s., Iach. 41, af- 
facciarsi ; montai, affakkarsi, 
St. fil. rom. VII, 201; ma la 
formazione del verbo rimane 
oscura. 

affido incantesimo, jettà 
l'affido incantare ; che sembra 
una stessa cosa col camer. 
getta l'afa, detto del serpe 
che aff'agcina l' usignuolo, e 
anche della donna che am- 
malia 1' uomo. 

affoca rimboccare, e. af- 
fticà, pt. foqar, sp. hozar; 
base fauce. 

aggodiato guasto (del san- 
gue); da godìo ebreo. 

aguaitar tendere insidie, 
Z 20', prov. guaitar ag-. 

ainasse affrettarsi, Salvio- 
Ni, Pianto, gloss. 

alki {in-) in alto (in al- 
tis), III, 94, 150. 

alekuno alcuno. 

à/<?wa anima (alma), II, 109. 

alimale animale, II, 103. 

allocco vicino, allato, -asse 
avvicinarsi, cfr. vegl. a lics vi- 
cino, Arch. IX, 117, 150, 165. 

a Hate Ila, sg. cesta. 

allqko là, II, 150, III, 150. 

antmeridi, mi. rimeritare. 

avimolozzito sgonfiato, am- 
mollito. 

aininuéià ' animulolare ' far 



tacere ; che andrà col fabr. 
fa tmiccia taci! (Marcoaldi, 
Guidaestat. di Fabriano, III, 
365), col ver. iniicci zitto !, e 
forse col ferr. all'annbccia di 
nascosto (Zuccagni-O. 249). . 

ammupito, s. mortificato, 
arp. 7nupe muto, Fin.* 126, 222. 

annaskovà nascondere, -a- 
relle rimpiattino ; per fusione 
di ' nascondere ' e ' scovare '. 

annifo, e. nido ; da ' anni- 
dare '. 

annoccà ' inocchiare ' met- 
ter fuori le gemme (' occhi ') 
(^delle piante), nm. 57, Arch. 
Ili, 352 ; v. sbeloccà. 

annudo, e. nodo, II 7, can. 
anniio; da ' annodare '. 

àpele, V. pàpero. 

appatììo, mi. intruglio. 

appellile kàssc appisolarsi, 
-etto sonnellino (reat.^é-ww^ta, 
arcev. -ella), KÒRT.2 7003. 

appensatamente consulto 
deliberatamente, nm. 108, 149. 
Nella Tav. Rot. (Polidori) 
appensare. 

apperonasse , v. s. per9ne. 

appete seguir da presso , rag- 
giungere, adpetere. 

appezzare sarcire. Z 13' 
{rappezzare resarcire, ivi). 

appezzutà aguzzare ; abr. 
pizze punta, pezzute puntuto. 

appicciasse a qualcicno ap- 
plicare se ad aliquem, 
E Iir, Arch. IV, 151 ; ci. ap- 
picca prendere per mano. 

appizare arrigere aures, 
E XIT'; v. s. appezzutà. 

appretta spingere ; insulta- 
re ; sard. «///-^Và Arch. XIV, 
387, e pritta Arch. XIV, 401, 
sp. apretar. 



66 



G. CRO CIO NI 



apro, vm. apposta, però. 

aprofidià perfidiare, nm. 6i. 

arankà, mi. ' arrancare ' 
stancare. 

arata aratro, nm. 102. 

arbacco abbacchio, rom. al- 
bakkio, nm. 52, 57. 

arbecco libeccio ; ci. erbeccu, 
zg. lebeccu. 

arbetta ' erbetta ' prezze- 
molo, nm. 24. 

arbgne ' albone ' alba chia- 
ra, nm. 52. 

arka specie di madia (cfr. ar- 
cella scrigno, Arch. XVI, 287). 

arkafano frugnolo, fiacco- 
Ione con panie intorno per 
uccellare di notte. 

arkarecco trave centrale, 
dove, in alto, s' appuntano 
tutti gli altri. Base arcu. 

arebbela, v. abbelà e sbelà, 
nm. 76. 

arekappà ricoprire, cappa. 

arecelà nascondere, ci. zg. 
f. arezzelà. 

arefiatgrc rantolo (zg. f. 
-gite), KÒRT.2 3825. 

urente arme, nm. 109. 

arente, son. vicino, vm. ren- 
te, abr. raize, Arch. Vili, 
383, MussAFiA, Beitr. s. rente. 

aresorcellà (ali. a cor cella) 
ricercare, mandar sossopra. 
V. Arch. XVI, 469; ma qui 
si vorrebbe, in caso, *super- 
celare . 

areviìà risvegliare, e. are- 
sbila. 

arilo grillo, nm. 89, can. 
rilo e arilo ; ma lo zg. ari- 
lari, luogo per i ghiri, fa 
pensare a g 1 i r e . 

aro altro, II, 93, 125. Ili, 93. 

arqpro aperto, nm. 132. 



arrazzuto, s. arrabbiato. 

arricar (od. arrica) dita- 
re, C IV^ 

artìkolo artiglio, articulu. 

arulà russare, f. rulà ; v. 
rogià, e Arch. XIII, 43S. 

asola o maglietta dell'uscio 
ansula (cardo), E HI". 

asperga bagnatura. Dal 
chiesastico: asperges me, 
ecc. 

asprosgrdo aspide, MussA- 
FIA, Beitr, 29. 

assaja assaggiare, nm. 50. 

assalile sciame, nm. 24. 

assekko, vm. secco. Forse 
per azione di asstikko asciutto ; 
ma non dimentico ex sic - 
care, nm. 24. 

assigge reggere, nm. 24. 

assorasse Ammogliarsi (*a- 
duxorari), nm. 12. 

assukko asciutto, nm. 24, 8r. 

assusì a codesto modo, II, 
149 n. 

atecco qui. III, 150. 

àio (o atto) altro. III, 125. 

attrekkià gettare ; vegl. 
trich getta, Arch. IX, 125. 

aussà, e. urlare (zg. aì(ssu 
urlo), march, aukkà, prov. 
huchar, Arch. Ili, 158. 

aiisto agosto, nm. 89, II, 6. 

aìtzzH, zg. arzillo, areuz- 
zisse ringalluzzirsi ; cfr. it. iiz- 
zolo, inuzzolire KÒRT.2 3295. 

avvastà bastare, nm. 99. 

azìlo, e. assillo, asilu, 
Arch. Ili, 166. 

azza alzare, nm. 56. 

azzemià accennare, II, 86. 

rtiiw77««/o azzimato, II, 109, 

bakkalh strepitare, far bac- 
cano (q. * baccanaliare). 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



67 



ballecta valletto, nm. 76. 

balukano (ci. baukanu) ber- 
lusco (scherz.). 

balusko (e. bajusko, fabr. 
baluskió) berlusco, bis-lu- 
sc u . 

bao essere pauroso imagi- 
nario ; reat. babbo, Kórt.' 
1606. 

bardava baldoria. 

barbotià brontolare, ci. berb- 
e breb-, Ardi. XIII, 317. 

bardotto, vm. ragazzo ; cfr. 
it. bardassa, KÒRT.2 1236. 

battugcco ' batocchio ' ba- 
tacchio, nm. 57. 

bar 20 ' balzo ' ritortola con 
cui si lega il covone ; arcev. 
balzo, ferr. balz, b a 1 1 e u. 

basalisko basilisco ; avell. 
vasalischio, afr. basalisc basa- 
lisques ; in uno stornello : ba- 
dalisko, ait. badalisco. 

baso bacio, nm. 41. 

bebbala naso grosso ; altro- 
ve sbèbbala (scherz.). 

becca, s. miseria, zg. beccii, 
can. becca, cfr. Misceli. Mo- 
naci, 438 n. 

befìUiko, e. bifolco. 

beluto velluto, nm. 76. 

bello bene, nm. 149. 

bentosetate ventosità, III, 
117. 

berenacci forfora ( e a n i - 
e a e), Z 76'. Forse da hi- 
bernaceu, nm. 118 n. ; cfr. 
arom. barnaccia vernaccia 
(Vattasso 63), KÒRT.2 4562. 

bete piede, nm. 95. 

belo, gn. bevuto. Così nel 
reat., nell'Interv., St. fil. rom. 
IX, 637, e nel marinese, Arch. 
XVI, 434- 

bettiera fascetto di fieno le- 



gato allo stanghino del car- 
retto ; zg. cttiera, n. botticra. 

biaiia biada, III 76. 

bietra, mi. bietola. 

biqkka chioccia ; zg. jqkka, 
f. vqkka, altr. qkka, vel. an- 
che Iqkka (concrez.) ; di qui 
abbiokkito e allokkito avvilito. 

bìrlo, e. orcio. 

bisarca bisaccia, nm. 104. 

biskrai, sg. posdomani, v. 
kra. 

bistilità bestialità, nm. 23. 

bombe bubit (dell'ape), E 
IIP, cfr. MussAFiA, Kath. 4S1. 

bonauma bono ornine 
buonaugurio, E IIP. Sembra 
a me che vi influisca bonaura 
(o bona agura) Monaci, Crest. 
120, Arch. XV, 485 e 4S3. 

bragaletta braghetta, patta. 

brekoku, zg. albicocca, 
KÒRT.2 7365. 

breto vetro, nm. 61, 76. 

brolo, vm. ' brolo ' il sob- 
borgo della città intramezzato 
da piante e circondato da un 
muro, Zambaldi 168. 

brunkaccìno susino, crp. 
prunkoncìno, s. prtmka, ci. 
primko, mi. primga. 

bublico pubblico, nm. 97. 

bulsakkino borzacchino, E 
V% KòRT.2 1587. 

bulsi (li-) bulga, Z 36'. 

burita (e abburita] il levarsi 
repentino degli uccelli, Arch. 
XV, 494-97, XVI, 434, e an- 
che Race, di voci rom. e 
march., e Conti, Voc. met. 
117. 

buzziko vasello di latta, 
' buzzo ', con lo stesso suf- 
fisso che in frìzziko, singz- 
ziko ecc. 



68 



G. CROCIO NI 



ka cane, nm. 107. 

ka quam, nm. 146, II, 146, 
III, 146. 

kàkai, e. cacheri. 

kakàtto qualche altro (v. 
ato, atto), III, 125. 

kakkalavero bacca d'alloro, 
nm. 15 e 103. 

kàkkamo, e. pajuolo, lavag- 
gio ; abr. kàkkave, tar. càc- 
calo, cacabu -/.àxapos. 

kaccgne canetto ; ci. kaccu- 
nettu, abr. kacciine -elle. 

kahiimele, e. fuliggine. Vi 
s' intravede la stessa base dello 
zg. kalìììia. 

kainella baccello ' guainel- 
la ' ; ci. gamella (fr. gaine). 

kalamezzo, mi., ni. Arch. 
Ili, 402. 

kalandrella , sg. lucciola; v. 
s. luccikandrell'i. 

kalima, zg. favilla ; v. s. 
calina. 

kaliaa, vm. favilla; sp. pt. 
calina, caligine, v. Arch. 
XVI, 435. 

kallacca caldo soffocante. 

kallarozzilo, crp. ' calde- 
rozzello ' caldajuolo ; mi. cal- 
larzìlo. 

calvacà cavalcare, nm. 113 ; 
V. scal vacare. 

canta pula (acus -eris), 
Z 65'', Monaci, Laudi, 31. 

kàmiso camice, nm. 117. 

camiaone ' gambone ' nm. 
64, 83, ma il significato pre- 
ciso mi sfugge. 

kaììipera^ s. moglie di cam- 
pagnuolo benestante. 

kaìiana canale, gronda, nm. 
103. 

kaìiascirw, mi. saliscendi ; 
al^r. kalasciùc e kale-. 



kànkido candido. III, 94. 

kania, e. cannella (delle 
botti). 

kanikà scurare, imbiancare 
(dei panni) , can dicare, 
nm. 66. 

kanìkola favilla ; che forse 
va con kanikà meglio che con 
e a n i e u 1 a . che pel tramite 
popolare avrebbe dato * ka- 
tùcca o kanìcca. 

kanfia, zg. gola. 

kannarile -otte -uozzo gola, 
MussAFiA, Beitr. 41. 

kannata vaso da attingere 
acqua. 

kànnelo del naso, le narici, 
ci. kànnuht. 

kànnovc, mi. canapa; prov, 
canebe, xocvva^'.?. 

kanorzo, e. grosso cane. 

kantrella cantaride; march. 
kantarella. 

kaperco capecchio, nm. 57, 
104. 

kapestiere vassoio di legno 
a molti usi; n. kapisticre, abr. 
-iera, perug. -erio, SALvroNi, 
Post. 6. 

kapezzo estensione di circa 
400 mq. KÒRT.2 1877, aven. 
cavezza collare ; di cavezo capo 
un es. negli St. fil. rom. VII 
(Renier, Less.). 

capitale capezzale (p u 1 v i - 
nar), Z 36', Kòrt.2 1872. 

X'fi/^//o tralcio della vite; mi. 
tronco, nm. 120. 

capogicriilo capogiro (v er- 
ti go), E iir. 

kapoDiilla camomilla, nm. 
102. 

kapparucco ' cappoluccio ' 
cappa da becchini e sim. 

kapocca testa ; capucculo 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



69 



di grossa testa (capital iis), 
Z 62-^. 

kararecca strada nei campi, 
ntn. 62. 

kardarilo, mi. cardellino. 

kargasso -ola ' carcasso ' 
(turcasso) arnese di cuojo da 
reggere croci e stendardi nel- 
le processioni; prov. carcais. 

kasciello fascetto di fieno. 

kaso cacio, nm. 41. 

kasorà, mi. tosare; abr. 
kasurà e karosà, march, ka- 
rosà, pist. carosarc. 

catarcioìie catorcio, chiavi- 
stello (vectes), Z 73'. 

katabimna grancassa ; ono- 
mat. 

kàuci calcio, I 55. 

cauda bura de aratro (b u- 
ris), Z 36'; ivi a e. 62'': co- 
da della rato, nm. 118. 

kàula, zg. cannella ; rom. 
kàola, ci. kavula. 

kavatay e. fosso, -eh solco. 

kàveco calcio, nm. 55. 

kazza calza, -à calzare, nm. 
56. 

cafru, ncafru, ci. fango, 
immondezza ; reat. cafra chi 
non bada ove mette il piede ; 
mascalzone ; ncafrasse imbat- 
tersi l'uno nell'altro; v. nca- 
frokkasse. 

cammetta (e. covi-) pastino, 
ncammettà pastinare. 

ciancherello dello rappajo 
(v. s.) racemus, Z 35*; v. 
nm. 84. 

canea fango, melma, fece; 
forse non è altro che ' sansa '. 

canoso vano. 

cavarclo, s. pane per la po- 
vera gente ; abr. cavarelle, e i- 
bar i u. 



cekolino (e. cekoino) Hgno- 
lo, -oso fignoloso ; cfr. mar- 
ch, cigolo lardello, ait. cigolo 
piccolo, can. cekojo, cioc. ci- 
ko ceka zeko éigo, emil. cekko, 
ecc. KÒRT.2 2163. 

cenìku, ci. poco, -etiti po- 
chette ; reat. cinìku -ìllti, abr. 
cenikìjii ; arcev. ciiùkkia cosa 
piccola. 

centgre (ci. -ella') panno da 
involgere, Salv. Post. 7. 

cepezo cervical, Z 69' ; de 
dot ccpezi b i e e p s, Z 65' ; de 
tre cepezi t r i e e p s, Z 65% cfr. 
afr. clievez, Kòrt.2 1877. 

cerballio i n n u lu s (ma sarà 
hin-), Z 70'; in Armellini, 
S. Fr. p. 402 : ccrvalli cer- 
viatti. 

ccrboiie vino acerbo, II, 105. 

cerkia e cerkola quercia ; 
nap. cerkola. 

cereella cervella, II, 100. 

cerina grossa cesta, -uolo 
borsa reticolata per portar 
la civetta ; da * e i r r i n e u 
(ci r ru), nm. 62. 

cervero {topo-) linx, Z 68'. 

cervo acerbo, nm. 105. 

cesa chiesa, nm. 9, 57. 

cesa -ale bosco ceduo, e. 
cesa campo arato; caesu, 
MussAFiA, Beitr. 124. 

cestra cesta, nm. 59. 

cetto presto ; aabr. cedo, 
aumbr. cepto, ait. cetto, cito. 

kella {na-), crp. una gran 
quantità (anche nell' Umbria 
e nella Marca). 

kinka chiunque, II, 126. 

cicilano granturco ; ait. ci- 
di iano. 

cìfelo -à zufolo -are, nm. 
28, 51 ; march, cìiffolo -à. 



70 



G. CROCIONI 



tiferò discolo, nm. 112, 
arcev. ci/ero, recan. cifro, 
can. cifaro, sor. cifro, onde 
ci par da escludere senz'altro 
il sospetto del Merlo, p. 13 ; 
cf. NiGRA in St. rom. Ili, 98. 

cimestu, s. : « Addora più 
che un mandorlo e un cime- 
stu ». 

cirkuìta circolare ; ait. cer- 
coìto cerchiovUo. 

cofetoìa ' civettuola ' (un 
uccellino assai vispo) ; don- 
netta leggera. 

corcellu, zg. schiantolino, 
circellu; abr. carcelle fio- 
re di quercia, pi. carcille o- 
recchini. Fin. 2 166. 

corcinato disgraziato, e. 
sercenato, ci rei n a tu. Ri- 
cordo che gli schiavi, veri 
' circinati ', portavano un a- 
nello nel braccio sinistro, 
Salvioni, Post. 7. 

coz'itta -à civetta, -are, pro- 
vocare, nm. 29. 

cuko -ino piccolo; march. 
cugo ; v. s. cekoìino. 

cufega, e. vinello ; abr. cu- 
feke -ece e cefeke, arcev. cu- 
feka, pist. ciofèca, altr. ci- 
feca. 

curii capelli arruffati ; n. 
zurli, can. curri e sciurrasse 
(abr. scerrasse) accapigliarsi 
scirrarsi ; da cirru. 

koce, mi. bruciare (legna e 
sim.). 

kokozza, s. zucca, kokuz- 
zìlo zucchina. 

koddt? perché? ' che vuol 
dire?'; s. kubbì? kubbadì? 
guardi?, rom. che vòr di?, 
arcev. kolli?; v. Crocfoni, 
arcev. s. culli. 



kodetta esca, becchime (cfr. 
ted. kòder). 

kojeto, s. quieto, nkojetà 
inquietare, akkojetà acquie- 
tare. 

kolata bucato (abr. culate, 
sp. culada) ; -icca ranno. 

kolente pezzente, cascamor- 
to ; prov. gerenti, q u a e - 
rente. 

colo cavolo ( b r a s i e a ) , E 
XP, nm. 15. 

komniatre comare, nm. 93. 

koìHìnertarzione conversa- 
zione, II, 102. 

cona (sacellus, Z 65'), 
maestà, chiesolina campestre, 
6ly.a)v. 

konkallasse ' concaldarsi ' 
fino a fermentare (di cose 
ammassate). 

konciero cordicella che uni- 
sce le due aste del correg- 
giato. 

konfiatgre mantice, nm. 83. 

con solatio (da un testa- 
mento) banchetto tenuto, con 
intervento di parenti, nella 
contrada ove era morto qual- 
cuno ; oggi in paesi vicini 
konsolo, cfr. Fin. 2 s. konzele, 
e qui sotto rekonsìilo. 

konte, lab. una volta, 
quondam, ma non pare 
altro che un latin, notaresco. 

copello arnia, Z 62"^ ; cosi 
oggi kupiello -elitto arnia. 

kor alino l'uomo addetto a 
fare formaggi. 

kgrco corto, nm. 12. 

korìvola stoppa; Race, di 
voci rom. e march, corìvolo 
pennecchio, ba. kolivre {* ko- 
rivleì) canapa. 

cornale corniale, Z 7'. 



IL D I ALETTO DI VELLETRI 



71 



koroìa cercine; zg. korgja, 
f. krglia, Arch. II, 337. 

korona cruna, Arch. II, 
45 n. 

kosile cuscino iper mutato 
suff. come nel reat. stoppile, 
nell'arcev. sgradile). 

kra, e. domani, v. krai, 
biskrài, piskrài, poskrài e 
perkrà. 

/èra? domani ; sic. crai, sard. 
cras, cras. 

kria -qzza un pochino, 
Caix, St. 300. 

krila ghiro, gì ire, nm. 113. 

krivuolo lacciuolo ; abr. 
krijgle, K0RT.2 253S. 

krqja crostola ; cfr. croccia 
nella Misceli. Monaci 121. 

krgiiipeta compera, nm. 61. 

kiibbadì, v. s. koddì. 

ktilarca il di dietro delle 
bestie macellate, nm. 104. 

kupelitto copello, arnia, 
nm. 4. 

kurikurente blatta (per la 
sua grande rapidità). 

kurriera, zg. corsa (per 
azione di ' carrièra '). 

kurrukorza, s. corsa sfre- 
nata. 

kustìgne questione, nm. 87. 

kuzzumbrilhi , zg. iìchetto, 
ancor lontano dalla maturità. 

daballari quelli della città 
che abitano nella parte bassa 
{da balle, nm. 76). 

da Ignga da lontano, nm, 
150. 

dapg dopo, di poi, nm. 148. 

dekka qua, II, 150. 

dekka, alb. qua. 

dekkeca (e dekkoca) da que- 
sta parte, II, 150. 



dekkota da questa parte, 
II Ì50. 

dekki qui, II, 150. 

deli 11, II, 150. 

deici dieci, II, 122, e nm. 
IO n. 

deliggerì digerire ; abr. del- 
leggerì Fin. 2 182, reat. Ug- 
geri Camp. 96, e cfr. pel 
lucch. diligerire Arch. XVI, 
410. 

della, alb. là. 

della là, colà, nm. 150. 

delleca (e deliaca) da quella 
parte, II, 150. 

dellota da quella parte, 
II, 150. 

depiavà spianare. 

dessà costà, nm. 150. 

dessi costì, II, 150. 

desta costà, II, 150. 

diasille, e. preghiere; arcev. 
diosille ; dal « Dies irae, 
dies illa ». 

dijuno digiuno, nm. 39. 

dimane mattino ; v. mad- 
dimane ; dell'alt., del cioc. 
ecc. 

dirotti 
nm. 149. 

divisa , 
divisare. 

dgci dolce, lì. 117. 

dgnka (ali. a dtmka) dun- 
que, nm, 146. 

donne (q u a n a m), da qual 
parte? nm. 150. 

ekko qui, II, 150. 

do eccolo là, II, 150. 

eloino elmo, nm. 54. 

eneco incubo ; aumbr. eneo, 
reat. incarit, friul. vencul, 
arcev. svìngolo, i quali a me 
par che non si possano di- 



(«-) dirottamente, 
mi. dividere; ait. 



72 



CRO CIONI 



scompagnare da v i n e u 1 u m 
(nm. 57); ma cfr. Caix, St., 

384. 

enneco indice; march., nap. 
ennecc, Salvioni, Post., 11. 

ereva erba, II, io, v. erua. 

eri, e. jeri. 

erma involucro del mate- 
rasso. 

ermiiMra, zg. ' verminaja ' 
malattia di bambini, Arch. 

Ili, 3"- 

esso lì, II, 150. 

estanote questa notte, P 85" 
{ist- P 87'). Nel Trist. del 
Parodi, istasera, altr. sia 
notte, sta sera, ecc. 

erua erba, III, 76, v. ereva. 

ezafino zaffiro, nm. loS. 

fa fame, nm. 107. 

faccutu, ci. sfacciato. 

faci'la falcetta, nm. 53. 

facwjo, zg. operai dei mu- 
lini a olio. 

facglu faggiuolo, II, 41. 

falecone falcone, nm. 109. 

falorna fandonia, favola ; 
cfr. falòrdia baldoria, Arch. 
XV, 485. 

fao faggio, nm. 89. 

fhoca -ila falce -etto, II, 53. 

fargo ' falco ' {-àcce -etto, 
ecc.) contadino. 

fama fungo porcino sfatto, 
ogni fungo dal largo cappello ; 
e. z%.farno, w.. farna, fama, 
sg. baccello della fava. 

fasuolo faggiuolo, nm. 41. 

fattito, s. partitante, mesta- 
tore; cfr. lat. factitare. 

fauzo falso, III, 55-6; ma 
v. nm. 56 n. 

favore falò in preparazione 
a festività religiose ; e, f., zg. 



favone, reat. fagne, abr. fa- 
hgne, arcev. falofie, De Gre- 
gorio, St. glott. I, s. cpaivo). 

feline, ci. fuliggine ; aumbr. 
foline, sili, ftiliua Arch. XIII, 
337, rtr. fulin. 

fellgnc, s. focaccia; e, sg., 
cecc. fai Igne (ofellone). 

ferlitto, sg. diavoletto; arb. 
ferlitie; forse per via di una 
seconda afer. da cifero, v. s., 
e cfr. NiGRA, St. rom. Ili, 
98-9. 

f evoce felce, nm. 109. 

fiàra fiamma, -asse avven- 
tarsi, affiarà abbruciacchiare, 
KòRT.2 3S09. 

fìkora fichi, nm. 119. 

fìkora fico. III, 119. 

fieto, s. puzzo, III, 120 (fae- 
tor); anche dell' aumbr. 

filano santolo, figlioccio. 

figorqcca, e. specie di fichi. 

fioccar ni n gè re, C VIIP, 

z I7^ 

fojine fuliggine, nm. 90. 

fqkera fuochi, nm. 119. 

fqkera fuoco, III, 119. 

fgrkalo la distesa del pol- 
lice e dell' indice ; arcev. f or- 
eie Ilo. 

fgta, e. sorgente ; abr. fgte 
piena del fiume, arcev. fglta 
accolta d'acqua; da fultu, 
v. refQta. 

frabutfo, crp. ' farabutto ', 
ragazzo. 

fraffo, e. moccio, sfraffato 
sfatto ; abr. fraffe sfraffnjate. 
Fin. 2 191. 

frajà, mi. fregare. 

frappa ciancia, -atoi'e mil- 
lantatore (j actabu ndu s), 
E ir, KÒRT.2 3610. 

frappala falpalà, nm. 51''". 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



73 



frascare nfrascare, B pas- 
sim, sostenere viti, o altro, 
con pali, rami e sim. 

fravo'la fragola, nm. 51. 

frecceka ballettare, onduleg- 
giare ; ugcci friccikarielli oc- 
chi mobilissimi, acqua fric- 
cikarella acquerugiola ; abr. 
friccekày e. freccelekà. 

fregantq miscuglio ; fr. fri- 
candeau (Race, di voci rom. 
e march. 79, fricandò). 

fregane miscuglio ; vino 
fatto con uve raccogliticce ; 
abr. frekgne, march, prekg 
-gne. 

freve febre, nm. 61. 

frìzziko un pochetto, cfr. 
it. ' frizzo '. 

frqce feroce, nm. 106. 

frqjc froge, narici, II, 90. 

fronkelo fringuello, Kòrt.' 

3993. 

frUnkolo Agnolo, -oso figno- 
loso, SaLVIONI, Post. IO. 

fugenzia fuga, SXh.fukenzia. 

furare rubare (sublego), 

Z 4^ 

f umili , mi. di nascosto, 
KÒRT.2 3531. 

galluzzo gallozza (delle 
piante). 

ganije gengive, II, 90. 

gargamella, zg. gola, gor- 
gozzule, KÓRT.2 4169. 

genocchiar inginocchiarsi 
(geniculor), C VIIT. 

giastemà bestemmiare, III, 
51 ; v. ngiastemà. 

giommaro gomitolo (g Io- 
bus), E III'; versil. gioin- 
ììiitro, march, gommetiello ; 
v. adiomarare. 

gg già. III, 148. 



glocidare crocidare, E IIP. 

gradila gluttit vel glo- 
cidat, E IIP; lat. gracil- 
lare. 

gràhina grandine, nm. 66. 

grasigmmolo specie di albi- 
cocca ; f. kresgmoley abr. kre- 
soinele, nap. krisugmniolOy 
calabr. grisuoinmulu, gr. y.po- 

grasso intercospelle a r v i - 
na, Z 62'. 

greno covone ; mi. rma, 
march, grena, e re mi a, Caix, 
St. 347. 

gricco ricciolo ; forse per 
azione di ' grinzo ' su ' ric- 
cio ' ; cfr. Salvioni, Fon. 
mil. 249. 

grina grinta, superbia ; da 
fusione di grinta con gina. 

grostolone ignavissu- 
mus, E IP. 

illà là, colà, nm. 150. 

immeriaco ubriaco, nm. 109. 

iinmesticare mescolare, v. 
mesticare. 

inàja, zg. vino. 

incallare riscaldare ( i n e a - 
le re), E IP. 

incoscivito annojato, Z 53'. 

infanteze somiglianza, nm. 
117 ; V. s. nfanzia. 

innqtte, zg. questa notte ; 
s. itiqtti, arp. inqtte, prov. 
anueg anuit; cfr. isserà. 

iftsemi insembla insemore 
insemoraniente insieme, nm. 

150. 

Ì7iserto -a innesto -are, B 
passim, C VP (od. nzertà, 
nm. 74), Arch. XV, 345. 

insitare innestare ( i n s e - 
rere), Z 12', Arch. II, 353. 



?4 



G. CROCIO NI 



interlassare tralasciare (in- 
termitto), Z 5'. 

iìito dentro, III, 150. 

isserà questa sera (non di 
Vel.); cfr. innotte. 

ite vedere, 95. 

ita- za V altro jeri ; tar, mi- 
ster za, KÒRT.2 6603, nm. 118. 

ivio, mi. ebbio, Kòrt.* 3174. 

jakkeìo (ali. a nàkkelo nm. 
39) giacchio ; e, f. hakliolo, 
zg. nàkkiilu, II, 39, abr. jàk- 
kule. 

jacco giaciglio, nm.39; reat. 
jaccu, nap. jazzo, sic. jazzn, 
ecc. 

Jago Giacomo, nm. 39. 

jastemà bestemmiare, HI, 
51 ; V. giastemà. 

jatta, mi. gatta. 

jazzà alzare, II, 108. 

jàzzola prugna acerba ; 
forse per dissimil. q. * laz- 
zola, lazza, acerba. 

jebo delle spalle, jebo dello 
pedo (gibus gibbus), Z 
62' ; cfr. zembo (Parodi, 
Trist., gloss.), KÒRT.2 4241. 

jekki qui, II, 150. 

jella spossatezza ; sfortuna 
nel giuoco ; ricordo il reat. 
jqja noia, monotonia. Cam- 
panelli 86. 

jembì empire, II, 72. 

jessi costì, II, 150. 

jg giù; no [n jg) in giù, 

n/147. 

ioia gioia, nm. 90. 

jottikà, ci. abbattere, stor- 
dire ; vel. vottikà nm. 53, 
altr. ottikà, march, valtekà, 
voì'tekà. 

jgtto ghiotto, nm. 57"*''. 

jura [de-), ci. per forza ; 



alb. de ggura (arcev. de gura) 
e. ci. de jura, vel. de uria, 
lat. de jure; e si ricordi 
iniur i a . 
jussti ' giuso ', giù, nm. 82. 

labora labbra, nm. roo, 109. 

làkkani, e. lasagne, lakka- 
nelo lakkauaturo e nakk- 
stenderello, abr. lahane -ature, 
gr. ÀdYavov, KÒRT.2 5386. 

làcero zuppo; curioso scam- 
bio con màcero (mi., infatti, 
kolenle [colante] màcero). 

tafano, mi. punto largo 
nelle cuciture ; passo lungo. 

lago aggio, nm. iii. 

lainpar lampeggiare (ful- 
gurare), C VII% Z 17'. 

laticerta, sg. lucertola ; 
forse per ravvicinamento, 
stante una certa somiglianza, 
a ' lancia ' ; ma si ricordi il 
can. lingeria, v. Merlo 14. 

langa fame, nm. in; da 
ango (gr. àYXOJ), cfr. abr, 
lange sensazione molesta di 
strettura e di aridezza alla 
gola. 

lapa, ci. ape, Arch. XII, 125. 

lavo avo, nm. in. 

lavo, mi. là; lave Monaci, 
Crest. 465, Salvioni, Pianto, 
gloss. 

lekkanmffu, zg. manrove- 
scio ; abr. lekkamusse. 

tedino elee, i 1 i e i n u , v. 
locino. 

leggo leggero, zg. leggìi, 
KÒRT.2 5533. 

leje legge, nm. 90. 

lepere, ci. lepre, -ikkio, mi. 
lepretto. 

lestra covile ; can. lestra, 
ait, lustra. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



75 



àbbero libro, II, 109. 

likà legare, nm. 51. 

limito, n. confine; zg. lì- 
niiiu, reat. leinete, e. j'emite 
(e gem-), Arch. XV, 470. 

lini, V. nm. iii. 

Vipera vipera, nm. ni. 

Uva oliva, -eto oliveto, 
nm. 51, 105. 

ìizioni elezioni, nm. 105. 

locino elee, nm. 29, v. le- 
cino. 

loco lì, nm. 150; lo/co II, 
150. 

Ippe lupo, nm, 117. 

lavina, v. novina. 

Igvito cubito. 

tua uva, nm. 77. 

lìiccika, zg. lucciola (cfr. 
Pieri, Zeitschr. 28, 2); n. 
luccikarella, f. Inccekarella ; 
e. luccikaniella, voi. luccikan- 
drella (fusione di lùccika con 
kalandrella, viva, in questa 
accezione, a Segni) ; cfr. Sal- 
viONi, Saggio intorno ai nomi 
della lucciola in Italia, 
Milano, 1S92. 

lupro luppolo, nm. 51. 

lìiparo, e. luppolo; v. lupro. 

lustro lustro, nm. 51. 

ina mai, III, 158. 

niakare magari, nm. 83. 

macìvola maciulla ; pare la 
stessa cosa che manchila ci., 
niancìvola e, ìnangìnula zg. ; 
certo va con niactja fabr., 
macina e macìnola abr. 
Fin. 2 211. 

maddimane questa mattina; 
e. mandemane, abr. madde- 
mane e mandemane , altr. man- 
domane; forse da mane de 
mane, ma v. Arch. IV, 148. 



madetto maledetto, nm. 106; 
fìkora madette, mi. fichi sel- 
vatici ; a la madetta alla peg- 
gio. 

manakqzza insetto dannoso 
alle viti ; grillotalpa, abr. nia- 
jakqzze grillotalpa, v. Merlo, 
Studj rom. IV, 155. 

manatta.^ ci. lombrico ; e. 
manatto mignatta, abr. tna- 
nate baco, Arch. XIV, 280-1, 
XVI, 456. 

Maina, mi. nome di una 
via; zg. Alainella ni., vel. 
Manello (ponte-) ; forse da 
mania, Caix, St. 47, Kòrt.' 
5881. 

ntatanconoso malinconico, 
Z 17', C VII'. 

maticente maldicente. 

mammugcco bamboccio, 
nm. 64. 

mandla mandorla, III, 106. 

mandiburbo, mi. mantello, 
mantiglia (scherz. ?). 

manijà maneggiare, II, 90. 

manuccata manciata ; e. ma- 
niccata, f. maniccata, can. 
tnenaccata. 

maranao (e -avo) melancia- 
na ; f. malenano, altr. moti- 
nano. 

marana corso d'acqua arti- 
ficiale ; cfr. sard. mara Arch. 
XIV, 398. 

mare, mi. 'mi pare '. 

mar do basto, bardatura, 
nm. 64. 

maretima, mi. marenmia. 

màrmoro marmo, nm. 35. 

musserà questa sera ; altr. 
domassera ; v. s. isserà, e 
maddimane. 

masto basto, nm, 64. 

mastra matterà ; neoprov. 



76 



G. CROCIONl 



mastra (it. mastello), Kòrt.* 

3784. 

mate madre, nm. 120. 

matrea madrigna (v. pa- 
treo), Monaci, Crest. 125. 

matto mazzo, -icella fascet- 
te ; f., mi., zg. matta, sard. 
màttula. 

mbei'e ebbene, sì. III, 146. 

mbrumbu, sg. boccata di 
acqua; che forse è puer., co- 
me bombo, ecc. 

mbucinatu, zg. ' impulcina- 
to ' zuppo come un pulcino 
{pucinu). 

inclementi (ali. a men-) in- 
tontire, sbalordire ; zg. i?ibe- 
lementì. 

menare ' emendare ', nm. 66. 

meìiestrello, sg. ' minestrel- 
lo ', ramajuolo. 

mengano , mi . m e n t u 1 a , 
jidyyavov. 

meni, ba. venire. 

mentila mentovare ; fr. inen- 
tevoir, nm. 77. 

mensa mezzo, nm. 109. 

merko marchio, nm. 8. 

merganato melograno (nm. 
52), mergranato Z 25', 73'. 

mernare ' merendare ' far 
merenda, Z 13^, nm. 106. 

meskà, s. mescolare. 

mescita mescolare, Kòrt.- 
6213. 

mesticare mescolare ( i m - 
miscere), E VP; v. im- 
mesticare. 

mevoza, e. milza, II, 55. 

mikku miccinu miccinellu, 
zg. piccolo, -ino ; alb. mitro ; 
cfr. Monaci, Crest. 369. 

mieroìa merlo (a. merolo, 
zg. merolo), -Ione merlotto, 
-là canzonare. 



mirda pelata testa calva (?). 

mitto quarticciuolo della 
noce ; forse per discrezione 
da * lemmitto lembetto, par- 
ticella. 

mmottilo, mi. ' imbutello ', 
imbutino, se pur non sia da 
' imbottigliare '. 

nimulitto, s. pane di più 
cereali mescolati. 

mmuttatore imbuto, nm. 34. 

mg ora, nm. 148, monmig 
a momenti, nm. 148. 

moczico morso (morsus), 
Z 35', cfr. Pelaez, S. Fr., 
gloss. 

mojà mugliare, II, 89. 
' mojiire ammonire, Z 9'. 
I mojinelo fruciandolo ; n. 
I monnulu, f. mìinnero, abr. 
ìngnnele, e. niìinio\ ci. mgn- 
; kulu. 
[ more amore, nm. 105. 

meretrice meretrice, nm. 25. 

j mosko'lgne il rigonfiamento 

j inferiore del fuso ; ci. mg- 

I skula ; difatti il m- è quasi 

uguale alla trottola, detta in 

molti vernacoli mgsktila in 

grazia della sua rapidità. 

mpenne appendere, nm. 66, 
mpiso appeso, II, 5. 

mpgne imporre, por sopra, 
nm. 105. 

mucco mucchio, nm. 118. 

miikko faccia, -à schiaffeg- 
giare, -atgre schiaffo, iniikko- 
Igne sciocco, areminukkà ri- 
boccare. 

mucià, mi. brontolare (' vo- 
ciare ' ?). 

nanti avanti, nm. 105. 
nantigarda avanguardia, E 
V', nm. 79. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



77 



nàska (e nàsika) nasone; 
e. naskgne, Arch. XV, 89, 
XIII, 2S6. 

nata nuotare, nni. 8. 

natera, mi. nottolino ; v. 
naticca. 

iialicca nottolino ; reat. tia- 
tikkia, abr. natikkie, Salv. 
Post. 15 ; V. natera. 

nazzikà ' inazzicare ' zop- 
picare. 

nkallà impregnare {hallo 
gallo). 

nkarà ' incarrare ' caricare, 
nm. 62. 

ncafrokkasse imbattersi, 
impacciarsi (f. cafrqkka naso) ; 
V. cafru. 

nkiostrà, ci. incastrare, 
(claustru - clostru). 

ncokkà, mi. dar del capo 
(cqkka). 

nkiisciasse, ci. accosciarsi, 
incurvarsi. 

necco magro ; sg. ?iecco 
[aiineccito dimagrato), f. nicco, 
Arch. XIV, 399. 

ncce forfora; forse da ca- 
ni cae, per discrezione (v. 
berenacci), ma le difficoltà 
non mancano. 

neo, vm. neo, gnaevu. 

ìiescì uscire, II, 108. 

nipopo ogni tanto tempo, 
nm. 148. 

nfantà partorire ; cfr. ait. , 
nap., fr., ecc. 

nfanzia ' infanzia * somi- 
glianza ; fabr. anfanza ; v. in- 
fanteze. 

nfinmte (e nzinenté) insino, 
nm. 147. 

nfolekà, mi. incalzare, spin- 
gere a forza; forse da furca 
(Misceli. Monaci, 121), ma 



V. Caix, St. 362, e anche 
Arch. XVI, 449 e 233. 

nfutterisse infuriarsi. 

ìigavinà (e ngaina) aggro- 
vigliare, Arch. XIV, 281. 

ngatnbrikà inciampare. 

Jigiasiemà, v. ghiastenià. 

ngueto inquieto ; così è da 
correggere al nm. 73. 

figunokkiasse, mi. inginoc- 
chiarsi, II, 91. 

Jiniiriatura, s. ingiuria. 

nikkià, mi. dolere ; lamen- 
tarsi ; V. Pieri, in Misceli. 
Ascoli. 

niccqzza nicchietta, nm. 37. 
Segnalo qui, non avendolo 
fatto altrove, la ricca serie dei 
nomi in -gzzo -ozza : filozzo 
maritozzo , kavqzza pianqzza 
pilqzza formalqzza fossatello. 

niora nuora, nm. 3 n. 

ìiigzio negozio. III, 89. 

nìzzola topo campagnuolo ; 
abr. nìzzere {nìtule e ititele), 
KÒRT.2 6547. 

nqniera nome, III, 119. 

novìna seme di zucca, po- 
pone e sim.; inezia; uccellino, 
bambino ; zg. nuìna, abr. iiu- 
vine, f. ndovìna, e. ci. lovìna ; 
forse da * n u g i n a ( n u - 
gae), nm. 90. 

nsingà insegnare, II, 91. 

nsukkà, mi. inzuppare. 

ntakkariello specie di pane 
rozzo che si sgretola facil- 
mente. 

ntellUggere intendere, che 
sarà scherzoso ; solo nel detto 
che com. : « Leggere e no 
ntellùggere ». 

ntenale tanaglie, nm. 108. 

filmo, mi. intingolo. 

fitisto svelto ; nap. 'ntislo, 



78 



G. CROCION I 



abr. udiste, Mussafia,- Kath. 
gloss. s. V. 

titorsasse intraversarsi (del 
cibo) (intro-versari). 

nirakqle cogliere in mezzo. 

ntraperio, mi. semiaperto, fr. 
entrouvert^ prov. entreduperto. 

7itrellekà, mi. tremolare 
(*tremulicare). 

ntretesse interesse, II, 109. 

ntrollekà e ìitrommekà stro- 
logare. 

ntromento mentre, nm. 148. 

ntruppikà inciampare, nm. 

59- 

mijo, e. nuvolo. 

mie Ile, mi. in nessun luo- 
go; lab. noviellt, arcev. livelle, 
urb. inveli, v. Caix, St. 23. 

nzulo mescolanza, -à me- 
scolare, insudiciare ; cfr. nznr- 
ìo in Merlo, p. 25 n. 

nzìtno, crp. insieme, II, 149. 

gei voce, II, 117. 

oi oggi, II e III, 148. 

qme uomo, nm. 117. 

gngoja, e. unghia. 

opiato ' oppialo ' chi dorme 
molto, nm. 114. 

orto orlo del pane ; abr. 
ore, arcev. or-vìo orlo vivo, 
Arch. XV, 220. 

or tale (serpe-) grossa biscia 
di cui ignoro il nome scien- 
tifico. 

qstio oste, nm. 117. 

qta volta (pi. -i, nm. 119). 

ottembre mese che non vie- 
ne mai; è scherz., e non si 
collega coli ' o 1 1 e m b e r del 
lat. volg., Caix, St. 197. 

ove uovi, nm. 119. 

pa pane 107. 



paà (e. pajà) pagare, III, 89. 

padire digerire, Z 12', 
KÒRT.2 6932. 

pagura paura, nm. 109. 

palatana erba parietaria, 
K0RT.2 6869. 

palormna farfalla. 

panicca, s. polenta, Arch. 
XIV, 400, KòRT.2 6825. 

panonta pane unto col cola- 
ticcio delle carni arrostite, 
-gne far la panonta. 

pantàsiina fantasma. 

papàro {e papà}H)iiaro; Z 70'' 
papammaro, nm. 69 n.) papa- 
vero, Salvioni, Post. 16, 

pàpero uovo col solo panno; 
non par da disgiungere da 
apalu, mi. àpele, nap. àpola, 
ecc. ; KÒRT.2 719. 

papero lucignolo; tnpaperiti, 
dei capelli delle donne volgari, 
unti coli 'olio; Kort.2 6852; 
Zeischr. 28, 2, p. 163. 

papgre, vm. vapore; spa- 
purà, s. svaporare. 

paraìùa frugnolo, ombrello- 
ne per cacce notturne (altr. 
'diluvio'); cfr. h. parapluie. 

paro {de ) alla pari, nm. 117. 

paté padre, nm. 120. 

patino, mi. padrino ; -ena 
madrina. 

patreo padrigno, v. malrea. 

pauricca pauretta, nm. 57. 

pavaglione farfalla, nm. 98. 

paviglione padiglione, nm. 
98. 

pekkaio, son., anche per 
' ingiuria '. 

peko pecora, nm. 120. 

pedeka terreno in basso ; 
pedekana querciuola, 

pedicàgnolo dello uscio car- 
dine (cardo), Z 73'. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



79 



pedine pallino, boccino 
(* peduli! ); V. redina. 

pelenwne polmone, nm. 12, 
54, -ita polmonite, II, 109. 

peleto sporco, infangato, -à 
sporcare, inzaccherare ; se non 
va col tose, leto (Arch. XII, 
125) si potrà richiamare il 
gr. nr/Xóg fango. 

pclHcco crivello ; ci. pel- 
Hccu, abr. pellicce e piiU- 
(F1N.2 247), per la materia 
ond'è fatto. 

pendima riva dei laghi, 
Top. 23. 

peni pegni, nm. 91. 

pennazze ciglia. 

penteìicco maculato, chiaz- 
zato ; march, pente/lato (da 
penlella macchiolina). 

perkrà, e. posdomani, v. 
kra. 

perla imbuto pitria), II, 93. 

perla, e. gomitolo ; mi. 
pìria. 

perone, e. scoglio, II, 93 ; 
apperonassc appoggiarsi a 
muri, pietre e sim. ; plrqcca 
petruzza. 

persa prezzemolo, nm. io. 

pertusare traforare, Z 13'^, 
nm. 41, K0RT.2 7082. 

pescitello pescetto, pescia- 
tello, Z 71'. 

peskglla pozzangheretta ; e. 
peskola, reat. peskola, ecc. 

pesticcio ' pezzetticchio ' 
(nm. S7), pezzettino. 

pelata patata, nm. 16. 

petente {& pezzente, m\. puz- 
zante) pitocco, nm. 132. 

pete chiedere, petere, 
nm. IO, 93. 

pete piede, nm. 95-96. 

peiolante pitocco, nm. 132. 



pezzelana pozzolana, nm. 

36^''. 

piaja piaggia, nm. 50. 

pìdeto, s. crepltus ventris ; 
arpin. pìrito. 

pikkolone pensolone ; da 
appiccare + pensolare. 

pinara piena (d'acqua), 
nm. 8. 

pioiccekà piovigginare ; abr. 
piovezzikà. 

piovilo, gn. piovuto. 

piperò pei>e [scherz., solo 

nel motto : mitti piperò ke 

I bene vivepero, nm. 128 n.], 

I axc&v . pìvero (scherz.), Kurt.' 

i 7176. 

pirco avaro ; zg. pirkiii, 
\ rom. pirkio. 

pirqcca, v. s. perpne. 

piskaru, zg. filo d'acqua 
che stilla, -à stillare, colare. 

piskràl posdomani, v. krai. 

pistar pigiare, C VI"', pisto 
\ roba triturata, KÒRT.2 7196. 

plllocco e pitupcco pidoc- 
j chio, nm. 3, 57, 95. 

poi l' altro yurno tre giorni 
fa, nm. 148. 

pglepa polpa, nm. 109. 

ponzikà ' pungicare ' pun- 
gere, nm. 36. 

pgrbo polipo, nm. 52. 

poriere porgere, nm. 90. 

poriga b u 1 g a , Z 36' : 
« bulga: la pcn-iga, la ba- 
lice, li bulsi », nm. 109. 

pornocchlatnento sauna, 
Z 64' ; merid. pernacchia, s, 
verìiacchia, donde s. sbernac- 
chià. 

poro povero, nm. 15. 

poskrài, s. posdomani ; v. 
s. krai. 

povlello pugno ; n. zg. pu- 



8o 



G. CROCIONI 



jellu, reat. puillu, it. pigello, 
pugillu, Caix, St. 449. 

pozella pulzella, ntn, 36. 

pozzaga pozza, pozzanghe- 
ra, KOrt.2 7570- 

pozzo polso, nm. 56. 

pozzoìietto pajuolo col ma- 
nico; ■èXX.x. polsinctto (nm. 56), 
can. bnrzhnUto. 

preà pregare, nm. 84. 

prekurà, sg. curare (la sa- 
lute, il danaro, i campi, ecc.). 

predissio7ie processione, 
nm. 102. 

pregarla. «Peto: doman- 
dare con pregarle et humi- 
lità », Z 72% nm. 24. 

preni pregna, p r a e g n i s , 
nm. 91. 

preolese pergolese, uva da 
pergola, nm. 61. 

presone prigioniero (come 
in altri dialetti centrali e 
nell'alt.). 

pressila, e. persa. 

primo prima, nm, 148. 

prina pregna, nm. 91. 

privilo (terreno, casa) di 
proprietà esclusiva di chi lo 
possiede ; da p r i v a t u (co- 
me cubi tu domi tu); v. 
piovilo. 

proba Gpropa propriamente, 
nm. 97, 102. 

prokuojo, f. procojo ; vel. 
prekqjo, zg. prekqju, ci. pre- 
gqliu, genz. prekoriu. 

prode {fa-) giovare ; cfr. 
Parodi, Trist. 430. 

prgvere polvere, nm. 12. 

prunkaccino , ci. prugno ; 
V. brunkaccino. 

prurigo prugno, II, 91. 

prusia blusa (fr. blouse), 
nm. 51''''. 



pìici pulce, II, 117 ; plico 
pulce, nm. 53, 117. 

pulente ' polenta ' grantur- 
co, nm. 117. 

pulikà, zg. pulire il grano. 

pullo, zg. appollo {spollà, 
vel. levarsi di letto). 

pìiskia, zg. umore lattigi- 
noso emesso da legni che 
brucino (pustula). 

pulo potuto, nm. 132, 

puzzijanaro, e. pozzolanaro. 

quadrìkkia, mi. nottolino; 
nel mi. abondano i nomi in 
-ìkkio -a, -ilo -a {soricìkkio 
leperìkkio, ecc., ninioltiio ka- 
larzilo kardarilo kosillilo co- 
serella, ecc.). 

guardi, v. s. koddì. 

qtiaìakkara, e. gran quantità 
di fignoli o di altri rigonfia- 
menti in una parte del corpo. 

quÌ7ialo cognato, nm. 91. 

raccq braccio, I, 99, II, 99. 

rago rantolo ; rad. rac- 
(rana, ragano, ecc.). 

ràja rabbia, nm. 46. 

ramicca gramigna, nm. 89, 
II, 89, marchig. gramicca. 

ranco granchio, nm. 89. 

ranfe granfie, nm. 89. 

ranicco, e. chicco di gran- 
dine, KÓRT.2 4328, Arch. XV, 
492. 

rànina gràndine ; v. s. rà- 
nola. 

rano grano, nm. 89, II, 89. 

rànola, vm. gràndine (v. rà- 
nina), arranolato battuto dalla 
grandine. 

ranzolu, zg. chicco di gran- 
dine. 

ranhnkia ranocchia ; s. kra- 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



8i 



nùnkio, nap. granùnkia, sic. 
ranhnkiu (e it. ranuncolo), 
Salvioni, Post. i8. 

rape Ilo -ina terreni vulca- 
nici (lapillo), nm. 51'"'. 

rapazzfìla lettuccio di can- 
ne e paglia pei contadini ; 
e. ravazzqla, f. ruvazzqla, 
zg. mazzola (vel. anche var- 
vazziìla). 

rappàju, zg-. grappolo, nni. 

84. 

rasa filare di viti, -àl£ spa- 
zio trasversale nelle vigne, 
-aletto spazio fra una rasa e 
l'altra. 

rare arare, II, 105. 

raskio sputo ; nap. raskar, 
Arch. XIV, 402, 

rasìna (zg. rasìna) rascia 
delle botti, 

ratino gradino, II, 89. 

ratìkola gratella, nm. 84. 

ratta grattare, rattakaso 
grattugia, nm. 84. 

rava, mi. (crp. rave) maci- 
gno, Arch. XII, 132, XIV, 284, 
e V. nm. 51"''. 

razzàkkero grappolo. 

reazzo ragazzo, II, 89. 

rebbilone ribellione, nm. 23. 

rekazzà ' ricalzare ' adunar 
terra intorno alla vite. 

rekonsiilo, mi. provvigione 
che parenti e amici portano 
per più giorni alla famiglia 
dove sia morto qualcuno. 
V. qui s. consolatio. 

redduce raccogliere, spaz- 
zare, -ulta spazzatura, rac- 
colta. 

redina (e rena) sentiero ; 
tose, redola, Caix, St. 479. 
Arch. XVI, 464. 

redo erede, nm. 5, 105. 



regolizia li<iuorizia, nm. 28. 

rcninierzà, ci. ' rin versare ' 
rimboccare. 

rena, v. s. greno. 

rennacco ' rinaccio ' recin- 
to reticolare per capretti. 

rentqrta ritorta. 

r eque te ricercare (col t ter- 
ziario), nm. 87. 

resibbella risipola, nm. 97. 

r espone rispondere, nm. 66. 

retrànkiila posoliera ; ba. 
re tran ka, sp. retranca, sard. 
litranga, Arch. XIV, 397. 

reve, e. bastone di spino. 

rez'otiko, mi. scompiglio ; 
V. revuottiko. 

revngttiko rutto, revoiiikà 
ruttare ' rivolticare ' (v. jot- 
tikà), nm. 53 ; v. revotiko. 

rezzennà, ci. accennare. 

rezzqla reticella. 

rinzglu lenzuolo, II, 51'''. 

rogià, s. russare, rugliare 
{rojà), III, 51. 

rqla, n. porcile ; v. rg>lla. 

rolla porcile (v. rola) ; abr. 
relle arelle, mant. arela, 
bresc. reta ; base bara. 

ronco roncola. 

Tonnina rondine, nm. 66. 

rosicca, gn. ' rosicchio ', 
rugìme, rimasuglio di forag- 
gio mangiato. 

rovazzo pettirosso ; base 
r u b -. 

riifo .specie di scabbia dei 
cani, -oso, cfr. Bull. Soc. 
dant. it. N. S. Ili, 155. 

ruga fare il soprastante, 
-anza -era alterigia, Pieri, 
Zeitschr. 28, 186. 

rngia rubbia, nm. 46. 

rungo grugno, II, 89. 

rugcco ' rocchio ' pezzo, 



82 



G. C ROCIONI 



aroccà eseguire in fretta, alla 
peggio. 

ruspo rospo, II, 6. 

ruzza ruggine, nm. 105. 

saccente saggio, nm. 47. 

saettala majuolo della vite. 

salevà salvare, II, 109. 

sango sangue, II, 117, III, 
117. 

sapio savio, nm. 47. 

sardània, e. pentola; for- 
se v'è traccia di importazione 
sarda (aapSaviog). 

sàriga (e sàrega) camiciotto 
contadinesco ; zg. sàrika, abr. 
sàreke, KÒRT.2 8636. 

sàuci salice, I, 55. 

sàveco salice, nm. 109. 

sbarbajà, zg. ' barbugliare ' 
ciangottare. 

sbavila sbadigliare ; zg. 
sbai/à. 

sbclà ' svelare ' scoprire, 
nm. 76. 

sbeloccà aprire, espandere 
(delle gemme vegetali, degli 
occhi dei bambini, ecc.); va 
unito ad atinoccà nel detto : 
marzo annqcca, aprile sbe- 
loccà. 

sbcrco bircio, guercio. 

sberluccikà scintillare, ab- 
barbagliare; vers. baluccicare , 
Pieri, Zeitschr. 28, 176. 

sbinge urtare, ' spingere ', 
sbingo brillo, allegro per vino, 
-gne urtone. 

sbofonà, ci. divorare, dilu- 
viare (nap. sgofanà). 

sbordone bordone, nm. 108. 

sbotta scoppiare ; v. ab- 
botta. 

sbrigolà sciupare, sgualcire ; 
pare un eufemismo. 



sbregohà svergognare, nm. 
76. 

sbuca {fa-) far fiasco, non 
riuscire. 

sbugzzo abbozzo, nm. 2. 

skakarcino zerbinotto, nm. 
104. 

skalarqla cancello a forma 
di scaleo. 

skalekanasse correre a pre- 
cipizio, nm. 109. 

skalemà scalmare, spossare, 
nm. 109. 

scalv acare scavalcare, nm. 

113. 

skavipikà, morire, uscirne ; 
negli Stat. nem. : sallita cioè 
scampecatura. Monaci, p. 5. 

skannafugsso luogo diru- 
pato, di arduo passaggio ; 
base s e a n d - . 

skanniello sgabello, nm. 66. 

skapelli, n. chi va senza 
cappello in testa. 

skapercatgre pettine da ca- 
pecchio ; V. caperco. 

skaporà, lab. decapitare (da 
kàpora capo). 

skarapello -ina scalpello 
-ina, nm. 109. 

skaravugtto e -ugttolo sca- 
rabeo ; fr. escarbot, Kòrt.- 
S424. 

skarsijà scarseggiare, II, 90. 

skaso, mi. disgrazia ; crp. 
skasso. 

skassatelo, e. ' scassatello ' 
solco. 

skatafugsso, ci. vai quanto 
skannafugsso ; Arch. IV, 409. 

skatellà, mi. partorire ; da 
catellu (catulu); cfr. arcev. 
catiello. 

skàuzo (111,55), skàvezo (nm. 
55), skàvuzo (II, 55) scalso. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



S3 



scenetta litigio, alterco; ci. 
scioìetta. 

sceneratora ceneracciolo. 

scennentc ' scendente ', 
schiaffo applicato dall'alto al 
basso. 

scentico sindaco, nm. 9. 

scento disceso, nm. 132. 

Scenzia Ascensione, nm. 
105. 

sceppà, ci. carpire ; da 
' ceppo '. 

schianco schiantolino ( r a - 
cemus), Z73'; oà. sciavgo. 

skiasì (e sciasi nm. 57), 
sforzarsi, tentare. 

skikkerà bere soverchia- 
mente. 

sciao schiavo, nni. 57. 

sciaffo schiaffo, nm. 57. 

sciango, V. schianco, Arch. 
XIII, 346; V. schianco. 

sciasi, V. skiasì. 

scibhenanke sebbene, nm. 
146. 

scifa -o ' schifo ' (nm. 57) 
vasello di legno, di varia di- 
mensione, a cento usi diversi. 

scinco, sg. sgualcire, ' scen- 
ciare '. 

scintgre -orilo sottana (v. 
centore}; zg. scendgne, che 
forse, però, è cosa diversa, 
V, Zambaldi, 277. 

sciqbbeko, ba. acquazzone. 

sciamo sciocco, balordo ; 
abr. come (tose, donno!) . 

scioerta e sciuerta donna 
sciatta, melensa; f. sciaverta, 
abr. sciuerta. 

sciovellà ' schiavellare ', 
schiodare, KÒRT.2 2250. 

scìulià, zg. scivolare ; ba. 
sdora, e. sciurikà. 

skoltà ascoltare, nm. 105. 



skompensato ' scombensato ' 
(ociosus), E XP. 

skonfettà disfare, guastare 
(ex - confectu). 

skqte zappare ; skossura 
zappatura. 

skozzà dissodare, scalzare; 
fr. ecosser. 

skrepante zerbinotto (cfr. 
crepare millantarsi); il Sal- 
viONi (Arch. XVI, 468) vi 
intravede ' sacripante '. 

striasse, zg. ' screarsi ', 
tornare in nulla, Caix, St. 300. 

scrimire schermire, Z 24'' ; 
afr. escrimir, sp. esgrimir. 

skrokkà stemperare, strap- 
polare (il contrario di ' ac- 
croccare '), KÒRT.2 2615. 

skroccà scrocchiare, nm. 57. 

skruppigne scorpione, nm. 
60. 

sdrellekà, e. scrollare, tre- 
molare; V. ntrellekà. 

seko sevo, nm. 9. 

sellegoja, e. baccello del 
carrubo (q. *sellecula, da 
sella, dove i semi sono di- 
stribuiti). 

sehuzzu -à, ci. singhiozzo 
-are, Arch. II, 317. 

sepro dispari (nella locuz. : 
pari e sepro); da ' separo '. 

serabullu, n. serpillo (ser- 
p u 1 1 u ) ; vel . zarabgllo . 

sergo selce, nm, 52, 117. 

serime, e. serrarne, serra- 
tura. 

sernientare, B, raccogliere 
i sarmenti dopo la potatura. 

serta (e nzerta) treccia di 
cipolle, agli e sim. ; v. inserto. 

seta, ci. setaccio. 

sfella fetta ; nap. fella, abr. 
felle; Fin. 2 1S7. 



84 



G. CROC IO NI 



sfionkà, sg. lanciare, q. 
fiondare; march, fiongà e sf-. 

sfogatelli funghi artificiali 
prodotti da ceppaje di noc- 
chie abbruciacchiate e poi 
assiduamente annacquate. 

sfrasca, B, il contrario di 
frascare nfrascare. 

sfuzzono, s. scansafatiche. 

sgaìniro casmir (stoffa;, 
nm. 113. 

sganiollà sradicare, -olio al- 
bero sradicato ; cfr. 1' abr. 
skanmllà (e x - e u m u 1 a r e ?) . 

sgamuffà, ci. fuggire, invo- 
larsi ; da ' camuffare ' ?. 

sgiso sbieco ; ait. schisa. 

sgofanà mangiare avida- 
mente ; V. sbofonà. 

sgorna grugno, ceffo ; cu- 
latta di pianta. 

sgulato (' sguaiato ' o ' sgo- 
lato ' ?) ragazzo. 

sicco secchio, nm. 57. 

silandra grande caldaia per 
acqua ; cfr. il calab. jelan- 
dra serpe d'acqua; Rolla, 
Topon. 54. 

sima, e. concolina ; arcev. 
scina vaso per mungere. 

sìhika foga, alacrità nel la- 
voro, assinikito aizzato, inci- 
tato ; ci. sienika, nsenikitu. 
Va col lucch. assen- o assini- 
care accanirsi nel lavoro, per 
cui v. Pieri, Zeitschr. 28, 182 ; 
e ora anche Salvioni, Arch. 
XVI, 431. 

sìfiiko sindaco, nm. 66. 

sinozziko singhiozzo; v. se- 
nuzzo. 

sio sego, II 5. 

smafarato spalancato ; cfr. 
ma/aro, sic. mafaru coper- 
chio. 



siiiano, mi. fastidio, noja 
(smania). 

snierko -à marchio, -are, 
nm. 108. 

sobbrodà imbrodolare, spor- 
care. 

solatio soletto (a Lénola). 

sgleligne solleone. 

sor e sorella, nm. 120. 

sorccco falce messoria; n. 
sorckkiu, mi. sorikkio, ba. 
serrikkie, abr. sarrekkie, ar- 
cev. screkkia; Salv. Post. 20; 
V. sordo, sg. 

sorcio, mi. ramaiuolo (' mi- 
surello '?). 

sorcio, sg. falce messoria, 
V. sorecco. 

sorikicco sorcetto, topolino, 
nm. 4. 

sgrici sorcio, II, 117. 

sorììiento, ci. sarmento. 

sqrva sorbi, nm. 99. 

sotteniko ascella ; v. Arch. 
II, 318 segg. 

spallare, B, sparpagliare 
per la vigna le canne da so- 
stegno, KÒRT.2 6845. 

spàreco asparago, nm. 105. 

spasino -cita, cestello di 
forma allungata (expansu). 

spa torca, mi. ' spatozza ' 
spatola da battere il lino. 

spenna spinta, nm. 67. 

sperloìigarc prorogare, 
Z 5', 6% E XP; cfr. Armel- 
lini, S. Fr. 404, Monaci, 
Crest. 476 {perlongare, di 
Jacopone) ; e può ricordarsi 
sperfondare dell'arom. (Ar- 
mellini). 

spirdo spirito, nm. 106. 

spisso spesso, sovente, nm, 4, 

sprefgnnu, zg. altezza (del 
cielo, e sim., cfr. il lat.). 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



85 



spr averi e spru- sparviere, 
nm. 61. 

spuìizzì, son. pulire; merid. 
pulizzà. 

spiizà haurire, E III' 
(De Bart., Fior, soppoczati). 

ssà costi, nm. 150 ; di- 
versa cosa è il prov. sai 
e e e e h a e . 

ssugà asciugare, nm. 105. 

sta costà, nm. 150. 

stala saldare ; dal gettare 
o rompere che si fa della ta- 
glia, quando viene saldato il 
conto che essa rappresenta. 

starlo osteria, nm. 118. 

sterella, sg. porcile ; e. 
stretta ; forse per fusione di 
stolta e retta, v. s. rolla. 

stì costì, um. 150 ; stia, 
ivi, n. 

stokkà spezzare, troncare ; 
stgfiko troncato, nm. 132 ; 
arcev. stiikkà (ted. stuk). 

stglikoro, s. cavalletta. 

staffetta, e. battere, pren- 
dere (nel gergo, ' suonare ') ; 
sarà lo stesso che stufo tare, 
Caix, St. 612. 

stracmone trascinando, nm. 
149. 

straniano fuori di mano ; 
boi. straniati (reat. asprama- 
ni), extra manum. 

strasu, zg. strage, stermi- 
nio. 

strea strega, II, 9. 

streppà carpire canne, ex- 
tir pare , nm. 61. 

streppina razza, genìa, 
^stirpinea, nm. 61. 

strina vento gelato ; -à ge- 
lare ; nella Marca conserva 
anche il significato di ' ab- 
bruciacchiare ', KÒRT.2 9930. 



strizza -à -ala brina -are, 
-ata, KÒRT.2 9100. 

stranetu stornello, III, 51. 

strìissio, crp. massacro ; 
son. s truce io ; de] s t r u x i o ? 

stuà asciugare, polire; cfr. 
it. stuella. 

stuali, mi. stivali. 

stìippoto batuffolo, stuello ; 
V. stuà. 

sukkuzuni, s. pugni dati 
sotto il mento, II, 65. 

suliko solco, II, 6. 

suppi/ià, mi. inzuppare, aai- 
morbidire. 

sventricare sventrare (e-vi- 
scero), Z 13'. 

sv oliere svolgere, mn. 90. 

tàMia, zg. ' taccola ' rita- 
glio di legno, scheggia ; abr. 
tak/carelte. 

tani talli, nm. 43 e n. 

talpa (od. torba, inm. 52) 
callo (calus, cioè callus), 
Z 62'. 

tanìe, n. litanie (per discre- 
zione) ; anche altrove. 

tamanto tanto, Arch. VII, 
5S6 n. 

tanmi tanto ; soltanto. III, 

67- 

taratiifelò tartufolo, nm. 
109. 

tarlerà zotico, nm. 17. 

tarulato, ci. vajolato, but- 
terato ; march, to/rtato (anche 
del legno); da ' tarlo ', Kòrt.^ 
9393, nm. 109. 

tata babbo. 

tendcrmne tenerume, nm. 
75- 

levala tegola, nm. 51, 89. 

tijetta ' tigella ' tegamino, 
nm. 90. 



86 



G. CRO CIO NT 



Hocco -itto pezzo -etto (toz- 
zo), nm. 3, 4. 

tirata d' acqua a q u a e 
haustus, E ir. 

tqdera, mi. tromba; abr. 
tqtere clarinetto rustico. 

tofo tufo (tophus), nm. 
12, Meyer - LùBKE, Gram. it. 
trad. p. 28. 

toletta, gn. tavoletta ; cfr. 
merid. tqla tavola. 

toìnà domani, nm. 148. 

torta legame per fasci, -icco 
fascette, -gre torcolo; tortolo, 
s. torta pasquale. 

topello {farse-) t e p e r e , 
Z 17^; nap. tiepolo *tepu- 
1 u , KÒRT.2 9459. 

tranià trainare, II, 113. 

trappino tappeto, nm. 5 ; 
alatr. trappite. 

trasavo trisavolo ( a b a - 
vus), nm. 30. 

trasemarino , mi. rosmarino, 
zg. tresmarinu, abr. trusma- 
rine, cioè trans-marinu. 

tratto {far lo-) e x p i r a r e , 
C VIP, cfr. Misceli. Mo- 
naci, 121. 

tremo terremoto, II, 120; 
nel Vattasso, 90, 94, triemo. 

trepito ' trepido ' tralcio di 
vite ; strepita recidere i tre- 
piti (specie di potatura). 

trescare conculcare, E IV'. 

tribbile terribile, nm. 106. 

trikà tardare ; prov. tricar, 
Arch. XIV, 406. 

tris tu {fa lu-), n,, ci. solle- 
ticare. 

tritare triturare, Z 12'. 

trivallo patibulum, Z 
32' ; non altro che ' trava- 
glio '. 

troccu -ellu, zg. pezzo -etto. 



trgnitu (pi. troni te) tuono, 
II, 119. 

troppa, zg. legna da fuoco ; 
arcev. stroppa. 

troppedi treppiede, II, i. 

triivido torbido, nm. 60. 

tiituro, s. spiga di formen- 
tone ; altr. tuta tìdolo e tii- 
tero, tutulus. 

uà ' uva ' vite. 

uaso (e vaso) bacio, III, 76. 

7(ìa {tera-) depositi detritici 
alluvionali. 

lite bollire, nm. 51, 99. 

unta, zg. trapelare, trasu- 
dare, humere. 

uqta volta. III, 76. 

uqtta botta, III, 76. 

uovo bove. III, 76. 

usià origliare ; nap. ausolià, 
march, usolà, Arch. II, 16, 
ma l'etimo resta oscuro. 

ìittero -a, sg. fanciullo -a. 
In diali, vicini vìitt-. 

vakante -à vuoto -are. 

vako -a acino -i, nm. 119. 

vaìgne ragazzetto ; nap. gua- 
Igne, nm. 79. 

vaiano castagna lessa ; gr. 
pdXavog ghianda. 

vardella bardella, nm. 99. 

varevono (od. varvgné) 
agnina (cioè angina), Z 
62', male alla gola (di cavalli, 
buoi, ecc.) ; nm. 99. 

vaio passo, vadum, nm. 95. 

vava bava, II, 99. 

vekkgne boccone, nm. 32. 

vecita v i e i s s i t u d o (« vi- 
cenna o riverso »), E II' ; 
vive fiocamente in qualche 
dialetto marchigiano ; cfr. il 
mio arcev. 



IL DIALETTO DI VELLETRI 



87 



vcdegnare Z 12" vendem- 
miare. 

vene vendere, nm. 66. 

velìkclo ombilico; ci. velli- 
culii, nm. 112, MussAFiA, 
Beitr. 35 ; in questi almeno 
non si è verificata quella 
contaminazione che il Merlo 
(p. 23 n.) suppone per l'aquil. 
ììiujjchiru. 

velqcca ovulo (fungo) ; tuor- 
lo dell'uovo; zg. ciocca, abr. 
velocce, ci. veloccelle. 

vera guerra, nm. 62. 

versaglia certame n, E 
IX' ; arom. versalglia bersa- 
glio, Vattasso, 85 ; V. nm. 
118 n. 

verta borsa; s. f., bisaccia. 

vcriecchio fuseruola ( v e r - 
ticulum ), E IIP. 

vesko visco, nm. 9; imneskà 
inviscare, nm. 69. 

vezzo avvezzo, nm. 105. 

viàjo viaggio, nm. 50. 

viàtiko, crp. viaggio. 

viecco vecchio, nm. 57. 

vila arbusto da far granate ; 
cfr. it. vigliare, Parodi, in 
Rom. XXVII, 224-5. 

vilìippio vilucchio, convol- 
volo. 

vineslra ginestra, nm. 90. 

vinugcco ginocchio, nm. 
90. 

vìrelo graticcio da seccarvi 
su uva, frutta e sim. ; stante 
la sua forma intrecciata, an- 
drà con lo sp. virola, afr. 
virole, DiEZ, s. virar. 

vizzuoko pinzocchero, nm. 

97- 

vqggi oggi, nm. 78. 
vglepa volpe, nm. 54. 
voliere volgere, nm. 90. 



voltacelo vertigo, EHI'; 
v. s. capogierulo. 

vara ora, nm. 78. 

vqrna corno; conca marina, 
col cui suono si radunano 
animali dispersi alla pastura ; 
mi. vgrho, e. orna, 

vottavgne gorgo prodotto 
da cateratta; rom. bottaggnc 
liottaccio del molino. 

vove bove, nm. 2, 99. 

zagalà balbutire, -gnc bal- 
buziente ; per onomat. 

zagalà, n. avvolgere con la 
cordicella la ruzzola da lan- 
ciare; cfr. rom. zàgana -ella 
(abr. zanne Ile) strisca di tela, 
trina. 

zampillo, s. contadino (in 
quanto porta le cioce e i cal- 
zoni corti). 

zangrillo grosso grillo de- 
gli acridi ; ragazzo vivace ; 
abr. pizzengrille. 

zappo capro ; abr. zappe ; 
anche in Z 64"^ e negli Statuti 
nemesi (Monaci) ; cfr. ted. 
zapfen maschio. 

zarabgllo serpillo, nm. 109; 
v. s, serabullu. 

zarapika zanzara ; donna 
bisbetica e pettegola ; Z 62' 
sarapika e u 1 e x , abr. cara- 
pike, fabr. carapika, emil. za- 
r a big a. 

zaro {trema coìn'tm-') ; cfr. 
Arch. YIII, 329-30. 

zekkà salire ; e. azzekkà. 

zellino soprastante, -à fare 
il sopr- ; abr. éelle -gse cavillo 
-oso ; attakkazzelle attacca- 
brighe. 

zemelli ' azimelli ' pane 
azimo. 



88 



G. CROC IO NI 



zenAo Cenno, nm. 75. 

zendo senno, nm. 86. 

zigo, sg. magro, sparuto, 
piccolo ; V. s. cekolino. 

zinfónìa sinfonia, nm. 80. 

zinna mamma, Z 36^, zin- 
nola mammilla, ivi. 

zìrola sorta di funghetti ; 
zg. éirulette; andrà coll'it. 
zirla {*zirola) cui rassomiglia. 

zoffià soffiare, nm. 80. 

zombare llu, zg. ' zompa- 
fello ' ghiro. 



zozzìkkia, mi. son. salsic- 
cia, II, 55. 

zuffi castagne lesse ; si ri- 
cordino il ted. znf polenta, 
l'it. zuffa (Caix, St. 667), e 
si pensi che di castagne lesse 
è fatto il castagnaccio, specie 
di polenta. 

zurla donna leggera e lus- 
suriosa ; cfr. it. zurlo uzzolo. 

zurla (e zulla) pietruzza 
scagliata ; ziirlà (e zulla) si- 
bilare ; cfr. it. zirlare. 



Giovanni Crocioni. 



INTORNO AL DIALETTO D' ORMEA 



La piccola borgata d'Ormea trovasi nella valle 
superiore del Tanaro, a settentrione dello spartiacque 
che divide la Liguria dal Piemonte : il suo dialetto 
ha una chiara e forte impronta ligure, ma può cio- 
nonostante considerarsi, se questa espressione signi- 
fica qualcosa, come dialetto di confine, ossia inter- 
medio fra il ligure e il piemontese o certe varietà 
dell' uno e dell' altro. Ha inoltre anche caratteri 
proprii, assai notevoli; ed ò perciò da rallegrarsi 
che abbia attratto a sé V attenzione d' un giovane 
studioso, abbastanza ben preparato, e non sfornito 
d' acume né di buoncV volontà, il dott. Bernardo 
Schadel (i). Egli avverte però che non aspira ad 
esaurir l' argomento ; il che significa che si contentò 



(i) Die Mmidart von Ormea: Beitràge sur Laut- nnd 
Konj ugationslehre der nordivestitalienischen Sprachgruppe , viit 
Diale ktp7'obeìi. Glossar und Karte; Halle a. d. S., Verlag 
V. Max Niemeyer, 1903 ; in 8", pp. 138. Si veda una recen- 
sioncina del Mussafia, Literaturbl. f. gertn. u. roman. Philol., 
1904, coli. 30-31 ; e quella più estesa di Giuseppe Vidossich, 
Giornale storico e letter. d. Liguria, 1904, fase, del Settem- 
bre-Dicembre, pp. 451-456. Io numero i paragrafi del mio 
studio per comodità di citazione, senza tener conto della spe- 
ciale numerazione, non progressiva, dello Sch. ; e trascrivo a 
modo mio o nostro i vocaboli dialettali (per es., z z valgono 
il ts ds dello Sch. ; per le doppie vedi la nota a p. 97). 



90 E. G. PARODI 

di raccogliere e indagare i fenomeni più appariscenti 
del dialetto, senza addentrarsi nelle sue più riposte 
finezze. Certo dispiace che così sia, benché 

spesso i particolari fonetici e morfologici più minuti 
forniscano piuttosto insegnamenti metodici che sto- 
rici; ma il nostro giovane dialettologo, in un paio 
di mesi, straniero com' è, non poteva far molto, spe- 
cialmente se si pensa eh' egli voleva esplorare anche 
tutta la regione intorno ad Ormea. Se si tenga 
conto di questo, non si può negare eh' egli abbia 
impiegato bene il suo tempo, e che il materiale che 
raccolse dal territorio ligure e piemontese contermine 
non appaia abbastanza copioso ; senonché la sicurezza 
dell' informazione è d' assai inferiore all' abbondanza 
(vedo spesso attribuite all' uno o all' altro dialetto 
forme che non conosco e una parte delle quali sono 
senza dubbio erronee), e un po' troppo frequenti sono 
gli abbagli nell' interpretazione dei fatti, e i prede- 
cessori sono molto citati ma non abbastanza adope- 
rati o compresi. Taccio dei pregiudizii di scuola 
e di certa curiosa sicurezza nello stabilire confini e 
determinare territorii. Insomma, si riconosce a 
molti indizii che questo è un primo lavoro ; ma na- 
turalmente non si può cominciare che con un primo 
lavoro. 

Non so trattenermi però da un' osservazione. 
Avviene non di rado che giovani stranieri si rechino 
in Italia per un paio di mesi, col proposito di com- 
piere grandi cose : edizioni critiche, che i nostri gio- 
vani (e non mancano d' ingegno né di buona volontà) 
non si sentirebbero di condurre a buon porto nem- 
meno in un paio d' anni ; esplorazioni di vasti ter- 
ritorii dialettali, e così via. Senza dubbio è da 
ammirare il loro ardimento ; ma più d' una volta 
avviene che le edizioni bisogna rifarle e le esplora- 
zioni ricominciarle. Io, per esempio, e non lo dico 
per far torto allo Sch., non mi servirei senza trepi- 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 91 

dazione di quasi nessuna delle forme da lui raccolte 
fuori d' Ormea. Insomma, è necessario anzitutto 
misurar bene il proprio compito, non soltanto colle 
proprie forze, ma col tempo di cui si dispone. 

Nelle note che seguono, mi contento di osser- 
vare le cose più importanti, di correggere gli errori 
più gravi e di aggiungere le notizie di fatto più 
strettamente necessarie, secondo alcune poche note 
che posseggo intorno al dialetto d' Ormea; ma non 
mi occupo di solito che del puro ormeasco, anche 
per non aver 1' aria di abusare della mia condizione 
troppo privilegiata di italiano, di ligure e di illu- 
stratore dei dialetti liguri (i). 

VOCALI 

Vocali toniche. — i. a: dà o, tanto in sil- 
laba aperta quanto in sillaba chiusa. Son qui 
da considerare i riflessi di -atu -ata : questo se- 
condo ci dà reg'olarmente -o, ma il maschile, invece, 
nei participii si riflette per -d\ e lo Sch. crede che 
sia forma importata, perché ' soldato ' suona snidò. 
Ma come può un unico esempio valere contro un' in- 
tera serie? La quale è inoltre rinforzata dagli 
altri casi consimili, fyd fiato, ara arat[r]u, prd; 
mentre suldó anche solo col suo / mostra di non 
esser vocabolo indigeno. Esso può avere 1' -ó da 
qualche altro vocabolo, per es. da maznó, forse male 
inteso come '^ niasnato (benché, a dir vero, sia fem- 
minile); o un ^ sulddii,, introdottosi dal di fuori in 
tempi che V -n, era già caduto, divenne '^ suldóu 



(i) Dirò pure che questa recensione appare cosi tardi per 
molte vicende clie ha avuto, ma era pronta da qualche anno. 
A quest'ora, lo Sch. è in grado di far meglio assai; ma non 
la sopprimo anche perché non è veramente una recensione e 
contiene materiale e notizie nuove. 



9Z E. G. PARODI 



suldó. Basterebbe il plurale -oi, eh' è dei participii 
e dei nomi in -«, pitltói portati, ecc., a far prova 
dell'antichità del singolare. E dunque da dire 
che il riflesso normale di -atu è -a, il quale si con- 
servò intatto perché ossitono, come a (i), sta, ka 
casa, paserd, e gli altri consimih, inoltre (ma temo 
non sia indigeno) ziid città. Cfr. num. 7, pò ecc. 
Evidentemente il passaggio di a ad o è posteriore 
e alla caduta della dentale intervocalica e a quella 
dell' -u rimasto a contatto con una vocal precedente : 
"aprati divenne prd quando ancora '^furtaa, portata, 
non era divenuto pulté. Ma per la caduta di -u 
vedi il num. 10. 

2. -ARIU. Il suo riflesso è -oa (per V -a vedi 
num, 17), tróa telaio, ecc.; eòa il lume (accanto a 
cótru chiaro, ib.) può essere *clariu, ma anche 
claru. Un femminile è góira ghiaia, e aggiun- 
gerò maèelóira macellala, masch. mazelóa (il plurale 
di póa paio, eh' è pure póa, ripete il singolare stesso : 
altrimenti suonerebbe poira : così in genov. un pà 
e dtte pà, accanto però a dite pwcea). Del resto 
è inutile insistere per mostrare che il femminile è 
•óira e non può essere altro. Gli esempi dello 
Sch. nianéra nevéra kaudéra fftcra rispondono ai 
genovesi manéa o tnaynéa, nevéa kàdéa fenéa (que- 
sto, almeno in città, si sente ornai quasi solo nella 
espressione : una f. de kavelli) : è il femminile di 
-ì'ere, cioè dell' orm. -éa, e va studiato coli' è. Ma 
quanto a tal maschile -éa, non credo che tultéa 
torta, focaccia, ne sia esempio sicuro ; poiché risponde 



(i) Però nei testi dello Sch., ke t' q-lu fqccu? che ti ha 
egH fatto? 118, kwalla k'u t' q fqcca a ti, ib., kuni r'q fqccu 121. 
L'o isolato può essere estratto da q-hi\ e questo aveva, non 
é breve, ma a lungo, contratto da ae, à-elu. Cfr. genov. 
are. à-lu, e vive tuttora kumni' a và-luf come la va? S'in- 
tende, che suppongo esatta la trascrizione dello Sch. 



INTORNO AL DIALETTO D'OR ME A 93 

altrettanto bene a ' tortello ', anzi questo è raccoman- 
dato dal piem. tur tei, che ha il medesimo significato. 
Ha -iere ad Ormea, oltre al dpiéa dello Sch., anche 
suréa solaio; ed è maschile maèéa, la scarpa o ripa 
delle /ose, genov. fase, i ripiani a gradinata dei semi- 
nati, cfr. le mie Poesie in dialetto tabbiese ecc. (i), 
p. 64. 

3. AR + cons. : al genov. erstc argine risponde 
eréo ripa. 

4. E chiuso lat. volg. : é in sillaba aperta e da- 
vanti a nasale complicata; a in sillaba chiusa e da- 
vanti a palatale. Noto prastu presto, che accenna 
ad e, come in altri territorii. Ma, riguardo al ri- 
flesso a, c'è qualcosa da aggiungere: lo Sch. non 
tiene nel debito conto gli esempi zanno cenere, 

fainna femina, i quali ci attesterebbero d per Ve 
di terzultima davanti a nasale semplice : ricordiamo 
che di solito la vocale tonica degli sdruccioli si pro- 
nuncia breve; e cfr. al num. 7 il trattamento di qual- 
che ò di terzultima. Ciononostante, un mio studio 
nei Mélanges Chabaneau fa parer più probabile, 
credo, che si tratti di già antichi '^ctnnere "^fem- 
mina. C è però ad Ormea anche tammo temere, 
quasi ^témmere. Insomma, per lo meno, come a 
Genova, il m equivale a una doppia. Non ho 
notizie sufficenti per giudicare di san seno : il Vidos- 
sich dubita si sia confuso con ' senno ' (2). 

Al dialetto d' Ormea manca dunque V ey, vale a 



(i) Poesie in dialetto tabbiese del sec. XVII, pubblicate da 
E. G. Parodi e Girolamo Rossi, illustrate da E. G. Parodi. 
Spezia, tip. di Francesco Zappa, 1904; in 8", pp. 74 (estratto 
dal Giornale storico e letterario della Liguria, anno IV, fasci- 
colo 10-12, Ottobre-Novembre-Dicembre). Si sa che Taggia 
è nella Riviera ligure occidentale, fra Porto Maurizio e San 
Remo, un po' distante dal mare. 

(2) Il riflesso di pisìim è qui pózi [o chiuso», plur,, cfr. 
genov. pwisu, in Arch, glottol. it., XVI, 212. 



94 E' G. PARODI 

dire che s'unisce colla parte più occidentale della 
Liguria e colla Provenza ; e poco importano qui le 
varietà di pronuncia dellV, ora chiuso, ora, come ad 
Ormea, aperto, donde poi, in determinate condi- 
zioni, a. Ma questo a, che, secondo lo Sch., è 
« auffallend und anderweitig wohl nicht belegt », si 
trova essere abbastanza diffuso nell'Appennino ligure, 
per es. fragge freddo, ad Altare (sopra Savona), e 
su per la valle del Tanaro, per es. frag vicino a 
Ceva, che rispondono esattamente al fraggu di Or- 
mea; e non parlo di ay per ey, che abbraccia un 
territorio assai vasto (cfr. Arch. glottol. it., XVI, 521). 
Del resto, anche ad Ormea, ogni éy ed éi, dove Ve 
risalga a un é volg. lat., diviene dy ài, e non solo 
nel tipo nayvìL nero, kavayu capello. Lo Sch. 
scrive: « ad Ormea si ha un esempio di ai, sayra 
sera, dove però è attrazione dell' i [anziché dittongo 
originario], da * sèria ». Senza alcun dubbio, e 
cfr. Poesie tabbiesi, 47 ; ma non è il solo esempio, 
è anzi fenomeno normale. Singolarissimo è zarya 
céra '^ cèrta, che va col tabbiese zeya, e fu certo 
un tempo zayra, come dimostra Va: ma perché Vy 
è ritornato al suo posto ? Casi notevoli son quelli 
di éi\ trai tre, masch., sai siete, avdi avete, savàt, 
2'*^ plur. del futuro -rcii. 

5. o chiuso lat. volg.: sempre u: lumi, genov. lu. 
Qui merita d'esser ricordato kòlpu — come in 
provenzale, — contro tfilna. : genov. kurpu turna. 
Per ìiomme num. 7. Lo vSch., seguendo il ]\Ieyer- 
Lùbke, inclina a credere che 1' u provenga da 
un anter. ou (cioè ow). Ma anche in sillaba 
chiusa? Mi pare che basti, per escludere que- 
sta, osservare che, specialmente nel genovese, sa- 
rebbe assai difìfìcile comprendere come, dato V ou, 
si potesse conservare la distinzione, tuttora chiaris- 
sima, fra sillaba aperta e sillaba chiusa: come cioè 
i supposti ^rousu rosso e "^ askousu ascoso, conti- 



INTORNO AL DIALETTO D'ORME A 95 



nuino a fare due serie, nettamente distinte, rùsu 
(che si scrive di solito e scrivo anch'io rtcssu) (1) e 
askùsii. Qualche prova che lo Sch. crede trovare 
nel novese e altrove, non vai nulla, a cominciar 
dalla trascrizione. Riconosciamo però che X ou 
veramente fu escogitato per avere un parallelo ad 
ci, da e lat. volg., e quindi non apparterrebbe alla 
sillaba chiusa; senonché, se u può risalire ad in 
un caso, perché non nell' altro ? Si vàene dunque 
a perdere ogni elemento di prova ; anzi ne nasce la 
conseguenza piuttosto sgradevole, che un suono iden- 
tico si debba spiegare in due diverse maniere, rtissu 
da TOSSII e askusu da '^ askoiLsit, senza che di que- 
st'ultimo abbiamo alcuna traccia sia ne' documenti 
(Archivio glottol. it., XIV, 3), sia ne' dialetti odierni. 
Per esempio, alla Spezia V u genovese è rappresen- 
tato, così nella sillaba chiusa come nell'aperta, da 
un o tanto stretto, che chi scrive lo spezzino spesso 
lo rende, senza volere, con ^i. Questa fase basta 
a darci ragione dell'odierno u genovese, ecc. 

Dati cronologici assoluti per stabilire a quando 



(i) Il dott. Schadel mi rimprovera questo sistema, ma 
son tante le difficoltà tipografiche alle quali sarei andato in- 
contro facendo diversamente, e il sistema per sé è così chiaro 
che i suoi rimproveri mi lasciano affatto tranquillo. Egli 
non vuole grafie inesatte (così non le volesse davvero !) ; ma 
non si rende ben conto che ogni segno è un simbolo, il quale 
significa soltanto quello che gli facciamo rappresentare. Se 
sia detto chiaramente, come io dissi, che vocale accentata 
seguita da consonante doppia significa vocale breve più con- 
sonante semplice, la mia grafia riesce non meno chiara ed 
esatta di qualunque altra, e molto più semplice di altre. 
Quando la consonante è preceduta da vocale atona si può 
invece scrivere sempre la consonante semplice senza inconve- 
nienti, perché non ci son più differenze di quantità. O, le 
poche che ci sono nel dialetto genovese, dovrebbero ad ogni 
modo essere indicate con un segno : per es. vcdrata invetriata, 
ma pòtrùh ; mugunà' ma gwànd'. 



96 E. G. PARODI 

risalga lo schietto u non abbiamo ; ma un dato cro- 
nologico relativo si ricava da quello che dissi altrove 
io stesso, Archivio glottol. ìt., XVI, 145 sg. : la pro- 
nuncia g persisteva quando il / della formola ULT 
ULD, ecc., cominciò a vocalizzarsi. La fase '^ kol- 

téllu è attestata dai succedanei koutélht kòtéllu. 
Dobbiamo quindi porre anche ^' dguse dolce, donde 
probabilmente '^ dose (come aspéta da aspetta, e an- 
che kadu da kdudtt), infine l'od. duse. 

Confesserò nondimeno che anch'io ebbi un tempo 
la speranza di spiegare con l' oic originario alcuni 
enigmatici 5 atoni, da ù, sopravviventi ; ma altri pro- 
vengono da ò, e insomma le difficoltà e i risultati 
contradittorii a cui s'andava incontro m'indussero 
a rinunciarvi. Cfr. Archivio glottol. it., loc. cit. 

6. E aperto lat. volg. : dà e, di solito, ma e da- 
vanti a palatale e in iato romanzo. Quasi si di- 
rebbe, per dar una qualche ragione delle singolarità 
che appaiono nel confronto dei riflessi dell' è con 
quelli dell' ^' lat. volg., che quando questo divenne 
e, donde a, l'è ad Ormea suonava ancora te, anzi 
probabilmente ù (cfr. il genovese), donde e, che si 
conservò solo davanti a palatale ecc. Così rimase 
vèyu vecchio contro nayru ecc. del num. 4. Ma 
lo .Sch. delle mie prove d'un' antica esistenza del 
dittongo te anche in Liguria (e nell' Alta Italia in 
genere) non vuol saperne ; senonché le sue obbie- 
zioni sono tali che credo di usargli una cortesia non 
discutendole (i). Ci sono nondimeno avversarii 



(i) Il Vidossich, che trova ' puerili ' le obbiezioni dello 
Sch., nota che due delle mie prove ' hanno però nel frattempo 
perso il loro valore '. Una è quella che ricavavo da mai- 
nera, e non mi e' indugio, perché troppo ci vorrebbe, e per- 
ché io stesso la davo come incerta e affatto secondaria. 
L'altra riguarda il vocabolo antico arìetilo, che più tardi, nel 
sec. XVI, appare a Genova nella nuova forma arintu. Ma 
questo vocabolo non fu mai per me una prova, anzi l'offrivo 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 97 



ben più pericolosi dello Sch,, cioè i preconcetti teo- 
rici e di scuola che dalle sue parole traspariscono : 
e contro questi possiamo ricordare che in dialetti 
appenninici sopra Genova, intorno al monte Antola, 
si hanno serie compiute come yei ieri, arfyé, myegu 
pycsu, nyesa * n e p t i a , yese essere : Jia fiera, ia 
erat, ecc.; pilo' potest (I'ó» è piuttosto un «svolgente 
ad o) triiovu ecc., fila o /uva fiiora, da "^fùda '^^fuòra\ 
oggzc occhio, voihi otto, ecc. L' m érat, da "^yea 

'^yera, arriva quasi alle porte di Genova; e come 
r u nel fenomeno parallelo di fila, 7iuva nuora, 
Vi è dovuto all'iato con a, e ricorda un po' Vi e 
r zù condizionati di altri dialetti : tra questi anche 
il catalano, dove non si può dubitare che, per esem- 
pio, un vtilh risponda al prov. vtielh, un mtyt nit & 
nueit. Nel dialetto che cito (Campassi) il dit- 
tongo esce pure fuori dei confini dell' è e dell' ò; 
vale a dire che si ha qualche caso isolato di te 
per Ve volg. lat,, o meglio per Ve g-enovese, es. 
vierdu verde, genov. verde ; e si ha inoltre uno 
speciale tco (ossia wó), il quale si estende a tutti gli 
aperti : druomtù dormo, fuorsa forza, come wou 
oro, fwou faggio, merkuò' mercato, da tnerkdu mer- 
kò'. Sono questi ultimi, senza dubbio, fenomeni 
più recenti, che nulla hanno che vedere colla ditton- 
gazione romanza; ma li rammento anche perché spie- 
gano la singolarissima estensione deWie a quasi tutti 



scherzando agli avversari! per fornir loro qualche arma di più 
contro me stesso. Né qui mi ci fermerei, se non fosse che 
allora lo considerai come un toscanesimo; m.entre non ce n'è 
forse bisogno, se si ponga, come acutamente suppose il Pieri, 
una base * arigentu , donde arìentu quadrisillabo: un per- 
fetto parallelo, dunque, di niente, cosicché i riflessi del XV 
e XVI secolo arihtu ninte rappresentano un medesimo feno- 
meno. E la tarda conservazione dell'zV di arientu é, come 
la conservazione dell'/.? di mente, del tutto in regola, assai 
più che non mi paresse quando supponevo arientu trisillabico, 



98 E. G. PARODI 

gli e d'ogni origine, che si trova in poesie dialettali 
del sec. XVII, scimmiottanti il genovese contadi- 
nesco. 

Accenniamo qui ad alcune difficoltà nei riflessi 
ormeaschi di è. Pare che Ve da me supposto 
come punto di partenza, sia più diffuso che lo vSch. 
non creda. Accanto a bèlla patella (v. Glossario), 
e' è buélle budella, usélla ascella, killvélla specie di 
falchette (cfr. Poesie tabbiesi, Gloss., s. crivella). Vor- 
rebbe dire che 1' e non si estese a tutti i casi dì -èli : 
forse alcuni furono trattenuti dal tipo masch. anca 
anello ? Cfr. gunéa (genov. gunélhi) acc. a gtmclla, 
testi Sch. III. Altre deviazioni vorrebbero più si- 
cure notizie : gastévo -Stefano (cfr. trevri vicolo, Glos- 
sario, qui p, i2i), ecc. Se è sempre e davanti 
a palatale, fa difficoltà négge la nebbia (e anche 
' ostia '), di cui parmi esser sicuro, e ciréeza, atte- 
stato dallo Sch., come sécze sex. Infine, ci resta 
-l'era, orm. -era, cfr. num. 2, U e si spiega anche 
qui col maschile, -ca ? O non sarà meglio vedere 
in era un resto di quel riflesso -eira, bandeira, ecc., 
di cui Poesie tabbiesi, V 2 ? 

y. o aperto lat. volg, : o in sillaba aperta e in 
posizione palatale ; g in sillaba chiusa : adunque iwznt 
ecc., oyu occhio, kosa coscia; ddlnie dorme, kóa collo. 
Per /<5i2 cardini, num. 18. Aggiungiamo o (un po' 
più aperto? ma non ne son sicuro) negli ossitoni : 
pò può, zo ciò, lo ill[ud]-hoc. Invece, avverte lo 
Sch., u davanti a nasale ; e dà gli esempi buii, stiXmyu 
stomaco, kuntyn (ma vedi num. 21), dlungu, suii 
sum. Al posto di quest' ultimo, erroneo, avrà 

forse voluto citare duii do, stuii sto, vun vo, fuii 
faccio, che in qualche modo possono accogliersi qui ; 
e con essi s' accorda buri : adunque, come a Genova, 
u nei monosillabi con -w (ma femm. bona, nei testi 
dello Sch., 121). Quanto a dlungu e casi simili, 

certo è da porre per loro, come prova anche il to- 



i 



INTORNO AL DIALETTO D'ORME A 99 



scano, un o assai antico; ma d'altra parte i dialetti 
della Riviera occidentale che distinguono due serie, 
r una con o, l'altra con u, mostrano che solo in 
parte Vo risale al periodo preromanzo: per es. nella 
Valle di Diano (e cfr. Poesie tabbiesi, nelle Correz. 
e Aggiunte) lohgu fronte ponte, ma kuhka ecc., e 
inoltre Niuhte. Per munte possiam pensare sen- 
z'altro a * mónte, rifatto su mons. Si confronti 
l'od. provenzale. Ma insomma accettiamo pure la 
regola che ad Ormea ò davanti a nasale -\- cons. dia 
ti,. Resta stumyu, e lo Sch. non ha avvertito che 
gli s' oppone ommu uomo, e inoltre, mettiamolo pur 
qui, nonime nome (si sa che mostra spesso il ri- 
flesso di ò : però a Genova nu7nme). Il con- 
fronto col genov. ommu stornagli pare ci provi che, 
davanti a. m, V si conserva anche ad Ormea, come 
a Genova, ne' vocaboli piani : nello sdrucciolo in- 
vece tùì (i) Cfr. num. 4. 

8. u lungo : il : uhi uscio. Pel contrastato 

scùmma it. schiuma non credo ci sia altra soluzione 
se non supporre '^'skluma, probabilmente da ^skumla, 
come io proposi anni addietro, Romania, XXII, 
307 sg., fondandomi sul ladino spiuma e le voci 
venete affini (2). 

g. Dittonghi. — Dirò solo dello sviluppo pro- 
prio di certe combinazioni vocaliche sorte nel dia- 
letto. Come in genovese, e' è la tendenza a rac- 
cogliere sotto una sola espirazione due vocali, benché 
r unione avvenga meno strettamente, ossia la vocale 
che rimane senza accento non abbia quasi mai un 
così schietto carattere di semivocale. L' effetto 

più chiaro di questa differenza deve naturalmente 



(i) Per risolvere un dubbio dello Sch., dirò che alla Spezia 
V ò tonico genovese ha sempre per corrispondente e. 

(2) Per evitare future inutili discussioni, dirò qui che il 
genov, siìnkn juncu, affermato dallo Sch. a p. 37, non esiste. 



E. G. PARODI 



aversi in fine di parola; cosicché si pronuncia avdi 
avete, e non -dy, come sarebbe necessario in geno- 
vese : cfr. du qui sotto. Nell'interno la differenza 
è meno sensibile. Vediamo dunque le principali 
combinazioni. Anzitutto -ai- {-aé-) dà -dt-: rdiza 
radice, pdila padella (per far le bruciate) ; inoltre déise 
desse, aspètdise, parldismo parlassimo, ecc., che sup- 
pongono anteriori -aéss-, come si trovano nelle an- 
tiche forme genovesi faésse (da fe[c]isset) staésse 
daésse. Specialmente per la diffusione di tali for- 
me è da vedere l' articolo del Salvioni, A pro- 
posito di due voci piemontesi ecc. (i\ il quale, pren- 
dendo occasione dalle mie ricerche sui nuovi ditton- 
ghi genovesi, le applica ed estende al monferrino e 
al piemontese, con la sua solita ricchezza d' informa- 
zione. Singolare è nell'ormeasco paiée. Impor- 
tato? E importato di sicuro sayetta. 

Passiamo ad au. Abbiamo du ora, da * aur, 
quasi '^ ad- ho re, aldu allora, pdu pavère, tesdu 
tessitore -i, kavAu peskdu. A quanto pare, il 

fenomeno dello sviluppo di -r in -a, pultóa portar(e), 
di cui parleremo al num. 17, è posteriore allo svi- 
luppo del dittongo du: '^ailr "^du^' dti\ poiché da un 
'"^aiia non può credersi che si sarebbe giunti all' o- 
dierno «z/. Esempi interni : zdìda cepuUa, mdu- 
la me dulia (lo Sch. pone, non solo e e pula, ma 
'^ médula\), cfr. genov. syówla móinla, Arch. glottol. 
it., XVI, 126. 'U au da eu è da confrontare con 
r ai àkZ. et, num. 4; ma son da porre '^zenlla '^ zaillla 
oppure * zelila, come immediati antecessori di zdula ? 
Forse il secondo : cfr. ndiru da * néìru. 

Infine aie ' : mdirtc da maùru maturo, genov. 
moyu, e niairóa maturare, cavdira * clavatura, ser- 
ratura, da * cavailra, genov. cavòya. Anche 1' o- 



(i) Nei Rendiconti dell' Istituto lombardo, serie II. 
lume XXXVII, 1904; pp. 527 sgg. 



INTORNO AL DIALETTO D'ORME A loi 

scuro rotavuraira pipistrello farebbe pensare a un 
-ail-, ma come spiegarlo ? I monferrini ratardula o 
raiaróura, ricordati dal Salvioni, Jahresb. f. d. Fort- 
schr. d. roman. Ph., IV, 170, ci conducono al ben 
più chiaro -ail-, di -volatòr-. Lasciamo stare : forse 
parrà un fatto semplicissimo a chi conosca meglio 
di me il dialetto d' Ormea (i). Voglio invece 

collocar qui, d' accordo col Vidossich, un esempio 
di ail atono: saìruto' colpo di scure, che il Vidos- 
sich accostò bene a secùre ; infatti, sebbene lo Sch. 
lo scriva con r, a me pare di poter fidarmi della 
mia trascrizione con r (2). Il vocabolo si chiarisce, 
quando si sappia che ha accanto sairóttu scure: 
* sccur-ottu : cfr. p^viróftu potatoio, Poesie tabbtcsi, 
65, vocabolo che vive anche ad Ormea, pweyróttu 
(scrivo y, ma è quasi uno strascico dell' e, quasi 
un e poco udibile). Adunque, colla caduta nor- 
male del k, ^ seilróttUy donde sai-. 



(i) Forse si potrebbe vedere nel vocabolo ormeasco un 
accomodamento alla buona del ratazndóyra piemontese. Poi- 
ché air (7 pieni, di solito risponde ad Ormea ó, e di qui nasce 
facilmente il timore di pronunciare degli ó erronei, rustici, in 
chi vuol parlar bene, cioè poco ormeasco, non è impossibile 
che per fuggire il pericolo vi si cada dentro: Vó di ratavu- 
lóyra parve un di quegli ó rustici, ormeaschi, per à\ quindi 
fu corretto. Se però non avvenne, come in genovese ecc. 
(Arch. glott. it., XVI, 128 sg.), che sui riflessi di -atóre si 
rifacessero quelli di -atOria: peskdu, peskàiraì e con rota- 
vuraira cfr. genov. maùgóya mangiatoia? Sarebbe spiega- 
zione sicura, ma io non ho alcun femminile ormeasco di 
codesto tipo. 

(2) Ma non avendo ora modo di accertarla, non pretendo 
che altri ci giuri ad occhi chiusi ; tanto più che si potrebbe 
pensare a connessione con quel vocabolo serra, uno strumento 
simile al pcviróttu, di cui Poesie tabbiesi, 65. II dittongo 
mostra però che serra avrebbe dato al nostro vocabolo sol- 
tanto il r schietto, e ch'esso ad ogni modo si connette con 
' scure '. 



I02 E. G. PARODI 

Vocali atone. — io. Finali: suppergiù lo stesso 
trattamento che in genovese ; cioè, -a rimane {-o, 
lungo, da -ATa, probabilmente per la trafila -da 
-à -o) ; mentre -e (da -e ed -e lat. volg.) ed -u (da -o 
e -ti lat. volg.), pur conservandosi di solito, cadono 
dopo liquida e -n: per le liquide num. 17. Sem- 
bra da dire lo stesso per 1'-/ schietto, da -I, o insomma 
non abbiamo indizi sufficenti per credere che in 
origine rimanesse, come io supposi pel genovese, 
Arch. glottol. it., XVI, 130. Xon sto a discutere 
lo Sch. ; dirò solo eh' egli, ponendo come il Meyer- 
Lùbke -/ da -è, cita il solito toldì tardi e éòt jam-hodie 
(egli, a dire il vero, trae éòt da '^ dzi\); ma non ricorda 
l'imperativo vagge vedi, cfr. vene, sciite, futte, inoltre 
Qgge abbi, eh' è il tipo più comune nei dialetti, anche 
toscani, ed è forse inoltre il tipo rumeno (i). 

E anche da aggiungere che, mentre in genovese 
r 'i finale, dopo altra vocale, tranne -a, per motivi 
assai varii e complicati spesso è scomparso, ad Or- 
mea rimane. A Genova la serie dei plurali figo' 
figliuoli, meste' mestieri, mil muli {-ò -e -il lunghi) 
ha ragioni speciali, Arch. glottol. it., XVI, 131 sg. ; 
ma probabilmente V -i d'uscita (di cui è traccia nella 
lunghezza della finale) sarebbe in tali condizioni ca- 
duta anche solo per ragioni fonetiche : cfr. bò buoi, 
ti vò, ti pò, vuoi puoi, ankò' ho di e {-ò lunghi); pc 



(i) Non voglio davvero rientrar qui nella questione sugli 
esiti italiani delle finali latine -as -es, ma non sarà facile in- 
tendersi se non si parte dai fatti. Io dimostrai altrove che 
ad -AS, di clamas ecc., e solo ad esso, risponde, nella rima 
della Divina Commedia, -e, tu gride, ma ' non mai ' tu vede, 
tu legge. Ora il Meyer-Lùbke, rielaborando (forse un po' 
in fretta ?) la sua Grammatica italiana nella nuova edizione del 
Grundriss I, scrive, p. 683, che « Dante ha in rima molti 
esempi di -e, anche nella i* con. ». Anche? Ma no, solo 
nella i' coniugazione. E Brunetto non già discorda, ma 
s' accorda con lui ! 



INTORNO AL DIALETTO D'OR ME A 103 



piedi, le ella, egli, ecc. Analogici paiono il tipo 
voìt vuoto, plur. voi, crilu crudo, plur. criii, ecc., 
nonché il tipo avcy habetis. Invece ad Ormea eòi 
oggi, fazói fagiuoli ; balbéi barbieri e fraéi fratelli 
cfr. num. 21, lei ella, mei idi sai, ecc. Ma qual 
che oscillazione nella proclisi : almeno trovo nei testi 
pubblicati dallo Sch., invece del solito ei ès (genov 
/'(?), e-ii fola? 113, e ke ti è li 118, cfr. ke vo-ti 112 
e anche ne sto-ve non state-vi, 116, sto-me state-mi 
1 17, ne fo-ne pa eie non fate-ne più, 120, per stoi, ecc 
Il contrario è da dire per 1' -u, il quale a Genova 
di solito rimane (solo vedi Arch. glottol. it., XVI 
134), mentre pare che ad Ormea dovesse cadere du 
rante un certo periodo antico. Abbiamo già ri 
cordato -d da -du, num. i ; e con esso vanno tutti 
participii in -ITU -ÙTU, senti, vchdil'. Gli altri 
esempi, che io conosco, sono in parte contraditto 
rii. Con iato originario, taldt, che sarà ' tardi'o ' 
con dentale, ave abete, che è dubbio, perché potrebbe 
risalire ad * avée ; spedi presto, inoltre azia aceto, 
che senza dubbio risale ad azi, vivo nei dialetti vi- 
cini, e fu rifatto sui numerosi nomi con -a prove- 
niente da liquida, num. 17, cfr. eoa chiodo, ^qx^'cou 
(*^'<??); infine vlil velluto. Ma niii nido, diu dito, 
moranviu male + invìtu, mal volentieri, cfr. genov. 
niaynviu; spini sputo, nilu krilu skiiu, e qualcosa 
significa forse anche nóvu nuoto, con v estirpatore 
d' iato. Credo che sieno tutti analogici, ma può 
aver contribuito a diffonderli anche l'influenza dei 
dialetti rivieraschi. L' -u si conserva intatto ad 
Ormea dove in origine era preceduto da gutturale : 
viu vlcu, nemiu (ma ami, sul plurale, o perché spesso 
vocativo, e ad ogni modo coli' aiuto della serie pre- 
cedente), fòu fuoco, lòu luogo ; inoltre dov' è prece- 
duto da un y, di qualsiasi provenienza: meyu, ka- 
vayu capello, vòyu vuoto. Sul tipo nemiu nemi, 

loti Idi, si rifoggiarono probabilmente nzu ni, invece 



I04 E. G. PARODI 

di ni ni, ecc. E chiaro che da questa contrappo- 
sizione delle due serie, con dentale e con gutturale, 
se essa fu realmente quale ho cercato di descriverla, 
si ricava un dato cronologico non privo d' impor- 
tanza, circa il tempo rispettivo della caduta della 
dentale e della gutturale intervocaliche. 

Ancora due parole per 1' -e dopo vocale accen- 
tata: se questa è o, si pronuncia così stretto da pa- 
rer i (aperto) : stoi estate, e così spò spada, plur. spoi\ 
e Uroi strade, broi brache, -oi -atae ; e dopo un i. 
si fonde con esso : bitia bottega biti ', kutìpahl ' . Ma 
anche dopo un ti, scompare: k^la 'cote' e 'coda', 
plur. kit; e inoltre dopo un ò\ roa ruota, rò. Ri- 
cordiamo infine rea rete, plur. re (lungo). 

II. Uscite sdrucciole -ere, -me, ecc. — Lo Sch. 
pone giustamente come riflesso della prima -o, bevo 
bibere, e tutti i verbi consimili ; ma io posso attestare 
anche zanno cenere, num. 4, èenno genero. Note- 
vole prevo prete, secondo lo Sch. ^ prévere (plur. pra- 
vo, ecc.); infine olho arbore. Forse solo in appa- 
renza diverso è oto altre, di fronte al masch. sing. 
otru, plur. occi {nocci noi, vuyocci voi, locci essi), e 
così nyoto fanme noi donne. Ma qui va pure senza 
dubbio l'avvb. suramenfo, che risponderà dunque a 
solameritre. Per -ùlu, num. 17. 

Per -in{e) lo Sch. vuole che il riflesso sia il co- 
mune -u del piemontese, ma è invece qui pure -0 : 
oso asino, ézwo giovane, masch. e femm., termo, creo 
argine, karizzo filiggine, rusozéo rosalia, cioè ^rus- 
sagine, cfr. il genov. femm. plur. rusasse ; sing. 
onwiu, plur. ommo, come in it., rum.; inoltre gastévo 
Gian-Stefano. Che la pronuncia sia -0 mostrano 

anche le numerose incertezze di trascrizione dello 
Sch. ; ma che in qualche vocabolo e in certe classi 
della popolazione si cominci a pronunciar -ti può 
essere: per es., un'altra ragazzina da me interrogata 
voleva piuttosto -u che -o in gastevo. I.o Sch. non 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 105 



ha avvertito neppure un altro fatto che risultava 
almeno da una frase dei testi che pubblica: k' e k' i 
kttnfyoven-ai?, p. 117, cioè 'che cosa contavano 
essi? '. Ma la frase gli deve essere rimasta poco 
chiara, tanto è vero che di di non è traccia nel 
Glossario, né del suo sing. allu cioè ' elio '. In- 
somma in questa unione o agglutinamento, che si 
può dir fisso, col pronome, 1' -eii della 3'' plur. rimane 
intatto, mentre invece si direbbe : k' e k' i kuhzyovo ( i ) 
i vosci ami? E così pure : / porlo parlano, ma : 
pòrlen-dif — ke t dìezen-di locci-li? ' che ti dicon- 
essi costoro (lor-altri li) ? Il singolare sarebbe : 
ke t dìez-dllu lei-li? Per le prime persone plu- 
rali del verbo ormeasco, le quali hanno pure -o, si 
veda num. 25. 

12. Alcuni esempi di -/ propagginato : mazeloira 
num. 2 ; asgairóa sciupare, far malo uso di una cosa, 
genov. asgayà', v air òr e vainolo, femm. pi., gratairòra 
grattugia : — da -òria : salhiira, femm. di salhia 
sartore, mestlira (falx) messoria, spaziiira, scopa di 
rami di faggio, per scopare le foglie secche, cfr. 
Arch. glottol. it., XVI, 127. Per saira e zarya 
num. 4. Un esempio a sé, ma diffusissimo, è 
róina rana, ant. genov. rdina, oggi rcena (2). 



(i) Per Io s di kuhzyqvo num. 21. 

(2) A p. 60 lo Sch. parla del suono di e muta o ridotta, che 
si svolge davanti a i, dopo e ed i: deeze dieci, cirèeèa, rnèezi 
mesi : dice che ha valore sillabico e che « dieselbe ist an keinem 
anderen Platze Nordwestitaliens vorhanden, auch sonstige ro- 
manische Belege existieren nicht ». Doveva almeno ricor- 
dare r isolato qiicszi <C. quaizi, del genovese, e il normale feno- 
meno dello sviluppo d'un i nei dialetti della Riviera ligure oc- 
cidentale, del provenzale, del francese: cfr. Poesie tabbiesi, 48. 
Ma non ne parlerei, se non fosse per avvertire che la natura 
stessa del suono è forse meno chiara ed evidente che non 
sia sembrata allo Sch. Io non ho avuto modo di studiarla, 
ma dalle mie note ricavo che mi sembrava d'udire quasi un 
suono consonantico, una specie di r vocalico. 



To6 E. G. P ARO DI 

Quantità delle vocali. — 13. Secondo le 
trascrizioni dello Sch., la vocale tonica sarebbe 
lunga anche davanti a / + cons., bfilsa mòlmu ecc., 
e w + cons., atcntu gròndti mdnku, ecc., e j + cons., 
pesta fnèstra. E parve anche a me ; ma cionono- 
stante né su queste né su altre particolarità {kiirdgu 
coraggio, ecc. ; uno ungere : dnu anno ; ònima iinndti^ 
con ii lungo. Ioduro) non credo d'aver notizie suffi- 
centi. Posso però aggiungere alcuni esempi di 
atone lunghe, che corrispondono alle atone lunghe 
d^l genovese, Arch. glottol. it., XVI, 146: iniz., m 
ozéa un uccello, òràya orecchia ; interni, skópéa, e 
kòtéa, che stan da sé ; kràvóttu capretto, hràmóa 
gridare, sbràèóa id. (i), (ma vanga genow. g7vànà'). 

CONSONANTI 

14. K, QV, ecc. — Metto qui alla rinfusa esempi 
varii : aruldóa re-cordari, dove il k, che ad Ormea 
tra vocali cade, è caduto pure dopo un prefìsso (a 
Genova già arigurdà ') ; — salakóa scialacquare, ma 
il k da qu certo non è fonetico ; si può porre sal- 
ali-, col suff. -acc- ; - — diggu rifatto sui verbi che 
avevano già un antico -go (così anche nel geno- 
vese, dove altrimenti sarebbe digu, come probabil- 
mente fu), sicché non si può asserire che sia esso 
il modello di vaggu vedo (esteso anche all' infinito, 
vaggo), ma hanno la medesima origine; — fò fag- 
gio : — sparéu, cfr. tose, sparagio, sul plurale, come 
il genov. funsu ; — soiigu sangue ; — v- da qu-, da- 
vanti ad a : vóa guari, vanóa guadagnare ecc. (2). — 



(i) È il genov. sbragà' * .s-brag-(u)l-, ma come si spiega 
lo i? liisognerebbe porre uno * s - brac i tare : incrocia- 
mento con crocidare o simili? 

(2) Ma il velili d'Oneglia non è ' quello ', bensì ellu, orm. 
allu, con V prostetico ! Cfr. Poesie tabbiesi, 50. 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 107 

Pel e, ricordo solo òzéa, che pare equivalga all' it. 
uccello. 

15. s. Dà j sordo all'iniziale, e ^ soltanto 
davanti ad i\ sii è analogico, attratto da s'el kga sul 
collo, ecc. ; séhdìku mi par sospetto, e ad ogni modo 
deve risalire a un sind-. Anche SSI : ke ti posi 
che tu passi, pelmési permessi. Neil' interno, i, 
ma i davanti ad i\ Anieze 121 che cos'è? Agne- 
se? Ma sarà mal scritto: cfr. Anezi'n 122; titèa 
non esiste, bensì tusa, come hcsu bambino, solo al 
pi. tuH\ azenun non esiste, bensì asnicii. 

16. N, Intervocalico, 71 dentale; ma negli sdruc 
cioli originarli, la vocale tonica parrebbe si conservi 
breve, sicché il n equivale ad una doppia antica 
zenno (cioè zèno\ ecc. vSe però non è * genneru 
Cfr. num. 4. Le finali di plurale -ani -óm, ecc. 
si riducono ad -ài -iW, ecc., ma non si tratta di 
vera caduta del ;/, tutt' altro : 7Hdt mani avrà per 
sua fase anteriore * maini, con propagginazione del- 
l'?'. Quanto alla riduzione di n 2i j, è ben nota 
anche dal rumeno. 

Ad Ormea dunque, come nella Liguria più occi- 
dentale, manca il n o mt, intorno al cui sviluppo è da 
vedere quanto io ne dissi, Arch. glottol. it., XVI, 352. 
Ma lo Sch. non poteva ancora servirsi di codeste 
mie notizie ; sicché non è da fargli rimprovero se 
pone la fase luna come anteriore alla fase lùnna, e 
non viceversa ; e forse nemmeno se si spinge fino 
ad asserire che il centro di questo supposto sviluppo 
di n in nn si trova ad Alessandria. È una delle 
solite arrischiate affermazioni ch'egli — e non egli 
soltanto — usa e predilige. 

Afferma pure, parlando del ;/ anteconsonantico, 
ch'esso ha bensì la pronuncia velare davanti a gut- 
turale e anche davanti a /, s, ma rimane dentale 
davanti a / e alle altre dentali. Per fortuna, scriv^e 
di solito kuntróa contrada, ecc., smentendo la teoria 



io8 E. G. PARODI 

colla pratica; e infatti ad Ormea, come a Genova 
e in genere nel nordovest dell' Italia, il n 4- dentale 
è gutturale. A Genova e in territorio assai esteso 
si pronuncia ii anche davanti a labiale, p, b ecc. ; 
ma qui la trascrizione dello Sch. è tenacemente w, 
kómpu, ecc., cosicché quasi dubiterei de' miei koiipu, 
tunhóa. Da ultimo, ricordiamo il diffuso dukka 
dunque. 

17. L, R. Mentre a Genova il / e il r inter- 
vocalici, divenuti entrambi da tempo antico ?-, sono 
ora caduti per un successivo attenuamento, del quale 
cominciano ad apparire i sintomi nel sec. XVII, nella 
Riviera occidentale il r si conserva intatto, e così 
anche ad Ormea: cóiru *clariu, tnairu maturo, ori 
olio, manera, tera tela, skora scala, lódura, kuriia 
colore, kapuroa caporale, ecc. Strano è kariééo 

caligine, fuliggine, che anch'io sentivo con r : a 
Genova kdyse da karisse. Lo Sch. crede invece 
che ad Ormea il r cadesse almeno dopo l' accento : 
ma un errore così evidente non è neppur da discutere. 
Egli fu tratto in tale errore da una falsa interpreta- 
zione del singolare fenomeno pel quale ad Ormea, 
nei parossitoni, un /, r, ir, ry, e, almeno in parte, 
// (i), a cui seguisse una vocal d'uscita diversa da a, 
si mutò in a: abrazóa abbracciare, seiìtia, singolari e 
plurali pga ' paio ' e ' padre ', sòa sòro(r), voa vuole, 
dila duro, pila pure, ea ieri, voa guari, gga gallo. 
Eppure lo Sch. aveva intravveduto la soluzione giu- 
sta del piccolo problema ! Essa è suppergiù rap- 
presentata dalla serie seguente: duru > dùni > 
dilr > dii^r ecc.; martellu luaricr (cfr. marie' in 



(i) Dico 'almeno in parte ' perché probabilmente il -lli 
del plurale sta da sé, num. 21, e perché inoltre resto dubbio 
sul riflesso di -éliti] il le diede allii: ke t diez allu? Cfr. 
quallu. Per capi 11 u si ha kavàyu, phir. kavàyi: si po- 
trebbe pensare a * capii leu, ma anche a un'estrazione dal 
plurale. 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 109 

dialetti vicini), ecc. Così scompare anche la strana 
particolarità che ad Ormea si conservino intatte le 
vocali finali e, 20, dopo r. Naturalmente cgiru è 
da spiegare come il genov. are. cayru, oggi cceu : 
fu rifatto sul femminile coirà ; così roiru genov. rcBU ; 
inoltre niairu maturo, ecc., cfr. Arch. glottol. it., 
XVI, 132. 

Quando segue un'encUtica, lo sviluppo -a non si 
mostra: mangó-se mangiarsi, sari-re salarle (cfr. Mus- 
safia e Vidossich). Sembrerebbe poi, almeno a 
giudicare dai testi pubblicati dallo Sch., che talvolta 
la liquida potesse anche rimanere: dolse darsi, 123, 
acc. a do-me darmi, dilte dirti e anche dite 123, 
spyeggl-me, pyol-mru pigliarmelo, fgllu farlo, pyolle 
pigliar-le, num 19, ecc. Cfr. dil nenie dir niente, 
1 14. vSon forse resti d'antica alternazione regolare. 
Ricordiamo anche nku proclitico, per nkila. 

Invece gli sdruccioli originarii in -ùlu (per -ère 
V. num. Il), mostrano lo stesso sviluppo che in ge- 
novese: tovu tavolo, miróku miracolo, sono legittimi 
discendenti di tovttr mtrgkttr {-r, cioè, probabilmente, 
r) ; miraìzur è del genovese antico, Arch. glottol. it., 
XV, 12 ; XVI, 150 sg. Auche pglvu piccolo, sarà 
probabilmente da parvulu, it. pargolo, anziché da 
p a r V u . 

18. L + consonante. Lo Sch. ha distinto bene 
tra i due riflessi della formola ALT ecc. : postonico 
otti alto, otru, ecc. ; protonico /muderà, kauzatta, ecc. 
Così anticamente s' aveva in genovese dittu (poi àtu) 
e otar altare, ma ora non restano più tracce della 
distinzione originaria (i vocaboli genovesi che lo Sch. 
cita, sono mostri d' ignota provenienza). Un po' 
fuor di regola sembrerebbe 1' ormeasco koku qualche, 
dove il / è davanti a consonante non dentale, e 
quindi dovrebbe conservarsi ; ma forse risaliamo 
a quale che, com' era nell' antico toscano ; donde 
kivòa ke {ku) — cfr. kwoa quale — e, nell' unione 



E. G. PARODI 



coir enclitica, k{w)o-ku. La caduta dell' w è bene 
spiegata dallo Sch. colla semiatonia del vocabolo : 
cfr, kalkosa, ecc. 

Ma non bisogna determinar troppo quando s'ha 
da fare con parolette come queste. Sicuro è in- 
vece che non ha nulla da far qui sgzu salice : il 
quale va insieme con /éeze felce. Lo è dimostra 

che convien partire da sórezu féreze : di qui sorzit 
ferze, dove il r cadde. Cfr. Arch. glottol. it., 
XVI, 343. Difficile è giudicare di pgzt cardini, ge- 
now. pòzi; questo richiede forse '^pòlice per pollice; 
e quello ? Non oserei affermare che ad Ormea un 
tale ò di terzultima darebbe ; e piuttosto penserei a 
'•'póllezii ^polzii '^'porzu. Infine resta così chiarito 
pezùh prigione, certo da '^perztln, con metatesi. 

19. R + consonante. Passa in /; ma davanti 
ad altro /, abbiamo una pronuncia che lo vSch., 
come si può ricavare dall'infelicissimo paragrafo sulle 
doppie consonanti, trascriverebbe //: egli conosce 
esempi solo di unione con enclitiche, pyollu da pyor-lu 
pigliarlo; ma c'è Tanche pò llu parlo, ecc. Le mie no- 
tizie sono incompletissime ; ma questo posso asserire, 
che il suono //, il quale fa l'impressione acustica d'una 
doppia spiccatissima, quasi /-/, non è omogeneo, e 
che il primo / è piuttosto un r, alquanto assimilato 
al / seguente. Forse anche meglio si sente il r 
in vierlu (o mcllu che si voglia), sterla starna, ma 
non assicurerei che questa differenza tra vierlit e 
porhi sia reale. 

20. TR, ecc.: poa padre, da ^^par{e)\ loddru è 
dotto. Pel GR, ho ìiairu nero ; ma alégru, lògri- 
ma con CR. Per tri num. seguente. — PR, ER: 
zeiievru, lovrn, labbro, cioè come nel genovese are, 
lavru ; kràvóttu, cfr. genov. krava ecc., fchóa, genov. 
frevà ' (cfr. kelééva : krazzu credo). 

21. Consonante + J. — KJ, Tj naturalmente in 
z, ma pel secondo è, al solito, da ricordare il tipo 



INTORNO AL DIALETTO D'ORME A in 

raztcii. Ben più notevole è il fenomeno dell'in- 
tacco d'un posconsonantico e secondario 4j, dj\ il 
tj passa in zj: kuhzyóvo contavano, da kithtyóvo (eh 'è 
la grafia e quindi, si direbbe, la pronuncia udita 
dallo Sch.), desmenzyóa dimenticare, d' akunzyu, pel- 
zya pertica, invece del peltya dello Sch., polzyu por- 
tico polzi (però mastióa masticare). Pel dj lo Sch. 
ha un esempio che non poteva comprendere, perché 
non udì bene : vólya guardia (nel Glossario). E 
da scrivere almeno vóldya, ma con un d palatale, 
intermedio cioè fra. d e £■ palatale. 

Accennerò qui alla palatizzazione del T, prodotta 
da un / seguente, originario o no : /gccti factu, /eccu 
letto {aspètóa pare dal genov. aspeta), ecc. ; plurale 
di iontu, tonct, di denie denct, di tiitiu tilcci {i). E 
anche TRI, STRI : occi altri, vosci vostri. Ma il 
e di vosci è una consonante speciale, in cui si sente 
una traccia del r. — Cfr. fraggu freddo. 

Del LJ, che si confonde col CL, GL, non e' è da 
dire se non che il risultato è un suono intermedio 
fra / e y, che trascrivo /, cfr. Poesie tabbiesi : fiju 
come saja secchia, vaja veglia (ma importato speg- 
gu) (2). Il LLT ci dà pure /, gajtna gajinóa pol- 
laio, e così dovremo spiegare l'alternazione allulWc 
(cfr. p. 108 in nota) e di, ki sun-di? chi son-eglino? 
col palatizzamento di L. Pare dunque che il plu- 

rale di martéa e simili, che è sempre in -/, martéi, 
ecc., sia di sviluppo fonetico. Ma goa galli, ecc. 
Son necessarie altre ricerche: intanto cfr. num. 21. 
E così pel semplice -Li. 

(i) Lo Sch. studia frettolosamente i riflessi di ct nella 
Liguria e nel Piemonte, e lascio correre. Rispetto a fdu 
o /a fatto, p. 92, è del tutto fuor di strada: chi non sa che 
fdu è su dàu sfdu (come ad Ormea dqccu su /gcc!i)ì I! tipo 
fai, poi, di solito s'accompagna coli' intera serie, hit latte, ecc. 

(2) Il PL interno ékgg: stugga stoppia, duggti doppio, 
e così naturalmente il bl. 



E. G. PARODI 



FORME 

Articolo (i). — 22. Osservò il Miissafia, nella 
Miscellanea Scherillo- Negri, che 1' ormeasco ha, 
per r articolo maschile singolare, due forme di- 
verse, secondoché il vocabolo seguente cominci per 
dentale, o per altra consonante : u nel primo caso, 
11 tovu, u sgngu, u ngsu, u locce, ti eoa, ecc. ; el 
nel secondo, el pga, el gga, ecc. Il Mussafia 

notava lo stesso fenomeno nel testo monferrino del 
Gelindo ; e il Vidossich lo attestava poi per l' od. 
alessandrino ; ma già prima di loro lo aveva niti- 
damente riconosciuto nell'antico astigiano il Giaco- 
mino, Arch. glottol. it., XV, 417, 430, del quale essi 
non s' avvidero. Senonché, a tener conto anche 
solo o quasi solo delle traduzioni della solita parabola 
e della solita novella, nel Biondelli e nel Papanti, si 
avverte subito quanto il fenomeno sia esteso : Priola, 
Mondovì, Murazzano, Alba, Cairo, Sassello, Bistagno, 
Castelnuovo Bormida, Castellazzo, Carpeneto, Nizza 
Monferrato, Casal Cermelli, Fresconara, Novi, Gavi, 
Rigoroso, tutti questi dialetti ne sono partecipi, os- 
sia tutto il versante nord-est dell'Appennino Ligure, 
colle sue valli del Taharo, della Bormida, dell' Orba, 
della Scrivia. E anche ad oriente della Scrivia 
ho notizie sicure del fenomeno, almeno intorno al 
monte Antola, e poi infine basti accennare che si 
va ben più oltre, e eh' esso appare a Lugagnano, al 
sud-est di Piacenza (Papanti), e nei dintorni di Pon- 
tremoli (Restori, Note Fonetiche sui parlari dell'Alta 
Valle di Magra, v. i testi), e si spinge fino al mare, 
perdurando vivissimo alla Spezia. 

Di fronte all' articolo el, u (con preposiz., del du, 



(i) Tocco rapidamente del Nome, che lo Sch. ha lasciato 
da parte. 



INTORNO AL DIALETTO D'OR ME A 113 



al au, ecc.), e al suo plurale t\ davanti a vocale y 
(con preposiz., di, ai, dai), è il femmin. a (con prepo- 
siz., da della, ma a ra, da ra) — nei testi dello Sch., 
p. Ili, un isolato eu la testa, — plur. ci {del, al, dal) 
— testi Sch., p. 122, ut' e skaptttc (nome loc), ed 
io ho e stróe, — dav. a vocale y\ y olnic le armi 
(singol. /' omniu ; /' usella, ecc.). 

Nome. — 23. Plurali con r originario : di so- 
lito uguali al singolare, dtli pga due paia, inarinóa, i 
eoa i lumi : saltila sartori, i siiperyila i superiori 
(e così, el moa, el sòa le sorelle). Fa eccezione 
-icre, balhéa barbiere, medico, plur. balbci. I nomi 
con -11-, hanno, a quanto pare, anch' essi -i: malica 
plur. maltéi, e così sempre, fraéi ecc. Abbiamo 
già supposto, num. 21, che il -LLI si palatizzasse, 
onde forse ornarteli -yi -i: si capisce come il con- 
fronto dei singolari malica balbéa potesse condurre 
ad uguagliare anche i plurali. Si aggiungano i 
plurali di -ALLU, kavói cavalli, gài galli; però mi si 
attesta invece kóa colli, e, forse, anche góa si dice. 
Ma sono oscillazioni naturali. Ricordo inoltre ai 
' elli ', num. 21, /èwaV quelli, 3^/" belli. 

Nei nomi con semplice L, prevale pure 1' -i, co- 
sicché non sarebbe illecito pensare anche qui a una 
palatizzazione antica (la quale però sarebbe ristretta 
alla sola finale, mirù'i mulino) : -EOLU, fazòi rusinòi, 
ecc. Ma \\.o fia fili; mila muli (accanto a muti); 
però kói cavoli, e animai. Vedi anche Arch. 

glottol. it., XVI, 131. 

Uguaglianza dei due numeri si ha nel tipo prevo 
prete -i, zuvo giovane -i (ma ommic, ortimo) ; inoltre 
nel tipo feskdu, num. g. ]\Ia di solito -i, fou fuoco 
foi, fò faggio foi, ecc. ; per contrazione niit ni, i vi 
le viti, masch., sentì' sentiti, ecc. Per le contra- 
zioni coli '-^ femminile, bilia bottega bitl' , ecc., num. 
IO. Per -ói da -ANI ecc., num, 16: fii fini (testi 
Sch. 113, 1. 24). 



114 E' <7- PARODI 



Pronome. — 24. L'ormeasco conserva e io, e 
vuréva dite, fui e vinirò', e vuii e pòi e tulnu \ e V ò 
v'istu mi; e, come avviene del noto e affine a di dia- 
letti vicini, lo estende pure alla i" plurale: e i som- 
ma ci siamo, ti ti soi se nocci e pomma spendo tu 
sai se noi possiamo spendere, testi Sch. p. 122 — . 
Per la 2* e 3'' pi. il solito /, i ne savdi (voi) non sa- 
pete ecc., i sun kose le son cose, tre famne i faii 
tilttu el mùiidu, ib. 113, ecc. Per la 3" sing. w, da- 
vanti a vocale /', adoperati non molto diversamente 
che nel genovese : u 'w tukrà de ci toccherà, de ki 
u s'21 gode di chi se lo g., lo k'u voha ciò che gua- 
dagna, ecc.; l'è suiti, kalkilh l' e suiti, el poku ke 
l'aveva, s' V akópita (non: la k., Sch. 113). Fem- 
minile a, davanti vocale r ; a Gina a ne voa fóa 
kreditu; kum é-la ndó? fé ndó ke..., ecc. — Come 
pronome oggetto, invece, quasi sempre ru, ra: se u 
ru savdise ecc. (come dimru dimmelo ecc.) ; ma di 
solito, con altra proclitica precedente: mi e fu pdltu, 
i m' u pévi dia potevate dirmelo, non u nu vda 
nsemme nessuno lo vuole insieme ; i v' a sai meritò 
ve la siete. Plur. z, el. 

Dei pronomi enfatici, il tu vive ancora, almeno 
nell'interrogazione: ke futi-til li? che fai costì? testi 
Sch. 115; nui vili o nocci vuyocci, ma ricordo le 
forme contratte di vt'ci : aviii per avdi-vùi ib. 115, 
vurili vo\qX.q voi, 113, 114, 121. 

Possessivo: me mèi, to so, masch. e femm., a tò 
sòa ecc., i tòi fraci, el tò sòa ; ma nel femminile, 
come sostantivo, a tua, a sua, ecc. 

Dimostrativo : astti assu {aliti, plur. di, solo en- 
clitico, num. 21). Importa notare che assu ipse, 
eh' è il più usato, — dsa r e ina manera de vivo, 
ecc. — ha, nella forma su, funzioni d' articolo, come 
avverte lo Sch. stesso nel Glossario: vi' tiii vuii a ka 
a zenóme kun si tuzi me ne vo a casa a cenare coi 
bambini, mi e si tuzdtti sut V usélla. 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 115 



Verbo. — 25 (i). Persone i'' e 3' del plu- 
rale. Nell'indicativo presente, la i" pi. è in -a: 
ptiltomma (pel mni, num. 4) vefidomma, sehtinima : 
e con Va della r' con., anche somma omma damma 
fomma poìnma vurómma, ecc. ; inoltre, nel futuro, 
-rómma. Negli altri tempi, la i^ plur. finisce in 
-0 : congiuntivo presente, con ritrazione d' accento : 
pdltemo, lósmo, vógmo, digmo, ecc. ; imperfetto indi- 
cativo : parlómo (contrazione di '^parlóvimó), 7tdazémo 
andavamo, senti'mo, ermo eravamo ; imperf. cong". 
parldùmo, fusmo; condizionale (fatto coli' imperfetto) 
-rèmo. Anche la 3* plurale ha -0, dovunque : i 
porlo, i vago vedono, i ndazévo, ecc., e questa è già 
stata dichiarata al num. 11, da -en (o insomma vo- 
cale + -n), che perdura se dopo segua un'enclitica: 
pórlen-di? Ma non c'è altro modo per dichiarare 
anche la prima ; cosicché dovremo porre suppergiù : 
''póltemeh, '^parlómen, ^fùsmefi, ecc. 

Prime plurali di questo genere sono infatti anche 
direttamente attestate. A p. 84 lo Sch. ricorda 
purtdvman di Sassello (borgata ligure suU'Appen- 



(i) In questa parte lo Sch. offre molte utili notizie, ben- 
ché spesso manchevoli proprio dove si desidererebbero più 
abbondanti, e benché troppo inquinate di errori. Per es., 
i congiuntivi piirtyéi vendyéi, eli' egli (p. 82) attribuisce a Ge- 
nova e Savona, saranno invece futuri (e si legga purtyéy ecc. : 
ma lo Sch. scrive -éi anche dove è -éy). Lo spezzino -avo, 
i" pers. dell' impf. indie, di cui a p. 83, è proprio la stessa 
cosa che -avu (cfr. qui p. 95). Ma staèevu stabas di Sam- 
pierdarena non esiste affatto. A p. 84 si tocca della spari- 
zione in Liguria del tipo -éa d' imperfetto, che sarebbe dei 
tutto sostituito da -eva\ e lo stesso si afferma a p. 89 per il 
condizionale. Invece -éa vive: cfr. Arch. glottol. it., XV, 
24, XVI, 112 sg. Aggiungiamo pure che -ei/ia, del condi- 
zionale, non sembra già per la Liguria foneticamente regolare, 
com'è detto a p. 90: qualche seria de' nostri antichi testi è 
prettamente letterario. E ci sarebbe da continuare per un 
pezzo. 



ii6 E. G. PARODI 

nino, a nord di Savona), e a p. gì puriréùfnaiì. 
Agg"iungo da mie notizie sul sassellino : cniiafi era- 
vamo, scimah siamo (cong.), fusman, fossimo, sarciv- 
?nan ; eivman avevamo, aìman, ave^man, avi'ewmah ; 
pcivman potevamo, ecc. E la ripartizione delle 
forme e quella stessa di Ormea, poiché hanno -a 
r indicativo presente e il futuro : nùi a sumnia, come 
urmna, aiidimima, stumma, funivia facciamo, pumvia 
possiamo, mirmnnia, caùtumvia, ecc. ; sariìvinia a- 
vrumma purùmma, ecc. 

Lo vSch. fa un tentativo di spiegazione delle sue due 
forme sasselline : a '^pttridvfua, quasi ' portàvimo ', si 
agglutinò il pronome enclitico. Ma non si sarebbe 
agglutinato anzitutto all'indicativo presente, che in- 
vece ne manca? Secondo me, non si tratta che del 
-jt di 3' plurale, che si estese anche alla r'. Que- 
sto conguagliamento non avrebbe potuto aver luogo 
se non in circostanze speciali, favorevoli, e vediamo 
infatti che non si mostra se non dove e' era paral- 
lelismo di accento. Da una parte kaiihìmma kàn- 
tan, una rizotonica e un' arizotonica ; e il futuro 
-rilmnia -ràh, che si trova in condizioni diverse, ma 
forse peggiori, perché la 3'* è ossitona. Non par- 
liamo dunque affatto di sumnia sun, umma ah, 
stuniììia stan, andtnnma vah, ecc., che pure sono 
di solito i verbi da cui partono e si irradiano certe 
alterazioni di forme. Si considerino invece gli 
altri tempi : impf. ind. érmah di fronte ad érah, 
éivman di fronte ad étvan, péivman di fronte a péi- 
vah, purtdvman a purtdvan, ecc. ; presente cong. 
seiman seyaii, dimaii dyan, stagmaii stagan, pos'mah 
possali, ecc.; condiz. saréìvman saréìvan. E c'è- 
forse anche da trovare donde proprio venisse la 
spinta al conguagliamento della 1' e 3'' plur. : pro- 
babilmente essa venne dall' uguagHanza della r^ e 
3 ' singolare, che s' aveva nei tempi in cui appari- 
vano codeste favorevoli condizioni d' accento. Di 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 117 



fronte a kantu kanta, leéu leze, ecc., stavano in or- 
measco era eram ed erat, aveva (Sassello aveiva), 
avréva (Sassello avreiva), ecc. ; nel congiuntivo pre- 
sente e imperfetto -e così nella i'"* come nella 3^ (i). 
Per gli altri dialetti, dove 1' -o non appare come 
riflesso di voc. + n, manca ogni mezzo d' indagine, 
e la contrapposizione, assai frequente, dell' -umma 
presente indie, e futuro al -mu degli altri tempi, non 
basta a darci il diritto di trarre uguali conseguenze, 
anche se qua e là siamo indotti a ritenerle proba- 
bili. Quanto all' -a di kanhimma, ecc., dal quale 
in certo modo bisogna prender le mosse, a noi im- 
porta solo rilevare che dapprima non appartenne 
che all' indicativo e al futuro : potremo tutt' al più 
aggiungere che forse non si svolse se non quando 
r accento era negli altri tempi già spostato. Ma, 
se quest' a deve spiegarsi come si fa di solito, ad 
Ormea, dove il pronome a non e' è, ossia si pronun- 
cia sempre e, tale desinenza sarebbe d' importazione 
forestiera ? Oppure proverrebbe da una forma se- 
condaria, ora scomparsa, propria dell'enclitica? 

Glossario. — Mi contento di fare le correzioni 
più necessarie a quello dello Sch., che non è felice. 

afethi, doa af. andar a vedere, sarà ' dar effetto ', 
non ' d. affetto'. — aktmtyu (1, -zytì), tinise cf ak., 
vale, come in italiano, ' tener di conto ' cioè ' avere 



(i) Sarebbe invece espediente poco felice fondarsi sulla 
possibile alternazione di 3" plur. kantaii e kaitta, ecc., poiché 
certo avrebbero potuto produrre un consìmile oscillamento 
nelle i'' persone plurali, ma non se ne sarebbe preservato il 
presente indicativo. Noterò qui che non è esatto il dire collo 
Sch., p. 78 : « nella Liguria occidentale la 3" sing. è estesa 
al plurale »; poiché si tratta d'un fenomeno fonetico: a Ge- 
nova pure kantaù avrebbe dovuto dare kaitta, come Stevan 
dette Steva, ma kaiitan ivi rimase o insomma trionfò per l'at- 
trazione di ah sanno, kauterdn, ecc. 



ii8 E. G. PARODI 

in pregio, tener caro'. — almrl-se 'diventar molle; 
umiliarsi '. Io avrei invece aymrì-se, che vale ap- 
punto ' diventar molle (nelF acqua) ' e inoltre ' diven- 
tar umile, sottomettersi ' : vólda k'e i'aymrtsu guarda 
che ti picchio. Il r dev' esser veramente r. Cre- 
do che bisogni confrontare questo verbo col genov. 
limyu ' umile ' e ' morbido ' : i due significati si mo- 
strano insieme nella frase che le mamme dicono 
spesso ai bimbi disubbidienti o riottosi : mia ke te 
fassu divehtà' iifnyu kummc na scea come la seta. 
Adunque, quasi * a d-humiltr eì Con ahnrl-se^ 
invece, si risalirebbe più facilmente ad un *ra-mol- 
lire. Per ora, non ci pronuncieremo ; ma cfr. 

kultóa. — astanzyóa ' aggiustare (uno) ', cfr. l' it. 
' mettere (uno) a posto ', e il genovese e comune 
astala . — àu: qui num. g. — baderà, patate '?t b. 
* in padella ', dice lo Sch. No, sono ' patate cotte 
nell'acqua colla buccia'. Dunque, patera o pa- 
tella non c'entra per nulla. Né il vocabolo vale 
'pelle' 'buccia', perché la pelle delle patate, castagne, 
ecc., si dice rilska. — baruh mucchio, vocabolo abba- 
stanza diffuso, e così il vb. embartiud -e'. Il r di Or- 
mea esclude ball- o barr-. .Sarà, credo, da vedere 
Romania, XXVII, 231, s. bolufnen, ove ho citato il 
prov. ejnbalun. — bolbaryd, v. Ztschr,, XXVIII, 643 
n., Vidossich. — bruzzu formaggio. Troppo laco- 
nismo. È in genere latte cagliato e preparato in 
modo da conservarsi anche dei mesi, così da poterlo 
adoperare subito all' occasione, o stendendolo sul pane, 
o anche sciogliendolo nella minestra. In Pie- 

monte, é cacio messo in fusione nel cognac e nel 
marsala, che poi si stende sul pane. — buctin, dal 
fr. bouchon, come vide il Mussafia. E piemontese 
e monferrino, e significa taverna d' infimo ordine. — 
damentu, dóa d. far attenzione. Possibile che lo 
Sch. non ne capisca 1' etimo ? In genovese dà 
aménte, — diéu diavolo, anche dt'esu (Papanti) ; cfr, 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 119 

it. diàscolo, ecc. — duyu vaso di terra pel vino. 
E r it. doglio. L' illustre Costantino Nigra, che 
volle comunicarmi alcune sue osservazioni sul Glos- 
sario dello Sch., mi ricorda che in piemontese è duyu 
duya, e che questa seconda forma si ha in Gian- 
duya, la celebre maschera. — dzoi (cioè, nella mia 
trascrizione, eoi): per òdzt, dice! Naturalmente è 
da dividere é-òi, e risponde all'ant. genov. zò jam-ho- 
die, cfr. Poesie tabbiesi, 73. — dzulno^ (cioè éulnó') 
giornate, nel senso di ' giornalieri ', * operai a gior- 
nata ' : cfr. il tose, le opere. — dztttrevu : ' la prima 
parte è oscura, cfr. trevu ', dice lo Sch. Il voca- 
bolo si trova nei testi, a p. 113: l'otru k' u sta pel 
zutrevu di rusihòi. E Irevu significa ' vicolo ', 
cfr. num. 6; forse ^trèvu per trìviu, come 
prov. trieu-s (col suo v, X ormeasco pare opporsi 
all'etimo celtico dello Schuchardt). Ma insomma, 
lo Sch. ha inteso male: doveva scrivere: k' u sta 
pe zìi u trevu giù pel vicolo. — erbebóa biasi- 
mare. L'esempio di p. 115, s'è u rbebu, dà piut- 
tosto il senso ' rimproverare, garrire '. Il Vidos- 
sich vorrebbe vederci v e r b . — eso, avvb. ' vera- 
mente '. Si trova nei testi a p. 112: eso, gasté 
Va tìicci i tolti, per essere, Gian-Stefano ha tutti i 
torti. Traducendo * per essere ' faccio un tentativo 
di spiegazione: a Genova si direbbe qui p' ése. — 
fazoa fagiuolo : da fabyolu, dice ! — fóa fare, fóa 
ami essere amici. No, 1' es. di p. 116 è il solito 
/ose ami' farsi amici. — kapia capire : credo sia da 
scrivere dovunque, dividendo meglio, akapia, come 
in genov. akapi' . — kavayu capillu: qui num. 17 
in nota. — kizi: non è proprio e e ce -hi e, cfr. Poesie 
tabbiesi, 46 sg. — kostc mammelle. E a p. 112, 
ma dal testo non risulta che abbia un senso così 
preciso, bensì parrebbe da spiegare come nella frase 
delle madri genovesi : V o senpre atakow ce koste 
cioè al petto. — kòthi calcio (cioè kocii) : sarà er- 



E. G. PARODI 



rore di stampa per kotsu (cioè kozu). — kultóa ' es- 
sere necessario '. Proviene da p. 122 : kultd (? l'ac- 
cento suir a per errore di stampa ? ) k' e y r ogge 
dgcca è necessità eh' io glie 1' abbia data. Credo 
sia da scrivere kuita : dicono, per es., kùita k' ogge 
fochi zo kìzi; ma più usuale è venta. Lo Sch. 
avrebbe preso un i per un /, come in almrise. 
Quanto a kùita non c'è difficoltà: cfr. coita. Poesie 
tabbiesi, 59, e conta, Arch. glottol. it., XV, 55. — ku- 
tnóa andar a trovar le comari. Mi sembra voca- 
bolo da fidarcisi poco. — kwondu : veramente pare 
sia kzvonde, anzi spesso k, kc. In genovese kwan- 
de. — lo: non è illiLm\ Vedi num. 7. — lunde 
dove, col solito mutamento di significato. Direi 
che stia per dunde, e che il / sia dovuto al corre- 
lativo là; basta però anche unde. — marastn (1. -ziiiT) 
bastone grosso. A Genova viarassu coltella. 

Vedi Nigra, Arch. glott. it., XV, 500 sg., e cfr. Ztschr., 
XXVII, 374. Però il ligure darebbe marr-acc-. — 
glbo, non arbor, ma arbore. — patèlla padella. Ma 
s'è, come pare, il vocabolo dei testi a p. 116, ultima 
linea, risponde al genov. e piem. patte busse, colpi, 
piem. patella, genov. patwéla, cioè paturélla. — pesta, 
imprecazione, ' p. e ucifutte Cristo d' un imbecille ! ' 
Lasciamo correre la traduzione, ma certo è da divi- 
dere e u cif., seppure non è pest' dtc ci'/., corrispon- 
dente al tose, 'accidenti al diavolo!'. In geno- 
vese, cìfutte si sente ancora, nel senso, molto sbia- 
dito, di diavolo ; vedi anche il Papanti, dialetto di 
Stella. E ora, per 1' etimo, è da confrontare Ni- 
gra, Studj romanzi, III, g8. — puf di. Il sfenso è 
'gestri, smorfie'; e certo si risale a ^pti felli, num. 23; 
da qualche puf puff u (cfr. fr. pouf^ onomatopeico? — 
pustùm.7ni 'castagne rotte'. Non da ^postilmen 
bensì da *pesiiimen, genov. pestiininni, che un tempo 
valeva ' frantume ', ed ora è vocabolo o carezzevole 
o ironico : u mcs pestilmin, dice una mamma al suo 



INTORNO AL DIALETTO D'ORMEA 121 



bambino, con intonazioni assai varie. E c'era pure 
pestmnà' calpestare, ridur male, in pezzi. — puzùn: 
qui num. 18. — ruzóa leticare. Sarà l' it. ruz- 
zare. — sairutó colpo di scure. Il suffisso è certo 
-ott-àta, e del resto non solo il primitivo esiste, 
sairóttu scure, ma anche il verbo : sairutóa tagliar 
colla scure: cfr. num. 9. — séeze sei: sarebbe ri- 
fatto su déeze. E diffusissimo, e, come si sa, an- 
che il rumeno ha sase, il che induce a credere si 
tratti di un '^sexe già latino : questo poi è troppo 
chiaro per sé, quando si pensi alla serie quinque 
septe{;yn) nove{7n) ecc. — skandayóa ' suonare, far ru- 
more '. Sarà da confrontare col prov. escandoli 
-dueli, del Mistral. — skoa pascolo. Veramente 
' pascolare ' : e s' attenderebbe piuttosto skòvo ; ma, 
s' è esatto, sarà sko con -a analogico : nel genove- 
sato skove ed è vocabolo diffuso. Equivale a 

' scuotere '. — taccic dintorni. Il Vidossich pro- 
porrebbe per etimo fa e tu, ma. darebbe tocctù. E 
invece té e tu. Ad Ormea andóa au taccu significa 
propriamente: andare alla campagna, cioè alla casa 
di campagna, alla cascina : e ' cascina ' ' stalla ' sono 
i significati che mostra altrove tait feti tecc. - — trai 
tre ; e più sotto: tre ' forma protonica di trdi\ In- 
vece, trai è il maschile, cfr. genov. trey, e tre il 
femminile, genov. trce. Così trovo dui maschile 
e du femm. — tratta ' fazzoletto da testa: tracta '. 
E allora perché non ^trocca ? E invece teletta : cfr, 
tróa telaio. — trevu, v. dzutrevu. — truppe troppo ; 
corr. troppe. — tukóa toccare, ' germ. tukkòn '. 

Dunque il tu dì e are del Nigra ? — tulna di 

nuovo. E un imperativo, e a Genova, dove que- 
st' avverbio è usitatissimo, si sente ancora quasi 
come imperativo in certe espressioni : e turna ! e 
daccapo! tiirui-ge ! — tuza: num, 15. — vydtte 'ca- 
stagne lesse '. E il genov. vegétte, quasi ' vec- 
chiette ' che sono castagne lessate, bensì, ma casta- 



122 



E. G. PARODI 



gne secche e con la scorza. L' allusione scherzosa 
riesce chiara, se si pensi alla scorza raggrinzata. 



E. G. Parodi. 












DI ALCUNI 

VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 

IN CODICI FIORENTINI 



I. 

La " Metaura " d' Aristotile nel volgare to- 
scano DEL TRECENTO E LE TRADUZIONI MEDIE- 
VALI latine DEI " LIBRI MeTEORORUM ". 

L' anno 1554 l'editore Comin da Trino pubblicava 
' in Vinegia ' un volgarizzamento dei libri meteorolo- 
gici d' Aristotile, con un largo corredo di chiose 
attribuite a Tommaso d'Aquino. Il titolo ne era 
pomposo : « Opera nuova \ la quale \ traila della 
Filo I sofia naturale, chiamata la Metaura \ d Aristo- 
tile ; chiosata da San \ Thomaso d Aquino del \ l or- 
dine de i frati \ predicatori. \ Partita in tre libri : \ 
Nuovamente (i) posta in luce, con diligentia \ stam- 
pata et castigata ». L' opera non ebbe più ri- 
stampe e si tenne quasi ignorata ; essa ci è pure per- 
venuta in quattro codici fiorentini che, per la scarsa 
tradizione manoscritta della Metaura e per la impor- 
tanza delle loro indicazioni, meritano un cenno par- 
ticolare. Cominciamo dal più antico. 



(i) Ntiovame?ite sta per recentemente , poiché, per diligenza 
fattane, non mi fu dato aver cenno di alcun' altra edizione 
più antica. 



124 e. MARCHESI 



a) Palatino 449 [256. — E, 5, 2, i] membran., 
della metà del sec. XIV, mm. 350 >( 246, di ce. 59 
antic. numer., a due colonne con rubriche. Nelle 
iniziali dei tre libri, con fregi miniati ad oro e co- 
lori, è rappresentato successivamente il filosofo che 
osserva le stelle, i fenomeni dei vapori e delle acque 
e i fenomeni de' venti, in tre maniere conformi alla 
materia di ciascun libro. Nel margine infer. del 
primo foglio era uno stemma ora cancellato. Prov. 
Poggiali. Inc. « Qui comincia, la mettaura d Ari- 
« stotole chiosata per sancto thoniaso d aquino dell or- 
« dine de frati predicatori. Questo libro si kiama 
« la metthaura d aristotile. E questo nome met- 
« thaura et nome grecho et e composto a metha ke a 
« dicerc trans et thorum ke tanto e a dire come con- 
« templatione delle chose che trapassano queste chose 
« di sotto et dicono delle cose ke sono ingenerate li 
« sopra, delle quali si tratta principalmente in questo 
« libro ». Segue quindi il testo d' aristotile. 

h) Magliabech. XII, 53, cartac. sec. XV, mm. 
288 X 220, di ce. 85 antic. num., di cui furon ta- 
gliate le ce. 82-84. Miscellaneo : contiene, oltre la 
metaura, parecchie orazioni lettere e ristretti di con- 
tenuto storico e politico. Inc. « Qui comincia la 
« fnectaura d aristotile chiosata per santo tomaso 
« d agnino. Questo libro.... etc. etc. e. s. ». 

e) Riccard. 1584, cartac, sec. XVI incip., mm. 
325 X 230, di ce. 97, con rubriche e iniziali colo- 
rate e maggiori iniziali dorate e fregiate al principio 
di ogni libro. A e. 97-"^ in rosso « Finito fu questo 
libro et questa opera a dì ventiquattro di Marzo 
MCCCCCIIIJ. Questo libro è di Giovanpagolo di bar- 
tholomeo vocato el biancho, che disegna et lieva 
l'opere di brocchati et d'ogni altra drapperia ». 
Oltre la Metaura contiene la Ruota dei Pianeti e 
loro influenze (e, 91^-97^). Ine, « Qui comincia 

la metaura d aristotile chiosata per San thomaso 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 125 



d aquino dell ordine de frati predicatori. Questo 
libro... etc. e. s, ». 

Collochiamo in fine, per la sua speciale impor- 
tanza, l'Ashburnhamiano 547, cartac. del sec. 
XV, mm, 290 X 220, di ce. 73 num., con rubriche 
d'inchiostro rosso e una guardia membranac, legato 
in assi e pelle. Anepigr. Com. « questo libro si 
« chiama la mettaura d' aristotile e questo nome 
« mettaura e nome grecho e e composto di metha 
« che e a dire trans e theoro che tanto uale a dire 
« quanto conteplatione delle cose che trapassano que- 
« ste cose di sotto / dicho chelle cose che sono in- 
« generate di sopra delle quali si tratta principal- 
« mente in questo libro. Nel quale Aristotole 
« parlo molto brieue et somario. Ma frate Al- 
« berto dalla Magna de predicatori grande maestro 
« in diuinita e filosafo lo spuose come uedere po- 
« trete apresso con tutto parlasse molto ploliso e 
« troppo retripicando e pero a ogni capitolo del 
« detto aristotile diremo di sopra testo e quello che 
« sopraccio disse frate Alberto diremo di sopra spo- 
« sitione ». Segue il « Prologo d Aristotile so- 
« pra la mettaura ». 

Dei mss. fiorentini dette un brevissimo cenno il 
Cecioni, il quale constatò che i libri meteorologici 
d' Aristotile frirono tradotti nella prima metà del 
sec. XIV da una versione arabico-latina del testo 
greco, come ci attesta un ms. di quel tempo, il 
Palat. 449; ed osservò altresì come l'Ashburnham. 
attribuisca malamente il commento di Tommaso 
d'Aquino ad Alberto Magno (i). 

Ma il Cecioni ebbe solo una conoscenza esteriore 
della stampa e dei codici, e prestò troppa fiducia ai 
titoli e ai rubricari. 

(i) Propugnatore, 1889, p. 72. 



126 e. MARCHESI 



L' edizione veneta e i primi tre codici fiorentini 
seg'Liono invero una falsa attribuzione, la quale potè 
successivamente con molta facilità passare da un co- 
dice all' altro fino alle stampe per il maggior grido 
del commentario tomìstico, che pur la materia di 
parecchi capitoli fornì al nostro volgarizzamento. Il 
cod. Ashburnh. ci mette sulla buona via conducen- 
doci direttamente alla maggiore fonte latina del com- 
pendio toscano. 

La Metaura segue infatti, abbreviando, il testo 
della vctus translatio arabo-latina; le chiose sono 
ricavate quasi tutte dalla esposizione albertina e forse 
volgarizzate da un ristretto latino dell' opera di Al- 
berto Magno, il quale esponendo la Meteore si valse 
sempre ed unicamente della vetus translatio, ch'ei 
riporta quasi per intero nel corpo dei suoi com- 
mentari. 

Il volgarizzatore della Metaura, riducendo e di- 
chiarando, intese certamente divulgare la dottrina 
meteorica di Aristotile e di Alberto. Una gran 
parte del fardello scientifico, scolastico, dimostrativo 
dell' originale latino, è rimasto per terra dietro i passi 
frettolosi ed incerti del compendiatore ; così mancano 
gl'infarcimenti scolastici e tutte le sottigliezze logi- 
che delle cause fenomeniche e i numerosi riferi- 
menti alle altre opere aristoteliche e le continue 
spartizioni e suddivisioni della materia. Molte 

sottili dimostrazioni sono sostituite con ragionamenti 
assai più elementari e con accenni alle cause e ai 
fenomeni più comuni. D' altra parte dei luoghi 
accolti è un vero ampliamento, con frequenti dichia- 
razioni di parole, con perifrasi molto larghe e pro- 
lisse del pensiero, con aggiunte di nuovi esempi : 
procedimento comune, questo, ad altre compilazioni 
di quel tempo. 

Poniamo ora un primo raffronto, notando in cor- 
sivo nel testo latino i luoghi non tradotti né com- 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 127 



pendiati, e nel volgare le aggiunte fatte dal co 
pendiatore. 



m- 



Me laura (i). 

Questo libro si chiama la tne- 
taura d'Aristotele e questo 
nome metaura è nome greco 
et è composto a metha che è 
a dire trans et thorum che 
tanto è a dire come contem- 
platione delle cose che tra- 
passano queste cose di sotto 
et dicono delle cose che sono 
ingenerate di sopra, delle 
quali si tratta principalmente 
in questo libro. 

Testo d' Aristotile. 

Poscia che abbiamo detto co- 
se naturali in generale et de 
le stelle le quali ordinano lo 
mondo et della dispositione 
del corpo ultimo et elemento 
gentile et della qualità delli 
elementi et la mutatione loro, 
par che abbiamo oggimai a 
dire delle cose che adiven- 
gono in alti presso al loco 
delle stelle come della Gala- 
xia delle stelle cornate del- 
l' asub, dell' aneyzeli et delle 
cose che s' ingenerano nel- 
r aria per sua mutatione e 
de uapori dell' acqua et della 



Albert. Magn. Meteororuin, 
I, I, cap. I, pag. 2. [Ed. 
Lugd. 1631, t. II J. 

Dicitur autem hic liber me- 
theororum quod est graecum 
nomen et compositum a me- 
tha quod est trans et theoruni 
quod est contemplatio, quasi 
contemplatiu eorum quae sunt 
trans, id est, in alto generata : 
quia de illis principaliter hic 
intenditur. 



Vetus translatio (2). 

Postquam precessit rememo- 
ratio nostra de rebus natura- 
libus primis et stellis ordinan- 
tibus mundum et narravimus 
dispositionem corporis ultimi 
et elementi nobilis et enun- 
ciavimus quantitatem elemen- 
torum corporeorum et allera- 
tiones eorum ad invicem, et 
generationem et corruptionem 
universales, visum est nobis 
quod remansit supra nos re- 
memoratio rerum accidentium 
in alto propinquarum locis 
stellarum, et narratio de eis 
sicut galaxia et stelle comete 



(i) Traggo dai codici fiorentini la lezione migliore, essendo 
la stampa veneta in molti luoghi palesemente errata. 

(2) Ricavo il testo della vetus translatio dai due Lauren- 
ziani XIII Sin. 4 e XIII Sin. 12. 



128 



e. MARCHESI 



terra e delli tremuoti et de li 
venti et de altre simiglianti 
cose . Poscia nelli altri libri 
diremo delle miniere et delle 
nature delli animali et delle 
piante, et quando avremo fat- 
to ciò avremo compiuto Io 
intendimento nostro eh' ab- 
biamo di compiere la scientia 
naturale. 



et assub et aneizeli et quae 
videntur in aere de generatis 
rebus ex mutatione eius et 
vapore ascendente ex aqua et 
terra et quae accidunt ex re- 
bus in eis sicut terrae motus 
et venti et quae sunt illis si- 
milia. Quando ergo narrave- 
rimus de eis dicemus mine- 
ralia et animalìa narratione 
universali et particulari et 
communicabimus sermonem. 



Chiosa (i). 



Alò. 31., 1,1, cap. I, pag. 2. 



Poscia che Aristotele ha detto 
delle cose naturali in gene- 
rale in uno libro che è il 
primo della filosofia naturale 
cioè la fisica, nel quale libro 
egli tratta del movimento 
in generale et poi che ha 
detto delle stelle le quali per 
lo loro movimento ordinano 
il mondo, percioché moveno 
li elimenti a generatione et a 
corrutione, in uno libro che 
seguita alla phisica et chia- 
masi del cielo et del mondo, 
ove ha detto la dispositione 
del corpo ultimo, cioè del 
cielo, come egli contiene tutti 
li altii corpi et è elemento 
gentile non perche entri nella 
compositione d'alcuno corpo, 
ma chiamalo elemento per si- 
miglianza, itnperoche carne lo 
elemento è principio del corpo 
composto così il cielo è co- 
minciamento et termine de tut- 



Postquam ergo praecessit no- 
stra consideratio in libro phy- 
sicorum de rebus naturalibus, 
quae sunt primae et principia 
corporis mobilis in quantum 
est mobile in universali, ab- 
sirahens ab atnni corpore si- 
gnato et secundum speciein ac- 
Ctpto ; et postquam etiam 
considerationem fecimus in 
secundo de celo et mundo et 
de stellis et de motu suo et 
causalitate ordinante mim- 
dum inferiorem eo quod mo- 
vent elementa ad generatio- 
nem et corruptionem, sicul 
di.vimus secundo de genera- 
tione et corruptione. Et post- 
quam in primo de celo et 
mundo ostendimus, cuius di- 
spositionis sit corpus ultimum 
supra nos, eo quod ipsum 
claudit et continet omnia, et 
dixiraus ibidem dispositionem 
elementi nobilis, quod est 



(i) I codici fiorentini e la stampa intestano sempre Chiosa 
di santo Thamaso d'Aquino: l'Ashbumh. ha invece: Sposi- 
none di frate Alberto. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



129 



ti li altri corpi; et poscia che 
ha detto la quantitade et mu- 
tatione delH elementi in uno 
libro che si chiama de gene- 
ratione et corrutione, parli 
eh' abbia oggimai a dire delle 
cose che advengono et hanno 
generationi in alti, come della 
Galaxia, che è uno biancore 
che apparisce in alcuna parte 
del cielo a modo d' uno fumo 
chiaro, et alquanti la chia- 
mano la strada bianca, et delle 
stelle che hanno chioma et 
dell' asub, cioè de vapori chia- 
ri che correno per l' aere e 
dilungansi a modo di la?icia, 
de quali dicotto li populari che 
sonno stelle che caggiono . An- 
che dell' aneyzeli (aneyzeli è 
nome arabico et viene tanto 
a dire quanto foco che de- 
scende de sopra), anco delle 
cose che se ingenerano nel- 
1' aere per sua mutatione et 
de vapori che salgono dal- 
l' acqua et della terra et de 
terremoti et de venti et delle 
altre somiglianti cose . Prima 
nelli altri libri diceremo delle 
vene de metalli et della natura 
delli animali, et quando ave- 
remo detto de queste cose, 
averemo finito lo intendimen- 
to nostro eh' abbiamo di com- 
piere la scentia naturale. 



caelum : quod licet in com- 
positionem non veniat corpo- 
ris huius vel illius, tamen est 
praecipuum complens univer- 
sum . Et postquam nos in 
tertio caeli et mundi et quarto 
et in secundo de generatione 
et corruptione enuntiaverimus 
quantitatem discretani eleineìi- 
torum corporeorum et altera- 
tiones elementormn ad invicctn 
secmidum causatn materialeni 
et efficientem . Postquam etiam 
diximus in universali muta- 
tiones, quae sunt generatio et 
corruptio, in primo de gene- 
ratione et corruptione, visum 
est nobis, quod secundnni co7i- 
sequentia scientiae naturalis 
de corpore mobili simplici, ut 
habitum est remansit nobis 
tractatus de rebus accidenti- 
bus in alto quae sunt propin- 
quae locis stellarum : et de- 
monstrare debemus eas per 
causam, quae sunt sicut ga- 
laxia et stelle quae dicuntur 
cometes, eo quod comam ha- 
bent, et assub et anareli arabi- 
ce, quod est ignis expulsus si- 
ve descendens : et hoc quidem 
faciemus in primo libro huius 
scientiae . In secundo autem 
determinabimus ea quae vi- 
dentur fieri in aere, quae sunt 
res generatae ex mutatione 
eius, ex eo sci licet quod ipse 
est alicubi calidus et alicubi 
frigidus et fiunt impressiones 
ex vapore ascendente in aerem 
ex vapore aquae et terrae . 
/;/ tertio quidem, libro huius 
scientiae determinabimus ea 
quae fiunt ex vaporibus con- 
tentìs in aqua et terra, quae 



13° 



C. MARCHESI 



sunt sicut terrae motus et 
venti et quae illis sunt simi- 
lia . Quando autetn narrave- 
rinius de illis assignando cati- 
sani istorimi lune dicemus mo- 
duni covwiixtionis corpormn : 
et tunc in aliis libris particu- 
laribus de natura dicemus 
mineralia et naturas anima- 
lium et plantarum in univer- 
sali et particulari et sermo- 
neni faciemus communem : 
quia de individuo particulari, 
idest, de hoc et ilio scientia 
de eis haberi non potest . Cum 
enim haec fecerimus, tunc 
perveniemus ad hoc quod in- 
tendimus in scientia naturali 
et perveniemus ad ultimum 
narrationis nostrae in rebus 
physicis. 

I dieci capitoli seguenti (II-XI) sono ricavati 
dalla nova translatio greco-latina e dal relativo 
commentario tomistico {lectio II- Vili). Il volga- 
rizzamento della Metaura ci offre così un curioso 
esempio di contaminazione dei due testi e delle due 
esposizioni di Alberto e di Tommaso : esempio non 
nuovo né raro in compilazioni medievali. 

Eccone un saggio. 

Testo di Aristotile. Cap. II. Nova translatio . Lectio II. 



Cominciamo et diciamo cosi 
infra li altri principii, che 
sonno principii delle cose cor- 
porali, r uno è lo principale 
e principio delli corpi che se 
muoveno circularmente, cioè 
intorno intorno ; li altri prin- 
cipii corporali sono quattro, 
cioè quattro elimenti, il fuo- 
co r aere 1' acqua et la terra, 



Hinc igitur incipientes dica- 
mus de ipsis primo . Quo- 
niam enim determinatum est 
prius a nobis unum quidam 
principium corporum, ex qui- 
bus constat circulariter lato- 
rum corporum natura : alia 
autem quatuor corpora pro- 
pterquatuor principia quorum 
duplicem esse dìcimus mo- 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



131 



li quali hanno dui movimenti, 
l'uno si è al mezzo l'altro 
è dal mezzo; tra questi eli- 
menti il più alto è il foco et 
lo più infimo è la terra, l'ae- 
re è più presso che li altri al 
fuoco et 1' acqua alla terra et 
ad questo mondo che di sot- 
to è composto de questi quat- 
tro elementi, delli quali quat- 
tro elementi habbianio a de- 
terminare in questo libro. 



tum : hunc quidem a medio, 
hunc autem ad medium . qua- 
tuor autem existentibus igne 
aere et aqua et terra, omni- 
bus quidem his super emi- 
nens esse ignem, substans au- 
tem terram, duo autem quae 
ad ipsa his proportionaliter 
se habent . aerem quidem igni 
propinquiorem aliis, aquam 
autem terrae, qui itaque circa 
terram totam mundus, ex his 
constat corporibus . de quo 
accidentes passiones dicimus 
esse sumendum. 



Chiosa. 

Qui comincia Aristotile a de- 
terminare delle cose che ha 
(letto di sopra e dice che in 
tra li altri principii delle cose 
corporali, l'uno è lo princi- 
pale il quale è principio de 
movimenti delli pianeti e del- 
le stelle : li altri principii cor- 
porali sono quattro, secondo 
che quattro sono le qualitadi 
che sono principio d'operare 
e di patire cioè caldo freddo 
umido e secco, et queste qua- 
lità se hanno cosi a congiun- 
gere : caldo et secco è lo fuo- 
co, caldo et humido si è l'ae- 
re, freddo e umido si è l'ac- 
qua, freddo et secco è la terra ; 
che una medesima cosa in 
una medesima parte sia calda 
et fredda o umida e secca è 
impossibile . Et questi quat- 
tro elementi hanno due mo- 
vimenti : l'uno è dal mezzo, 
cioè dalla terra, &t va in su 



Tìioni. Aq. Meteor., I, 2, 
pag. i^'. [Ed. Roma 1570, 
t. III]. 

Dicit ergo primo quod deter- 
minatum est tam in libro de 
coelo quam de generatione et 
corruptione, quod inter alia 
principia corporalia, quae sunt 
principia aliorum corporum, 
unum est principium illorum 
corporum, ex quibus consti- 
tuitur natura corporum circu- 
lariter motorum . s. sphera- 
rum et stellarum, hoc autem 
principium dicit ipsatn quin- 
tam essentiam, ex quo omnia 
huius mundi formantur ; alia 
vero principia corporum infe- 
riorum sunt quatuor propter 
primas tangibiles qualitates, 
quae sunt principia agendi et 
patiendi .s. calidum frigidum 
humidum et siccum : quarum 
sunt tantum quatuor possibi- 
les combinationes : nam cali- 
dum et siccum est ignis, ca- 
lidum et humidum est aer, 
frigidum et humidum aqua. 



132 



e. MARCHESI 



et questo è il movimento del- 
le cose lievi, cioè il fuoco et 
l'aere; l'altro è al mezzo, 
cioè alla terra, et questo è il 
movimento delle cose gravi, 
cioè dell' acqua et della terra, 
et così in summa sono tre 
movimenti, 1' uno dal mezzo 
che è delle cose gravi, 1' al- 
tro al mezzo che è delle cose 
lievi, r altro intorno al mezzo 
che è del cielo, il quale non 
è né grave né lieve . Infra 
le cose gravi et le lievi è que- 
sta differenza che alcuna è 
tutta a fatto lieve come è lo 
foco eh' è sopra tutti li altri 
elementi ; alcuna è tutta afat- 
to grave, come la terra che è 
disotto da tutti li altri ele- 
menti : li altri elementi sono 
in parte gravi et in parte 
lievi, che l'aer è lieve a ri- 
spetto dell' acqua et della ter- 
ra et grave a rispetto del 
fuoco, et 1" acqua è lieve a 
rispetto della terra et grave 
a rispetto dell'aere e del 
fuoco . Adunque il mondo 
che è disotto rispetto alla ter- 
ra è composto di questi quat- 
tro elementi, et delle loro 
mutationi abbiamo da trat- 
tare in questo libro. 



frigidum et siccum terra : ca- 
lidum vero et frigidum vel 
humidum et siccum aliquid 
esse impossibile est . Horum 
autem quatuor corporum sunt 
duo motus : unus quidem qui 
est a medio mundi sursum, 
qui est motus levium .s. ignis 
et aeris ; alius autem motus 
ad medium, qui est motus 
gravium .s. terrae et aquae . 
Et sic est triplex motus cor- 
porum scilicet: ad medium, 
qui est gravium ; a medio qui 
est levium, et circa medium 
qui est corporum celestium, 
quae neque sunt gravia ne- 
que levia . Levium autem et 
gravium est quaedam difì'e- 
rentia . nam aliquid est leve 
simpliciter .s. ignis qui supe- 
reminet omnibus : aliquid est 
grave simpliciter .s. terra 
quae subsidet omnibus : alia 
vero duo sunt secundum quid 
gravia et levia : nam aer est 
levis respectu terrae et aquae, 
gravis vero respectu ignis : 
aqua autem est levis respectu 
terrae, gravis autem respectu 
ignis et aeris, et ideo haec duo 
ad alia duo extreina propor- 
tionaliter se habe/it, ut .s. sicut 
aer est propinquior igni, ita 
aqua est propinquior terrae . 
Sic igitur patet quod iste 
mundus, qui est circa terram 
constat ex quatuor corporibus, 
et huius mundi oportet nos 
in hoc libro passiones consi- 
derare quae sunt transmuta- 
tiones variae in elementis 
inventae. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 133 



I capitoli tratti da Tommaso sono di poco com- 
pendiati e ridotti : ciò è naturale per la estensione 
minore dell'opera tomistica rispetto alla parafrasi di 
Alberto ; tuttavia verso la fine si nota la omissione 
di lunghi brani. Talvolta si trova alcuna larga 
aggiunta di osservazioni e di esempi con che il vol- 
garizzatore intende ridurre alla comune intelligenza 
ed esperienza l' arido enunciato scolastico. Così 
nella lectio II Tommaso dà ragione del concetto ari- 
stotelico, semplicemente : « esser necessario che il 
« nostro mondo composto dei quattro elementi sia 
« continuo ai moti superiori, vale a dire a' cieli; con- 
« tinuo significa contiguo, in modo che non ci sia 
« altro corpo frapposto : poiché è impossibile che ci 
« sia il vuoto di mezzo » ; e il volgarizzatore ne fa 
quasi da maestro che parli a scolari suoi con evi- 
denza di frase e di esempio : 

[Cap. Ili] .... dice che questo mondo, che è disotto, è 
composto de quattro elementi et è continuo a' corpi celestiali 
che si moveno circularmente, cioè intorno intorno; non s'in- 
tende continuo che i corpi di sotto, cioè gli elementi, siano 
congiunti con li corpi celestiali, come la mano è congiunta 
con lo braccio : che la mano che è congiunta con lo braccio 
è di natura del braccio . Ma gli elementi non sono di 
natura de corpi celestiali, perché gli elementi sono corrut- 
tibili et li corpi celestiali sono incorruttibili . Ma intendesi 
che gli elementi siano congiunti con li corpi celestiali, imper- 
cioche tra gli elementi et li corpi celestiali non c'è altro corpo 
in mezzo : et questo è bisogno accioche non sia vott) nelle 
cose naturali, et però è bisogno che l'uno sia a lato all'al- 
tro et non rimanga niuno voto nel mondo, imperoche niuna 
cosa è nel mondo che sia vota, et quelle che parono vote 
sono piene de aere, onde vedemo manifestamente quando si 
pongono le coppette, poscia che il fuoco ha consumato la 
stoppa, et l'aere non vi puote entrare a riempire quel voto, 
che la carne si rileva et riempie quel voto, imperoche non 
puote essere niuna cosa vota. 

Ancora : laddove Tommaso parla delle fumose 
esalazioni che a grande altezza, per la vicinanza del 



134 C. MARCHESI 

Sole, appariscono come fiamma accesa nel cielo, ad- 
duce r esempio [lectio VI) : sicut cum stipula ardet 
in area ; e il volgarizzatore allentando (cap. IX) : 
« Et in segno di ciò si è che quelli cotali accendi- 
« menti non appariscono se non quando ò grande 
« secco et gran caldo . Onde, quando il Sole è po- 
« tente, chi vi ponesse uno vasello d' acqua ritondo 
« a guastada, et ponesse drieto a quel vasello o alla 
« guastada, colà dove percotono li razzi del sole, 
« della stoppa, potrebbe tanto il caldo del sole, che 
« s'accenderebbe quella stoppa *. Dice altrove 
Aristotile che le stelle cadenti per la terra e pel 
mare appariscono di giorno e di notte quando è 
sereno (serenitate existenté) ; e Tommaso dichiara 
{lectio VII) : quia te^npore nebuloso talis ig7iis ab 
humiditate nubium et aeris extingueretur ; il volgare 
amplia senza ragione e senza grazia, (cap. X) : « Dice 
« quando è sereno, imperoché quando il tempo è 
« nebuloso non possono apparire. Imperò che li 
« nuvoli sono umidi et quando è nuvolo l'aere è om- 
« broso, onde quelli vapori si spengono ». 

Dal capitolo XII sino alla fine la materia del 
volgarizzamento è sempre ed unicamente ricavata 
dalla esposizione di Alberto. Donde si ripiglia il 
testo Albertino, riportiamo alcuni capitoli, tra i più 
interessanti : quelli sul fenomeno della Galassia, per 
cui tanto sospettarono e favoleggiarono poeti e dotti 
del nostro trecento, e di cui pur nel Paradiso ebbe 
Dante una vasta e patetica visione (i). 

Meiaura. Cap. XII Della Ga- Albert. Magn.. I, tr. II, cap, 2, 
lasia. Chiosa. pag. 11. 

Comincia a dire della galasia Incipiatnus ergo nunc consi- 
che si chiama via del latte derationem facere de galaxia, 

(I) XIV, 97 sgg. 



Il 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



135 



et via bianca, impero clie ap- 
parisce nel cielo ad modo de 
una via bianca et ad modo de 
uno fumo bianco over chiaro . 
Et poniamo in prima l' ope- 
nione dclli altri filosofi, poi 
diremo la opinione nostra (i) . 
Furono alquanti filolosofi che 
disseno che '1 sole movendosi 
per lo cielo, per lo suo grande 
caldo arse il cielo in quello 
loco dove apparisce la gala- 
sia ; et la cosa arsa alcuna 
volta diventa bianca, come 
adviene della calcina, così vo- 
gliamo dire che quello bian- 
core che apparisce nel cielo 
sia uno fumo chiaro che ha 
fatto il sole per la sua ar- 
sura . Et noi diciamo che 
questo ditto è falso et pieno 
d' errore, che se questo fosse 
vero sarebbe bisogno che per 
tutti segni et per tutti luoghi 
donde è passato il sole ap- 
parisse la galasia : questo ne- 
ghiamo che non è vero . An- 
che r altra ragione a ciò pro- 
vare si è che, secondo eh' è 
provato nel libro del cielo et 
del mondo, il cielo in niuna 
sua parte puote ricevere iimi- 



quae est idem quod via lactea 
si\e alba, quae arabice dicitur 
maiaraterii, quod interpreta- 
tur alcha quod novetur . Di- 
cendum auteni primo est de 
galaxia : quia ipsa est ex par- 
tibus orbis effective et mate- 
rialiter, sicut infra patebit . 
Post haec aute-m consideratio- 
nem faciemus de aliis superio- 
ribus impressionibus et dice- 
mus de eis exquisite per de- 
monstrationem, sicut est con- 
suetudo nostra et omnis phi- 
losophi magni in philosophia . 
Fuerunt autem quidam qui 
dixerunt quod Sol aliquando 
movebatur in loco ilio et suo 
lumine et calore combussit 
orbem in loco ilio : combu- 
stum enim precipue si terre- 
stre sit, album efifìcitur sicut 
apparet in calce : et ideo Sol 
sua combustione impressit in 
orbe hoc vestigium quod vo- 
catur galaxia . Dico autem 
quod iste sermo est erroneus : 
quia si ita esset ut dicunt, 
lune similis causa similem re- 
linqueret effectuni . Sol autem 
movetur pe7- zodiacum secun- 
dum ordineni sigfwrum sub 



(i) Si noti il passo dell' Alighieri nel Convito II, 15: 
« .... è da sapere che di quella Galassia li filosofi hanno 
avuto diverse opinioni . Che li Pittagorici dissero che '1 sole 
alcuna fiata errò nella sua via ; e passando per altre parti 
non convenienti al suo fervore, arse il luogo per lo quale 
passò, e rimasevi quell'apparenza dell'arsura . E credo che 
si mossero dalla favola di Fetonte, la quale narra Ovidio nel 
principio del secondo di M etani orfoseos . Altri dissero (sic- 
come fu Anassagora e Democrito) che ciò era lume di Sole 
ripercosso in quella parte . E queste opinioni con ragioni 
dimostrative riprovarono ». 



136 



C. MARCHESI 



tatione, et gli accidenti et le 
passioni che riceveno li corpi 
che sono disotto, ond' è ar- 
sura et bianchezza rimasa d'ar- 
sura, sono accidenti et pas- 
sioni de corpi che sono di 
sotto et non possono conve- 
nire alli corpi celestiali et 
però è impossibile credere che 
il caldo abbia arsa alcuna 
parte del cielo et che di quella 
arsura sia rimasa la galasia . 
Furono alquanti altri filosofi 
che disseno che la galasia sia 
uno lume prestato dal sole, 
et d' alquante stelle . Et di- 
cono questi che lo lume del 
sole non si dà egualmente 
alle stelle, imperoché alcuna 
volta la terra è in mezzo tra 
le stelle et il sole; et però 
quando il sole viene tramon- 
tando dilunga il lume suo 
et però quando è sotto terra 
le stelle che li sono sopra al 
capo non possono ricevere il 
lume suo, imperoché la terra 
è in mezzo, ma ricevono il 
suo lume le stelle che li sono 
da lato, et quando ricevono 
quello lume si lo spargono 
dal lato come adviene de ra- 
giuoli del sole che illuminano 
la terra che gli sta da presso : 
et così quando quelle stelle 
ricevono il lume del sole si 
lo spargono a lato a sé, et 
quello lume che è si sparto 
da se, si chiama galasia . 
Questa opinione è falsa et 
pare che voglia dire che la 
terra sia maggiore che '1 sole 
et che le stelle, come dicono 
li uomini populari ; imperò 
che pare che voglia dire che 



linea quae dicitur ecliptica, 
quae est medium orbis signo- 
rum : ergo per totum orbem 
signoriim deberet apparere 
tale vestigium ex combustione 
solis, quod non videmus : 
quia galaxia non apparet se- 
cundmn ordineni signovìun in 
zodiaco, sed potius intersecai 
orbem in duobus signis Gcmi- 
noriim et Sagittarii et egre- 
ditur versus utrumque polum . 
Adhuc autem si cut probatum 
est in coelo et muado, orbis 
in nulla sui parte recipit im- 
pressiones peregrinas, quae 
aliquid variant in esse suo : 
combustio autem et albedo 
relieta ex ipsa impressio pe- 
regrina est, quae non conve- 
nit nisi corpori passibili et 
alterabili : ergo galaxia non 
est combustio relieta ex sole: 
est enini orbis per hoc quod 
est incorruptibilis et inaltera- 
bilis, seviotus a natura qua- 
tuor elementorum et ab agri- 
cultura inferioruni vegetabi- 
liiim et a generatura aninia- 
liuni : et ideo impressio cor- 
poris passibilis in eo fieri non 
potest . B'uit autem, ut puto, 
haec opinio Pythagorae, qui 
dixit esse terram stellaui et 
noveri et caelum stare et com- 
buri a Sole._ — Caput III. 
Alii autem qui imitabantur 
Aìtaxagcn-am et Democritum , 
dixerunt quod galaxia est lu- 
men mutuatum a Sole quibus- 
dam stellis : et hoc modo 
dicitur lumen illarum stella- 
rum . Ponunt enim isti quod 
radius solis non incidit omni- 
bus stellis sed potius propter 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



137 



la terra sia grande che possa 
il lume del sole, che non pos- 
sa venire alle stelle, anche 
che le stelle siano piccole et 
che la terra le copra et che 
non possano ricevere il lume 
del sole . Anche questo non 
può essere, imperoché se la 
^alasia fosse lume prestato 
dal sole, dovunque fosse pas- 
sato il lume del sole sarebbe 
rimasa la galasia et questo 
vegiamo che non è vero, con- 
ciosiacosa eh' ella apparisca 
in determinato loco . Anche 
è provato nella scientia della 
astrologia che '1 sole è mag- 
giore della terra et tutte le 
altre stelle sono maggiori che 
la terra, trattone la Luna et 
.Mercurio, onde con ciò sia 
cosa che 'I sole sia maggiore 
della terra et anche l' altre 
stelle, non può la terra torre 
il lume né al sole, né alle 
altre stelle. 



terrae interpositionem retra- 
hitur a quibusdam et ideo 
cum occidit in occasu retra- 
hitur a stellis quae sunt in 
Oriente : et sic deinceps sem- 
per retrahitur ab bis quae sibi 
opponuntur, et non consequi- 
tur eas, sed incidit quibus- 
dam stellis non a sole tan- 
tum distantibus : et ubi inci- 
dit in circuitu lumen difTun- 
ditur, sicut quando radius 
solis venit per fenestrani et 
incidit in terram, lumen a 
radio solis diffunditur in cir- 
cuitu illius terrae cui inci- 
dit radius, ita quod efficitur 
luminosa : ita etiam circa 
stellas quibus incidit radius 
solis in circuitu caeli, diffun- 
ditur lumen radiorum et illu- 
minat partes orbis in circuitu 
illarum stellarum : et illud 
lumen vocatur galaxia quod 
fit ex luntine appropinquante 
illis stellis . Haec auteni po- 
sitio videtur ponere, quod 
terra sit maior sole secundum 
vulgi opinionem : quia aliter 
radicem non haberet : tunc 
enim umbra terrae esset ten- 
dens in altum et impediret 
quasdam stellas sibi oppositas 
a consecutione radii solaris 
et quasdam non impediret . 
Dico autem iterum quod istud 
stare non potest : quia si ga- 
laxia esset lumen diffusum in 
loco ubi determinantur radii 
solis ad aliquas stellas par- 
tium orbis minus distantes 
quam sit dimidius orbis : tunc 
cum recedit sol de loco ad 
locum, recedit etiam lumen 
diffusum a loco ad locum : 



138 



C. MARCHESI 



ergo galaxia non staret sed 
mutaretur de loco ad locum . 
Et hoc non videmus cum ipsa 
sit semper super Sagìttarium 
et circa partem Geminarum 
et intersecet zodiacum . Ad- 
huc autem signatio sit de 
falsitate sermonis illius, id 
(liiod probatur in scientia 
astronomica de mensura quan- 
titatis solis et terrae : quia 
probatuni est quod Sol est 
maior terra, sicut et aliae 
stellae etiam, praeter Lunam 
et Mercurium, maiores sunt 
quam terra. 



Capo XIII. Chiosa. 



Capili IV. 



Danna qui Aristotele la opi- 
nione de alquanti altri filosofi 
che dissero che la galasia è 
un lume che ripercuote nel 
cielo stellato dallo aere umido 
come noi veggiamo nello spec- 
chio, che veggiamo che la 
faccia risplende et vedesi nello 
specchio, imperò che lo spec- 
chio è uno corpo forbito et 
polito et però ha a rendere 
la faccia che riceve ; così di- 
cono che lo lume delle stelle 
viene allo aere umido, et per- 
chè il corpo umido ha a rap- 
presentare la forma che ri- 
ceve, perciò quello aere si 
rende al cielo stellato il lume 
delle stelle lo quale riceve, 
si come noi veggiamo quando 
il razzo del sole percuote nel 
bacino dell' acqua che imman- 
tinente ripercuote nello oppo- 
sito . Noi diciamo che que- 
sto ditto è errore, imperò che 
noi vediamo che ogni lume 



Fuerunt autem alii qui dixe- 
runt quod galaxia est lumen 
quod redditur orbi stellato, 
reflexum in ipsum ab aere 
humido quod est sub ipso : et 
huius simile ponunt in spe- 
culo; quia sicut nos videmus 
quod facies illuminata impri- 
mitur speculo opposito : et 
propter hoc quod speculum 
est tersum et politum, refle- 
ctitur in faciem aspicientis : 
ita et lumen stellarum orbis 
imprimitur aeri humido quod 
est sub ipso : et quia corpus 
humidum reflectere habet for- 
mas sibi impressas, ideo aèr 
ille reddit lumen stellarum 
orbi stellato, sicut apparet 
cum radius incidit in vas cum 
aqua : tunc enim statim refle- 
ctitur ex opposito in parietem. 
Et eandem dicunt esse causam 
stellae quae dicitur coìnetes. — 
Dico autem quod iste sermo 
istorum est error : quia nos 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



139 



che ripercuote o da specchio 
o da altro corpo pohto o da 
corpo humido sempre riper- 
cuote nello opposito del corpo 
Uiminoso, che li getta il lume; 
come si vede nel razzo che 
percuote nel vasello dell'ac- 
qua, il quale repercuote nello 
opposito, et quel lume reper- 
cosso se move per due ca- 
gioni : r una si è che il corpo 
che repercuote il lume si mo- 
ve, come vegiamo che se si 
move l'acqua si move il lu- 
me che ella getta . L' altra 
cagione si è che poniamo che 
'I corpo che ripercuote, come 
è l'acqua, non si mova, an- 
che si move quel lume per 
lo movimento del corpo lu- 
minoso, donde viene adun- 
que se la galasia è cotale lu- 
me, al movimento dell'aere 
che la ripercuote si deve mo- 
vere ella, et questo vedemo 
non esser vero. 



videmus (juod omne lumen 
repercussum sive a speculo 
vel a superficie corporis hu- 
midi super quod incidit ra- 
diits corporis luìninosi, sem- 
per repercutitur ad oppositum 
situm corporis luminosi, a 
quo incidit radius, sicut ap- 
paret in radio incidente in 
vas aquae . Repercutitur enim 
ad oppositum radius solaris : 
et etiam repercussum move- 
tur de loco ad locum ex du- 
plici causa . Si enim corpus 
reflectens ipsum moveatur, 
tunc lumen repercussum mo- 
vetur incerto motu secundum 
superficiei speculi vel aquae 
quae repercutit lumen . Si 
autem superficies corporis re- 
flectentis radium incidentem 
requiescat, tunc adhuc reper- 
cussum movetur ad motum 
luminosi corporis a quo inci- 
dit radius, eo quod semper 
est ex opposito eius . ergo 
si galaxia tale lumen est, tunc 
ad motum aeris reflectentis 
debet moveri : ei etiam ad 
ìiiotum siellaruin quibiis inci- 
dit lumen primo ut sii semper 
ex opposito ipsarum reflexio- 
num ab aere : et hoc non vi- 
demus. 



Capo XIIII. Chiosa. 



Caput V {\) 



Poscia ch'Aristotile ha dau- Dicamus nunc quid est 

nata la opinione delli altri galaxia secundum veritatem . 

filosofi della galasia, tiui pone Nihil aliud autem est galaxia, 

la opinione sua, et dice che nisi multae stellae parvae 

la galasia secondo la verità quasi contiguae in ilio loco 



(r) Riferisco solo i brani compendiati o volgarizzati. 



I40 



C. MARCHESI 



è un lume che viene da molte 
stelle piccole che stanno ra- 
dunate insieme in alcuna par- 
te del cielo, che pare che sia- 
no un cerchiello bianco, et 
alquanti la chiamano la stra- 
da bianca, imperò che se ne 
va giic per lo cielo ad modo 
de una via, et il suo biancore 
è fatto ad modo de un fumo 
chiaro ; et apparisce la gala- 
sia quando il tempo è molto 
chiaro et sereno, impero che 
allora le stelle piccole e il lu- 
me ch'elle gettano non se puo- 



orbis, in quibus diffunditur 
lumen solis (i); et ideo vi- 
detur circulus albescen^; quasi 
fumus 

Cap. VI. .... Sunt auteni qui- 
dam moderni parum veritatis 
considerantes, qui dicunt ga- 
laxiam esse concursum duo- 
rum luminum, scilicet stella- 
rum parvarum spissarum de- 
super, et ignis in sphacra sua 
lucentis et proiicientis lumen 
sursum, et concursum duorum 
luminum in medio vel in su- 



(i) Dante nel Convito, 1. e. : « Quello che Aristotile si 
dicesse di ciò [della Galassia'] non si può bene sapere ; per- 
ché la sua sentenza non si trova cotale nell'una traslazione 
come nell'altra . E credo che fosse l'errore dei traslatori; 
che nella nuova par dicere che ciò sia una ragunamento di 
vapori sotto le stelle, di quella parte che sempre traggono 
quelli: e questa non può avere ragione vera . Nella vecchia 
dice che la Galassia non è altro che moltitudine di stelle fisse 
in quella parte, tanto picciole che distinguere quaggiù non le 
potemo ; ma di loro apparisce quello albore il cjuale noi chia- 
miamo Galassia . E puote essere che il cielo in quella parte 
è più spesso e però ritiene e ripresenta quello lume : e que- 
sta opinione pare avere, con Aristotile, Avicenna e Tolom- 
meo ». Dante chiama nuova la traduzione letterale greco- 
latina del commento tomistico : e accenna forse a questo luogo 
della lectio XIII'. « Quod itaque secundum unum astrorum 
accidit hoc oportet accipere factum circa totum caelum et 
superiorem lationem omnem . Rationabile enim si quidem 
unius astri motus, et eum qui omnium facere tale aliquid et 
arripere, et cum his adhuc secundum quem locum creberrima 
et plurima et maxima existunt entia astrorum » — dichiarato 
così da Tommaso: « .... dicit quod illud quod accidit in ap- 
paritione secundum unam stellam oportet accipere esse factum 
circa totum caelum et circa totum motum ipsius : quia ratio- 
nabile est quod si motus unius stellae attrahit et circumducit 
aliquam exhalationem, quod multo magis hoc possit facere 
motus omnium stellarum et praecipue in loco ilio caeli ubi 
apparent frequentissimae stellae et plurimae et maximae ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



141 



te discernere : et apparisce la 
galasia in quella parte del 
cielo eh' è pili stellato, et per 
la moltitudine delle stelle il 
lume de l' una se congiunge 
con l' altra, et pare che sia 
un fumo chiaro . Furono al- 
quanti che dissero che la ga- 
lasia è uno biancore et uno 
lume che getta il fuoco eh' è 
di sopra all'aere, et questo 
non è vero impercioché '1 
fuoco eh' è di sopra all'aere 
non luce : che se il fuoco che 
è di sopra lucesse farebbe lu- 
me sopra la terra, come fan- 
no le fiamme accese che ap- 
pariscono neir aere . Anche 
se quello foco lucesse non si 
vedrebbeno le stelle, imperò 
che il lume toglie la veduta 
alle cose che sono de drieto . 
Anche se le ciccasse le notti 
non sarebbono tenebrose et 
oscure ma lucenti, onde il 
fuoco non luce nella materia 
propria ma luce nella mate- 
ria altrui come nel carbone 
et nella fiamma, la quale non 
è altro che uno fumo acceso : 
et che il fuoco non luce nella 
sua sfera cioè nel suo pro- 
prio loco, il quale è disopra 
all' aere, ciò si prova nella 
strolomia ; che s' egli reluces- 
se disfarebbe l' ombra che non 
potrebbe venire alla Luna, 
et con ciò sia cosa che non 
sia altra cagione della oscu- 
rità delia Luna se non perché 
la Luna passa per 1' ombra 
della terra, o più alta o più 
bassa, se il fuoco lucesse nel- 
la sua sfera, la Luna non po- 
trebbe mai oscurare, impero 



premo esse galaxiam, utentes 
ratione nulla, nisi quia Ari- 
slot, videtur dicere quod ignis 
qui est subliniior est infam- 
matus lucidus : et ideo dicunt 
concurrere istas duas Jiammas 
ad constituendum galaxiavi . 
Hoc autem esse non potest : 
quia etiamsi diceretur ignis 
in sua sphaera habere lucem, 
constai qtiod illa multo minor 
est quam lux stellarum : mi- 
nima autem lux obvians ma- 
gnae luci offuscai ur et absu- 
mitiir, sicut apparet in can- 
dela obviante lum.ini solis : 
ergo sccum non concurrit ad 
constituendum lumen aliquod 

maius Ignis non est nisi 

una tunica ignita nec habet 
luineti sicut nec aer, sed est 
subtilior co . Si enim haberet 
lumen prohiberet videre stcl- 
las in nocte, et faceret lumen 
super terram sicut ignes ac- 
censi . Quod etiam videtur 
ex hoc quod omne lucens te- 
git corpora quae sunt post 

se Adhuc in inferioribus 

nos videmus ignem non lucere 
nisi in materia aliena, scilicet 
in carbone vel in fiamma quae 

est fumus prius ardens 

Ex omnibtis autem. his constai 
quod cum ignis Ì7i sua sphaera 
rarissimus sii et tantae rari- 
tatis quod non potest esse 
maioì^ in materia elcmentali, 
pi'opter quod dicitur ignis sub- 
tilissimum corporum specie 
ab Arisi, quod ignis in sua 
sphaera non lucet . Et signum 
huius ad sensum in astrono- 
mia acceptum est : si enim 
luceret tunc dispargeret um- 



142 



e. MARCHESI 



che la luce del fuoco torrebbe 
via quella ombra, onde con ciò 
sia cosa che noi veggiamo 
manifestamente che la Luna 
oscura, non può essere che 'I 
fuoco lucesse nella sua sfera ; 
impero che dice Alessandro 
filosofo che il fuoco luce quan- 
do è fuora del suo loco, co- 
me l'acqua già eia quando è 
fu ore del suo loco, otide l'ac- 
qua non giaccia in nello mare 
che è suo loco, ma quando è 
fuora del mare. 



bram terrae et impedirei quod 
non veniret ad orbem lunae ; 
cum ergo nulla sit causa eclì- 
psis lunae, nisi quod luna 
transit per umbram terrae 
profundius vel altius, contin- 
geret quod luna numquam 
posset eclipsari, quod falsum 
est . Ergo ignis in sua sphaera 
non lucet : et ideo dicit Ale- 
xand. quod accidit igni lucere 
egredienti extra proprium lo- 
cum, sicut etiam accidit aquae 
congelari. 



Il volgarizzamento finisce al capitolo LIX, con 
un rapidissimo compendio dei capitoli XIX-XXIII 
del tract. I, lib. Ili dell' esposizione Albertina. Nel- 
r ultima parte sono aggruppati alcuni cenni intorno 
ai nomi de' venti. 



Et tnostriamo hora in questa 
parte perchè questi venti han- 
?to questi nomi et quello che 
significano questi nomi . Sub- 
solano è detto quasi sub sole 
perche si lieva sotto i rag- 
ginoli del sole in Oriente; 
austro è detto d' haurire cioè 
attingere, imperò che lieva le 
piove, et è chiamato in greco 
nochyos imperò che alcuna 
volta noce et induce pestiien- 
tie . Anche è chiamato in 
greco zephiro imperò che li 
fiori et r erbe per suo soffito 
et fiato pigliano vita, onde 
zee in greco è chiamato, tan- 
to è a dire come vivere . Fa- 
vonio è detto perché favoreg- 
gia le cose che nascono in 
terra . Settentrione è deno- 
minato et detto dalle sette 



Cap. XXIII. Subsola- 

nus autem dicitur eo quod 
ipse nascitur sub radiis so- 
lis cum oritur in aequino- 

ctiali Auster autem 

dicitur quasi haurister, eo 
quod aquas haurit, et hoc 
est quod graece nothus vo- 
catur secundum dieta aucto- 
rum, eo quod pestilentiani 
facit Zephyrus au- 
tem graeco nomine appel- 
latur eo quod flores et gra- 
niina eius flatu vivificentur . 
Zea enim est et zoe est 
vivere . Hic latine aliquan- 
do Favonius dicitur eo quod 
foveat ea quae nascuntur de 
terra Septentrio au- 
tem dicitur eo quod ve- 
niat ab ursa malori et mi- 
nori, ubi septem stellae tra- 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 143 

stelle che sono intorno al hunt circulum circa polum 
polo (i). Aquilonarem. 

I rimanenti capitoli del terzo libro, intorno a' 
fenomeni tellurici ed atmosferici, e tutto il quarto 
libro restano esclusi dal compendio volgare. 

La Metaura segue l'ordine della parafrasi alber- 
tina, dove la materia è disposta in maniera alquanto 
diversa che nel commento tomistico, fedele seguace 
del testo greco. I manoscritti sono in questo ge- 
neralmente conformi alla stampa veneta, la quale 
solo una volta, a p. 48' -49, fa una evidente confu- 
sione tra il testo e la chiosa (cap. XXXI, lib. II). 
Una differenza è pure nel cod, Ashburnh., dove il 
cap. XIX della stampa (p. 25') è fuso con la chiosa 
del cap. XVIII, e la chiosa seguente al cap. XIX 
è suddivisa in testo « Alcuna volta s' ingenera l'asub 
di vapore più grosso.... » e Sposittone « Alquanti 
dissono che '1 freddo della notte li mantiene.... ». 
Di più, alla chiosa del cap. XIX del secondo libro 
(cap. XL, p. 62-64 ed. ven.) il cod. Ashburnh. fa 
seguire una lunga e notevole aggiunta (e. 5i''-52) 
che non sappiamo se debba attribuirsi al volgarizza- 
tore o più tosto a un primo trascrittore, com'è as- 
sai più facile: poiché l'autore ÒlqW addizione h o^^Wo 
stesso che aggiunse al prologo la notizia sulla prin- 
cipale fonte della Aletaura. Dal contenuto della 
nota pare eh' egli sia stato un ecclesiastico, assai 
scrupoloso, a cui l'opera di Alberto dovea per certo 
essere direttamente conosciuta. Ma ecco di quella 
nota una buona parte in principio. 

« Adizione fatta per noi sopra le dette sposizioni. 
Per la sposizione detta di frate Alberto sopra il 
testo d'Aristotile, sono per lui dette e allegate molte 



(i) Le ultime tre parole si leggono soltanto nel codice 
Ashburnham. ; mancano negli altri. La stampa aggiunge 
forse arbitrariamente: « in quella regione ». 



144 C. MARCHESI 



quistioni naturali et molte opinioni di saui filosofi 
sopra la difinizione se la terra [1' elimento se] dee 
essere o non al tutto coperta dall'elemento dell'ac- 
qua, com' è coperta l' acqua e la terra dall' aria e 
r aria dall' elimento del fuocho : e sopra ciò detto il 
prò e il contra. Ma pero al nostro intendimento 
assemprando questo libro non ci parue in questa 
parte tanto chiaro. Intendiamo di dichiarare più 
inanzi quello ne sentiamo per autorità della santa 
scrittura e per altri autori. Et diciamo in prima 
che Ilo onipotente idio, il quale ordinò la natura ed 
è sopra ogni natura, quando a llui piacque d' ordi- 
nare e comporre i cieli e li elimenti infine al prin- 
cipio li piacque d' ordinare che scoperta fosse quella 
parte della terra dall' acqua che fosse di nicissità 
alla generazione e uso della umana generazione e 
delli altri animali : come ne raconta la bibia nel libro 
del" genesis: e ciò fece per lo suo etterno consiglio, 
per r auento del suo uerbo e figliuolo, per la salute 
e saluazione dell' umana generazione. Il quale fu 
più alto e merauiglioso processo che '1 partimento e 
ordine delli elimenti . e poi, come raconta il detto ge- 
nesi lo peccato de uiuenti al tempo del suo seruo 
Noe, oltre al corso della natura fece per pioggia e 
per somersione de mari coprire dell' acqua tutta la 
terra . e apresso per lo suo auento in terra ed essere 
idio et huomo com' è detto fece ritrarre 1' acqua e 
ricogliere i mari e die loro termini al generale come 
sono oggi per scoprire la terra eh' è scoperta, come 
testimonia il suo profeta dauit re in più suoi salmi 
del saltero che ciò fanno chiara menzione . in tra li 
altri salmi assai chiaro ne parla dominus regnaui 
decorem etc. e nel salmo CI benediui anima 
mea domine doue dice tu ai posti i termini che 
non si possono trapassare e nossi couerteranno a 
coprire la terra. Et per sperienza naturale si uede 
e pruoua che il pelagho de mari è più alto che niuna 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 145 



alta montagna che ssia in terra . e questo si prona 
per li sani astrolag-i e giometri che sanno della ra- 
gione della spera e d' altri strumenti di misura. 
Ancora per exempio uisibile tolli uno uaso tondo et 
enpilo a raso d' acqua quanto tiene . e uedrai che 
'1 colmo dell' acqua del mezzo del uaso è più alto 
che quella delli orli del uaso. Ancora auemo sa- 
puto da mercatanti genouesi degni di fé, che ui sono 
stati, che nel paese di libia mauritana in sulla riue 
del mare oceano, dicono che '1 mare uisibilmente è 
altissimo e soperchia la riua e ffa paura a echi '1 uede 
che no trabocchi sopra la terra . e ser brunetto la- 
tini ne fa menzione nel suo tesoro oue diuisa i con- 
fini e paesi d' africa etc. etc. ». 

Finisce a e. 52 : « Et questa agiunta basti oltre 
alla sposizione di frate Alberto . tornando a propo- 
sito a seguire il testo d'aristotile e 11' altre sue spo- 
sizioni ». Un' altra breve nota pose il copista alla 
sposizione del cap. XXVII del lib. IP (e. 60^). 
Del resto, tranne qualche lacuna o giunta di parola 
e le frequenti ma pur sempre lievi varianti, nei co- 
dici è una notevole concordia di lezione. La Me- 
taura ci offre uno dei testi volgari meno fluttuanti 
e più sicuri per la continua rispondenza eh' è tra i 
manoscritti e 1' unica stampa, dove a mala pena si 
riesce in alcuni punti a scoprire la lezione originale ; 
anzi diciam pure che per la continuità degli errori, 
dei travisamenti ortografici, delle false divisioni di 
parole, la stampa veneta è quasi inservibile : si che 
di questo notevole volgarizzamento si avverte dav- 
vero il bisogno di un' edizione critica, per cui sareb- 
bero sufficienti anche i soli codici fiorentini. 



* 
* + 



Il nome del volgarizzatore non apparisce ne' ma- 
noscritti, né ci è dato altrimenti conoscerlo; e diffi- 



146 C. MARCHESI 

cile riesce ancora attestare quanto la Metaura ab- 
bia goduto di popolarità e di fortuna allor quando 
così diffusa era la cultura astrologica e meteorica 
nelle dicerie popolari e nelle opere dottrinali; men- 
tre i dotti alle larghe fonti di Alberto e di Tom- 
maso attingevan quanto di scienza antica e di chiose 
medievali potesse bastare a suscitarne l' attenzione 
ed appagarne le dubbiezze. Non sarà tuttavia dif- 
ficile al lettore della Metaura ricordare più volte la 
Commedia dantesca nella cantica che più desia l'alte 
sfere o in quella che più s' irradia dei cieli. E 
come nel volgare della parafrasi albertina 1' autorità 
di Seneca attestante la ragione del vento mattutino (i) 
ci richiama assai presto alla memoria il tremolare 
della marina atlantica neh' alba della nuova visione, 
così i motivi aristotelici sulla varietà di splendore 
ne i corpi celestiali (2) ci ricordano Beatrice che am- 
monisce nel primo cielo il poeta sulle ragioni delle 
macchie lunari : e già pur nell' attesa di sua purga- 
zione Bonconte da Montefeltro, soffermato a dire del 
suo corpo disperso, par che all'affanno acuto del 
tragico ricordo pigli sollievo con alcun precetto di 



(i) Lib. Ili, cap. LUI, p. 82: « .... questa .... è cagione 
che rare volte nella prima parte della notte trae il vento, 
imperò che allora si comincia a radunare quello vapore, et 
radunato nel mattutino va in fino alla aurora anzi che si levi 
il sole ». 

(2) Lib. I, cap. VI, p. 5: « .... infra i corpi celestiali ne 
è alcuno più puro e più sincero che non è 1' altro . Non s' irh- 
tende che in alcuno di loro sia alcuna spurcitade, ma per 
tanto dice che l'uno è più puro che l'altro, per ciò che l'uno 
è più sincero et più lucente che l'altro, e l'uno è più vir- 
tuoso che l'altro . Et questa differentia si vede manifesta- 
mente in quello corpo celestiale che è più presso all'aere et 
al mondo di sotto, cioè nella luna, dove noi vediamo spesse 
volte difetto di lume, et quando ella è piena si ve appariscono 
alquante ombre ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 147 

testo aristotelico e di arabe chiose sulla natura della 
piova (1). 

Ma non è certamente ardua cosa affermare che 
Dante dei libri meteorici d' Aristotile seppe per le 
due traduzioni latine dall'arabo e dal greco e pei due 
trattati di Alberto e di Tommaso : di Alberto sopra- 
tutto, ch'ei cita espressamente « nel quarto della 
Meteora » (2), laddove non giunge il compendio vol- 
gare, e di cui mostra d'aver sempre seguito la chiosa 
quando gli avviene di citar la Meteora (3). Si 
noti ancora che Alberto Magno parafrasò il testo 
della versione arabo-latina in cui Dante mostrò pur 
di riporre la sua maggiore fiducia (4). 

Dei volgarizzamenti, che furono al suo tempo, 
Dante non si mostrò sollecito lettore o giudice be- 
nevolo ; dei più tacque : di alcuni dice rapidamente 
con fastidio; e pur tanto pregiava la lingua del po- 
polo. Ed egli che fu così brusco al volgare Aq\- 
V Etica (5), non sappiamo come avrebbe giudicato 
questo della Metaura. Il periodo, ne' luoghi com- 
pendiati e nelle aggiunte, è rotto, stentato, sì che 
ci pare a volte assai stanco, e legato a mala 
pena per via di noiose ripetizioni che ne inceppano 
di continuo la naturale e necessaria armonia. Lad- 
dove il compendio segue letteralmente le parole del 
testo, il periodo ne esce, con quel fare tra latino e 
volgare, un po' infagottato ma pure avvinto da una 



(i) Cfr. cap. XXVII e la chiosa seguente (p. 41' -43). 

(2) Convito, tr. IV, cap. 23 : « la quarta (etadé) è senio, 
che s'appropria al freddo o all'umido, secondoché nel quarto 
della Meteora scrive Alberto ». 

(3) Nel Convito (tr. II, 14) parla de' vapori accesi nell'aria, 
per l' efitetto di Marte, e de' tristi presagi che ne vengono, 
traendo il suo detto dalla parafrasi albertina (lib. I, tratt. IV, 
cap. IX). 

(4) Convito, tr. II, 15. 

(5) Ivi, I, IO. 



148 C. MARCHESI 



maggiore subordinazione e con un giro più com- 
piuto. La lingua è quella del buon volgare del 
trecento, e pur nell'arida gravità della materia porta 
la freschezza dell' idioma popolare. 

Già il periodo di Alberto Magno, sotto il goffo 
mantello latino, mostra tutte le maniere del volgare, 
nella collocazione, nella sintassi, nel fraseggio, nel 
colorito : come volgari sono molti vocaboli in appa- 
renza latinizzati; sì che al traduttore riuscì comodo 
ed utile trasportare più volte integralmente il pe- 
riodo originale nella versione toscana, dove non man- 
cano in verità alcuni luoghi notevoli per semplicità 
e scorrevolezza di stile, non privo altresì di un tal 
colorito poetico. 

Così dunque nel trecento italico anche la Ale- 
taura d'Aristotile, come V Etica a Nicomaco, venne 
all' idioma popolare pel compendioso tramite arabo : 
V Etica direttamente dall'abbreviato liber Ethicorum-, 
la Metaura, per altra fonte intermedia, dalla esposi- 
zione di Alberto. E la cagione può esserne evi- 
dente ; poiché nella mancanza di un riassunto com- 
piuto dei libri meteorici, alle ragioni della chiarezza 
e della semplicità era più comodo abbreviar da un'e- 
sposizione che da una traduzione arricchita di nuovi 
particolari. Ed è ancora notevole quest'altro do- 
cumento della diretta influenza araba nella diffusione 
popolare della dottrina in occidente : se da' brevi 
rifacimenti arabi veniva la materia dei trattati vol- 
gari e se pur nel commento della filosofia aristote- 
lica, scrittori latini dell' evo pagano e scrittori arabi 
dell'evo medio fornivano all'insuperato maestro di 
Tommaso le larghe fonti della sua dottrina espositiva. 

U Etica e la Metaura (i) dunque, del genuino 



(i) Un anno dopo la pubblicazione della Metaura, si 
pubblicava pure a Venezia « per Bartholomeo Imperatore » 
un'altra traduzione « La Meteora di Aristotile, tradotta di 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 149 

patrimonio aristotelico, furon fatte volgari : la prima 
con maggior fortuna dell'altra; e la materia di quei 
trattati conteneva invero quanto ritenevasi allora 
necessario per conoscere i fenomeni e le leggi della 
fantasticata essenza dello spirito e dell' universo. 

Le traduzioni latine. 

Dei libri meteorici d' Aristotile si conoscono nel 
secolo XIV due traduzioni latine: una, largamente 
parafrasata, dall'arabo [translatio uetus], l'altra let- 
terale dal greco [translatio noua]. La translatio 
uetus era la sola conosciuta fino a tutta la prima 
metà del dugento, e si conserva in parecchi mano- 
scritti aristotelici latini di questo secolo (i), oltre che 
in alcuni del sec. XII : fra questi uno solo a me 
direttamente noto, l'Antoniano XX, 428. Tro- 
vasi pure in codici del secolo XIV (2). 

La traduzione greco-latina è della seconda metà 
del sec. XIII e appartiene al noto periodo delle tra- 
duzioni tomistiche ad literam (3), Essa ci è 
rimasta oltre che nelle edizioni a stampa delle opere 



Greco in vulgare toscano per Antonio Braccioli » dedicata 
« al molto honorando Messer Giovambatista Borghini ». 11 
traduttore non fa cenno dell'antico volgarizzam. toscano ve- 
nuto in luce l'anno prima (1554); egli traduce con fedeltà 
ma con molta presunzione « dal chiarissimo fonte greco a 
nostri rivi italiani per bagnarne i fertilissimi campi toscani ». 
E sperava che questo libro delle Meteore « il più chiaro et 
di maggiore delettatione di tutti gli altri » avesse a testimo- 
niare per più secoli al mondo V amore suo per l'insigne mes- 
sere Borghini. Ma di quanto egli s'ingannava! 

(i) Mediceo-Laurenz., XIII, Sin. 4; XIV, Sin. i; XV, 
Sin. I. 

(2) Fra questi Nazion. Nap., Vili, E, 21; Mediceo- Laur., 
XIII, Sin. 2; XIII, Sin. 5. 

(3) Cfr. Carlo Jourdain, La Filosofia di S. Tommaso 
d' Aqtmio, Napoli, 1860, p. 52. 



I50 C. MARCHESI 



di Tommaso d'Aquino, in manoscritti contempora- 
nei, della fine del sec. XIII (i): e tra le raccolte 
Aristoteliche del trecento apparisce di solito col ti- 
tolo di nona translatio (2). 



* 
* * 



La translatio uetiis è una versione latina 
d' una parafrasi, o meglio d' un rifacimento arabo 
dell' opera aristotelica, e dell' idioma arabico molti 
vocaboli vi restano ancora storpiati. Il parafraste 
riduce di molto, aggiunge, esemplifica, modificando 
assai volte e mutando la espressione, spiegando sem- 
pre. Molti luoghi notevoli sono a dirittura trala- 
sciati : così per es. del cap. Ili del libro primo è 
tolta via la parte in cui si dimostra l' impossibilità 
di concepire 1' aere siccome 1' unico elemento inter- 
medio tra il cielo e la terra. Le aggiunte hanno 
un evidente scopo dichiarativo : sono espressi i sot- 
tintesi, sostituite agli accenni le spiegazioni, ripe- 
tuti gli enunciati, introdotti nuovi argomenti, po- 
sti con maggiore chiarezza e larghezza i quesiti. 
Talvolta il parafraste diluisce eccessivamente: dice 
Aristot. del vapore acqueo (I, 3, 11): "H ouv où-/. hi 
ótTiavTos xoG àspos uSwp uécpu>cs yiveatìa'., \ sì t]s.o''MC, sg a/Tavcog, 
6 Tispì TYjv yvjv où fióvov àigp sotiv, àÀX' o\o^ àTjiig . Siò iiaX'.v 
ouvEoTaxai si? uScop ; e il parafr. slargando il concetto 
chiarissimo di per sé, aggiunge di suo una lunga 
discussione sulla causa del calore nella regione infe- 



(i) Fra questi è il Laurenz., 84, 3. Il Marciano VI, 
33, contenente « Meteorum libri quatuor de nona 
translatione », assegnato dal Valentinelli {Biblioth. 
manuscr. ad S. Marci Venet., IV) al sec. XIII, è invece del 
principio del secolo seguente. 

(2) Così la chiama pure Dante nel Convito (1. e). 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 151 

riore dell' aere e sul calore generato dal movimento. 
Qualche aggiunta rivela alcuno scrupolo di fede e 
alcun religioso riguardo della potenza divina: Aristo- 
tile si domanda perché mai le nubi non hanno con- 
sistenza nei luoghi superiori una volta che l' acqua 
si forma dall' aere e 1' aere dall' acqua (1. e.) : sì 5y) 
ytvsxat u5(tìp i% aspo? xat àrip k\ uSaiog, e il parafr. aggiun- 
ge : « per hoc quod disposuit sic utrumque deus 
gloriosus et sublimis ». Di solito il concetto ari- 
stotelico è ridotto ad una più semplice esposizione e 
ad una forma più elementare del periodo e della 
frase. Molte parole si dipartono dal significato 
originario, e subito al principio, per es., le upw-cat 
«txtai cp'jascos diventan le " res naturales primae ": ma 
per questo bisogna pensare che all'espressione latina 
si giunge attraverso l'espressione araba. Molti nomi 
propri si leggono stravolti : il Ponto è divenuto 
Corinto (I, g) ; Ippocrate e il suo discepolo Eschilo 
son divenuti, in mano del traduttore, Richeus e 
Paulus (II, io); Deucalione, Ellada, Dodona son tra- 
sformati in Dulphimos Athelae, Haudrus, Abialem. 
La materia della uetus e della esposizione Albertina 
non segue sempre la divisione del testo greco e mo- 
stra qualche differenza ; così nel I" libro, il cap. 4" 
che tratta delle fiamme celesti e delle stelle cadenti 
è spostato dopo 1' altro su la via lattea e le comete, 
ed è grandemente ampliato di arabiche osservazioni e 
disquisizioni astrologiche su l'asub e l'alguadin 
el'aliramata e su quanti mai fuochi si accen- 
don per 1' aere ne le notti serene. 

La distribuzione per libri è varia. Il principio 
del libro II, nella Vehcs corrisponde col cap. 9, lib. 
I del testo greco, intorno a' fenomeni pluviali (lib. I, 
lectio xml noua fransi. ); il lib. Ili comincia col 
cap. IV, lib. II, t. gr. [lectio VII, lib. II, n. t. « de 



152 e. MARCHESI 

ventis »], ma nella fine concorda con l' originale 
greco (i). 

La Vehcs translatio comprende fin tutto il terzo 
libro : il quarto, che in molti codici seguita alla pa- 
rafi*asi arabo-latina, è una evidente traduzione lette- 
rale dal greco. I codici della vetus al quarto 
libro delle meteore, fanno inoltre seguire una ver- 
sione latina di tre capitoli del de Mineralihiis di 
Avicenna. 

La traduzione dell' opera aristotelica si venne 
dunque compiendo in diverso tempo, per vie e per 
autori diversi. Una nota che A. Jourdain lesse a 
la fine di più manoscritti francesi delle Meteore, ci 
dà sufficienti notizie in proposito: Completus est li- 
her Metheorum, ciims tres lihros transtiLÌit magi- 
ster Girardus de arabico in latinum : quartum tran- 
stulit Henricus de greco in latimim : tria uero ul- 
tima Auicennae capitula transtulit Aurelius de ara- 
bico in latinum » (2). Dalla precedente soscri- 
zione apprendiamo che i primi tre libri furon tra- 
dotti dall' arabo da Gherardo di Cremona, autore 
famoso della versione latina dell' Almagesto e di 
numerosi trattati arabi di medicina, astronomia e filo- 



(i) È da osservare che nei codici, dopo il primo capitolo 
del terzo libro, in cui si parla del vento Austro e della tepi- 
dezza marina, seguono alcuni capitoli intorno alle qualità 
delle acque: « Dico quod aqua salsa grauior est aqua dulci... » 
corrispondenti al cap. XVI, tractat. Ili, libro II dell'esposi- 
zione albertina e ai \\ 36-48 coi quali si chiude il cap. Ili, 
lib. II del testo greco. Le ragioni dello spostamento ci 
sono ignote: forse avvenne perché anche prima dei ^§ 36-48, 
come al principio del lib. Ili, si parla del vento Austro : ma 
è da notare che il testo latino adoperato da Alberto Magno 
doveva presentare la consueta distribuzione della materia. 

(2) A. Jourdain, Recherches critiques sur l' àge et l' ori- 
gine des traductiofts latines d'Aristote, Paris, 1843, p. 66. 
I codici citati dal I. sono il ms. 682 della Biblioteca di Reims 
e il 6325 de la Biblioth. Royale (ancien fonds). 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 153 



sofia. Il quarto libro fu tradotto, nella stessa se- 
conda metà del decimosecondo secolo, da un Hen- 
ricus, che il Jourdain volle a torto identificare con 
il noto traduttore domenicano di opere aristoteli- 
che (1), Enrico di Brabante, fiorito nella seconda 
metà del secolo decimoterzo. Ma nel codice V, 
39 della Stadtbibliothek di Norimberga, del sec. XIII, 
il Rose lesse la medesima nota dei mss. francesi, 
più completa e corretta : nella quale troviamo nomi- 
nato il vero autore della traduzione : Henricus Ari- 
stippus (2). Fu questi quell' Enrico Aristippo, 

arcidiacono di Catania, ricordato da Giovanni di Sa- 
Hsbury come oriundo di S. Severina in Calabria (3), 
autore di famose versioni letterali greco-latine del 
Fedone e del Menone, eseguite verso l'anno 1157 (4). 
I.a traduzione di Enrico fu poi introdotta con lievi 
ritocchi nella versione completa dei libri Meteororum 
del commentario tomistico : e nella sua prima forma 
ci appare assai meno gravata da pedantesca fedeltà 
letterale. Ne basti un esempio in principio. 

T. di Henr. Arist. (Anton., 

XX, 428). Meteoror. Lib. IV {\. tomist.). 

Quoniam quidem quatuorcau- Quoniam autem quatuor cau- 
se determinate sunt elemen- sae determinatae sunt elemen- 
torum, harum quidem iuxta torum, harum autem secun- 
coniugationes, et dementa dum coniugationes, et ele- 



(i) Op. cit., loc. cit. ; cfr. pure C. Marchesi, L'Etica 
Nichoinachea nella tradizione latina medievale, Messina, 1904, 
pp. 59-62. 

(2) Die Lilcke ini Diogenes Laèrtius u. der alte Ueber- 
setzer in Hermes, I, 1866, p. 385. 

(3) Metalogicus, III, 5. 

(4) Cfr. V. Rose in Hermes, p. 379 sgg. ; O. Hartwig, 
Re Guglielmo primo e il suo grande Ammiraglio Majone di 
Bari, in Arch. stor. per le prov. nap.. Vili, 1883, fase. Ili, 
p. 432 sgg. 



154 C. MARCHESI 



quatuor contingit esse, qua- menta quatuor accidit esse: 

rum sane due actiue, calidum quarum duae quidem factiuae, 

et frigidum, due uero passine calidum et frigidum, duae au- 

[scilicet] aridum et humidum : tem passiuae, siccum et hu- 

fides utique horum ex indù- midum : fides autem horum 

ctione . Apparent namque in est ex inductione . Videntur 

uiiiversis caliditas et frigiditas enim in omnibus caliditas qui- 

ut terminantes et permutantes dem et frigiditas terminantes 

unigena ^ atque humectantes et copulantes et permutantes 

et arefacientes nec non indù- et homogenea et non homo- 

rantes et moliificantes. genea et humectantes et exic- 

cantes et indurantes et molii- 
ficantes. 



Enrico Aristippo è uno de' primi fedeli tradut- 
tori letterali di opere greche (i); ma tra la barbarie 
dei grecismi e delle forme volgari non s' è ancora 
perduta in lui ogni buona memoria della lingua di 
Roma. Ciò nel secolo appresso non sarà più pos- 
sibile : il volgare avrà disteso allora tutti i suoi nervi. 

Non sappiamo se Aristippo abbia solo tradotto il 
quarto libro delle Meteore ; è probabile tuttavia 
eh' egli abbia avuta conoscenza della traduzione di 
Gherardo, eseguita nello stesso tempo, ed abbia vo- 
luto compierne il trattato con l' aggiunta dell' ul- 
timo libro. 

I tre capitoli finali di Avicenna risultano tradotti 
dall' arabo per opera di un Aurelio, di cui bene a 
ragione il Jourdain dichiarava assolutamente ignote 
r età e la produzione letteraria (2). Ma già il 
Rose trovò che nella nota finale del citato codice 
di Norimberga la versione dei tre capitoli di Avi- 
cenna è attribuita ad Alfredus AiigUciis, il noto tra- 



(i) Sulla fedeltà letterale delle versioni di Aristippo vedi 
il buon lavoro di Francesco Lo Parco, Petrarca e Barlaam, 
Reggio-Calabria, 1905, p. 92 sgg. 

(2) Op. cit., p. 148. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 155 



diittore del libro de vegctabilibus et plantis (i). Può 
darsi che il Jourdain abbia letto male in quelle note 
dei codici francesi ; è più facile ancora eh' egli sia 
stato tratto in errore da una falsa scrittura. Co- 

munque sia, la confusione del nome appare evidente 
pur che si badi alla grande facilità di uno scambio 
grafico del nome Aluredus (2) con Aurelius. 

Alberto Magno per la esposizione del quarto li- 
bro delle Meteore si servì della traduzione greco- 
latina di Enrico ; dei tre capitoli aggiunti di Avi- 
cenna qua e la fece uso nei cinque libri de Minerà- 
libus ; per cui egli dichiara espressamente, in princi- 
pio del suo trattato « De his autem libros Aristo- 
telis no7i vidimus nisi excerptos per partes •^•. e al- 
trove « lapidarium Aristotelis exposuissem, nisi quod 
non ad me totus liber, sed quaedam propositiones 
de libro excerptae devenerunt ». 

Del quarto libro delle Meteore esiste pure una 
traduzione dall' arabo, che il Jourdain, avendola tro- 
vata in un ms. della Biblioteca Reale insieme con 
alquante versioni latine di Michele Scoto, vagheg- 
giava perciò di attribuire al famoso traduttore ari- 
stotelico (3). Certamente questa versione del quarto 
libro fu fatta assai dopo quella di Gherardo (4), 
quando era già da tempo comparsa ed aveva acqui- 
stato autorità e diffusione 1' altra greco-latina di En- 
rico: si che se ne stette isolata e dimenticata (5). 

(i) Op. cit., p. 385. 

(2ì Con questo nome Roggero Bacone annovera maestro 
Alfredo Anglico fra i traduttori aristotelici {Opiis iertiiiin, 
cap. 25, ed. Brewer, p. 9). 

(3) Op. cit., p. 12S sg. 

(4) In alcuni codici del sec. XIII (Naz. Nap., Vili, E, 24; 
Vili, E, 43) si trovano solo i primi tre libri della vetiis tran- 
slatio: ciò vuol dire ch'essi ebbero nel sec. XIII una tradi- 
zione isolata. 

(5) Il Jourdain la trovò in un solo ms. Fonds de Sor- 
bonne, 943. 



156 C. MARCHESI 



Più antica è certo la versione latina dei tre capitoli 
di Avicenna; Vincenzo di Beauvais, infatti, conobbe 
le Meteore aristoteliche solo per il tramite arabo, 
vale a dire per la versione di Gherardo : del resto 
cita i capitoli aggiunti « ex additis IV Metheo- 
runi » (i). 

Tra il declinar del sec. XII e il principio del de- 
cimoterzo la conoscenza della Meteorologia aristote- 
lica riceve dunque un vigoroso impulso per opera di 
Gherardo, la cui traduzione ha rapida diffusione in 
Occidente, dove gli studi astrologici e meteorici ave- 
van già fin dal decimo secolo suscitato a volta a 
volta l'attenzione e l'amore (2); da quando parve 
divinar nuovi propositi di geometria e di astronomia, 
Gerberto, il grande maestro di Reims. Né solo 
in Ispagna i testi arabici rivelavano a Gherardo la 
scienza della meteore, ma pure in Sicilia Enrico Ari- 
stippo risaliva alla stessa fonte greca dell' aristote- 
lica dottrina. E il lavoro ferveva altrove operoso : 
tra il duodecimo e il tredicesimo secolo maestro 
Alfredo Anglico commentava le Meteore, e nel 
1268 a Nicea un traduttore ignoto volgeva in latino 
il commentario d' Alessandro insieme col testo re- 
lativo (3). 

Nella seconda metà del sec, XIII 1' apparire della 
della noua translatio greco-latina, legata alla fortuna 
del commento tomistico, non potè scemare l' auto- 
rità e la diffusione della translatio uetus la quale, 
pel suo carattere dichiarativo, fu molto più agevol- 
mente intesa e benevolmente giudicata che quella 
letterale traduzione dal greco, oscurissima e invo- 



(i) Spec. Nat., lib. VI, e. 86. 

(2) Cfr. F. NovATi, Le Origini, p. 196. 

(3) JouRDAiN, op. cit., p. 75; Bandini, Catalog . cod. lat. 
hibl. Medie, Florentiae, 1776, t. Ili, p. 249. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 157 

luta. E Dante, ignorando per certo lo scrupolo 
di fedeltà del traduttore tomistico, mostrerà di aver 
più fiducia neir antica versione dall' arabo che in 
quella nuova dal greco, su cui pur da poco tempo 
si erano fondati i canoni secolari dell' ortodossia ari- 
stotelica. Ma già, più che un secolo e mezzo dopo, 
in Firenze si parlava, tra i dotti, della traduzione 
arabo-latina come dell' unica eh' esistesse della me- 
teorologia aristotelica. 

Giorgio Trapezuntio scrivendo lungamente da 
Roma, nel febbraio del 1466, ad Alfonso Palentino, 
leva la voce a favore della traduzione Brunìana della 
Nicomachea che tante aspre polemiche avea susci- 
tate, e dopo avere accusati i fiorentini d' ingratitu- 
dine verso il loro grande concittadino e ripreso con 
chiara e velenosa allusione l' Argiropulo che una 
seconda traduzione avea voluto opporre a quella 
del Bruni, biasima la gioventù del suo tempo che, 
tutta vaga di scandalose ingerenze, si teneva pur 
lontana dal campo degli studj fecondi. E sì che 
di Aristotile rimaneva ancora intatta dai traduttori 
latini una « pars philosophiae : quae de paruis na- 
turalibus uulgo dicitur » ; e un'altra parte, la meteo- 
rologia, era stata bensì tradotta, ma dall' arabo e 
quanto malamente ! « Sed metaurorum quatuor libri 
peruersi sunt magis quam uersi : nec e greco sed 
ab arabico traducti mendose sunt » (i). 

Della noua translatio il Trapezuntio non mo- 
stra alcuna conoscenza ; né per certo vaghezza lette- 
raria e, tanto meno, bisogno ideale potea guidare i 
dotti umanisti alle domenicane traduzioni di Aristo- 
tile, a cui nella resurrezione platonica, nuli' altro si 
voleva apprestare che un' elegante veste latina. 



(i) La epistola del Trapezuntio si legge nel codice Ric- 
cardiano 907, del sec. XV, miscellaneo, a e. 115 sgg. 



158 C. MARCHESI 

II. 

Valerio Massimo 
Cap. I — / volgarizzafnenti. 

Valerio Massimo fu per certo uno degli scrittori 
latini più studiati nel medio evo, e la sua fortuna 
si mantiene costante per tutto il trecento fino alla 
prima metà del sec. XIV in cui il Marzagaia inten- 
deva quasi farsene continuatore col vasto lavoro de 
modernis gestis (i). L'opera valeriana, dove la 
storia è moralizzata più che raccontata, dovea per 
necessità trovare larga diffusione in tempi quando 
il concetto etico del premio e della pena teneva 
presso le genti cattoliche il luogo de' principi asso- 
luti del bene e del male, e tutti ne traevano i primi 
comodi elementi e i primi facili impulsi a filoso- 
feggiare. 

Trasmesso per via di numerosi manoscritti latini, 
che ne attestano il continuo uso dei leggitori e della 
scuola, commentato più volte e compendiato (2), Va- 



(i) Cfr. Sabbadini, La Scuola e gli Studi di Guarino Ve- 
ronese, Catania, 1896, p. 3. 

(2) Fra i compendi e le raccolte di sentenze morali tratte 
da Valerio Massimo, sono particolarmente notevoli le « Expo- 
sizioni sopra le un uirtudi extratte del Massimo Valerio e 
degli antichi detti de filosofi, chonposte per frate Ghaligho », 
che si conservano nel ms. Riccardiano 1382. Il cod. cartac. 
del sec. XV, di ce. 167, contiene, oltre le suddette esposizioni, 
un'altra opera di frate Giovanni Gallico « Breviloquio sopra 
le quattro virtù cardinali », e poi un Lucidano, epistole di 
S. Paolo in volgare, detti di Santi, una lauda di fra Jacopone 
da Todi, Sermoni e meditazioni di S. Bernardo e alcuni vol- 
garizzamenti di Cicerone e di S. Girolamo fatti da Zanobi da 
Strata. La compilazione di frate Gallico è un vero zibal- 
done aneddotico -morale, ricavato in buona parte da Valerio 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 159 

lerio Massimo tiene così, per il carattere elementare 
dell' opera sua, conforme all' indole dei tempi che la 
coltivarono, un posto veramente privilegiato fra tutti 
gli scrittori classici ; e la sua figura stessa di uomo, 
oltre che di scrittore, parve allora ingrandita, se 
pure alla fine del sec. XIV Iacopo del Pecora ne 
esaltava poeticamente la fama, mettendo tra Cesare 
Catone, Pompeo Magno, Cicerone e Lucio Dentato 
e Marco Sergio, Valerio Massimo « che in arme e 
in scientia tanto feo » (i). 

Tra i più fortunati volgarizzamenti di scrittori 
latini, che nel sec. XIV si diffusero in Toscana, è 
da metter quello di Valerio Massimo. Numerose 
ne furono le ristampe, da quella Veneta del 1503 (2) 



Massimo, come ne dichiara l'autore stesso, e da molti altri 
scrittori, quasi sempre citati: Salomone, Tullio, Seneca, Ve- 
gezio, Trogo, Macrobio, Solino, S. Agostino, S. Bernardo, 
Elinando, il libro di Chato, gli ammaestramenti de' filosofi, 
le raccolte di favole, ecc. Appare evidente il metodo ado- 
perato per la raccolta, eh' è un meschino aggruppamento di 
fatterelli e detti morali, ricavati a parte dalle singole fonti e 
registrati sotto apposite rubriche intorno all'umiltà, all'ami- 
cizia, alla pietà, ecc., e più tardi riuniti assieme a guisa di 
un capitolo continuato. Gli aneddoti tratti da Valerio Mas- 
simo sono quasi sempre ampliati e coloriti vieppiù nei parti- 
colari, specialmente dialogici, dalla ingenua fantasia del rac- 
coglitore, o accresciuti per via di altre fonti storiche. Di 
questa raccolta, che non veggo ricordata, diamo un saggio 
alla fine. 

(i) Nella Fimerodia, poema in trentotto canti, ampiamente 
illustrato da Rodolfo Renier {Un poema sconosciuto degli 
ultimi anni del sec. XIV in Propugnatore, voi. XV, 1882, 
disp. 1-6, p. 343). 

(2) Per Albertino da Lissona vercellese, in folio. Vi 
è in fronte una vita di Valerio Massimo e alla fine un' epi- 
stola confortatoria a Ruffino o Rufio « ch'elli non meni mo- 
glie ». Altre edizioni, scorrettissime tutte : Venetia 1509, 
per Agustino de Tale da Portese ; Venetia 1526, per Gregorio 
de Gregorii ; Venezia 1537, per Bernardino Bindoni. Alcuni 
saggi di questo volgarizzamento stampò Ott. Targioni-Tozzetti 



i6o C. MARCHESI 

all'ultima edizione critica del 1868 (Bologna, Roma- 
gnoli) curata da Roberto de Visiani ; numerosi ne 
sono altresì i manoscritti, fra i soli che si conservano 
in Firenze, dei quali molti tra i più autorevoli sfug- 
girono alla sollecita ricerca dell' editore bolognese. 
Dei codici fiorentini diamo intanto una breve ed or- 
dinata notizia. 

a) Magliabech. II, I, 86 [vecch. segn. XXIII, 
106] membr. sec. XV ine, mm. 390 X 260, di ce. 70 
mod. num., con le iniziali dei libri elegantemente 
miniate e fregi alle colonne ; con molte chiose mar- 
ginali fino al principio del libro 6". Nella lettera 
iniziale è rafifigurato il saggio in costume medievale, 
col libro in mano. Precede un foglio membr. 
bianco, nel cui recto è questa indicazione : « Hic li- 
ber est mei Augustini Jacohi de dietifecis et amico- 
rum ». Com. : « Di Vallerio maxima de facti et 
decti memorabili comincia illibro primo a Tiberio 
Cesare ». In fine: « Qui finisce il nono et ul- 
timo libro di Valerio Maximo ». 

b) Maglb. XXIII, 57, cartac, del sec. XV, di 
ce. 124, con le iniziali colorate e molte chiose mar- 
ginali. Precede una guardia membr. nel cui 
retro è l' indice della materia distribuita per libri e 
« chapitoli ». Com.: « Questo libro si chiama Va- 
lerio Massimo de fatti e detti memorabiU.... ». 



nel Poliziano, Aprile - Maggio del 1859 (cap. VI del lib. V) 
ricavandoli dal Mgl. 86, i, e due altri saggi ricavati da due 
codici parmensi pubblicò Luigi Barbieri (lib. VI, cap. I ; 
lib. II, cap. I) nel 1862, in Bologna coi tipi del Romagnoli 
{Scelta di curiosità inedite o rare dal sec. XIII al XIX, di- 
spensa 24). "NeW Antologia di Firenze (num. 116, Agosto 
1830) il Montani dette ragguaglio di un codice volgare di 
Valerio Massimo posseduto da Pier Bigazzi ed appartenuto 
già al marchese Antonio Niccolini : vi si contiene un sunto 
dell' opera valeriana, che non va oltre il penultimo capitolo 
del secondo libro. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI i6i 

e) Magio. XXIII, 58, cartac, del sec. XV in- 
cip., di ce. 128, a due colonne, con i titoli e le iniziali 
dei capitoli in rosso. Prov. Gaddi. Com.: « Tnco- 
mtncm ti primo libro di Valerio Maximo de facti 
e detti memorabili a Tyberio Cesare », Segue il 
breve indice dei capitoli, quindi : « Incomincia il 
prohemio di Valerio Maximo ». 

d) Mediceo Laurenz. Plut. 61, cod. 4, cartac, 
del sec. XV ine, di ce. 214. Precede un indice 
dichiarativo di antichità pubbliche romane, a cui se- 
gue un indice della materia . Anepigr. In fine è 
questa soscrizione che si legge a mala pena per le 
raschiature fattevi : « Anno a salutifera incarnatioìie 
Dei filius (sic) millesimo quadragesimo decimo die 
quartodecima mensis lanuarii in decima quinta ». 

e) Medie. Laurenz. Plut. 61, cod. 5, cartac, 
sec XIV excip., di ce 174, con postille. Prin- 
cipia : « Incomincia i libro di Valerio Maximo di 
facti et decti memorabili chopiato per Gherardo di 
tura pugliese in Firenze l' anno de lo auenimento 
del nostro signore Ihu xpo MCCCLXXXXVI ». 
La data dell' incipit si trova in contradizione con 
quella dell' explicit, dove è ripetuto lo stesso nome 
del copista ma il tempo della scrittura è posto nel 
marzo del 1482, forse per errore di trascrizione. Al 
testo di Valerio Massimo segue un' orazione di Pu- 
blio Cornelio Scipione e la risposta di Scipione ad 
Annibale, cavata dal V° libro, IV^ Deca di Tito Li- 
vio (e. 166-170): quindi si leggono alcuni estratti 
da Quintiliano (e 171-174). 

f) Medie. Palatino 2j8, cartac, del sec. XV ine, 
di ce 112, a due colonne, con rubriche e iniziali 
rosse. Princip. : « Incomincia il libro di Valerio 
Maximo de facti et decti memorabili a Tiberio Ce- 
saro », quindi: « Proemio dellibro di Valerio Ma- 
ximo auctoreuole cittadino di Roma ». In fine: 
« Finito lo libro di Valerio Maximo scritto nelli 



i62 e. MARCHESI 

anni MCCCCII ». In fine della prima pagina è 
uno stemma gentilizio della famiglia de Medici e 
Salviati. 

g) Palatino ^^g [vecch. segn. 268, E. 5. 2. 13], 
cartac, sec. XV, mm, 335 X 234, di ce. 210 antic. 
num. Bianche le carte 140, 143, 144 e 207; scritto 
a due colonne coi titoli in rosso. Nella guardia 
in principio del volume, di mano per poco poste- 
riore all'età del codice, si legge: « Questo libro e di 
giouan battista d attiiuiano di Iacopo doni » ; e più 
giù : « Questo libro e di piero di Simone del Nero, 

compro da santi da le Volte il di di Gennaio 

1580 con altri: in tutto libri 11 uennono scudi 3 »; 
e più sotto Pier del Nero annotò : « Libro manco 
che comunale : non moderno del tutto, ma non 
corretto et poche uoci da impararsi ». Misceli. 
Princip. : « Qui incomincia ellibro di ualerio massimo 
e in prima le rohriche del primo capitolo .... ». In 
fine (e. 139'') è questa soscrizione: « finito per frane." 
di pachnello fili petri cittadino fiorentino a di 3 di 
novembre 1482 ». Seguono al volgarizzamento di 
Valerio, due altri scritti: i) L orazione che fece 
Gian della Bella in persuadere al popolo le legi 
chontro a nobili [1^1'' - i^z""]; 2) Il libro Imperiale 
[145'- 199']. La ultime carte [199' -209'] conten- 
gono una scrittura su /' origine e 'l principio degV in- 
peradori. 

a) Palatino 5^0, cartac, del sec. XIV, mm. 
294 X 217, di ce. 82 ant. num. Scrittura corsiva a 
due colonne con rubriche d' inchiostro rosso. Le 
prime cinquanta carte contengono molte chiose mar- 
ginali scritte dallo stesso amanuense eh' esemplò il 
testo. Precede una carta con l' indice dei capitoli : 
« Ncomiìiciano i Capitoli di Valerio Massimo citta- 
dino di Roma de fatti e detti memorabili Iscritto a 
Tiberio Ciesare Ottauiano Aghusto imperadore di 
Roma ». Finisce a e. 79^: « Finito libro nono e 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 163 

ultimo di Valerio Massimo a Tiberio Ciesare Ot- 
tauiano etc. e. s. » e più sotto : « Assenprato Qui 
a di IIJ di Giennaio MCCCLXXXXI ». Seguono 
a e. 80'' « i nomi degli uficiali che antichamente 
r essono e ghouernarono la citta di Roma ». 

p) Palatino 55^, cartac, sec. XV ine, mm. 
283 X 201, di ce. 153 antic. num,; con titoli d'in- 
chiostro rosso. Inc.: « Di Valerio Maximo de fatte 
et dette memorabili. Comincia il libro primo ad 
Tiberio Cesare . Capitoli». In fine (e. 153''): « Qui 
Jìniscie illibro di uallerio Maximo a Tiberio Cesare » . 

y) Palatino ^62, membr., della seconda metà 
del sec. XIV, mm. 275 X 197, di ce. 242 antic. 
num. ; manca un intero quaderno eh' era formato 
delle carte 88-95 ; scrittura calligrafica semigotica, 
che presenta nelle note marginali tracce di più mani 
e di tempi diversi ; con le iniziali dei libri miniate 
d' oro e colori. Nei larghi margini del testo sono 
molte chiose che, fittissime in principio, si fanno più 
rade verso il 5° libro e nei successivi. Molte 
carte sono palimseste, sopra scritture latine di cor- 
sivo, probabilmente atti o spogli d'atti notarili dei 
secoli XIII e XIV. Princ. : « Proemio di Valle- 
rio Maximo ». In fine: « finito illibro de fatti e 
detti Memorabili di Vallerio Maximo ad Tiberio 
Cesare. — finito libro ^^cfferamus gratia xpo ». 

s) Panciatichiano 57 [90^], cartac, sec. XV, 
mm. 291 X 229, di ce. 170 num. mod. Perduta la 
e. 2 e sostituita di recente con una bianca. I mar- 
gini delle prime carte sono pieni di postille che si 
diradano via via fino a cessare del tutto dopo la 
carta 100. Appartenne forse a B. Valori, di mano 
del quale si legge Valerio Massimo al r. della i** 
carta. Princ: « Di Valerio Massimo chomincia il 
libro primo ». Manca ogni soscrizione. 

e) Panciatichiano ^8 [82. — IV, 24], cartac, 
sec. XV, mm. 302 X 226, di ce 146 num. mod. 



i64 C. MARCHESI 

Le prime due carte sono aggiunte posteriormente. 
I margini del testo sono riempiti da un commenta- 
rio che va a mano a mano scemando fino alla e. io8'^ 
dove cessa del tutto. Tra le e. 26' -27'' e 99*- 100'' 
è una striscia di carta contenente aggiunte al com- 
mentario. Con le iniziali dei capitoli in rosso nelle 
prime 9 carte. Adesp., di scrittura diversa e fatta 
a più riprese. Precede una tavola della materia; 
a e. 5 : « Qui chomincia illibro di Valerio Massimo 
de fatti e detti memorabili ». In fine : « Finito 
illibro no7io di Valerio Maxi?no de fatti e detti 'me- 
morabili a Tiberio Ciesare Imperadore ». Nel re- 
cto della e. 195 si legge: « istum librum est de petri 
baroncielli » e nel verso: « Questo libro e di piero 
bandini baroncielli in Firenze ». 

X) Riccardiano i6oy, membr., sec. XV ine, 
mm. 240 X 170, di ce. 122, scritte, meno l'ultima, 
a due colonne : moltissime palimseste ; con rubriche 
e iniziali rosse. A e. 121* si legge, fra molte 
prove di penna, la data 1438 coi nomi di Matteo 
di Neri Fioravanti e di Michele di Matteo Rondi- 
nelli. Princip. : « Incomincia illibro di Valerio 

Maximo \ della Religione capitolo ». In fine: <i. fi- 
nito illibro di Valerio Maximo de facti et decti me- 
morabili a Tiberio Cesare Imperadore. Amen ». 
A e. 12 2*^ è un sonetto della Fortuna adesp. anep. 
aggiunto di mano quattrocentina, più recente : « Per 
me non uolse ma' la rotta tonda | ma quando naqui 
mi troua athachato | nel più estremo e misero lato | 
e anchor{a) sono giù nel tetro fondo etc. ». 

a) Riccardiano 1521, cartac, sec. XIV exc, 
mm. 410 X 310, di ce. 84, a due colonne, con ru- 
briche e iniziali rosse e postille marginali della stessa 
mano fino a e. 50*. Fu prima degli Alberti del 
Giudice, di cui reca 1' arme, dentro una corona verde, 
a pie della e. 2""; poi di Bernardo Davanzati. Pre- 
cede l'indice delle rubriche, a e. 2' comincia il testo: 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 165 

« Qui chomincia il primo libro di ualerio massimo 
attiberio ciesare de fatti et detti memorabili . Ciesare 
imperadore e in suo proemio cioè prolago ». Fi- 
nisce : « finito il nono e ultimo libro di valerlo Mas- 
simo attiberio ciesare imperadore di Roma de fatti 
e detti memorabili » (i). 

Fra i mss. fiorentini il Visiani ebbe una vaga no- 
tizia di b, e, d, f; potè invece aver le varianti di 
a, e, Q e X, dei quali tuttavia non gli pervennero 
precisi ragguagli; così di a, ch'egli assicura di co- 
noscer bene, ed è uno dei più autorevoli esemplari, 
molte varianti tra le più notevoli gli sfuggirono ; e 
di X, eh' è pure il tipo della sua edizione, egli non 
conobbe certo la parte finale, se assicura eh' è af- 
fatto simile a quella di altri codici magliabechiani 
e laurenziani (2) : s' ingannò pure quanto all' età del 
codice che, seguendo la opinione del Bencini, pone 
più antico di a (3). Gli altri codici, sfuggiti alla 
conoscenza del Visiani, sono pure i più importanti 
per la fortuna e le vicende del volgarizzamento va- 
leriano : il quale non ebbe una redazione unica e 
costante. 

* 
* * 

La prima redazione {A), che fu la sola vera- 
mente popolare, oltre che dalle stampe, ci è rappre- 
sentata dai codici a, b, e, d, e, f, a, p, s, X, a. La 
lezione de' codici si mantiene concorde, per quanto 
è possibile in testi siffatti e così grandemente divul- 



{i)'A questi è da aggiungere il Magliabech. XXIII, 56, 
della fine del sec. XIV, il quale mancò ai riscontro ed è forse 
perduto. 

(2) P. 678, nota. 

(3) P. 24. 



i66 C. MARCHESI 

gati. E da notare tuttavia che nella maggior 
parte dei codici {a, b, e, e, f, p, §) il volgarizzamento 
si arresta al 4° paragrafo del cap. XV del g" libro (1): 
e questo doveva esserne il limite, tanto più che si 
riscontra in altre redazioni. Manca quindi il pa- 
ragrafo finale che si legge volgarizzato in altri co- 
dici, per es. in o, e dovette essere aggiunto poco 
tempo dopo (2). Oltre questa lacuna finale, co- 
mune a molti codici e prodotta facilmente da una 
lacuna corrispondente nel testo latino del volgariz- 
zatore, manca in d buona parte, alla fine del cap. I, 
del libro II (3). Una grande confusione è nella 
chiusa di X, dove il principio del cap. XVI (1' ultimo) 
è stranamente combinato col cap. IX (4) ; né questo 



(i) Riportiamo la chiusa qual'è nei codici più autorevoli : 
« Ampoi in quella questione non diede luogo di sua uolon- 
« tade la religione de senatori alla calumnia del domandatore 
« ne alla uiolenza del popolo ». 

(2) Di fatti alcuni tra i codici che lo contengono, come 
a e il Trivigiano, sono della fine del sec. XIV. 

(3) P. 142 del testo Visiani : « Tosco con cicuta mesco- 
lato », ecc. 

(4) Ecco la fine del codice (cfr. ed. Visiani, p. 675): « Ma 
« questa pazzia e da comportare et a uno solamente dubbioso 
« quello che ora seguita generatione di sfacimento i neuno 
« modo e da sofferire del piccolo {leggi: pericolo) si priua- 
« tamente si piuuicamente di largo manifesto . Uno miracolo 
« uegnendo da fermo de la Marca, cioè Equizio, scripto già 
« ne la prima parte di questo nuouo libro senza {e. 121 a) 
« quella podestà chaquisto Tibero gracco per padre mani- 
« festa bugia per turbido errore del popolo minuto mal- 
« uagiamente leuato auea fatto nella ringhiera crudele di- 
« ceria et per questo errore fu cacciato il popolo a ffare che 
« la testa delio si come fusse quella di Cornelio intorno al 
« fuoco di ciesare fitta in su una lancia portasse miserabile 
« sacrificio del suo seruizio daltrui errore etc. etc ». Fi- 
nisce (cfr. ed. Visiani, p. 650) : « per uentura li ambasciadori 
« romani erano iui uenuti, li masnadieri del re costretti per 
« l'errore della noce, uccidendo limbasciadori recaro la parola 
« detta per giuocho a comandamenti della uendetta ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 167 

miscuglio ci può essere spiegato da uno sposta- 
manto di carte in X, poiché la confusione avviene nel 
corpo della stessa pagina (121'), bensì da uno spo- 
stamento dalle carte nell' antigrafo di X. 

Giova avvertire che nel volgarizzamanto, come in 
tutti i codici latini di Valerio, manca la seconda 
metà del cap. I coi capitoli II-IV del primo libro; 
il testo latino del volgarizzatore dovea compiere in 
tal modo il periodo finale nel § 4 del cap. I : « ut 
comperit, eam Delphos perferendam iurauit » : in 
maniera diversa dagli altri pochi manoscritti che 
compiono la frase (i). Il trattato è ripreso al 

noto punto : Deiotaro uero regi etc. \A Deiotaro re 
apparve...^ 

* 

* * 

Il Palatino 762 (y), notevolissimo per più ragioni, 
è anche il solo che ci offra una nuova redazione del 
volgarizzamento. Il codice è corredato d'una fitta 
raccolta di chiose, delle quali la prima, posta al mar- 
gine superiore del primo foglio, ci dà una preziosa 
nota del volgarizzatore. È un po' lunga, ma non 
giova trascurarne alcuna parte. 

« Maximo Valerio chiaro cittadino romano non 
solamente ornato di quella caualleria che si richiede 
con arme diffendere la patria e li suoi o sottoporsi 
li strani | la quale parte di tempo exercitoe sotto 
sexto pompeo come elli dice lib. II, capitolo primo 
quiui . La quale usanza etc. . | ma ancora di quella 
scientia che si richiede nel pacifico riposo (2), la 



(i) Ed. Vis. p. 58: « si giuroe ch'ella si porterebbe ad 
Apollo all'isola di Delfo ». Altri codici hanno curauit. 

(2) Ricordammo in principio ciò che Jacopo del Pecora 
dice di Valerio : « che in arme et scientia tanto feo » ; qui 
notiamo il riscontro. 



i68 C. MARCHESI 

quale philosophia legge a suoi uditori, si come ap- 
pare in più parti di questo uolume. Lo quale 
sotto breuitate compilato di molti autori con molta 
eloquenza fu per lui . imperando ottauiano augusto , 
e diuiselo per Villi libri e ciascuno libro per capi- 
toli el cap. per paragrafi onero parti exemplatiue de 
la materia del cap. Il quale altra uolta recai di 
Gramatica in questa uolgare lingua. Ma pero che 
certi Saui religiosi considerata 1' afectione che Layci 
portano a questo libro per le narrationi de fatti e 
detti degni di memoria che in esso sono. E con- 
siderata la breuitade delle storie che tocca 1' autore, 
la quale ingenera agli uditori sete di più steso stilo, 
feciono sopra esso a modo di chiose certi scritti | on- 
de pregato di mettere quelle chiose sopra questo te- 
sto, et spetial mente perche in più parti per la po- 
uerta de la mia facultade non sentia quello che li 
chiosatori sentono, mi conuiene di nouello ritrarlo 
a la detta lingua insieme con le chiose necessarie e 
utili . pero non si marauigli chi uedrae diuerso que- 
sto secondo uolgare dal primo ». 

Del traduttore diremo appresso, e le chiose ci 
daranno la materia del secondo capitolo. Ora oc- 
cupiamoci del volgarizzamento dell' opera valeriana 
per cui, secondo si afferma nella nota su riferita, 
tanta fu la cura degli ecclesiastici e così grande l'in- 
teresse dei laici. Il volgarizzatore adunque ci as- 
sicura di aver dovuto rifare l' opera, non tanto per 
r occasione che gli si offriva di volgarizzarne le 
chiose, ma specialmente perché in quella prima ver- 
sione molti luoghi dissentivano dall' intendimento dei 
chiosatori ; ond' egli timidamente confessa di avere 
più volte errato nell' intelligenza del testo e di vo- 
lerne un nuovo volgare più conforme alla interpre- 
tazione dei dotti. 

Dall'esame dei due volgarizzamenti risulta evi- 
dentissimo il legame eh' è tra loro e la dipendenza 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



169 



del testo palatino dall' altro della red. A. Il 
cod. Y ci rappresenta dunque la seconda fatica del 
volgarizzatore, e per la novità del testo non dispiac- 
cia al lettore ch'io ne riproduca in appendice alcuna 
parte, restandomi per ora al Prologo : basterà intanto 
ricordare cha il carattere della nuova redazione {B) 
nella parte rifatta si mantiene immutato. 



Ed. Kempf. 

Urbis Roinae exterarum- 
que gentiuni facta simul 
ac dieta memoratu digtia, 
quae apud alios latius 
diffusa sunt quam ut bre- 
uiter cognosci possint, 
ab inlustribus electa au- 
ctoribus digerere (2) coii- 
stitui ut documenta su- 
mere uolentibus longae 
iuquisitionis labor absit . 
nec mihi cuncta coniple- 
ctendi cupido incessit : 
quis eiiim omnis aeui ge- 
sta modico uoluminum 
numero comprehenderit, 
aut quis compos mentis 
domesticae peregrinae- 
que historiae serieui fe- 
lici superiorum stilo con- 
ditam uel adtentiore cura 
uel praestantiore facun- 
dia traditurum se spera- 
uerit? te igitur huic coe- 
pto, peuesquem hominum 
deorumque consensus 
maris ac terrae regimen 
esse uoluit, certissima 
salus patriae, Caesar, in- 
uoco cuius caelesti pro- 
uidentia uirtutes, de qui- 
bus dicLurus sum, beni- 
gnissime fouentur, uitia 
seuerissime uindicantur: 
nam si prisci oratores ab 



Red. A (i). 

Li fatti e li detti, li quali 
sono degni di memoria 
de la città di Roma e 
delle strane genti, i quali 
fatti e detti appo altri 
autori più largamente so- 
no distesi, ordinai eleg- 
gere, i quali furono scelti 
dalli eccellenti autori, 
acciocché brieuemente 
conoscere si possano, et 
acciò che la fatica del 
lungo ricercare si cessi 
da coloro che vorranno 
essere ammaestrati . Né 
in me il desiderio d'ab- 
bracciare tutte le cose 
entrò . Or chi sarebbe 
quelli che comprendesse 
i fatti di tutto il secolo 
in piccolo numeri di vo- 
lumi ? Or chi sarebbe 
quello savio uomo, il 
quale sperasse di raccon- 
tare l'ordine delle roma- 
ne storie e delle forestie- 
re con più autentica cura 
o con migliore facondia? 
Lo quale ordine fu com- 
posto con felice stile da- 
gli antichi . Adunque Ce- 
sare, salute certissima 
della romana patria, te 
invoco a questo mio prin- 
cipio . Appo il quale Ce- 



Tex. Y. 

Li fatti e detti de la città 
di Roma e de le genti 
strane degni di memoria 
che apo gli altri sono 
più ampiamente, a ciò 
che più brieuemente si 
possano sapere detti da- 
gli nobili auctori ordinai 
di sceglere, a ciò, che a 
coloro che uoranno pren- 
dere exempli sia di lungi 
la fatica del molto cer- 
care . Né me assalie il 
desiderio di comprendere 
tutte le cose . Or chi 
comprenderae tutti li 
fatti del mondo in picco- 
lo nouero di libri, o qua- 
le sano de la mente spe- 
rae [ve] di racontare o 
con più attenta solicitu- 
dine o con più nobile fa- 
cundia l' ordine de la 
familiare e della peregri- 
na storia composto con 
filici stilo de magiori? Te 
adunque a questo princi- 
pio inuoco, o Cesare, apo 
il quale il consentimento 
delli dij e degli uomini, 
o certissima salute della 
patria, uolle che fosse il 
reggimento de la terra e 
del mare | per la cui ce- 
lestiale prouedenza le 



(i) Ricaviamo dai codici più autorevoli il testo della reda- 
zione A. 

(2) Il codice latino del volgarizzatore aveva diligere o de- 
legere. 



lyo 



C. MARCHESI 



loue optimo maximo be- 
ne orsi sunt, si excellen- 
tissimi uates a numine 
aliquo principia traxe- 
runt, mea paruitas eo iu- 
stius ad fauorem tuum 
decucurrerit, quo celerà 
diuinitas opinione colli- 
gitur, tua praesenti fide 
paterno auitoque Sideri 
par uidetur, quorum exi- 
niio fulgore multum cae- 
rimoniis nostris inclitae 
claritatis (i) accessit: re- 
liquos enim deos accepi- 
mus, Caesares dedimus . 
Et quoniam initiura a 
cultu deorum petere in 
animo est, de condicione 
eius sumniatim disseram. 



sare è il consentimento 
delli dii e delli uomini, 
et appo il quale è voluto 
essere il regimento del 
mare e della terra . Per 
la cui celestiale previ- 
denza le virtudi, delle 
quali trattare debbo, be- 
nignissimamente esaltate 
sono et aspramente li 
vizii puniti . Però che se 
li antichi autori, per la 
grazia conceduta dal 
grande et ottimo loue 
bene favellarono, se li 
poeti eccellentissimi da 
alcuna deitade trassero ■ 
loro principii, in tanto 
la mia bassezza più giu- 
stamente, o Cesare, al 
tuo favore ricorrerae, in 
quanto dalli uomini ogni 
altra deitade per opinio- 
ne è creduta; ma la dei- 
tade tua colla presente 
fede appare pari alla 
stella del tuo padre e del 
tuo avolo . Per la quale 
cosa molto di chiara alle- 
grezza (2) è accresciuto 
alle nostre feste con gran- 
de splendore . Li altri 
dii tutti ricevuti abbia- 
mo, quelli della casa di 
Cesare demmo . E però 
che nel mio animo è di 
cominciare dalla religio- 
ne delli dii, della condi- 
zione di quella somma- 
riamente dispognamo. 



uirtudi, de le quali io 
debbo dire, benignissi- 
mamente sono nutricate 
e li uizii asprissimamente 
puniti . Però che se gli 
antichi dicitori bene co- 
minciarono da Ione opti- 
mo maximo, se li excel- 
lentissimi poeti da alcuna 
deytade trassono li loro 
exordii, la mia piccio- 
lezza intanto più giusta- 
mente ricorrerae al tuo 
fauore in quanto ogni al- 
tra diuinitade si prende 
per oppinione, la tua di- 
uinitade per la presente 
testimonianza pare esse- 
re iguali alla stella del 
tuo padre e del tuo auolo, 
per lo molto spendere 
delle quali molta nobile 
allegrezza uenne alle no- 
stre feste e solennitadi . 
Tutti gli altri dii togliem- 
mo . gli dii cesari dem- 
mo . e però che nel mio 
animo è di cominciare al 
coltiuamento degli dii, 
della conditione di quello 
brieuemente sporremo. 



Il volgarizzatore ha ritoccato tutta la versione 
precedente, nel periodo, nella collocazione, nella 
scelta delle parole. Durante la sua prima fatica 
egli avea risoluto quasi sempre l' apposizione sem- 
plice con una proposizione relativa : ora torna alla 



(i) Il testo latino della redazione A aveva quare invece 
di quarmn. 

(2) Nei codici del volgarizzatore dovevasi leggere alacri- 
tatis. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 171 

originale brevità. Nella scelta delle parole vuol 
essere meno latino e più italico, vuole non ripetere 
ma tradurre la parola in modo più conforme all'uso 
volgare ( i ) ; aveva prima tradotto ovinis aevi gesta : 
' i fatti di tutto il secolo ' ; poi modifica ' tutti li 
fatti del mondo ', con una più opportuna concor- 
danza e con più chiara intelligenza del testo. Pri- 
ma avea tradotto, con certo scrupolo etimologico, 
documenta sumere ' coloro che vorranno essere am- 
maestrati ' ; più tardi si volle accostare a maggiore 
fedeltà letterale : « coloro che vorranno prendere 
esempi » ; come è più fedele traducendo absit ' sia 
di lungi ' invece che ' si cessi ', incessit ' assalì ' 
in luogo di * entrò ', destricti gladii ' spade ignude ' 
mentre prima ' spade strette ». E più breve, più 
stringato ora, più seguace del latino con cui cerca 
di gareggiare nel numero delle parole, poi che l'a- 
veva enormemente diluito : e vuole maggiore pro- 
prietà; avea tradotto malamente compos mentis in 
' savio ', giacché per esser savio non basta non es- 
ser pazzo ; ora ha capito meglio ' sano della mente '. 
Nella fedeltà piìi scrupolosa trova spesso anche la 
dizione più adatta ed elegante, ed a' bisogni della 
proprietà e della eleganza si devono parecchi muta- 
menti di frase che non sempre manifestano il desi- 
derio di un nuovo significato : così si spiega ' ordi- 
namento del senato ' {senatus consultiLm) mutato in 
' ordinazione ', ' sopraccorse ' {praectcrrit) mutato 
in ' anticorse ', ' tostezza ' in ' avacciamento ', 
' rumore de cavalli ' [equitatus fragor) in ' frassi- 
nio de cavalli '. 

Molte asperità del volgare nella disposizione delle 



(i) Esempi: latius più largamente A, più ampiamente B\ 
cognosci conoscere A, sapere B\ voluniina volumi A, libri B \ 
principia principi! A, esordii B\ immero numero A, novero 
B, ecc. 



172 e. MARCHESI 

parole, nelle ripetizioni, nelle assonanze vengono 
tolte; par uidetur h m. B divenuto ' pare essere 
eguale ', ma in ^ si legge ' appare pari '. Man- 
tenendo la brevità latina il volgarizzatore rende più 
efficace il volgare : aveva prima tradotto reliquos 
deos accepinius, Caesares dedimus dichiarando ' li 
altri dii tutti ricevuti abbiamo ; quelli della casa di 
Cesare demmo ', ora vuol essere più rapido e più 
romano ' tutti gli altri dii togliemmo, gli dii Cesari 
demmo '. Ma in A il testo è pure assai spesso 

frainteso : così nell' invocazione ' Te Caesar, 

invoco ' il volgarizzatore ritenne che fossero due 
proposizioni staccate e sottintese un est dopo penes 
quem e un et prima di maris ; e nello stesso pro- 
logo spiegò con ' è creduto ' il lat. coUigitur che in 
B è restituito al suo vero significato. 

Ma è da notare che molti errori di A il volgarizza- 
tore corresse per vìa d'un esame più accurato del testo 
latino, di cui ebbe certamente, la seconda volta, un 
esemplare più corretto: e con l'aiuto d'un originale 
migliore potè altresì colmar le lacune ed eliminar 
gli ampliamenti, le aggiunte, le glosse della prima 
redazione. Moltissimi luoghi in A si leggono stra- 
namente spropositati, né v' ha raffronto di codici che 
possa migliorarne l' incredibile confusione : la causa 
di siffatti contorcimenti dì senso è dovuta in parte 
al testo latino, che il volgarizzatore, senz' alcuno 
aiuto dì chiose, molte volte fraintese nei passi age- 
voli e sicuri; ne stravolse completamente il signifi- 
cato nei passi guasti e faticosi : e basta un errore 
di lettura o uno sbaglio nel codice latino perché 
tutto il periodo perda il senso comune. Gli e- 
sempi ne sono numerosissimi e la edizione Visiani 
ne dà fede. Nella redaz. B questo non accade : 
r autore ha le chiose che dichiarano in molti punti 
il testo, e si accinge con maggiore scrupolo ed im- 
pegno al nuovo lavoro d' interpretazione ; quando la 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 173 

lezione dei codici non dà senso egli si adopera in 
ricavarlo con grande diligenza. Ciò accade, per es., 
subito al principio dell' opera, nel cap. I : 

Ed. Keynpf) « Maiores statas soUemnesque cae- 
rimonias pontificum scientia, bene gerendarum rerum 
auctoritates augurum obseruatione, Apollinis praedi- 
ctiones uatum libris, portentorum depulsÌ6'?^^j Etru- 
sca disciplina explicari uoluerunt . prisco etiam in- 
stituto rebus diuinis opera datur; cum aliquid com- 
mendandum est, precatione, cum exposcendum, noto, 
cum soluendum, gratulatione, cum inquirendum uel 
extis uel sortibus, inpetrito, cum solemni ritu pera- 
gendum, sacrificio, quo etiam ostentorum ac fulgu- 
rum denuntiationes procurantur ». 

Nella Redaz. A non si capisce più nulla : 
Ed. Vis.) « Li nostri maggiori vollono che si 
disponessono, poscia che furono tolti via i libri delli 
orribili miracoli, li ordinati e solenni sacrificii per la 
scienza de pontefici e di bene operare le cose. Vol- 
lono che si disponessono per autoritade di quelli che 
prendeano gli augurii, e per la solennitade e responso 
di Apollo e per annunziamento delle Sibille ; e que- 
sto è secondo la dottrina della provincia di Tuscia. 
E dassi opera alle divine cose secondo 1' ordine an- 
tico in questo modo : che quando alcuna cosa è da 
ricomandare si raccomanda con preghi, et allora al- 
tresì quando alcuna cosa è da adomandare, se io 
con boti sacrifico : et allora che è da sodisfare il 
boto, se con allegrezza sacrifico. E quando è da cer- 
care di sapere alcuna cosa o nelle interiora delli ani- 
mali o nel budellame sacrificando, è da sorteggiare 
con solenne costume e da compiere. Per lo quale 
solenne costume si scorgono e procurano li annun- 
ziamenti delle folgori e dei miracoli ». 

Nella red. B e' è lavoro e diligenza di traduttore : 

Tex. y) « Li nostri maggiori uollero che l'ordinate 

e solenni feste et obseruanze secondo la disciplina 



174 C. MARCHESI 

toscana si facessono, mossi a ciò da la scienza de 
pontefici e da 1 autorità di ben fare le cose, e da 
lo obseruamento degli augurii e da lo predicimento 
de li sacerdoti d' Apollo, cacciati li libri de portenti, 
E secondo l' ordinamento antico si dà opera a le 
cose diuine : quando alcuna è da comendare si fa 
con priego, quando è da a domandare si fa con boto ; 
^ quando d' alcuna cosa è da inchiedere che dessa 
fia, s'inchiede in parttito (i) o nelle interriora degli 
animali o ne le sorti; quando alcuna cosa si dee 
compiere con solenne costume allora si fa con sa- 
crificio col quale le significazioni de li ostenti e de 
le folgori si purgano ». 

È pur da notare che in qualche punto la man- 
canza di un chiaro significato nella red. B dipende 
dalla corrotta lezione latina che pure prestavasi ad 
alcun intendimento: così nello stesso capitolo I, § i 
del primo libro, invece di Gracchano tumultu il 
codice aveva greco iiutu, che il volgarizzatore tra- 
duce ' per cenno greco '. Parecchie lezioni, insa- 
nabilmente guaste, il traduttore acconciò alla meglio, 
in modo da ricavarne alcun senso, ma evidentemente 
con poco riguardo dell'originale latino: per es. il 
brano del II libro, cap. 6, § 8 « reliqutas spiritus 
mei prospero fine, duas filias et ^ tino nepotum 
gregem superstitem relictura permuto » si legge così 
tradotto in ^ « Il rimanente del mio spirito lascio 
in due figliuole et in uno nobile nepote, partendomi 
con prosperevole fine » e in ^5 « lo rimanente del 
mio spirto lascio in due mie figliuole et in uno nobile 
nipote (2) partendomi con bene auenturoso fine ». 



(i) Il volgarizzatore doveva leggere in partito, in luogo 
della corrotta lezione comune inpertito. 

(2) Il volgarizzatore leggeva forse : « in duas filias et unum 

nepotum egregium ». Penso che il luogo potrebbe 

emendarsi così : « in duas filias et unum nepotum gregi su- 
perstitem », ovvero: « nepotum e grege s. ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 175 



Altri passi sono male intesi nella prima e nella se- 
conda redazione, come nella fine del quarto libro la 
espressione inexorabilihtts claustris resa con ' luoghi 
scomunicati ' in A, con ' luoghi maledetti ' in B. 

Il volgarizzatore non conosce il greco e talvolta 
per volere intendere il significato di alcuna parola 
cade in gravi errori : egli interpreta, per es., il voc. 
KaxwpaaiXsia del testo (I, V, § 6) per ' Captio, cioè a 
dire presura e inganno ' e aggiunge al margine 
(y> c. 3') « Nome era greco et indovino che così 
uolesse dire ». Oltre di che le parole greche sono 
tutte stranamente sconvolte e le citazioni d' interi 
versi greci sono senz'altro omesse. 

Concludendo : nel rifare l' opera sua il traduttore 
si propose certamente di rendere con maggiore fe- 
deltà, proprietà ed eleganza l' originale che prima 
aveva male inteso in alcune parti e in tutto poi 
avea tradotto, senza alcuna preoccupazione di stile 
latino, nella più impacciata, incespicata e perversa 
forma volgare, priva di una sintassi regolare. E 
la seconda redazione ne uscì dalle mani irriconosci- 
bile : talmente è più linda e più elegante oltre che 
più chiara e fedele. E tra le ragioni e i tentativi 
più notevoli che intesero e praticarono i letterati 
nostri del trecento per la dignità letteraria dell'idioma 
popolare non è da trascurare questo rinnovato bi- 
sogno dell'interprete che vuole intender meglio il 
testo, e dello scrittore che vuole renderlo con una 
espressione più degna: chiamando così il volgare a 
una funzione letteraria che servirà necessariamente 
a dar la ragione critica della scelta nella parola e 
della collocazione nel periodo. E pei benefici inne- 
gabili e pronti di questo laborioso adattamento al 
latino noi vediamo così grande diversità nel volgare 
di due redazioni dovute allo stesso autore. 

Il lettore avrà facilmente notato come tra le due 
redazioni sia una grande differenza: la quale e' in- 



176 C. MARCHESI 

duce a riconoscere in ^ la vera fatica del traduttore 
e il volgarizzamento degno del nostro trecento ; se 
la red. A si divulgò a preferenza della seconda, ciò 
si deve alla grande popolarità del testo per cui si 
diffusero subito e si moltiplicarono rapidamente le 
copie di quella prima versione : dalle quali dipendono 
pure le numerose copie del secolo seguente. La 
red. B ebbe una tradizione più ristretta e, diciamolo 
pure, più dotta. Essa venne in ritardo, quando 
già un primo gruppo di chiose si era recato a far 
compagnia al volgare di ^ e insieme con esso correva 
e diffondevasi. Il volgarizzatore fu preso troppo 
tardi dagli scrupoli e troppo tardi gli si offrì l'occa- 
sione di rifare l'opera sua perché avesse potuto arre- 
stare la fortuna di quella sua prima intrapresa. La 
quale, così com' è, se ebbe l' onore di molti codici, 
non meritava certo quello di tante ristampe, né la 
buona volontà del Visiani potè dare ad essa quella 
importanza linguistica eh' è una irrisione. Soltanto 
la poltroneria accademica e l' aberrata ammirazione 
per ogni scrittura del trecento potè indurre il Sal- 
viati ad ammirare di questa versione « la bella e 
ornata dettatura, lo stile magnifico e risonante quanto 
altro di quel secolo » (i). 

La redaz. B è delle traduzioni Valeriane la sola 
che possa attestare alcun progresso linguistico del 
nostro volgare e rappresenta un apprezzabile docu- 
mento letterario del sec. XIV oltre a costituire un 
assai notevole documento storico della fortuna di 
Valerio Massimo (2). 



(i) Avvertimenti sopra il Decamerone, Napoli, 1712, I, 
p. 109. 

(2) Gli studiosi del testo, così malconcio, di Valerio Mas- 
simo, ricaverebbero certo molto vantaggio da una stampa 
della redaz. B\ poiché il codice latino del volgarizzatore non 
mancava di varianti nuove. Ne cito una sola. Nel cap. I, 
\ 13, lib. I i codici hanno secretarium o secretorimn ciiiilium 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 177 



* 
* * 

In quest' opera di revisione e di ritocco, la fatica 
e la diligenza del volgarizzatore non durò a lungo, 
e col quinto libro possiamo dire che s' arresti. Già 
pur nel secondo libro, in alcuni brani, come nell'epi- 
sodio della donna di Marsiglia (II, 6, 8), il volgariz- 
zatore allenta la fatica e si contenta di qualche nuova 
espressione più che di un nuovo periodo. Col 

quinto libro si fanno già molte rare le chiose e pos- 
siamo dire anco cessate le differenze tra le due reda- 
zioni ; qualche parola è di tratto in tratto mutata, 
per uno scrupolo di novità, ma il volgarizzatore si 
rimette del resto all' opera precedente. Aggiunge 
solo il brano finale, che nella red. A mancava, con 
ogni buona ragione perché mancava nell'originale 
latino. Poiché il volgarizzatore prese in mano un 
nuovo testo valeriano : ciò si deduce con sicurezza 
da talune nuove interpretazioni e dalla stessa giunta 
finale. Nel codice latino del traduttore al testo 
di Valerio doveva seguire il noto compendio del 
Liber de praenominibus , de nonimibus etc. che ter- 
minava però verso la fine del § 2 : « Cominium Au- 
runcum et Postumum Aebutium ». 

Ecco intanto la fine (e. 248') : « Regnando lulyo 
« Cesare la temerità d una donna da Melano in simi- 
« glante bugia fu trovata (i). Con ciò sia cosa 



sacrorum che non dà significato alcuno. Il volgarizzatore 
doveva leggere invece secreta ciuUium sacrorum, come ap- 
punto congetturava per suo conto l'Halm, ovvero secreta re- 
rum citdliuni sacrarum (y : li segreti delle cose sacre cittadi- 
nesche). Il cod. 141 della Capitolare di Verona, ignoto agli 
editori di Valerio Massimo, concorda col testo volgarizzato 
« secreta ciuiliutn ». 

(i) Il testo latino del volgarizzatore doveva avere reperta 
in luogo della lezione comune repressa. 



178 C. MARCHESI 

« che quella donna falsamente dicesse che fosse una 
« chiamata Rubya dannata allora al fuoco, non es- 
« sendo quella dessa ma molto a lei simiglante. 
« Niente li noqque la similitudine ne testimonianza 
« ne 1 fauore a lei contrario di quelli della corte 
« d augusto. Tanta fu la costanzia di Cesare . 
« poi che non era che auea commesso il dilieto, fu 
« fu rellassata et partissi. | Similemente uno barbaro 
« per la similitudine grandissima nello Regno di 
« Capodoccia si come fosse Aryatho, che era stato 
« morto da Antonio come apparea chiaramente, ad- 
« uegna che quasi in tutte le terre et le città et le 
« genti d' Oriente così si credesse, fu conosciuto et 
« condannato alla morte. Finito illihro viiij. Co- 
« niincia il X° di Valerio Massimo. Lo decimo 
« libro di questa opera che e 1 ultimo e perito ouero 
« per negligenzia ouero per maliuolentia di quelli 
« che 1 anno auuto a correggere. Ma 1 abreuia- 
« tore i titoly suoi auea interamente. Ma per 
« 1 auentura d una cosa solamente . cioè del prenome 
« 1 epyttoma rapresentaua, 

« Varrò in ytalia disse essere stati simplici nomi. 
« Et dissene gli esempli e l'argomento del suo 
« dire. Che Romolo et Remulo et fastulo non 
« ebbono ne pronome ne cognome, cioè a dire nome 
« di padre ne di parentado . quelli che si discordano 
« da questo detto, dissono la madre loro essere 
« chiamata Rea Silyia e 1 auolo loro Siluio . EUi 
« maggiori [e. 247'"] degl albani regi . Carpento Sil- 
« uyo . Agryppa Siluio. Li duchi che Ili segui- 
« rono Metio Suffecio e tutore Cleolio chiamati. 
« E non contenti di questi passano a Sabiny. E 
« Tyto Tacio et Numa pompilyo principi di quella 
« regione anomerano putyliano Laurano Valesyo 
« Metio 1 altro firmio colini Artyco. E quelli 

« dettrusscya nominano Laerthe, Porsenna . dalli 
« Equicoly Septimo Melio primo Re di loro et fer- 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 179 

« tore regio il quale la ragione fece . in questo 
« modo lo sententia di Varrone e cacciata a terra. 
« Ma e da tenere li Romani dagl albany e dalli 
« Sabiny auere tracta 1 usanza di multiplicare li 
« nomi perche da loro sono nati. Ma tutte le 
« cose che sono pensate et trouate a diffinire e di- 
« mostrare ogni nostra cosa (i) anno possanza di 
« significare e dimostrare Ihuomo che e detto della 
« sua proprietade (2) cioè dall arte . et questo e 
« diuerso perciò che per quello chella gente e cono- 
« sciuta perciò e decta gentilezza. Le altre cose 
« sono uariate et diuerse per 1 ordine )^ per ciò 
« che se ultimamente soggiugne e 1 agnome. GÌ or- 
« dini de quali non cosi come io o exposto sono 
« sempre osseruati . pensa dunque 1 usanza incon- 
« sulta et perplexa di pronomi et di cognomi nelli 
« consoli essere (3) . detto postumyo Comyno 
« Aruncho et postumio Ebyo . | Finito illibro de 
« fatti e detti Memorabili di Vallerio Maximo ad 
« Tyberio Cesare ». 

Notiamo per ultimo che in y. per mancanza di 
alcuni fogli, si deplora una lacuna tra la fine del 
terzo libro, di cui manca parte del cap. VII e tutto 
r ottavo, e il principio del quarto che ha perduto 
un capoverso a metà del primo capitolo. 

Un curioso esempio di contaminazione tra le due 
redazioni A e B avvertiamo nel Panciatich. 58 (e), 
che per tutto il primo libro segue fedelmente il te- 
sto A, e dalla prima metà del cap. II del libro se- 



(i) Il volgarizzatore leggeva uimm quodque in luogo di 
tmum quemque. 

(2) Il testo latino del volgarizzatore aveva proprietate'. 
i codici p}-oprietatein. 

(3) Nell'ediz. Kempf il brano si legge così : « anhnaduerte 
enim in cotisuluin fastis perplexum usum praenominum et 
cognominum esse » ; il volgarizzatore doveva leggere : « ani- 
maduerte enim inco7tsultum fastis perplexum usum etc. ... ». 



i8o C. MARCHESI 

condo fino a tutto il cap. VI del libro terzo segue 
il testo B. La contaminazione ci appare maggior- 
mente strana se si pensa che il Panciatich. manca 
del brano finale che si legge in B; può darsi dunque 
che lo scrittore del codice abbia trovato nel suo 
antigrafo una lacuna tra il secondo e il terzo libro 
e l'abbia colmato col testo B, o che l' antigrafo da 
lui adoperato sia stato scritto a più riprese, da per- 
sone diverse, con originali diversi. 

* 

* * 

Il Palatino 459 {g) contiene un secondo rifaci- 
mento della red. A, che un ignoto e incapace tra- 
duttore del sec. XV compì, valendosi alcuna volta 
del testo latino, sulla cui scorta egli sopprime le 
ridondanze, aggiunge qualche parola omessa, cambia 
l'espressione, non per amor di chiarezza, ma di fe- 
deltà ; così muta eccellenti in illustri, trattato in stile, 
signoria in regno, ordinaittento in cho?isentimento, 
hwghi in chiostri, chiarezze in insegìie, etc, solo 
perché il testo latino ha inlustres, stilum, regnum, 
consulto, claustris, insignia. E talvolta vengono 
fuori espressioni molto strane ; per es. : t. lat. dicendae 
sententiae loco : al ' tempo di sentenziare ' A;' al tempo 
della sententia di dire ' ^ ; e altrove è tradotta ' chon 
chontinouo stallo ' la frase latina continua statioìie 
resa in A ' con dimoranza continvia '. IVIa non 
sempre riduce : qualche volta amplia la espressione 
latina, quasi chiosando ; il volgarizzatore di A avea 
tradotto semplicemente ' con ischemie ' il latino 
scurrili lusu (VII, 8, 9), e il rifacitore di g ' con 
giochi da ritrauagliatore e di ghiottone ' : né man- 
cano alcune incredibili confusioni di logica e di 
grammatica. Ma il testo latino solo poche volte 
fu guida al rifacitore : poiché in molti casi quando 
il testo di A non è integralmente riprodotto, la qual 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI i8i 

cosa non capita spesso, si tratta solo di un ri muta- 
mento nella struttura del periodo e di arbitrarie 
sostituzioni di parola : bisogna inoltre notare che il 
codice è sparso di gravissimi errori di scrittura che 
ne conturbano ed alterano profondamente la lezione. 

I dotti umanisti del sec. XV sdegnarono, pochi 
eccettuati, il volgare che ritennero affatto incapace 
di accogliere in degno vestimento il pensiero latino : 
e lasciarono ad altri rozzi ed ignoranti la funzione 
del volgarizzare, che nel trecento aveva pure dimo- 
strato la bontà dell'eloquio toscano a contener no- 
vamente la trama degli antichi ragionari e l'ambito 
del periodare latino. Ond' è che la incapacità e 
l'ignoranza degli autori ci è facilmente attestata da 
quante mai opere di traduzione e di compendio ap- 
parvero pervertite ed oscure nel massimo splendore 
della classica rinascenza. 

II Palat. 459 è per noi di nessuna importanza: 
il possessore del codice, Piero del Nero, avvertì la 
grande varietà del testo rispetto all' antico volgariz- 
zamento, e venne qua e là notando, nei margini dei 
primi quattro libri, alcune varianti ricavate da due 
altri codici, indicati con le sigle D" e B" (i), i quali 
contenevano il testo A. 

* 
* * 

Il nome del volgarizzatore non apparisce nei co- 
dici : né ci è noto per altra indicazione. Tuttavia 
un erudito italiano del secolo scorso. Luigi Bencini, 
in uno scritto letto nella Società Colombaria di 
Firenze e poi pubblicato neWE^rurm (I, 1851, p. 148) 
pensò di attribuire questo volgarizzamento di Valerio 
ad Andrea Lancia, cittadino e notaio fiorentino, della 



(i) Il Gentile {CaL dei codd. palati.) ritiene che le abbre- 
viature significhino Davanzali e Buonarroli. 



e. MARCHESI 



cui vita ebbe a dare alcuni cenni il visc. de Batines 
{Etruria, voi. cit., pp. i8 sgg.). Le ragioni addotte 
dal Bencini sono di natura lessicale : egli si avvide 
che il volgarizzatore traducendo tamen adopera più 
volte « una strana parola: mnpoi », la quale non 
doveva esser d'uso popolare o letterario, tanto che 
in alcuni codici gli amanuensi o la soppressero o la 
mutarono in ancora (i). Questa voce, che doveva 

esser propria del traduttore, noi troviamo pure ado- 
perata nel compendio dell'Eneide di frate Anastagio 
minorità, tradotto da ser Andrea Lancia (2) : questi è 
dunque il volg-arizzatore di Valerio Massimo. Altre 
voci comuni ai due volgarizzamenti sono stremire, 
sprovare, sbogiie?iiare, legnalo per rogo. Ancora: 
nel volgarizzamento di Palladio, pure attribuito al 
Lancia, non si trova la voce a^ìipoi, bensì le altre 
shoglientare, spesseggiare e spesseggiamento che si 
leggono « nel Valerio ». Ma ciò che assicura ap- 

pieno il Bencini sulla bontà della sua attribuzione, è 
il riscontro della voce avi poi nel volgarizzamento 
delle 7)e^/rt;«a2/c;2/pseudo-quintilianee, eseguito senza 
dubbio alcuno da Andrea Lancia, sia perché vi si 
trova la predetta espressione, sia perché nella fine 
del Codice [Riccardiano 1615] si leggono le iniziali 
del nome A. L. (3). 

Gli argomenti addotti dal Bencini sono certo 
meritevoli di considerazione e, in mancanza di ogni 



(i) Per es., in o. 

(2) Cfr. E. G. Parodi, Rif acini, e trad. ital. dell' Eneide, 
in Studj di filologia romanza, 1887, pp. 312 sgg. 

(3) Già prima del Bencini, il canon. Basi pensava che 
A. Lancia fosse pure autore delle Declamazioni quintilianee, 
fondando tal suo pensiero sopra certe voci del volgarizzatore 
deW Eneide che sembravano peculiari ad A. Lancia e si leg- 
gono ' tanto nel Valerio Massimo che nel Quintiliano ' {Etru- 
ria, voi. cit., p. 25). 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 183 

altro particolare, l'esame e il raiFronto lessicale e 
stilistico può divenir elemento storico positivo, che 
nella lingua dei volgarizzamenti trecentistici rimane 
tuttavia poco sicuro, per la mancanza di alcuna 
chiara e ben distinta nota personale nell'uso delle 
parole e del periodo ; e bisogna altresì tener conto 
di talune peculiari espressioni lasciate più di solito 
nei codici da' copisti che dagli autori. Quanto 
alla voce ampoi, sebbene fuor d' uso ora in Toscana, 
non possiamo affermare che lo sia stata ugualmente 
nel trecento, e in ogni modo il Visiani (ed. Val. 
Mass., p, 685) notò che vive tutt' oggi nel Veneto 
e specialmente nel Trivigiano; così pure è dell'uso 
veneto popolare la voce stremtre (= cohorrere). 
Certamente i riscontri di queste ed altre voci del 
« Valerio » nel volgarizzamento dell'Eneide fatto dal 
Lancia, debbono suscitare il sospetto, ma il Bencini 
avrebbe dovuto sentir la necessità di riscontrar tali 
voci in altri volgarizzamenti di provata fattura del 
Lancia, come nella Pistola di Lucilio, contenuta in 
più codici fiorentini (i). Poiché l'attribuzione ad 
A. Lancia del volgarizzamento di Palladio, dove il 
Bencini del resto non potè riscontrare che due sole 
parole, non è affatto sicura, e sia il de Batines che 
il Bencini vanno molto in fretta nell' attribuire al 
notaio fiorentino certi volgarizzamenti. Quanto 

allo pseudo Quintiliano, il Bencini e gli altri pri- 
ma di lui, caddero in grave errore : poiché la ver- 
sione delle Declamazioni pseudo -quintilianec è o- 
pera degli ultimi anni del trecento ; e le iniziali 
del Cod. Riccard. 1615 {A. L.], a cui bisogna ag- 
giungere il Riccard. 1340 [A. LO.], non indicano 
Andrea Lancia, bensì Antonio Loschi, cancelliere 
dei Visconti e umanista famoso nel campo della 



(i) Cfr. De Batines, articolo citato. 



i84 C. MARCHESI 

retorica (i). La qual cosa dimostra che la 'strana 
parola ' indicata dal Bencini come d'uso peculiare 
al notaio fiorentino, sia stata invece d' uso vivo 
letterario fin nel secolo XV. La questione del- 
l'autore rimane dunque per questo volgarizzamento, 
come per tanti altri, insoluta : e le ragioni del Ben- 
cini, di contro al silenzio dei codici, se pure riescono 
a destare alcun sospetto, non possono tuttavia, per 
ogni ragione, giudicarsi sufficienti. 

Cap. IL — Le chiose. 

Insieme col volgarizzamento di Valerio Massimo 
i codici fiorentini ci offrono due raccolte ben distinte 
di chiose che dividiamo subito in due gruppi : A e B. 

Il gruppo ^ ci è pervenuto nei codici a. b, d, 
a, s, : vale a dire nei soli manoscritti della red. A ; 
e se badiamo ancora che in quasi tutti i codici la 
mano del testo è quella medesima che trascrisse le 
chiose, riconosceremo facilmente come queste fossero 
di già legate alla tradizione e alla fortuna del primo 
volgarizzamento. Il gruppo A costituisce la più 
antica raccolta di commentar] valeriani che ci siano 
giunti volgarizzati : e ciò appare evidente non sol- 
tanto per le ragioni di forma e di contenuto, ma 
anche perché il gruppo B fu ridotto in volgare più 
tardi, insieme con la redaz. B. 

Le chiose sono disposte ne' margini de' codici e, 
più numerose ne' primi libri, vanno scemando a 
mano a mano fino a cessare del tutto in principio 
del sesto libro. Riportiamo intanto le prime due 

note illustrative: i) « Auiore è compositore di libri 
« in prosa tractando nero aperto » ; 2) « Poeta è com- 



(i) Cfr. C. Marchesi, // primo volgarizzamento toscano 
delle Declamazioni pseudoquintilianee , in Miscellanea in onore 
di Guido Mazzoni. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 185 



« ponitore di libri in uersi: e quello che tractano 
« significa altro che la corteccia di fuore : chi Ione 
« chi le sante Muse inuoca nel suo principio, onde 
« dice Valerio : io inuochero te cesare idio, et dice : 
« coloro che inuocano loue anno oppinione chelli 
« sia idio, ma io sono certo di te ». 

Si tratta di una raccolta assai elementare di note, 
fra le quali, oltre le dichiarazioni dei concetti tenuti 
più considerevoli, prevalgono le illustrazioni storiche, 
mitologiche, antiquarie, che costituiscono la parte 
più diffusa del commento. Nel resto sono brevi 
esposizioni e brevissimi richiami. E notevole tal- 
volta r intendimento personale del chiosatore ri- 
guardo a talune delle più complesse manifestazioni 
dell' antica vita pagana : e riesce ad interessare il 
concepimento umanistico e storico, non certo nuovo 
né originale, del paganesimo: « .... furo appo li pa- 

« gani questi dii . Saturno . loue etc. e te Ma 

<,v in che modo furon questi chiamati, come si lungo 
« errore intrigo il secolo, certo in questa forma fu- 
« rono I huomini ualenti alcuni in arme come Marte, 
« alcuni in scienza come Appello, alcuni in arte, 
« alcuni in coltiuamento di terre, nel cui onore morti 
« si faceano statue d oro di rame et di metallo . 
« appoggiossi all'animo popolesco questi cotali non 
« essere sanza grandi meriti et quelli festeggiando 
« a poco a poco deificare ». 

11 chiosatore, eh' è un ecclesiastico, non cela un 
tal disprezzo pei laici, ai quali la poesia non era di 
alcun diletto né i poeti di alcun pregio ; e in una 
postilla al passo famoso di Valerio (II, 4, 4) dove 
si parla de' ludi scenici nuovamente instituiti e di 
Livio poeta, è palese tale dispetto per l'ignoranza 
laica, ed è altresì curioso vedere come il dichiaratore 
intenda l'efficacia morale e l'evoluzione storica del 
teatro: « questa materia de poeti la quale pare a li 
« laici spiaceuole moue l' animo mio perche quinci 



i86 C. MARCHESI 

« il bene, le uirtu, il desiderio di discendere la fama 
« nacque . furono li poeti huomeni di scientia interi 
« et di costumi hornati. Costoro uedendo il po- 
« polo grosso et non soficiente a intendere le ragioni 
« naturali et la doctrina de la lettera et che per 
« questo non poteano uedere il merito e 1 acquisto 
« de la uirtu, uollono trouare uno modo grosso et 
« dilecteuole per lo quale gli incitassono al bene. 
« Et compuosono libri, e 1 uero sotto certe fauole 
« scrissono. Poscia ragunarono il popolo e li 

« Noboli in uno luogo detto scena . e tante persone 
« figurauano di quante elli uoleano trattare ne la 
« fauola : se era di dio quello idio ueniua nel gioco, 
« se era Re uno huomo con forma reale, se era 
« uecchio poneualo canuto et bianco, se era greco 
« habito et loquela greca rendeano | quinci mo- 
« strando il merito e 1 fine de le uirtudi e la pena 
« de uitii ismossero il popolo a cose gloriose ». 
Taluna postilla porge a' leggitori alcun avvertimento 
morale e religioso, come quando ammonisce « prin- 
« cipe non potere durare se non coltiva santamente 
« la religione » ; ed è pieno di veraci scrupoli reli- 
giosi il richiamo e l'appello volto agli ecclesiastici 
contemporanei, in cui c'è una cotale fierezza d'in- 
vettiva dantesca [nota al § 8, cap. I, lib. I] : « ... Spec- 
« chinsi qui li preti del nostro tempo, che leuati da 
« lato de le femine la notte, con le mani et con 
« l'animo maculati sacrificano: e li Rettori in quella 
« medesima sozzura intinti (i) non li puniscono. 



(i) Alcuni codici hanno imbrodolati. Non oso affermare 
alcuna dipendenza, ma la nota del chiosatore mi rammenta 
alcune strofe dei carmina buratta [ed. Schmeller, Stuttgart, 
1848] : ne ricordo una, per es. : « Castitatis contemptores \ 
Fures estis, non pastores ; \ O Sacerdos, Me responde \ Cuius 
manus sunt itnmmidae, \ Qui freqtienter et iucunde \ Cum uxore 
dortnis, unde \ Surgens mane missam dicis, \ Corpus Christi 
benedicis etc. ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 187 

« Ma che utilità trarrai lettore di questo Titolo ? 
« Certo essere riuerente a dio et a la Santa Chiesa 
« et coltiuarla con 1 animo puro et con 1 opere 
« laudabili : vedendo che nulla cosa si facea appo 
« gli antichi e cosi grandissimi Imperadori chen 
« prima con religione non fosse sodisfatta a dio ». 
Il chiosatore è pure assalito da timori religiosi : di- 
chiarando il titolo del cap. IV del lib. I, sugli Au- 
gurj\ è colto da un certo malessere per la parola 
che ricorda le tante diavolerìe pagane, e avverte 
che « per cattolica fede e interdetto questo titolo : 
« et pero poche cose trascorrendo d esse faro fine ». 
Altre volte passa dai preti ai cavalieri e mini- 
stra avvertimenti e precetti d' arte della guerra agli 
uomini d' arme. Una lunga postilla su tale argo- 
mento è al principio del cap. II, lib. II, non man- 
chevole, per avventura, d' interesse a chi osservi le 
costumanze di quel tempo : « .... Non credere lectore 
« che qui Valerio si studi in raccontare nouelle ma 
« insegna guerreggiare. Il primo comandamento 
« e che i kaualieri et 1 osti siano huomini non dili- 
« cati ma aspri et faticosi, e che 1 oste sia purgata 
« de ghioctornie et di cose che somraouano gola e 
« luxuria, che ciascuni usi strectamente ancora le 
« cose necessarie al uiuere. Questi non uolle 

« coltre di zendado, bastili bella schiauina grossa; 
« questi non uuole molte paia di panni, bastili 1 arme 
« et una pouera cocta; questi non some con molti 
« fanti, il cuocho col donzello il rigocto et 1 altre 
« legiadrie. Vuole questi che il kaualieri come il 
« pedone sia spedito : elli solo sia signore donzello 
« cuocho et ragazzo. Comanda che 1 principe 

« sempre sia presente, sempre proueggia, sempre 
« diliberi, nulla commecta a la fortuna ma tucto al 
« senno. Non uuole che 1 comandatore del prin- 
« cipe etiamdio per lieta fortuna sia passato, ne se 
« 1 caso uiene al principe con necessitade eh elli 



i88 C. MARCHESI 

« dea materia ai militi di uilta . ne uuole che ne la 
« bactaglia s arenda al nemico, ne uuole che si fugga 
« o perda punto del campo, ne riceua se non con 
« morte coloro che da se fugirono al nemico, poi 
« tornaro : ma presili ucciderli. Ne uuole che 

« morto lo mperadore alcuni pigli quell uficio se 
« non gli e imposto da magiori. Ne uuole che 
« li pregioni racquistati incontanente tornino a primi 
« gradi de la caualleria. Punisce li militi che 
« lasciano uccidere lo mperadore dell oste : ne uuole 
« che 1 oste da se faccia principe morto il primo, 
« Nota queste cose qui quando leggi », 

Il chiosatore ignora il significato delle parole 
greche e lo dà egli stesso ad intendere chiaramente : 
così laddove Valerio cita il verso omerico (I, 5. § 7): 
àXXd |ie Motp' òXor\ etc, nel testo volgarizzato è questa 
sola inesplicabile parola : « Opanto » (ed, Visiani, 
p, 63): e il chiosatore confessa schiettamente: « Sono 
« lectere greche : non so che dicono ma ricordauisi 
« entro Apollo » ; e pure alle parole greche : xaxòv 
5a(|iova (I, 7, 7) aggiunge: « nome greco: non so 
« che si dica », Per tutti i versi omerici citati 
da Valerio al cap, 7, § 3-4 del libro terzo, il chiosa- 
tore fa la solita avvertenza : « uersi grechi : non so 
« che si dicano » ; ma nello stesso luogo valeriano 
egli mostra altresì di avere una conoscenza assai 
vaga del poema di Omero che, secondo il suo giu- 
dizio, « con ingegno altissimo si sforzo di scriuere 
« la bella Elena », 

Nel Magi, II, i, 86 {a) la chiose finiscono al 
cap, II, § 5 del libro VI. con questa nota finale : « Nota 
« laude di Cato » ; \n b e e sono aggiunte tre nuove 
postille che spettano ai paragrafi 5-7: i) « Lettere: 
« Nota una lettera mandata da racchomandagione o 
« erano alleghagioni (i) per lo sanatore . seppe 



(i) In b: « di accomandagìone o siano alleghagioni », 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 189 

« ponpeo la leggie » ; 2) « lecito u e\ cioè non u'e 
« lecito di fare chontro a ponpeo sanza uostro 
« danno »; 3) ^ fede: cioè che ciascheduno (i) li 
« potesse dire quello che uolesse ». 

Le chiose del gruppo A, oltre ad essere molto 
più semplici e brevi che quelle dell'altra raccolta, 
sono anche assai meno numerose: un'altra differenza 
si avverte nella mancanza degli accenni personali, 
di erudizione letteraria e storica, e di un certo ca- 
rattere dottrinario e scolastico. Pochissimi autori 
sono citati e assai di rado : Silvio, Terenzio, Lucano, 
Persio," Giovenale, Q. Curzio. Questo è dunque 
da ritenere per un gruppo isolato di chiose che, 
aggregatosi al testo della redaz. A, precedette nel 
tempo e nella fortuna la seconda redazione del vol- 
garizzamento con l'annesso commentario, e per il 
suo carattere impersonale e per la semplicità del suo 
contenuto può essere facilmente assegnato ai primi 
anni del secolo XIV. 

Gruppo B. 

In questo secondo gruppo di chiose spira invece 
una continua aria di trecento comunale e letterato. 
Ma il commento ebbe scarsa diffusione e resta oggi 
in due soli de' codici fiorentini, il Palat. 762 (y), che 
n'è il suo più legittimo rappresentante, e il Pancia- 
tich. 58 (s), contaminato; e ciò si comprende bene, 
poiché il copista ch'ebbe a modello, per una parte 
del volgarizzamento, un codice della redaz. B, dovè 
pure avere sott' occhio le chiose del gruppo B che 
correvano insieme con quel testo. In y furono 
più tardi aggiunte le note del gruppo A, le quali 
si distinguono subito per la mano diversa e per 
r inchiostro più recente e sbiadito. 

Nella nota posta in principio dei due manoscritti. 



(i) b\ « ciascuno gli potesse ». 



I90 C. MARCHESI 



e da noi già riferita, il volgarizzatore avverte che 
le chiose sono opera di ' certi saui religiosi ' e che 
egli fu pregato di ' metterle sopra il testo '. Egli 
ebbe facihnente notizia del commentario A, e forse 
è l'autore di quelle note che cita rare volte con la 
semplice indicazione ' un chiosatore '. Nel corpo 
del nuovo commento è invece spessissimo ricordato 
il chiosatore, che alcuna volta è chiamato // frate, 
e in un punto ne è fatto il nome : -maestro Dionisio 
(T, c. 132''; £, e. 90'). E questi il famoso erudito 
Dionigi de' Roberti dal Borgo S. Sepolcro, frate 
agostiniano in Santo Spirito di Firenze (1). "Il suo 
commento originale latino su Valerio Massimo si 
conserva nel cod. Marciano, num. 1536 [mss. lat. 
fond. ant. 526], cartaceo, della fine del secolo XIV, 
mm. 296 X 225, di ce. 140 num., scritto a due co- 
lonne con rubriche e iniziali rosse (2). Riferiamo 
per intero il prologo del cod. Marciano, dov'è una 
chiara e gradita enumerazione delle opere fonda- 
mentali di cultura medievale in Occidente. 

Expositiones Librorum Valerii Maximi fratris dyo- 
nisii de Burgo Sancii Sepidcri ordinis fratrum 
heremitarum Sancii Augustini. 

Reuerendissìmo in Christo patri et domino speciali domino 
lohanni de Columna diuina prouidentia Sancti Angeli dia- 
cono cardinali frater Dyonisius de burgo Sancti sepulcri or- 
dinis patrum heremitarum sancti augustini cum subiectione 
et reuerentia filiali se totum | moralium philosophorum atte- 



(i) Un buon cenno biografico e letterario dette di lui 
G. VoiGT, // Rìsorgim. dell'ani, class., Firenze, 18S8, I, 
p. 450; II, p. 380. 

(2) Finisce il commento a e. 138' : « Per ipsam namque 
religio ueritatis tenetur et ipse deus insto seruitio colitur. 
In cuius cultu sincero eterna ulta promictitur in secula secu- 
lorum . Amen ». Più giù è una striscia rossa con fregi 
verdi, entro la quale si legge: « Paulus Lelli », e più sotto 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 19 r 

stante sentetitia ad uite humane precauendas insidias et ho- 
minum uersutias discernendas uirtus qua prudentia nominatur 
dignoscitur pre ceteris ymo conuincitur necessaria | ea si qui- 
dam clementissime pater falli non potest fallare non uult . 
homo sapiens scit qua uia agradi dabeat et cito agenda diiu- 
dicat I hinc praetarita mamorantur, dispansantur presentia pro- 
uidentur futura | ut uara tali uirtute dotatus . sit oculis cor- 
pus plenum intrinsecus et axtrinsecus ante et retro par totum 
ut prophetica uisio et Johannis reuelatio manifestant. Sane 
librum Valerii Maximi prò sua breuitate modernis obscurum 
temporibus nostris in quo relucent exempla et quodam modo 
singulari prudentia ipsa refulgant, daclarandum assumpsi ut 
legentibus clarum fiat quod difficile primitus apparebat. Hoc 
autem facere nullatenus potuissem nisi gesta romanorum et 
alieniganarum per antiquos autores diuarsis in locis narrata 
sedulo perlegissem | qui quod ipse Valerius breuiter, diffuse 
narrant et prolixe . quos ideo hic annotare curaui ut operi 
certior fides detur. Nec labor uidetur inanis tantorum te- 
stimonio comprobatus. Sunt autem predicti autores quos 
me necessario oportuit intueri Titus Liuius principaliter et 
agregii doctores Augustinus Gragorius Ambrosius et leroni- 
mus quorum dieta, maxime Angustiai libro de ciuitata dai et 
leronimi in cronicis et epistulis, fuerunt plarumque necessa- 
ria . quandoque etiam de Biblia et magistro historiarum et 
etiam de decreto et de lohanne Crisostomo aliqua prò malori 
declaratione propositi sunt accepta. Preterea hic inserta 
asserta sunt de Ugone libro de sacramentis, de Ysidoro libro 
ethyc, da Papia, da Uguccione, de Prisciano, de Josepho 
libro historiarum antiquarum, de Orosio, da Lactantio, da Ma- 
crobio, de Somnio Scipionis, de Policrato, de Suetonio, de 
Boetio, de Sedulio, de Cassiodoro libro uariarum, de Seneca, 
de Tullio, de Platone, de Aristotile, da Auerroy, de Auicenna 
libro naturalium, de Varrone, de Iure ciuili, de Vegetio, de 
Solino, de Plinio, de Frontino, de ulta philosophorum, de 
rhetorica Gualfredi, de Compoto, de Fabio historiographo, 
de Sallustio, de Paulo longobardorum historiographo, de In- 
stino et de Lutio Floro. Fuit etiam necessarium poetas 



ancora : « Hoc opus completum fuit per me Paullum quon- 
dam Lelli de Cosciaris da Urbe Romana sub anno domini 
Millesimo CCC'" LXXXXVI pontificatus domini Bonifatii pp. 
noni mense lunii ». Nelle due carte seguenti sono due 
indici della materia : di cui il primo di mano del secolo XV 
(e. 139), il secondo dalla stessa mano che scrisse il codice. 



192 e. MARCHESI 



inspicere sicut Virgilium, Lucanum, Horatium (i), Persium, 
Ouidium, luuenalem, Eustachium uenusinum qui sub nomine 
poete introducitur et Plautus Italie nominatur, lulium Celsum 
et eius poetriam, Statium et Alexandri historiam tam metrice 
quam prosaice scriptam. Insuper oportuit cronicas intueri 
ut cronicam Elinandi, cronicam Atheniensium hispanorum et 
gallorum ac etiam annalia romanorum quorum autor non ha- 
•betur, cronicam Patri Viterbiensis que pantheon appellatur et 
plures alios rerum gestarum et particularium narratores. 
Prefatum igitur opus, pater reuerendissime, uostro ingenio 
corrigendum submitto ut qui origine urbis dignitate orbis 
princeps existitis utriusque gesta uestri examinis discreto iudi- 
cio discernatis ac ex uarietate preterita presentia ordinando 
possitis futurorum notitiam arbitrari . et tandem feliciter uita 
usi {sic) illius qui laborantibus datur in premium et a quo la- 
boris initium et consumationis finem accepi possitis gloria so- 
ciari — ». 

Segue quindi il commento : « Urbis Romae etc. 
Valerius huic operi suo primo prohemium ponit... ». 

Le chiose volgari sono una riduzione del com- 
mentario di frate Dionigi, e il volgarizzatore vi ha 
lasciato la chiara impronta dell'opera sua, non sol- 
tanto nel ridurre, ma ben anco nel modificare ed 
ampliar la materia. Il commento, molto interes- 
sante e meritevole di speciale studio nella parte più 
genuina, è tutt' infuso qua e là di dottrina scolastica : 
ne basti 1' esempio della prima chiosa : « Li fatti e 

« li detti etc prohemio del libro nel quale fa due 

« cose : in prima pone quello di che intende di trat- 
te tare, cioè de fatti e detti de romani e degli stra- 
« nieri degni di memoria; poscia inuoca Octauiano 
« in suo aiutorio come un dio . quiui : Te adunque 
« a questo principio etc. Compiloe questo libro 
« Valerio, come è detto, sì che elli fue cagione effi- 
gi: ciente. La materia d esso tractato: le uirtudi 
« e li uizii degli uomeni. La cagione formale e 



(i) Nelle satire e nell'epistole. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 193 

« doppia : cioè, il modo del tractare, che e insegnare 
« brieuemente seguire uirtu e schifare uizii, pero che 
« quella onora col suo dire e quelli uitupera con 
« infamia condannandoli ; e la forma del trattato, 
« che sta ne la diuisione del libro. Come e detto 
« la cagione finale e acquistare uirtu e fuggire il 
« suo contrario. La cagione materiale tocca nel 
« suo principio . quiui: Li fatti etc. e dice electi da 
« nobili Autori, a dare a intendere eh elli non intende 
« qui trattare se non solamente quelle cose e aueano 
« scritte autoreuoli persone. La causa efficiente 
« tocca qui : Ordi?iai, cioè io Valerio. La finale 
« cagione tocca quiui : A ciò che piti brieue- 
« mente » (i). 

Alcune note hanno un chiaro intendimento critico 
della vita contemporanea, e il chiosatore, che deve 
essere fautore dei costumi tradizionali, non cela il 
suo mal animo verso la confusione politica dei reg- 
gimenti attuali. Es. (nota al cap. I, lib. I : tanto 
studio ...) : « questo exemplo e chiaro, dove si mo- 
« stra la solicitudine de Romani, la quale ebbono 
« uerso la religione, quando di si nobile citta, come 
« era Roma, uollono li loro nobili essere ammae- 
« strati da toscani ne sacrificio E nota lettore 
« che al tempo degli antichi Romani solo li Nobili 
« et huomeni uirtuosi regeuano la Republica ne le 
« cose spirituali e temporali. Oggi altrimenti » (2). 

Ma i richiami della vita contemporanea sono più 
spesso opera del volgarizzatore, che alcune volte 



(i) La nota originale latina è molto più ampia e diffusa 
in sottigliezze scolastictie. 

(2) Marc, e. 3*, col. 2": « Nota quod tempore antiquo 
« romanorum soli nobiles rem publicam spiritualiter ac tem- 
« poraliter gubernabant, unde solum nobilium filii in Tusciam 
« suo rito sacrorum percipiendo missi sunt, ut hic patet. 
« Sed haec consuetudo ad alios hodie transiuit ». 



194 C. MARCHESI 

ricorda, non forse scevro di malumore, talune consue- 
tudini politiche del governo comunale, come quando 
dichiara i responsi d'Apollo (lib, I, cap. Vili, p. 99 
ed. Vis.): « Come Apollo rende sauio consiglio a 
« coloro che pacificamente e di piano il cheggiono, 
« cosi lo rende intrigato e da non potersene guar- 
« dare a coloro che 1 uogliono per forza .... li 
« quali si possono dire non che riceuano il consiglio 
« ma che il rendano. Questo si fa tutto di ne 
« consigli delle citta di Toscana, che li consiglieri 
« sono costretti di rendere il consiglio ali arbitrio di 

« colui che 1 domanda ». E di tratto in 

tratto, per opera del volgarizzatore, appariscono raf- 
fronti e richiami di fatti, usanze, costumi contempo- 
ranei ; in una chiosa si legge (y, c. 36'") : « Mantello 
« e uno uestimento che portauano li philosofi, fatto 
« come quello che oggi portano quelli ydioti che 
« noi chiamiamo appostoli, che uanno sotto il nome 
« ma non coli opere de neri apostoli ». 

Una noticina curiosa è al cap. II del lib. VII 
(p. 486 ed. Vis.) dove si riferisce il detto di Anacarsi 
che ' assomigliaua le leggi alle tele de ragnoli ' : 
« propria figura e ben uera . che le tele de ragnoli 
€ sono si debili che non tegnono se non le mosche : 
« cosi queste leggi teneano li miseri pouerelli, ma 
« non li ricchi possenti : e questo s osserua ancora 
« nel presente tempo » (r, e. 182^); dove si vede 
che il volgarizzatore è troppo pessimista sui costumi 
del suo tempo : Dionigi avea detto alquanto diver- 
samente {Afarc, e. 91, col. i''): « Iste leges hominum 
« telis araneorum comparabat et bene subtiliter loque- 
« batur, quare sicut uidemus illas telas infirmiora ani- 
« malia et debilia retinere ut muscas et huiusmodi, 
« ualentiora nero transmictere et non detinere. Ita 
« his legibus humiles et paruos et pauperes constringi 
« sed diuites et prepotentes non alligari : gtiod dictum 
« Merum est in mala politia et in malo regimine sed 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 195 

« ubi bona uiget res publica non est ita, sicut quodam 
« tempore fuit in Roma in qua summa seruabatur 
« iustitia ». In qualche chiosa d'indole storica non 
mancano takme curiose giunte al commentario la- 
tino : così del ' tiranno Hierone ' si dice nel volgare : 
« Hyero fu Re in Cicilya ; infino che fu amico di 
« Roma fu detto Re : quando fu nimico fu detto 
« tyranno. Ma pur 1 autore il chiama tyranno 
« pero che in Cicilia non uiuono Re ma tyranni. 
« E cosi si conuiene a traditori ciciliani ». Altri 
ampliamenti del volgarizzatore sono manifesti per 
taluni ricordi personali esplicitamente dichiarati (li- 
bro I, cap. VI, p. 76 ed. Vis.: y. c. 15*): « Io toc- 

« chero etc questa e la seconda parte di questo 

« capitolo, ne la quale pone quattro exempli di fuori 
« di Roma. Il primo e che andando Xerse re di 
« persya con ismisurata hoste contro Grecia una ca- 
« ualla partono una lieure : prodigio significante fuga 
« della sua hoste. Jo uolgarizzatore o in una 
« hoste et in una caualcata in diuersi tempi ueduta 
« la lieure atorneare la gente de 1 hoste e de la 
« caualcata : e 1 una e 1 altra se n e uenuta in fug^a, 
« ma la prima con maggiore danno » (i). 

Qualche chiosa è palesamente aggiunta dallo 
scriptorc, eh' è lo stesso volgarizzatore, il quale so- 
vente manifesta la sua diffidenza per il commento 



(i) Marc, e. io', col. 2": « In exercitu proponit 

« exempla a Xerse rege incipiens, unde dicit in exercitu 
« regis Xersis persarum quem aduersus prouinciam Greciam 
« contraxerat, constai et manifestum est per autores, ut nar- 
« rat lustinus, partu eque leporem editum, quo monstri genere 
« euentus et exitus tanti apparatus significatus est . nani qui 
« mare classibus et nauibus, terram pedestri exercitu operuit, 
« ut fugax animai sicut est iepus regressu pauido atque timido 
« suum regnum repetere est coactus : nam in bello superatus 
« fugit ut timidus, ut dicit lustinus ». 



196 C. MARCHESI 



originale (i), e alcuna volta appare sollecito di col- 
marne e dichiararne le lacune. Laddove Valerio 
comincia a parlare del teatro (lib. II, cap. I, ed. Vis., 
p. 127) è posta un'avvertenza (t, c. 40''): « Questi 
« giuochi non discriue 1 autore pero che a quello 
« tempo erano manifesti: ne il chiosatore se ne tra- 
« uaglio di specificarli e pero un poco per grazia di 
« exemplo io altro scriuero .... »; e altrove (lib. III, 
cap. VI, ed. Vis., p. 229) a proposito di lussuria è 
detto (y, c. 83^): « Però che 1 frate nullo preham- 
« bolo fece ne 1 auctore alcuno exordio premise 
« piace a me scriptore uno pocolino da me muouere 
« la penna sopra il presente titolo .... ». Talora 
il volgarizzatore passa ad una vera confutazione della 
nota originale, come al principio del trattato vale- 
riano dove si discute della cronologia dell'opera, a 
proposito della dedica a Cesare, e contro il giudizio 
del chiosatore sostiene lungamente che Valerio « scri- 
vesse al tempo di Ottaviano », adducendone le pre- 
tese dimostrazioni storiche coi raffronti di varj passi 
della medesima opera. 

Talune note nel commentario di Dionigi rivelano 
alcuna profonda dubbiezza circa la precisa e sicura 
interpretazione del brano. Citiamone un esempio 
(lib, I, cap. I, § 5) : ^ E lo bisciuito d alcune minu- 
« Hssime cose che fu udito (red. B) : questa lettera 
« e da dìuersi diuersamente intesa . che la doue dice 
« biscanto alcuno dice stropiccio, e la doue dice cose 
« alcuno dice questioni: e chiosano cosi, che questi 
« due udìuano certi minuti piati in alcuno tempio, 
« et per che dierono impedimento all'ufficio de sa- 
« cerdoti perderono la dignitade doue erano. Chi 



(i) A proposito della identificazione di un Pompeo con 
il grande capitano dello stesso nome, dice (y, e. 78): « Io 
scrittore non credo la soprascripta chiosa essere nera », e ne 
dà le ragioni storiche. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 197 



« pone la lettera come e estima che costoro male 
« cantassono e con infamia d alcuno dio alcune cose 
« basse e uili : di che lo Dio indegnato diede per 
« risponso che i Romani non aurebbono uictoria 
« sotto il conducimento di costoro due ». Chi 
avea preferito la seconda interpretazione era stato 
appunto Dionigi {Marc, e. 4\ col. 2") : « occentus 
« que soricis: occentus proprie est sonus et cantus 
« sinister . nulla enim melodia et nullus sonus in 
« tempio esse debebat nisi prò laude deorum, et 
« quod iste sonus et clamor non erat in laude deo- 
« rum ideo ipsum uocat occentum et cantum sini- 
« strum, dicit nero soricis : sicut dicit Ugutio sorica 
« est ars argumentorum et proprie est questio parua 
« que extraordinarie tractari potest: quas cum in 
« tempio dictator audiret dictaturam perdidit ». La 
difficoltà è nell'intendimento della parola soricis che 
frate Dionigi scambia con soritis, inteso, forse per 
analogia con altre forme affini, come genitivo di 
sorites. 

* 
* * 

Fra gli autori citati tiene signorilmente il suo 
posto Dante Alighieri ; ma le citazioni dantesche 
furono introdotte più tardi, dal volgarizzatore : poiché 
esse non compariscono in alcuno dei commentari 
latini di Valerio, né in quello di Dionigi, né in 
quello di Benvenuto da Imola, compreso nel Mar- 
ciano 1908, che ci offre la redazione più completa 
dell' opera dell' Imolese. 

Le reminiscenze della Commedia divina vengono 
a portare fra tutto quel paganesimo disadorno e 
grave di vizj e di virtù, l'alito vivo dell'arte neola- 
tina e cristiana; né occorrono sole citazioni, ma tal- 
volta è una vera esposizione del concetto dantesco. 
Nel cap. VI del lib. IV l'episodio di Plauzio e di 



e. MARCHESI 



Orestilla suscita il ricordo di un amore immortale: 
Paolo e Francesca (y, c. 115O: « Et non dubito 
« etc. qui pone sua oppinione 1 auctore circa 1 anime 
« partite da corpi, alla quale più phylosofi s acco- 
« starono. Et uno nostro poeta seguendo quella 
« oppinione nella sua Comedia libro primo cap. V : 
« Io cominciai poeta uolentieri etc. doue recita 
« 1 amore di due cognati et loro insieme andare ad 
« una pena con uno disio . li quali furono consorti 
« d una morte . poi 1 auctore soggiugne uno suo 
« notabile per lo quale uuole mostrare che 1 fuoco 
« d amore molto consuma | doue e cessato d uscire | 
« 1 amato durante quella afifectione si che la morte 
« sia utile a porre fine a le temporali pene » (i). 

L'Alighieri è citato quasi sempre a sostegno di 
un concetto etico, e i richiami della Commedia ser- 
vono a dare una conferma d'arte, di pensiero, di 
storia cristiana all'antico esempio pagano. A canto 
di Valerio che vanta il favor di Pompeo, sorge Pier 
delle Vigne, il favorito dello svevo imperadore (li- 
bro IV, cap. VII; T, e. 121'): « Io Vallerio — Et 
« pero Dante poeta fiorentino (2) parlando in cotale 
« caso de la inuidia et inuidiosi et inuidiati nella 
« sua Comedia Capitolo XIII, Io son colui che 
« ì;enni ambo le chiaui . quiui: La meretrice che 
« 'tnai dall ospitio di Cesare non torse gli occhi 
« putti . morte e et comune delle corti uitio ». 



(i) Nel commento di Dionigi è questa nota [Marc, e. sS^ : 
« Nec dubito — nerba autoris dicentis nec dubito qui siquis 
« sensus modo extinctis inest fati consortiore Plautius et 
« Horestilla gestientes . i . gaudentes uultus tenebris intule- 
« runt . i . nunc simul gaudent . Saneque ubi est iddem et 
« maximus et honestissimus amor aliquando prestat . i . excellit 
« morte lungi quam distrahi uita . Simile uerbum dicit Augu- 
« stinus in quarto confessionum ». Segue quindi la nota 
all'altro passo Conshnilis affectus. 

(2) Il Panciatich. [e. 79*] ha invece: « uno moderno poeta ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 199 

Nuove citazioni occorrono di tratto in tratto in tutti 
i libri. A e. 35'" (r) son riferiti alcuni versi del 
canto VI del Purgatorio : « Atthena e Lacedemonya 
[sic) che fenno 1 antiche leggi .... », e al capitolo II 
del libro nono (ed. Vis., p. 625), là dove dice del 
' toro di rame ' e del ' risonante muglio ' de' con- 
dannati, è un'avvertenza (y, c. 230'): « Nota che 
« questo fu il bue Ciciliane come dice Dante: il bue 
« Qicilian che mugghio prima etc. ». Più in là, 
al cap. Ili dello stesso libro, il volgarizzatore si risov- 
viene del poeta a proposito di Semiramis (y, e. 233*), 
e altrove mostra tanta dimestichezza col poema di- 
vino da riferirne i versi senza alcuna speciale indi- 
cazione (lib. I, cap. VI, ed. Vis.; y. e. 15'): « P^'t' 
« le quali cose etc. non so se Valerio lo disse col 
« cuore questo motto . pero eh egli fu in quello 
« medesimo errore, se errore fu, et in quelle mede- 
« sirae armi che Pompeo . Ma conuiensi cosi 
«a quella pietra scema. Turpe est doctori 
« cum culpa redarguit ipsum ». 

* 
* * 

Nel Panciatich. le chiose finiscono del tutto al 
principio del libro sesto (e. 108'): lo stesso limite 
del gruppo A. Nel Palat. proseguono ancora, 
sparse e rare, pei restanti libri ; ricavate pur queste, 
tolte le citazioni dantesche, dal commentario di fra 
Dionigi. Evidentemente il volgarizzatore ci appare 
stanco dopo il quinto libro, stanco del testo che 
rifaceva e delle chiose che traduceva. Possiamo 
anche sospettare nello stato ridotto del primo com- 
mentario il motivo della dimezzata fatica; ma sia 
questa la ragione o sia il caso che abbia arrestato 
il volgarizzatore al principio del sesto libro, rimane 
assodato che una tradizione costante fissò, al se- 
colo XIV, nel sesto libro il limite dei commentari 



e. MARCHESI 



volgari valeriani. Il commento latino dì frate 

Dionigi prosegue intero per tutta l'opera e mantiene 
fino all'ultimo la sua proporzione. 

Le chiose del gruppo B, distese ne' primi anni 
del trecento, furon volgarizzate dentro la prima metà 
del sec. XIV : Dante è vivo o è morto da poco 
tempo, e nel Panciatich. egli è chiamato ' un poeta 
moderno '. 

Più recente fra tutti è il commento di Benvenuto 
Rambaldi da Imola, di cui si conservano oggidì 
parecchi manoscritti (i). Ho potuto esaminare il 
solo Marciano igo8 (mss. latt. fond. ant. 380), che, a 
giudizio del Valentinelli, è più completo degli altri e 
contiene forse la redazione definitiva del commenta- 
rio (2). Il codice è membranaceo, del sec. XV incìp. 
(a. 1406), mm. 242 X 185, dice, log a due colonne con 



(i) Cfr. Luigi Rossi -Case, Di maestro Benvenuto da 
Imola, Pergola, 1889, p. 146 sg. ; F. Novati, Per la biografia 
di Benvenuto da Imola, in Gior7iale storico della letteratura 
italiana, voi. XIV, p. 267 ; C. Cipolla, Antiche cronache 
veronesi, torti. I, Venezia, 1890, p. 512-513 n. (in Mommi, 
stor. pubbl. dalla R. Deputazione veneta di Storia patria). 
Il Lacaita [Beneventus de Imola Comenfuiu super Dantis 
Comedlam, T. primus, Fior., 1887, p. XL) ricorda un codice 
della Comunale d' Imola, con la data del 1416 : « Valerii 
Maximi dictortttn et factorum m^ernorabilium libri IX recollecti 
magistri Benvenuti de Imola », e un codice Ambrosiano 
del 1383, che, secondo il Novati (op. cit.), rappresenta la 
copia dei sunti fatti in iscuola, le Recollectae, come si diceva 
allora, di uno scolaro che aveva ascoltato Benvenuto a Bolo- 
gna, quando leggeva Valerio. Il Valentinelli {Bibliotheca 
tns. ad S. Marci Vetietiarum, Venet., 1872, tom. VI, pp. 26, 
29 e sgg.) illustra parecchi codici Marciani del commento di 
Benvenuto: i) M. lat. f. ant. 183 del sec. XV, che contiene 
il commento del primo libro e di parte del secondo ; 2) Ant. 
segn. 4 . X . XIX (p. 29), del sec. XIV excip. ; 3) Ant. segn. 
4 . X . XX, del sec. XV. Il Rossi (op. cit. p. 147) annovera 
lo Strozziano 59, e altri due codici di Venezia e di Padova. 

(2) Op. cit., p. 29. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



le iniziali de' libri miniate a colori. Nel prologo son 
poste in rilievo la ' proteruia ' e la ' ceruicositas ' 
de' romani descritti come gente pervertita, malvagia 
e prepotente ; segue una notizia biografica di Valerio ; 
finisce il commento a e. 109: « Nota quod Valerius 
« usus est magna cautela quia incepit librum a lau- 
« dibus lulii Cesaris et Augusti et in commenda- 
le tionem Tiberii dixit quod erat similis Cesari et 
« Augusto. Nunc finit in commendationem iusti- 
« eie Cesaris et Augusti . Amen. — Explicit expo- 
« sitio super Valerium Maximum secundum magi- 
« strum Benuegniutum de Jmmola eximium historio- 
« graphum . quam scripsi ego Guillelmus Cappellus 
« de Aulecta per me finita die sabati xiii° decem- 
« bris 1406 ». 

Che il commento di Benvenuto sia l' ultimo in 
ordine di tempo, lo dimostra la mancanza assoluta 
di alcuna sua traccia nei due gruppi A e B, cui si 
richiama invece evidentemente l'Imolese. Benve- 
nuto accingendosi a commentare Valerio ]\Iassimo è 
pieno di autorità, e di sicurezza: egli non si fa solo 
espositore della propria sentenza, ma ben anco, e 
assai spesso, critico dei precedenti chiosatori a' quali, 
secondo eh' egli lascia intendere più volte, riuscì 
' fortis textus quo ad sententiam et litteram ' ; e 
una volta (e. 4) ne avverte il lettore: « .... hic nota 
« lector quod est littera ualde obscura et peruerse 
« intellecta a multis qui[bus] historia est ignota » (i). 

iSIa veniamo ad accenni più determinati. Nel 
Prologo della red. B, il volgarizzatore dice di Valerio 
Massimo che « fu chiaro cittadino romano, non sola- 
le mente ornato di caualleria, .... ma ancora di 

« scienza » ; e Benvenuto si riferì pure a questa 
chiosa nel dar notizia di Valerio : « Ad primum 
« dico quod autor huius operis fuit Valerius Maxi- 



(i) In una nota al cap. I, lib. I, § 3 : Laudabile.... 



e. MARCHESI 



« mus. Ad quod est notandum quod aliqui dicunt 
« quod hic Valerius fuit de nobili et antiqua familia 
« Valeriorum que postea dieta est Coruina: quod 
« non credo quia ipse aliquid expressisset in aliqua 
« parte libri .p. Valerius non fuit uir tnilitai'is 
« nec exercuit se studio arniorum sed literarum », 
Il volgarizzatore del gruppo B, confutando a sua 
volta il testo di Dionigi, affermò che Valerio era 
vissuto sotto Ottaviano, ed alla sua opinione si con- 
trappone ora manifestamente l'Imolese (e. i*, col. i"*): 
« Non ergo scribit Augusto sicut quidam opinantur, 
« quod est manifeste falsum : quia ipse autor expresse 
« Tiberium, eius [gesta] et imperium in multis libris 
« et capitulis \_dicit? (i)], licet uideatur loqui de Au- 
« gusto uiuente . quod declarabo si et quando ad 
« fìnem perueniam ». Benvenuto dirige partico- 
larmente, com' è naturale, i suoi colpi al maggior 
comento di Valerio Massimo, quello di frate Dionigi: 
così, per es., nella nota al cap. I, § 4 del lib. I 
[Consimili ratione ....] egli avverte (e. 5", col. 2*): 
« Et est hic prenotandum quod aliqui ex ignorantia 
« unius uocabuli hic adducunt longam et uanam 
« fabulam dicentes quod isti {i sacerdoti flamini) 
« fuerunt de Romandiola prouintia .... » ; or appunto 
tale diceria aveva lungamente esposto Dionigi (2), 
e di questo e del suo volgarizzatore si riprende pur 
la interpretazione della nota parola soricis per sori'te, 
nel passo già citato: « occentusque .... uult dicere 
« breuissime in efifectum quod murmur muris audi- 
« tum tempori sacrifìtii extorsi t dictaturam Fabio 
« Maximo collatam sibi a populo . et quia multi 
« multa falsa et impertinentia dixerunt ideo ad 



(i) La lezione di questo brano è certamente lacunosa ed 
errata : ho supplito dicit che è necessario al senso e potè 
facilmente cadere dinanzi al seguente licet. 

(2) Marc, e. 4'- 4'. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 203 

« aperiendam litteram obscuram est prenotandum 

« etc » (i). 

Il cementatore, a differenza di frate Dionigi, badò 
pure a correggere la lezione del testo, quando ne 
credette sicuro l'emendamento; così egli, nel cap. I, 
§ I del lib. I [quo etiam ostentorum etc] giudica 
insostenibile la lezione qite di alcuni codici: « Et 
« hic nota quod aliqui textus habent : que et non 
« quo : quod non potest stare, quia tunc esset con- 
« trarium. Nam sacrifitia fiebant per prodigia et 
« non e contrario ». 

* * 

Nel 17 giugno del 1390 Pier Paolo Vergerlo 
annunziava ad un suo amico genovese la morte di 
Benvenuto da Imola, con parole che lasciano scor- 
gere, attraverso la fredda luce dei paragoni siderei (2), 
un'ammirazione sincera per colui che, fra tante vigilie 
teologiche e pagane di espositori e d' interpreti, avea 
pur saputo vegliare sulla più grande opera della 
civiltà cristiana. P. Vergerlo aggiungeva la notizia 
di un'opera incompiuta dell' Imolese: il commentario 
sopra Valerio Massimo, che doveva sopravvanzare 
in fama qualunque altro precedente lavoro di chiose : 



(i) Nel Comento dantesco (ed. Lacaita, Paradiso, XIII, 
voi. V, p. 107) Benvenuto manifesta senza reticenze il suo 
malanimo contro il precedente commentario di frate Dionigi : 
« Quidam Dionysius licei magtms philosophus et astrologus 
voluit coninientare Valeritivi Maximum et in mille locis quid 
dicat ignorai ». 

(2) La epist. fu pubblicata dal Novati (art. cit., loc. cit.). 
Ecco l' annunzio :, « Audiui beri illud summum eloquentie 
« sidus, Benuenutum de Imola, eclipsim passum, ita tamen 
« ut in se nuUum lumen amiserit, imo maius longe acqui- 
« sierit, si quid uirtuti post mortem debere credimus ; nobis 
« autem occultatum ». 



204 e. MARCHESI 



« Fama erat quod super libro Magni Valerii opus 
« nulli priorum cessurum cudebat, quod qui euentus 
« exceperit dubium est: creditur quod nondum in 
« totam personam exierat (i). Si quid super hoc 
« tibi notum fuerit, mihi scribe et amicum solare 
« moerentem ». 

Ma il Vergerio rimpiangeva forse un' opera né 
incompiuta né smarrita del maestro Benvenuto ; di 
cui può forse ancora il Marciano igo8 (2) attestarci 
la fortunata sopravvivenza dell' ultima fatica ; la 
quale, se cedette, senza alcun rispetto di « grama- 
ticha », al volgare del popolo il classicheggiante 
latino di frate Dionigi, ci die pure il più degno lavoro 
di comentario trecentistico su Valerio Massimo. 



APPENDICE 
I. 

Dalle « Exposizioni » di frate Giovanni Gallico. 
[Riccardiano 1382]. 

Della giustizia verso gV inimici — Cap. V, e. 113^. 

Gli antichi non ebbono solamente la giustizia uerso di se 
et alla republica, ma anchora 1 ebbono uerso gli loro nemici 
come narra Valerio, che essendo Chamillo ducha dell oste de 
Romani sopra alla citta di falleschi, la quale aveano asse- 
diata, uno maestro lo quale amaestraua gli figliuoli de mag- 
giori de la citta mostrando d andare a sollazzo chondusse 
quegli per inghanno nell oste de romani : et vegniendo innanzi 
al detto Chamillo disse : echo, io ti doe nelle tue mani gli 
figliuoli de maggiori de la cipta pegli quali averai la cipta. 



(i) Credo fermamente col Novati che sia questa la vera 
lezione; altri codici hanno: « doctani personam exierat », altri: 
« in taluni personam exuerat ». 

(2) E fors' anche l' Imolese ; cfr. Rossi -Case (op. cit., 
p. 146). 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 205 

Quando Chamillo ciò intese rispuose. Tu non se venuto 
ne a popolo ne a duce simile a te pero che tu se traditore et 
crudele forse credevi venire a crudele traditore chome tu 
se ; ma voglio che sappi che i romani anno leggie per pace 
et per ghuerra le quali vogliono che per giustizia s osser- 
vino non meno che per forza : le nostre armi non s adope- 
rano verso 1 età de fanciugli a quali, eziandio avendo vinto 
le cittadi, perdoniamo. Ma adoperiamle verso gli armati 
e verso gli Falischi. Tu veramente loro vincesti per tuo 
tradimento, et io romano gì intendo di vincere per forza et 
per virtude d arme et operazione et faticha. Et ciò detto, 
dispregiando il tradimento del maestro chomando che gli fos- 
sono leghate le mani drieto et fosse battuto chon verghe pe- 
gli fanciugli et chosi lo menassino nella cipta di loro padri : 
pella quale giustizia gli animi di quelli de la cipta furono 
più tosto vinti che peli arme. Et inchontanente aperte le 
porte ubbidirono ai romani. Anche chonta chome Macharo 
promisse al senato d avvelenare Pirro lo quale era nimicho 
de romani : el senato inchontanente mando ambasciatori a 
pirro dicendo che si guardasse da tradimenti di Macharo, vo- 
lendo che le ghuerre si vincessero per forza d arme et non 
per veleno. Et veramente lo senato chon equità penso che 
non sarebbe chonvenevole cholui uccidere chon veleno che 
aveva meritato di morire per arme. Et si narra anche nelle 
storie romane che 1 medicho di Pirro una notte venne a Fa- 
brizio et disse : se tu mi vuoi promettere di provedermi io 
ucciderò Pirro con veleno : et Fabrizio ciò udendo disse : pi- 
gliatelo leghatelo et menatelo a Pirro et ditegli quello eh egli 
pensava di lui. Allora Pirro disse : Quegli e il buono Fa- 
brizio, lo quale chosi si potrebbe mutare dalla lealtà come il 
sole dal suo chorso. Adunque se gli antichi ignoranti le 
leggie divine solo per amore della loro patria et per acqui- 
stare vana grolla al mondo, magioremente gli uiri christianì 
lo dourebbono fare per conseruare la diuina giustizia. Ma 
impercioche ciascuno intende al proprio utile et nonne al 
chomune bene la republica uiene meno. Si come dice Tu- 
lio : quando altri s apropria quello che dovrebbe essere cho- 
mune uenghono meno le chompagnie e chomuni. 

Cap. VI. — della giustizia. 

Narrato di sopra degli essempli della giustizia in genere 
conviensi dire della giustizia ispeziale. Cioè quanto alle 
parti della giustizia dividesi la giustizia in severità et libera- 
lità. Si chome si dice nell amaestramento de Filosofi . Et 



2o6 e. MAR CHESI 



dicesi severità e virtù la quale vendicha le ngiurie chon debito 
tormento. Di questo di sopra sono detti gli essempri. Li- 
beralità e virtude largitrice di beneficii, la quale quanto al- 
1 effetto e detta benignità e per lo effetto e detta beneficen- 
zia . et questa virtù chonsiste tutta in dare altrui. Et quanto 
ella fosse negli antichi pegli loro fatti si mostra. Scrivesi 
nelle istorie romane della liberalità di Tito imperadore lo 
quale aveva ordinato che nessuno lo quale andasse dinanzi da 
lui per grazia non si partisse sanz essa o sanza isperanza 
d averla. Ed essendo domandato da suoy amici perche 
promettea più che non potea rispuose : pero che non si chon- 
viene nessuno partirsi tristo da faccia di re. Et ricordan- 
dosi lo detto Tito alla sera che il di non avea fatto alchuno 
dono lagrimando disse: o amici, questo di o io perduto. 
Della liberalità d Alexandro dice Senacha che uno doman- 
dandogli uno danaio egli gli dette una cittade e dicendo egli : 
messere non sono degnio di tanto dono, rispuose Alexandro 
io non churo di quello che a te si chonviene di torre ma 
quello che a me si chonviene di fare. E di lui medesimo 
dice Senacha che promettendogli una citta la meta de beni 
de cittadini rispuose : io non venni in Africa per torre quello 
quello che voi mi volesti dare, ma perche voi avesti quello 
che io vi volessi lasciare. El chontrario e di molti gli 
quali truovano ghavillazioni per non dare a chi loro domanda: 
i quali sono simili a quello Antichono del quale parla Sena- 
cha che domandandogli un povero un talento disse: troppo 
sarebbe a darlo a uno tuo pari. Et quegli allora disse: 
datemi uno denaio . ed egli disse : non si chonverrebbe a me 
che sono re dare chosi poco . trovando ragioni per non dare 
ne 1 uno ne 1 altro : che ragionevolmente chome re doveva 
dare lo talento et siccome a povero lo denaio. 

Anche dividendo la giustizia dice Macrobio . giustizia e 
chonservare ad altrui quello che e suo proprio dalla quale pro- 
cede innocenzia amista choncordia pietà religione . humilita . 
siccome appare ne facti degli antichi et come la giustizia fosse 
in loro secondo le dette parti. Truovasi di Tito imperadore 
che vegnendo a morte disse che non si ricordava mai avere 
fatto sennonne una chosa di che e si pentesse, quella non 
volse dire et pero morendo si dolca dicendo morio ingiusta- 
mente. Narra Solino che nell isola Abremane nella legione 
de re non si chiamava per nobilita et ricchezza ma elligiendo 
lo popolo huomo vecchio et savio e che non abbia figliuoli 
accio che reame non sia per reditaggio. E ss egli e trovato 
in alchuno pecchato o fallo el popolo luccide. Dell amista 
et chonchordia chome gli antichi 1 amavano pegli loro fatti 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 207 

si vede . dicendosi che niuna chosa e più utile alla cipta che 
la concordia . et per avere amista et chonchordia sollicita- 
mente a ciò pensavano. Et leggesi che assediando Aniballe 
Chatellina per chonseruare 1 amore de romani soffersono tanta 
fame che si vendeva lo topo e danari e cholui chello vende 
mori de fame. Et simile narra Valerio della vera amista 
pognendo essempio di due amici cioè Amone et Phytia de 
quali volendo dionisio tiranno uccidere 1 uno, adomandando 
tanto termine che potesse andare alla sua terra per ordinare 
i fatti della sua famiglia et promisse di lasciare per istaticho 
lo chompagno chosi fece ; appressandosi il di del termine et 
non ritornando era da ogni gente tenuto matto et stolto es- 
sere entrato per cholui che dovea morire. Ed egli confi- 
dandosi della vera amista non temea anzi istava senza paura 
dicendo eh era certo che tornerebbe. E stando nell ora 
ordinata torno. E quando Dionisio tiranno ciò uidde e 
tanta fermezza damore ebbe pietà e perdonogli e preghollo 
che voleva essere terzo tra tanto amore. L amista deve es- 
sere vera. L amista si diuide in tre parti. Cioè o 1 uo- 
mo ama per bene o per utile o per conueneuole. Et si 
come disse il sauio, quella e vera amista la quale e per bene 
onesto e Onesta et virtù fanno amista. Si come Tulio 
dice : la virtù choncilia 1 amista e quella chonserva. E 

Solomone dice : 1 amicho fedele e protezione forte et chi ae 
uno amico a grande tesoro. Ma quando 1 amista e solo 
per utile allora non basta e dicesi quello chotale amicho da 
mensa et al bisogno non si truova. E pero gli antichi so- 
leano dipignere gli servigi accio che sempre gli uomini n aves- 
sino memoria. E quella e vera amista che al bisogno ista 
ferma. E perciò si dichono quegli antichi uersi : quando 
la fortuna e prospera molti si truouono amici ; et quando el- 
1 e chontradia li fitizii et simulati amici tutti fughono. Et 
non solamente 1 amista perfetta era negli antichi ma aveano 
piata la quale sechondo che dice santo Aghostino pietà e chol- 
tura d iddio ; pero che pietà non può essere in uomo che non 
sia amicho d iddio cioè che debitamente ogni piatoso e ami- 
cho di dio. Gli antichi eziandio che non avessono chono- 
samento del vero iddio solo pella choltura degli iddii feciono 
leggie che quella pena era di fare disonore al padre che 
agi iddii. E romani dopo la grande isconfitta eh ebbono 
d Aniballe, laove quasi tutti gli buoni romani morirono, per 
pietà chomandarono che le donne loro andassono tutte ve- 
stite di pannolino biancho. Et chosi andassono a sacrificii 
agli iddii e quelle chosi diuotissimamente andarono per pietà. 
Anche dice Valerio che sagrifichandó Alesandro agli suoy 



2o8 e. MARCHESI 

iddiy uno giovane tenea il terribile chelloncenso (i) e chaden- 
dogli uno charbone di fuocho in sul braccio lo quale arse i 
panni e la charne e per non impedire il sagrificio istette 
fermo tanto che 1 sagrificio fu fatto andando il fummo al 
naso di tutti quegli che u erano presenti. 

Della piata et umiltà. — Cap. VII. 

Della piata et umiltà eh ebbono gli antichi quanto ella 
fosse pegli loro facti si truova ; et recita Elinando di Traiano 
imperadore che essendo chon tutta la sua chavalleria per an- 
dare nell oste una vedova gli prese il freno et disse : Si- 
gniore mio, io ti domando giustizia di choloro che m anno 
morto il mio figliuolo sanza chagione. Dicendo Traiano : 
alla mia tornata io ne faro vendetta. Ed ella disse : o se 

tu non torni? Rispuose Traiano: chi fia dopo me la 

farà ; allora ella disse . che grolia a te 1 altrui ben fare ? tu 
se tenuto di ciò fare ; e sechondo che tu farai riceverà. 
Onde per queste parole mosso e sciese dal chavallo e disa- 
minato il fatto fece giustizia et vendetta della morte del 
figliuolo della vedova donna ; pella quale giustizia gli romani 
feciono in Campidoglio una statua a suo nome ; e nel se- 
nato fu iscritto chome nessuno fu mai più bene aventuroso 
d Aghusto. Cosi e Traiano il migliore. 

E di lui si leggie anche che chavalchando un suo figliuolo 
per Roma uno chavallo indomato uccise un figliuolo d una 
vedova, di che Traiano per ammenda diede alla detta vedova 
lo suo proprio figliuolo in ischambio del morto. Et cho- 
mandogli che fosse ubbidiente chom era il suo figliuolo. 



II. 

[Palatino 762]. 

Libro primo di Vallerio Maximo et Capitolo primo 
della Religione. 

Li nostri maggiori uoUero che 1 ordinate e solenni feste 
et obseruanze secondo la disciplina toscana si facessono, mossi 
a ciò da la scienza de pontefici e da 1 autorità di ben fare 
le cose e da lo obseruamento degli Auguri e da lo predici- 
mento de li sacerdoti d Apollo cacciati li libri de portenti. 



(i) Leggi: « il turibolo con l'incenso ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 209 

E secondo 1 ordinamento antico si da opera a le cose 
diuine, quando alcuna e da comendare si fa con priegho, 
quando e da adomandare si fa con boto . quando d alcuna 
cosa e da inchiedere che dessa fia s inchiede in partito o ne 
le interriora degli animali o ne le sorti . quando alcuna cosa 
si dee compiere con solenne costume allora si fa con sacrifi- 
cio col quale le significazioni de li ostenti e de le folgori si pur- 
gano (i). Tanto studio fu negli antichi non solamente d os- 
seruare la religione ma etiandio di sciampiarla (2) : che, es- 
sendo la nostra citta fioritissima e richissima, X figliuoli di 
principi Romani furono dati per ordinamento del Senato a X 
popoli di Toscana per cagione d imparare la doctrina de sa- 
crificii. E pero eh egli aueano ordinato di fare reuerentia 
a la dea Cerere al modo greco andarono a Veglia la quale 
terra non auea ancora nome di cittade per una Sacerdotessa 
chiamata Calcitana o come altri dicono Califena . a ciò che non 
falisse sauia sacerdotessa a le solennitadi de l'antica dea. 
Et auendo in Roma bellissimo tempio di questa dea, pero 
che furono amoniti per cenno greco (3) ne li libri di Sibilla 
che riconciliassono 1 antichissima Cerere, ad humiliarla man- 
darono XV huomeni ad Herna pero che credeano che quiui 
fossono prima trouati li suoi sacrificii. Li nostri imperadori 
auute le uictorie spesse uolte andarono a Pessimido a la ma- 
dre de li dii a pagare li boti che fatti aueano. Metello es- 
sendo sommo pontefice, con ciò fosse cosa che Postumio 
consolo e sacerdote di Marte andasse a fare guerra in Affrica, 
li impuose pena che non si partisse da le cose sacre e non 
lo lascioe uscire da la cittade. E 1 sommo imperio del 
Consolato ubidie a la Religione. Non parea a Metello che 
Postumio si mettesse in sicuro d entrare ne le battaglie di 
Marte, lasciando gli altari e soilennitadi di quello medesimo 
dio. Laudabile fu la religiosa ubidienza del consolo, ma 
più fu da pregiare quella di due consoli in somigliante cosa. 
Da Tyberio Gracco mandate de la provincia lettere al Colle- 
gio degli Auguratori, significo loro che leggendo il libro che 
appartenea a le cose sacre del popolo, s accorse che 1 Ta- 
bernacolo malitiosamente era stato occupato ne la electione 
de nuovi consoli che elli medesimo auea fatta. Quella cosa 
dagli Auguratori raportata al Sanato, per comandamento del 



(i) purgantur legge il volgarizzatore in luogo di procu- 
rantur, o è forse uno sbaglio dell' amanuense volgare. 

(2) Testo latino : amplificandae ; A : accrescerla. 

(3) nutu greco in luogo di gracchano tumultu. 



e. MARCHESI 



Senato Gaio Pigolo di Gallia e Scipione Nausica di Corsyca 
nuovi consoli tornarono a Roma e rinuntiarono al Consolato. 
Per simile cagione Publio Celio, Marco Cornelio, Gneo Ce- 
tego e Gaio Claudio, pero che poco diligentemente mossero 
le interriora degli animali a li sacrificij degli Dii immortali 
in diuersi tempi et uarie guerre, comandati furono e costretti 
di partirsi da flamineo (i). Ma a Suplitio fu tolto il preue- 
datico \'i) pero che gli cadde di capo il cappello quando sa- 
crificava. E lo biscanto di minutissime cose che fu udito 
fue cagione per la quale fue disposto Fabio Maximo de la 
dignità de la dittatura e Gaio Flamineo de la capitaneria de 
Caualieri. Da agiugnere e a questi quello che seguita, 
degna cosa parue a Publio lucingo sommo pontefice che una 
uergine monaca di Vesta fosse rimossa da la guardia del 
fuoco di Vesta perche una nocte fu poco diligente guardia de 
lo ecterno fuoco. La deytade di Vesta diede amaestra- 
mento ed Emylia uergine per lo quale ella fu sicura da ogni 
riprensione. Spento il detto fuoco ed Emylia adorando, con 
ciò fosse cosa eh ella ponesse in su la cenere uno optimo 
uelo eh ella auea, di subito salie la fiamma. Non e dun- 
que marauiglia se per accrescere e guardare lo imperio di 
Roma e suta cosi pertinace la benignità delli dii sempre in 
ueghiare. Con ciò sia cosa che con tanta sotilissima cura 
sieno esaminati etiandio picolissimi punti di Religione . per- 
che non e da giudicare che la nostra citta mai auesse gli oc- 
chi suoi dilungati dal diligentissimo coltiuamento de le cose 
sacre. Ne la quale citta con ciò fosse cosa che Marcello 
quinta uolta consolo uolesse per debito de suoi uoti consa- 
grare uno tempio alli Dii honore e uirtute, pero che prima 
Clastidio poi Seragusa auea uinto, fu impedito dal Collegio 
de pontefici. Il quale collegio disse che non si potea di- 
rictamente hedificare una capella a due dij . pero che po- 
trebbe adiuenire che se alcuna mariuiglia adiuenisse in quella 
non si conoscerebbe al quale de detti Dij si douesse fare la 
riuerentia, e che non si solea sacrificare a due Dij insieme, 
se non a certi dii. Et per questa cotale amunizione de 
pontefici fatto fu che li templi d onore e di uirtu furono 
diuisì 1 uno da 1 altro. Marcello a ciascuno puose la sua 
statua : ne 1 autorità del magnifico huomo impedie il collegio 
de pontefici, ne la cresciuta spesa impedie Marcello, perche 



{ 



(i) Testo latino : flaminio \ A: da lo officio del sacerdo- 
taiico. 

(2) Testo latino: sacerdotium; A: l'ordine sacerdotale. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



suo ordine e sua obseruanza non fosse reduta a la Religione. 
Lutio Furio Bibaculo strito da tanti nobili huomini consola- 
reschi si scuopre et appena dopo Marcello trouoe luogo 
d exemplo doue egli stesse. Ma non gli si dee torre la 
laude et frodare del pietoso suo e religioso animo. Il quale 
essendo pretore con eia sia cosa che comandato li fosse dal 
suo padre preposto del Collegio de Sacerdoti psalii, al quale 
precedeuano VI sergenti, portoe lo scudo Ancyle, aduegna 
eh elli se ne potesse scusare per lo priuilegio della sua di- 
gnitade. Sempre la nostra citta tutte le cose mise dietro 
a la Religione etiandio in coloro nelli quali ella uolle che 
fosse adornamento di sommo imperio. Per la qual cosa 
gì imperadori non dubitarono di seruire a le cose sacre giu- 
dicando di douere auere per lo tempo eh era a uenire reg- 
gimento de le cose humane, se bene e fedelmente seruissono 
a la diuina poteiitia. La quale discretione d animo e 

conuersata (i) ancora nel petto de le priuate persone. Presa 
la nostra citta da Galli con ciò sia cosa che 1 sacerdote di 
Quirino e le uergini di Vesta se ne portassono le cose sacre, 
diuiso tra loro il peso, passate ponte Sublitio et per la chi- 
nata che uà al Gianicolo cominciando a discendere, Lutio 
Aluano il quale auea uno carro in sul quale ne portaua la 
moglie e figliuoli, uedendo questo s accostoe più a la publica 
Religione che a 1 amore de la sua famiglia e comando a li 
suoi che scendessono del carro e postoui su le uergini e le 
cose sacre, lasciato il suo camino le ne portoe al castello 
Cerere, doue con somma reuerentia riceuute. La gratiosa 
memoria testimonia infino al di d oggi 1 umanità di quello 
riceuimento . quindi fu ordinato che li sacrificii si chiamas- 
sero cerimonie . pero che li Ceretany essendo spezato lo 
stato de la Republica cosi le riuerirono come li aurebbono 
riuerite inanzi, quando quella fioria. Et quello carro uil- 
lesco e diserrato in tempo di bisogno pigliando le cose sacre 
o aguagloe o auanzoe la fama di ciascuno carro triumphale. 
In quella medesima tempesta de la Republica Gaio Fabio 
diede con le sue spalle menioreuole exemplo d osseruata 
Religione. Assediando quelli di Gallya il Campidoglio, a 
ciò che non s interrompesse 1 usato sacrificio per Io stato 
de la gente Fabia, Gaio alzato a la Cabina (2) con le mani e 



(i) Testo latino: Quod animi iudiciuni .... uersatum est; 
A', s' è ritrovato. 

(2) Testo latino : Cabina ritti cinctus ; A : alzato a guisa 
di sacerdote Gabinio. 



e. MARCHESI 



con gli omeri porto le cose sacre e per mezzo li nimici si 
andò in sul poggio Quirinale. E fatta quiui tutta festa so- 
lennemente in Campidoglio, dopo la diuina honoranza de le 
uincitrici armi quindi si come fosse uincitore tornoe. Gran- 
de cura di conseruare la Religione fu auuta apo li nostri Mag- 
giori. Essendo consoli Publio Cornelio e Bebio Pamfilo, 
nel campo di Lucio Peti Ho seruiano sotto Gianicolo lauora- 
tori cauando terra molto a fondo . furono trouate due arche 
di pietra, delle quali la scriptura dell una dicea che quiui 
era il corpo di Numa Pompilio e che nell altra erano riposti 
li libri Latyni VII . de la ragione de Pontefici e altrettanti 
libri greci de la disciplina de la sapientia. Vollono che li 
latini con grande diligentia si conseruassono ; ma li libri 
Greci, pero che parea che in alcuna parte s appartenessono a 
dissoluere la Religione, Petylio pretore urbano per autorità 
del senato facendo fare uno fuoco a li Ministry del Sacrificio, 
in presenza del popolo gli arse. Non uollono gli antichi 
che alcuna cosa s obseruasse in questa cittade per la quale 
gli animi degli uomeni si ritraessono da la reuerentia de li Dii. 
Tarquino Re fece gittare in mare Marco Tuljo cuscito in uno 
cuoio, pero eh egli essendo diumuiro corotto per pecunia 
diede ad assemplare a Petronio Fabio il libro che contenea 
li segreti de le cose sacre cittadinesche (i), il quale libro era 
commesso a la sua guardia . e quella generatione di tormento 
molto poscia per legge fu fatta a li patrycidi. E certo giu- 
stissimamente pero che con pari uendecta e da purgare 1 of- 
fesa de li dii e quella de li padri. 

Ma in quelle cose che pertengono a guardia de la Reli- 
gione non so io se Marco Actilio Regolo auanzoe tutti. Il 
quale di nobilissimo uincitore eh egli era condotto a la mi- 
serabile fortuna di prigione per li aguati di Asdrubale e di 
Xantippo, duca di Lacedemonya, e mandato ambasciatore al 
Senato et al popolo di Roma, a ciò che per lui solo e uec- 
chio si scambiassono più gioueni presi d' affrica . dato da 
lui il consiglio in contrario si ritorno (2) a Cartagine e si sa- 
pea elli bene eh elli tornaua a li duo crudelissimi suoi nimici 
e meriteuolemente nimici . ma fecelo pero eh elli auea giu- 



(i) I codici hanno: secretarimn civilium, emendato dal 
Kempf in : secreta rituunt ciuiliimi. Il testo del volgariz- 
zatore aveva semplicemente : secreta ciuiìiuni, come il cod. 141 
della Capitolare Veronese. 

(2) Il testo latino del volgarizzatore aveva dunque rediit, 
in luogo delle lezioni comuni petit o petiit o repetiit. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 213 

rato che se lì loro prigioni non fossero rendati elli torne- 
rebbe a loro. Per certo li Dii immortali poterono mitigare 
la fiera crudeltà, ma elli soffersoro che li cartaginesy usas- 
sono li loro costumi a ciò che la fama d Atylio fosse più 
risplendente, douendo essi dii radomandare ne la terza guerra 
cartagynese col disfacimento de la loro cittade giusti tormenti 
di coloro per quella religiosissima anima crudelmente tor- 
mentata. Quanto fue il Senato de la nostra cittade più 
reuerente uerso li Dij, il quale dopo la pestilenza di Canni 
ordino che passato il trentesimo di le donne non stendos-- 
sono il corrotto, a ciò che li sacrifici di Cerere si potessono 
perfectamente fare . pero che quasi la maggior parte degli 
uomeni di Roma giacendo nel maledetto e crudel terreno 
nulla casa era sanza parte della tristizia. Adunque le ma- 
dri le figliuole le mogli e le serocchie de li nouellamenti uc- 
cisi, forbite le lagrime e lasciate le insegne del dolore, furono 
costrette di uestire candida uesta, e dare incenso agli altari. 
Per la quale fermezza di mantenere la Religione gli dij si 
uergognarono d incrudellire più contro quella gente la quale 
per acerbità delle riceuute ingiurie non si poteo torre dal col- 
tiuamento di quelli. 



III. 

L' " Agricoltura " di Palladio. 

La letteratura medievale fu essenzialmente utili- 
taria: delle opere antiche essa ritenne ciò che potea 
riguardare e proteggere i beni del mondo e la feli- 
cità celeste ; il valore artistico esulò dalla ricerca e 
dall'apprezzamento. E a canto di quelle opere, 
cui l'esclusivo carattere pratico assicurò la fortuna 
e r integra trasmissione per tutti i secoli dell'evo 
medio, appare il compendio che spoglia l'opera di 
ogni suo intrinseco merito artistico riducendola alla 
più stretta funzione didascalica. Così Palladio si- 
gnoreggia fra tutta la produzione georgica romana 
e di Livio non ebbe fortuna che un compendio. 

Tra r amore delle cose terrene e celesti la scuola 
conservò pure una vena di coltura che gli studj 



214 e. MARCHESI 

retorici in occidente mantennero sempre viva, e l'im- 
petuosa corrente degli studj scientifici in oriente 
accrebbe a dismisura verso la fine del medio evo. 
Ma, ripetiamo, il grande valore estetico, per cui le 
opere della classica antichità poterono esercitare più 
tardi una suprema efficacia, restava allora occulto 
di mezzo all'angusta continuità ideale che congiunge 
per così ridotti legami la letteratura pagana alla 
cristiana. Ma l' arte è tal cosa che vive con gli 
uomini, se pure non trova in un millennio un' ade- 
guata espressione letteraria ; e tutte quelle vene sot- 
tili d'osservazioni scolastiche e dottrinali, che nel 
medio evo pare trattengano la schietta e bella espres- 
sione della imagine naturale ed umana, prorompe- 
ranno tosto nel più grande poema delle nazioni. 

Tra gli scrittori di agricoltura Palladio ebbe la 
maggiore fortuna, e l'opera sua, popolarissima in 
tutto il medio evo, fece cadere in dimenticanza uno 
scrittore ben più meritevole, Columella : il cui trattato 
de re rustica fu da Palladio ridotto a compendio e 
reso più accessibile agli uomini di mestiere. 

L' Agricultura di Palladio godette nel secolo 
XIII di grande nominanza fra i dotti, e Vincenzo 
Bellovacense l' adoperò spesso nella parte agricola 
del suo Spcculum doctrinaìe (VI, 16-149); "^'^ "^1 
secolo XIV, da prima ampiamente adoperata dal 
bolognese Pietro de Crescenzi, pervenne al maggior 
grado di diffusione popolare con una doppia tradu- 
zione nel volgar di Toscana. 



* * 



Il volgarizzamento A^VC Agricultura già promesso 
per le stampe dall'accademico Bastiano de' Rossi, 
fu pubblicato per la prima volta in Verona, nel- 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 215 



l'anno 18 io (i), dall' ab. Paolo Zanotti, il quale pose 
a fondamento della sua edizione una copia del Ric- 
cardiano 2238 insieme con le varianti del Segniano 
XII e del Davanzatino, eh' è il Magliabecchiano II, 
II, 92 ; egli ebbe pure una conoscenza assai vaga 
dei due Laurenziani 43 12 e 43, 28. 

Dei codici fiorentini, che contengono questo vol- 
garizzamento, diamo intanto una breve notizia, se- 
guendo r ordine cronologico. 

i) Riccardiano 22 j8, membr., della prima metà 
del sec. XIV, mm. 252 X 173, di ce. 98 num., mod., 
scritto molto nitidamente. A e. 2" ine. : « Cho- 
minciasi chi illibro di palladio . Rutilio tauro emi- 
liano . huomo chiarissimo dogne chosa di latwrio di 
terra. Capitoli soprai generale amaestramento de 
la terra, ed altri generali amaestrame^iti. Ciò e 
de la prima parte di questo libro ». A e. 96'': 
« Explicit tractatus palladij de agricultura ». Se- 
guono due sonetti e un estratto da Cicerone, 
« Tulius in primo officiorum », in lode dell'agri- 
coltura. 

2) Magliabcch. II, II, 92 [vecch. colloc. ci. XIV, 
n. 55], cartac, sec. XIV-XV, mm. 288 X 220, di 
ce. 84, di cui le ultime quattro vuote, coi titoli e le 
iniziali in rosso. Nel margine inferiore della prima 
carta si legge : « di Bernardo Davanzati » . Sulla 
prima pagina di custodia è attaccata una striscia di 
carta nella quale il possessore annotò : « Questo 
testo è copiato da uno assai antico e di esso ritiene 
da per tutto manifesti vestigi, ma o per difetto del 



(i) Volgarizzamento di Palladio, testo di lingua la prima 
volta stampato, in Verona, per Dionigio Ramanzini, 1810. 
Una ristampa dell'edizione veronese fu fatta a Milano, Silve- 
stri, 1853. Di questa edizione fu già dato poco favorevole 
giudizio nel Giorn. storico della letter. Hai., voi. XVIII, 
P- 337 n. 



2i6 e. MARCHESI 

copiatore o per qualsiasi altra cagione è sparso di 
mancanze e di scorrezioni e spesso non corre il senso. 
Con tutto ciò è un testo da farne molto caso e da 
cavarne molto utile e da citarsi la sua autorità poi- 
ché in esso si conserva un notabile avere di nostra 
favella. Di questo testo appunto ragiona il card. 
Salviati ne' suoi Avvertimenti ». Inc. : « CapS' 
primo degli ad?naestrame7iti in gienero dellauorio 
della terra e chome non chon troppa sottilitadc di 
parole si dee informare il lauoratore ». Fin. a 
e. 80' : « Explicit tractatus palladi] de agricultura. 
Amen ». 

3) Medie.- Laurenz. Plut. 43, cod. 12, cartac, 
sec. XV, mm. 280 X 204, di carte scritte 117. 
Inc. : « Comincia il libro di palladio rutilio faterò 
emiliano huomo chiarissimo della agricoltura della 
terra ». Segue l'indice delle rubriche del primo 
libro ; a e. 3'' : « Capitolo primo . degli amaestra- 
menti in genero della agricoltura et come [con] non 
troppa soctilità di parlare si debbe auisare et fare 
chauto il lauoratore ». In fine è questa soscri- 
zione del copista: « Expliciunt sinonime palladij | 
finito questo di XXII agosto MCCCCXLIII — per 
me lachopo di baldo di barone baducci pp.° di 
Ghuardistallo citadino fiorentino laus deo ». Nei 
margini si leggono qua e là delle note che servono 
a indicare semplicemente il contenuto del testo o 
sono aggiunte personali del trascrittore o di un let- 
tore ; per es. a e. XIIII' su quanto dice Palladio per 
la costruzione della colombaia è questa nota al mar- 
gine : « Ad me disse un prete docto auer prouato 
che a un paio di colombi che figlino uolando fuori 
basta r anno tre stala di panico miglio faue saggina 
o neccie a misura di firenze. Intendendo di co- 
lombi grossi » ; altrove è citato Piero Crescejitio. 

4) Medie- Laurenz. Plut. 43, cod. 28, cartac, 
sec. XV, di ce. 60 num., con iniziali e titoli rubri- 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 217 



cati. Inc. : « Cominciasi qui illibro di palladio 
rutilio tauro emiliano chiarissimo del lauorìo di 
terra. Chapitolo primo sopra gtenerale aìuacstra- 
mento dalla terra et d altri gienerali aniaestrajnenti 
cioè della prima parte di questo libro ». Segue 
l'indice dei capitoli del primo libro. Finisce il 
testo a e. 8g'": « Explicit trattatum palladj de chol- 
tura deo gr alias ». 

5) Riccardiano 1646, cart., sec. XVI ine, mm. 
280 X 215, di ce. 160 mod. num., di cui bian- 
che le ultime due, con iniziali a colori. Inc. : 
« Libro generale delti Adrnaes tranienti della terra . 
Capitolo Primo. Palladi]' Rutilij Tauri Emiliani 
de Agricultura ». Finisce il testo a e. iss"": 
« Zenobij Bartholini opti?natis JiorentÌ7ii — Bartho- 
lomaeus Philiarchus Pistoriensis scripsit » ; seguono 
le « Expositioni di alchuni vocabuli di Palladio » e 
il noto estratto da Cicerone « Tullius primo ofìficio- 
rum ». In fine: « Zenobij Bartholini v.tt.\ twv ^(Xwv ». 

6) Segniano - Latirenz. 12, cartac, sec. XVI, di 
ce. scritte 127. Nel primo foglio membranaceo di 
custodia si legge il ricordo di una invasione di bruchi 
che nell'anno 1474 distrussero, in città e nel contado, 
tutto il prodotto. Seguono nel secondo foglio 
insieme con un sonetto su Palladio alcune istruzioni 
intorno alla pollicultura. Finisce il testo a e. 126' : 
« Finis et laus deo immortalj per me lohannem 
batistam Signium . Die calendis Maij ab Incarna- 
tione MDXXXII » ; vengono dopo alcune regole 
pratiche sul modo di trattare i vini, seccar l'uva e 
conciare le botti. 

Insieme coi mss. fiorentini ricordiamo il cod. XIII, 
F, 1 3 della Nazionale di Napoli, cartac, del sec. XV, 
mm. 234 >( 174, di ce. 114 scritte non numer., più 
quattro bianche alla fine. Nel recto del foglio 
membr. di custodia si legge : « Liber Angeli Zanobi 
de gaddis XVI ». Com. : « Incomincia i libro di 



2i8 e. MARCHESI 

Palladio Ruttilo Tauro Emiliano htwmo chiarissimo 
d ogni lauorio di terra » ; segue l'indice dei capitoli, 
quindi : « Libro primo di palladio . degli amaestra- 
mcnti tn genere del lauorio della terra. E com,c 
non con troppa sottilità di parole si debba amaestrare 
illauoratore ». Finisce con una breve aggiunta: 
« hora sesta piedi viiij e di xxxi l u?ia di xxx il 
di ore .... la notte ore .... ». 

Dobbiamo ancora far menzione del cod. Palatino 
^62 [E, 5, 5, I — 374] della Nazionale di Firenze, 
cartac, sec. XIV, mm. 287 X 209, di ce. 27 mod. 
num. Parecchie carte sono strappate, della prima 
non avanza che un piccolo frammento. Inc. : « Cho- 
minciasi qui il libro di palladio Rutilio tauro et 
miliano, htwmo chiarissimo d ogni cosa che a lauorio 
di terra sa [parltiene et d altri \_gené]rali ammac- 
stra\menti'\ ». Il codice non contiene che un in- 
dice generale della materia e pochissimi capitoli del 
volgarizzamento, dei quali i più sono ridotti, molti 
appena accennati. Finisce al cap. V del lib, XIII 
\Del chonfettare le rape] : « chonfettare con esso, 
sechondo eh e usanza e pieni i uasi, turiamo, et dopo 
alquanti di assaggiamo ». 

E da notare che alla fine dei codd. i, 3, 4, 5 e 
del Palat, 562, e al principio del Napoletano si tro- 
vano alcune « expositioni de' uocaboli del Palladio » 
con le dichiarazioni delle misure romane, quali son 
pubblicate alle pp. 297-299 dell'edizione veronese. 
Oltre a ciò in fine dei codd. i, 4, 6 leggiamo, su 
Palladio, un sonetto che appartiene evidentemente 
alla prima metà del sec. XIV e ci porta ne' versi 
toscani un tal segno d'immutata fierezza e semplicità 
campagnuola : « Io son palladio dell' agricultura j 
« Arte da liber (i) huomo honesta e degna | Che 



(i) Segn.: arte del bona huomo. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 219 

« dello honor dì che la terra è 'mpregna | In più 
« doppi do premio senza usura. | Fatica in me è di 
« fructo sicura | E rado contro a me fortuna isde- 
« gna ; | Niente attendo da chi regie o regna | Ma 
« sol da la uirtù de la natura. | Chi serue a la na- 
« tura cultiuando | De dio può contemplar l'onnipo- 
« tenza | Ch'a lui riduce chi uà ben pensando (i). | 
« Che d'una seccha e minima sementa | Tanto ra- 
« doppia e tanto buon liquore | Trae della uite sec- 
« cha senza humore. | Se quel ch'i' ò nel chuor dar 
« ti potesse I E il don de che se' degno (2) | Per- 
« ch'io non posso t'è il libro per segno ». 

Nel Riccardiano 2238 segue a questo, un altro 
sonetto in lode dell' agricoltura, scritto da mano del 
sec. XV : « Io comincio a gustar[e] l' agrecultura | 
« E 'ntender delle piante et fructi et fiori | La lor 
« natura en lor nari colori | dilectar gli ochi in diuersa 
« figura. I Et mentre che in me tale pensier dura ] 
« tucti gli altri desii reston di fori | né m'asaliscon 
« nostri uan dolori ] né cupidigia d'oro o ciuil cura. | 
« Con lo agricola mio prendo parere | et disputo 
« con lui del tempo et loco | né temo se quest'anno 
« regna Marte. | Le Muse no, ma la natura inuoco | 
« la qual uegio presente in ogni parte | et sol di 
« Gioue ho l'ira da temere. | Né in me può chadere | 
« Passion(e) che 'ngombra l'alma ouer lo spirto | 
« et non inuido nostro lauro o mirto ». 

Nel curare la sua edizione lo Zanotti si attenne 
scrupolosamente al Riccardiano 2238, che riproduce 
per intero anche ne' titoli de' capitoli e nelle aggiun- 
zioni finali ; e' tenne pure sempre sott' occhio le va- 
rianti del Segn. XII e del Mgl. II, II, 92 [il Davan- 



(i) Segn. : di ria chura et se ben vien pensando. 
(2) Laur. 43, 28: il don\o\ diche \tii ne'] se' degno; Segn. 
Et quel di che se' degnio. 



e. MARCHESI 



zatino], ma non tutte furon da lui debitamente con- 
siderate o conosciute ; per es. nella fine del cap. XI 
del libro V, il Mg]., in luogo di « svolazzando in- 
torno » ha « sollazzando intorno » : variante notevole 
non indicata dallo Zanotti. Il Laurenz. 43, 28, 
per quanto sia molto scorretto, ci offre un testo 
conforme in tutto all'ediz. veronese; lo stesso dicasi 
del Riccard. 1646, dove pure si notano qua e là 
talune modificazioni e qualche ampliamento dell'ama- 
nuense, come per es., a e. gS'^ (lib, V, cap. I) : « il 
iugero, cioè le nostre sedici staiora fiorentine ». 
Molte varianti sono invece nel Napoletano e nel 
Laurenziano 43, 12, che ai frequenti ritocchi e tur- 
bamenti del testo unisce considerevoli aggiunte. 

Il volgarizzamento comprende i tredici libri in 
prosa, escluso il XIV in distici elegiaci, che manca 
nella maggior parte dei codici latini deW A g ricultura 
e pare abbia seguito una tradizione indipendente 
dagli altri; giacché il Laurenziano 47, 24 del sec. XV, 
era il solo codice, firn adesso conosciuto, che conte- 
nesse tutti quattordici i libri : gli altri codici (tre del 
sec. XV e uno del XVI) recano unicamente il libro 
poetico. Ma già Remigio Sabbadini, ne' suoi pre- 
ziosi Spogli Ambrosiani (i), illustrò con ampiezza, il 
codice Ambrosiano C, 212 inf., del sec. XIII-XIV, 
che contiene tutti i quattordici libri deìV Agricultiira. 
E ciò, osserva egregiamente il Sabbadini, atteste- 
rebbe che nella tradizione diplomatica una famiglia 
di manoscritti comprendeva l'opera intera di Palladio. 
Ma dovea essere una famiglia assai scarsa codesta, 
alla quale rimaneva pure estraneo il codice volgariz- 



(i) In Studi italiani di filologia classica, Firenze, 1901, 
voi. XI, pp. 236-239; cfr. pure Sabbadini, Un codice ignoto 
della Veterinaria di Cohcmella, in Rendiconti del R. Istit. 
Lomb. di se. e lett., serie III, voi. XXXVIII, 1905, p. 780 sg. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 221 

zato che, come gli altri manoscritti del sec. XIV, 
giungeva soltanto al tredicesimo libro. 

* 
* * 

Ed è questo pure il limite di un secondo volga- 
rizzamento di Palladio, compiuto più tardi, nello 
stesso sec. XIV, e rimasto in tre codici fiorentini : 
de' quali sarà bene far menzione. 

i) Laurenz.- Medie. PI. XLIII, cod. 13, membran., 
del sec. XIV, mm. 324 X 230, di ce. scritte 120 
post, num., scritto molto nitidamente, con iniziali 
colorate. Nei due primi fogli un'altra mano scrisse 
un indice dei capitoli di Palladio e tre sonetti (i), 
ne! retro del secondo foglio si legge di mano del 
sec. XIV, una notizia sui quattro venti. Il testo 
di Palladio è anepigr. ; fin. a e. 118*: « Explieit 
liber palladij . ex gramatico sermone in ydioniate 
florentiìio dcductus per me A. L. ». Quindi 

sono due odi anepigrafe, del genere delle frottole, 
scritte parimenti di antica mano, ma con diverso 
carattere (2). 



(i) Sono tre sonetti burchielleschi e cominciano: i) Pastor 
di Santa chiesa ongni costume; 2) higegno umano e tatte di 
g/ialtitia; 3) Annibal perché vai die 'l troppo indugio (cfr. So- 
netti del Burchietto etc, Londra, 1757, p. 60). 

(2) Incomincia la prima ; « Signori io mi dispogno | a 
riuelare un sogno | ma io me ne uergogno | tant e sozzo. | 
Vidi gente in un pozzo | tutti col capo mozzo | ond io ebbi 
singhiozzo I di pianto forte. | Vidi le genti a chorte | serrar 
tutte le porte | lance e balestra torte | in sulla noce. | Vidi 
gridare in noce | forte fiero e feroce | cholla uermiglia croce | 
nel campo bianco | etc. ». Questa poesia, secondo afferma 
il Bandini, in parecchi codici è attribuita a. frate Stoppa e si 
intitola: Profezia frottolaia. A e. 119* comincia la seconda: 
« Vuole la mia fantasia | eh io faccia diceria | d ogni profe- 
zia I e al mondo canta | etc. ». Nel retro dell'ultima pagina 
è uno specchietto contenente un certo superstizioso rimedio 



e. MARCHESI 



2) Laurenz.- Re diano 128 (13), cartac, della metà 
del sec. XIV, mm. 218 X 295, di ff. 89, de' quali 
gli ultimi tre bianchi. Alla fine del Palladio, nei 
ff. 82'"- 86 un'altra mano aggiunse computi e tavole 
astronomiche (per trovar la pasqua dall'anno 1350 
al 1881 ; l'epatta; i nomi dei venti, ecc.). A e. 82' 
si legge il nome del possessore : « Questo libro e 
d adovardo di Lodouicho acciaiuolj » . Il testo del 
trattato è tutto di una mano, in elegante scrittura 
gotico-italiana; sino alla e. 17'' mancano titoli, ru- 
briche, ecc. e vi è bianco il relativo spazio ; quin- 
di le iscrizioni de' capitoli o paragrafi, rubricate. 
Il trattato è anepigrafo ; finisce a e. 82 : « Explicit 
liber palladij ex gramatico sermone in ydiomatc 

fiorentino deductus per me .P. » (i). 

3) Magliabechiano II, II, 91, cartac, sec. XV, 
mm. 270 X 218, di ff. 143, misceli., di tre mani 
diverse. Contiene: a) Tullio, 'l'insegnamento di 
rectorica ritracto in uulgare per ser Brunetto Latini ' ; 
b) Ovidio, de remedio am^oris, in volg. ; Ovidio, de 
amore, in volg. ; e) Palladio. Il ms. contenente 
Palladio costituiva da prima un codice a parte, segn. 
182 Strozzi, di ff. 62 scritti, secondo la vecchia nu- 
merazione. Com. : « Qui cominciano le robriche 
del libro di Palladio » ; fin. a. e. 62 (vecchia nume- 
razione) : « finito libro referamus gratia xpo- Expli- 
cit liber palladij ex grainatico sermone in ydioìnate 
fiorentino reductus per me A. L. ». 

Nel prologo, che precede il testo, il volgarizza- 
tore dà una breve notizia biografica di Palladio e 



contro i vermi ; in fine altra mano scrisse : « Celi me traentes 
in nestasi nidi presentes duos fortes gigantes . inter se proe- 
liantes. Venite gentes venite ad ytalicas portas et uenire 
facientes lupos canes uespes ursos ». 

(i) Di questa notizia sull'importante codice Rediano son 
debitore al chiar. prof. Enrico Rostagno. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 223 



dice su la importanza e la divisione del trattato ; ma 
non sarà inutile forse, riportarlo per intero. 

Se io considerasse solamente che 1 autore di questo libro 
nel principio della sua opera fece proemio a tutto il libro, 
io non granerei il lettore di mio prolago. Ma pero che io 
non auro altra parte in esso in premio perpetuo della mia 
fatica del uolgarizare ci uoglio aggiungere questo exordio. 
Questo libro si chome appare ne le sue rubriche compilo uno 
ualente uomo et si com io estimo fu Romano ricchissimo di 
possessioni et non pouero di scienza ne di sapientia, il cui 
propio nome fu Rutilio, sopra nome Tauro, credo preso da 
li suoi costumi. Cognome fu Emiliano : mostra che fosse 
delli Emilii uomini nobilissimi . per nome fu Palladio cioè 
sauio in cultura di terra . fu pallas appo li antichi pagani 
dea di sapienza, massimamente di coltura. Questa opera 
e necessaria et utile. Necessaria essere a tutti e manifesto, 
ma che ella sia utile d uno solo argomento staro contento. 
Questo libro insegna per nere et propie regole conoscere li 
luoghi acconci distintamente e le cose le quali si conuengono 
a la uilla et li tempi conueneuoli alli lauorii et mostra 1 or- 
dine di ciascuno lauorio et lo conseruare del frutto et molte 
altre cose intorno a ciò . dunque neuna cosa e più utile di 
questa, anzi ne più necessaria, pero che si come 1 uomo ui- 
uendo sanza regola et ordine passa in animale bruto et fiero, 
cosi ciascuna altra cosa esce del suo proprio essere che sanza 
regola et ordine discorre. Et osseruo questo modo ne lo 
suo processo 1 autore . che principalmente douise la sua opera 
in due parti. Nella prima parte scrisse li amaestramenti 
generali per tutto 1 anno in ciaschuni lauorii et opere della 
terra. Nella seconda parte tratta li amaestramenti particu- 
lari et singulari in ciascuna opera, secondo suo tempo. E 
pero eh e il tempo che qui si comprende uno anno si ae 
dodici parti, pero che questa seconda parte diuide in dodici 
parti dando a ciascuno mese la sua parte. Vero e che 
ciascuna di queste dodici parti a sue particelle, e pero quelle, 
si come accade nel mese medesimo et nella dottrina d esso, 
scriue, si come apare quando dice : infino a cotale die del 
mese o nel principio o nella fine o in fino a cotale ora del 
die si farà cotale opera. Prendi chiunque tu se questo 

libro, et se alcuni legumi o semi o frutti sono in uso li cui 
uocaboli non intenda, pensa che li più non sono in uso in 
questo seno di Toscana o cercane da quelli che il paese di 
campagna o di lauoro usano. Sia questo lunghissimo prò- 



224 C. MARCHESI 

lago per ristoro del brieue et piccolo di Palladio et nome et 
fama del uolgarizatore. 

Al prologo segue un indice dichiarativo delle 
misure e de' pesi « li quali s'usano nel Palladio ». 



* 



Chiamiamo intanto con A la prima traduzione 
volgare a stampa, con B quest' ultima inedita. Il 
volgarizzatore di ^ è un fedele interprete del testo, 
occupato sempre nel mantener le forme grammati- 
cali e sintattiche latine e nel ricercare la corrispon- 
denza più vicina della parola. In A non è alcuna 
preoccupazione di fedeltà grammaticale o lessicale 
ed havvi un certo brio di volgare franchezza e sem- 
plicità ; il volgarizzatore è solo occupato in rendere 
la significazione generale della frase, in maniera tutta 
toscana, molto liberamente ; e tale libertà non sempre 
r induce a ridurre ma ben anco talvolta ad ampliare. 
Neil' uso de' vocaboli e delle espressioni è più schiet- 
tamente volgare, senza alcuna pedanteria, e rende, 
per es., ager resolutus [campo risoluto E\ ' campo 
farinaccioli ' ; pestiferi more [siccome pistolenza H] 
' siccome mortale cosa ' situ commoda [quanto al sito 
utile B\ ' di buon sito '. Con la minor fedeltà ot- 
tiene la maggiore efficacia e verità, quando traduce, 
per es., arenae squalentes [squallida arena B'\ ' arene 
ismorte ' ; labor solemnis [solenne lavorio B\ ' conti- 
nuo lavorio ' ; ma conserva il vocabolo latino quando 
esso abbia buon intendimento volgare, a differenza 
di B che talvolta non sa scegliere tra le varie signi- 
ficazioni del lessico : ed è certo meglio tradurre ieiu- 
na glarea in ' ghiaia digiuna ' {A), anzi che in ' ghiaia 
affamata ' {B). Anzi spesso la imagine latina 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 225 

smorzata in B da eccessiva temperanza, acquista 
nel suo primo e più fido volgare, una vivezza 
maggiore. 

Es. lib., VII, § 2. Red. B. Red. A. 

Nunc etìani mense pò- Or altresie nella fine del E di questo medesin\o 

stremo locìs maritimis et mese, nelli luoghi presso mese ne' luoghi marem- 

calidioribus ac siccis tri- alla marina et secchi et mani e luoghi caldi e 

tici messis absciditur . piìi caldi si miete il gra- secchi comincia a segare 

Quam paratam esse co- no : dello quale sappi che il grano : il qual conosce- 

gnoscis (i), si aequaliter allora è apparecchiata la rai esser maturo se ve- 

spicarum populus matu- mitagione se igualmente drai egualmente tutto il 

rato rubore flauescat. le spiche con matura ros- popolo delle spighe ri- 

sezza imbianchano. splender di rossore. 

Molte espressioni sono male intese in ambedue 
i volgarizzamenti, e per es. 1' agg. peritissimi, con 
che si vuole indicare la gente più esperta, è tradotta 
in A ' sanissimi ', in ^ ' bellissimi fauellatori ' ; altre 
sviste di volgarizzatori si notano e son più gravi ; 
sebbene a giustificarne o a temperarne la colpa 
concorra, oltre la infelicissima condizione critica 
dei codici, la natura stessa dell'opera di Palladio, 
eh' è dura qualche volta ad intendere, moltissime 
volte a rendere con fedeltà che sia congiunta a 
chiarezza. 

In A spesso la frase è svolta e dichiarata : es. : 
aurosi pulueris lapidosa vtacies ' un' asprezza di terra 
piena di pietruzze giallucce ' ; talora invece rimane 
intatta la parola latina che avrebbe bisogno di al- 
cuna dichiarazione o di una più comune espres- 
sione volgare. Es. : tiliginosa, A ' uliginosa ' {B 
che sia sempre umida). Si notano pure alcune 
giunte o glosse del traduttore fuse col testo, come 



(i) Riporto il testo latino dell'edizione dello Schmitt 
(Lipsiae, 1898). Il codice dei volgarizzatori aveva in questo 
punto cognosces. 



226 C. MARCHESI 

al cap. IV del Hb. VII : « Hoc mense circa soìsti- 
tium » A: « questo mese sul solstitio, cioè quando 
il sol non puote salire .... » ; né mancano lunghe in- 
terpolazioni di brani estranei all'opera di Palladio. 
Ma pure in B allo scrupolo del traduttore si unisce 
talora quello del dichiaratore che voglia compiere 
di suo ]a espressione originale senza lasciare i sot- 
tintesi logici del testo, per mezzo di giunte o di si- 
nonimie. 

I due volgarizzamenti furono fatti per certo in 
tempi diversi, e il rapporto di dipendenza eh' è tra 
loro ci viene attestato da molte frasi ed espressioni 
comuni, le quali per il loro distacco dall' originale 
espressione latina, non si possono spiegare come so- 
miglianze accidentali prodotte da pari scrupolo di 
fedeltà. Il volgarizzamento più antico è A. Che 
B sia posteriore lo si vede nella sua maggiore fe- 
deltà e compiutezza. Non ci pare possibile che 
un rifacitore o un compendiatore avendo dinanzi, 
insieme col testo latino, una precedente traduzione, 
manifesti così deliberato proposito di allontanarsene 
nelle espressioni più letterali e ne' luoghi più fedeli ; 
né ci è lecito dubitare che il traduttore di A abbia 
ricavato il suo volgare da una versione precedente, 
giacché risulta chiaro l' uso continuo eh' egli fece 
dell' opera latina, da lui posseduta in un testo più 
sicuro e corretto. Nel sec. XIV 1' opera di solito 
si riprende, non per dare ad essa un più vivo colo- 
rito artistico o una più schietta e vivace forma vol- 
gare, ma per uno scrupolo di più fida attinenza con 
l'originale, a cui più tardi si volle sacrificare ogni 
spontaneità di pensiero ed ogni indipendenza di 
forma. La qual cosa dimostrano, salvo poche ec- 
cezioni, tutte le scritture italiche che vanno dalla 
franchezza popolare del primo trecento all' impaccio 
stilistico classicheggiante del sec. XV. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 227 

Riportiamo intanto un brano al principio del se- 
condo volgarizzamento inedito. 

Parte di prudencia e di considerare e di stimare (i) quella 
persona la quale tu dei amaestrare, et per certo non dee se- 
guitare 1 arte et li ornati parlari di rettorica colui che dee 
amaestrare il lauoratore della terra : la qual cosa molti fe- 
cero, li quali in fino che parlano alli uillani hanno fatto si 
che la lor dottrina non si puote intendere etiandio dalli bel- 
lissimi fauellatori. Ma riddiamo noi la dimoranza del pro- 
lago accio che noi non seguitiamo coloro li quali auemo ri- 
presi. Noi diremo, se la divina gratìa ci fauoreggera, 
d ogni lauoro di terre et di pasture et delli edifici della uilla 
secondo il trouamento delli maestri d edificare (2), et d ogni 
generatione di quelle cose che bisogna che il lauoratore fac- 
cia o allieui per ragione di diletto et per ragione del frutto, 
partendo tutte le cose per suoi temporali. Ma io proposi 
di seruare questo nelli frutti (3) che in quello mese che cia- 
schuni si deono porre, con ogni sua disciplina io tratterò di 
quelli. 

In primamente sta in quattro cose lo eleggiere et bene 
lauorare il campo . cioè nell acqua nell aere nella terra et 
nella maestria. Di queste quattro le tre sono naturali : la 
quarta cosa sta nella possa et nello diletto (4) nostro. Na- 
turale cosa e che prima bisogna di guatare che in quelli luo- 
ghi nelli quali tu proporrai di lauorare 1 aria sia sana et 
tratteuole, 1 aqua sana et lieue o che ui nasca o siaui me- 
nata o raccholta di pioggia. E la terra fruttuosa et quanto 
al sito utile. 

La santa dell aria si dimostra se li luoghi sono liberi da 
basse ualli et asciolte che notte non v abbia nebbia . et se 



(i) Il testo latino ha soltanto aestimare: è questo uno 
de' frequenti esempi di sinonimia. 

(2) Testo latino : secundum fabricandi magistros et aquae 
inuentionibus et orniti genere eorum ; il codice del volgarizza- 
tore aveva forse : secundum fabricandi magistro\rum\ inuen- 
tiones et omni etc. 

(3) Testo Schmitt : in primis ; il codice del volgarizzatore 
avea in pomis, come tanti altri mss., tra cui l'Ambrosiano 
del Sabbadini (op. cit., loc. cit.). 

(4) Testo Schmitt : uoluntatis ; testo volgarizzato : uolu- 
ptatis. 



228 



C. MARCHESI 



considerate li corpi dalli abitatori della contrada sarà il loro 
colore sano et le loro teste ferme et sincere, la luce delli 
occhi intera non corrotta, 1 udire puro, le mascelle operano 
apertamente la boce. In questa generatione s approua la 
bontà dell aria o si dichiara. Le cose contrarie a questo 
confessano che 1 aria di quello cielo e noceuole. 

Dell acqua si conosce saneza in questo modo, prima- 
mente eh ella non diriui da lungie o da paduli, ne nasca da 
metalli, ma sia di colore chiaro ne sia uiziata d alcuno sa- 
pore o odore : in essa non riseggia alcuna mota et nel freddo 
tempo (i) intepidisca et li caldi della state si temperino con 
la sua frigidezza (2). Ma pero che suole etiamdio, tutte 
queste cose osseruate, la diritta natura guardare più occulta 



(i) Testo volgarizzato: tempore come l'Ambrosiano ed 
altri codici, in luogo di tepore, evidentemente si tratta di 
una svista. 

(2) A questo punto è in ^ una lunga giunta (p. 7, ed. V.) : 
« E sia il nascimento del suo corso ad oriente e penda al- 
« quanto verso settentrione. Sia o forte o tostamente cor- 
« rente sopra pietre picciole o rena chiarissima ovvero sopra 
« pietra creta saporosa e molto netta il cui colore sia rosso 
« ovvero nero. E questa cotale acqua sia sottile e lieue e 
« posta al sole ed al fuoco tosto si scaldi ; e, se calda si 
« ponga ali aere freddo, tosto s affreddi ; imperoche tosta- 
« na e la sua mutazione di qualità in qualità. E die 
« essere lieve e nulla avere in se terrestritade. Ma tra 
« tutte 1 acque la piovana e la più scelta, la quale cade dal- 
« 1 aere vicino a noi ; conciossiacosa che ella sie netta da ogni 
« sozzura e puzza : e pongasi in citerna ottimamente lavata 
« e netta. E questa e meno umida che nessuna altra acqua; 
« ed ha in se alcuna cosa di stitichezza : onde non nuoce 
« allo stomacho ma confortalo. E dopo questa e 1 acqua 
« del fiume, il quale e da lungi della cittade, e 1 cui colore 
« sia chiarissimo, corrente sopra nettissime pietre, ovvero 
« arena etc. ... »; finisce alla pagina 9: « L acqua e fredda 
« ed umida, e perciò da nullo nutrimento a corpi degli uo- 
« mini, ne accrescimento se non composta con cibi seconda- 
« riamente composti di composizione di quattro elementi. 
« Ma imperocché cosi composta I acqua coi cibi il suo noci- 
« mento e nascoso, a conoscere I acqua se e sana guarda 
« le condizioni di coloro che abitano la contrada ; se le foci 
« della gola sono dilicate ». 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 229 



colpa si e guardiamo altressi la santa delli abitanti (i). Se 
le mascelle dì quelli che la beono sono nette, se il capo e 
sano, se nel polmone o nella curata o nulla o rada magagna 
sia ; pero che spesse uolte le parti di sopra che sono corrotte 
mandano queste magagne alle parti di sotto . ma quando la 
cagione della infermità discorre dal polmone o dallo stomaco 
allora si truoua che 1 aria e magiormente da biasimare che 
1 acqua. Insomma tieni che se il uentre o le interiora o 
i fianchi o le reni non sono molestate d alcuna doglia o en- 
fiatura et se nullo difetto e nella uesica, se queste et altre 
cose simiglianti apo li abitanti uedrai essere per la maggiore 
parte non aurai più sospetto ne dell aria ne delle fontane 
della contrada. 

Nelle terre si suole cercare il fruttificare . dunque la 
zolla non sia bianca, non ignuda non magra per sabione o 
per mistura (2) di terreno, ne sia creta sola ne squallida rena 
ne affamata ghiaia, ne renosa poluere ne sassosa magrezza (3) : 
non salsa non amara, non terra che sia sempre umida, non 
tufo renoso et digiuno, non ualle molto scura o terra sozza 
o dura (4) ; ma zolla fracida putrida et quasi nera et soffi- 
ciente a coprirsi della sua stessa erba ; ouero sia di colore 
misto : la quale auegna che sia rada, mentre meno si riempie 
col mescolamento del suo grasso terreno ; et 1 erba eh ella 
conducera non sia schalabrosa, non ritorta et non meni frutti 



(i) Qua il volgarizzatore non ha capito nulla del testo : 
« sed quia solet his omnibus ad speciem custoditis occultioreni 
noxam tectior seruare natura, ipsam quoque ex incolaruni 
salubritatc noscamus ». Il passo latino doveva riuscire dif- 
ficile a intendere e nel cod. Ambros. (Sabbadini, op. cit., 
p. 237) un leggitore sentì il bisogno d'indicarne la costru- 
zione : « Sed quia natura tectior solet seruare occultiorem 
noxam his omnibus custoditis ad speciem .... ». 

(2) Il e. d. V. doveva leggere: ne macra sabulo siiie ad- 
mixtio?ie. A tradusse secondo la vulgata ne niacer sabulo 
sine adinixtione, così (p. 9-10): « .... che le ghiove non siano 
bianche ovvero ignude, ovvero sabbione sanza mischianza di 
terra buona ». 

(3) In ^ : « né ghiaia digiuna né magrezza di terra piena 
di pietruzze giallucce », conformemente al testo latino: ne 
ieiuna glarea, ne aurosi pulueris lapidosa macies. 

(4) In A: « Non valle troppo oscura e soda : ma sia 
terra fracidiccia e terra quasi nera », conforme al testo latino : 
ne uallis nimis opaca et solida, sed gleba putris et qtiasi nigra. 



230 e. MARCHESI 

che abiano manco del naturale sugo. Utile segno (i) e 
nelle terre che deono fare formento se producono da se 
lebbio, giunco, canna, gramigna, trifoglio non magro, grasse 
spine da more pruni siluestri d afa (2). Ma il colore d essa 
non e da cercare molto sollicitamente, ma la grasseza et la 
dolceza. In questa guisa chonoscera la terra grassa: tagli 
una piccola zolla d essa, innaffiala d acqua dolce et stropic- 
ciala (3) tra le dita : s eli e uiscosa et appiccasi appare 
eh ella sia grassa. Ancora, cauata fossa et ripiena della 
terra medesima, se la terra auanza si farà grassa, se man- 
cherà a riempiere sarà magra : se comunemente sia agua- 
gliata (4) si sarà mezana. La dolceza sua si conosce cosi : 
se da quella parte del campo che più dispiace, torrai una 
zolla et metterà la in un uaso di terra et con acqua dolce 
la bagnarai et cerca il sapore se e dolce o di reo sapore (5). 
Per questi segni conoscerai la terra, che e utile alle uigne 
s ella sarà di colore et di corpo alquanto rada et risoluta. 
Se le uermine eh ella produce sono leni (6), netti, grandi et 
fruttuose, come sono pero saluatico prugnole spini et 1 altre 
somiglianti a queste, et non sono torte, non sterili, non ma- 
gre, non che piangano (7) per magreza. Il sito delle terre 
sia non si piano che ui stagni I acqua et non dirupinato >J< 
ne si stagliato (8) che ualle abatuta di sotto foseggia (9), 



(i) Testo latino : .... 7tec retorrida nec sud naturalis egen- 
tia . ferat qiiod frtimentis dmidis utile signuni etc. Il vol- 
garizzatore punteggiava dopo ferat, e non leggeva il quod. 

{2) A : « grassi pruni salvatichi » ; testo latino : rubos 
pingue s, pruna silue stria. 

(3) Testo latino : et subiges ; A intende : « metti in una 
fossicella ». In B prende il significato di conteres. 

(4) Testo latino : si conuenerit aeqtiata ; il testo del volg. 
aveva : si cotnmuniter aequata. 

(5) Il testo latino semplicemente: iudicio saporis explores. 

(6) Testo latino: tenia; A: « allegri ». 

(7) Testo latino : inaerà exUitate languentia ; A : <f. lan- 
guidi di magrezza ». Il volgarizzatore di B leggeva p/an- 
gentia. 

(8) Manca Vut dejtuat che si legge dopo praereptus ed è 
tradotto in A: « .... e non sia troppo dirupinato, sì ch'ella 
scorra ». 

(9) Testo latino : subsidat. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 231 

ne si alto che grauemente senta le tempeste et li caldi (i). 
Ma a queste cose tutte abia una utile sempre et aguagliata (2) 
mezane^a. Il campo sia aperto et piegato per 1 umiditate 
delle pioggia maucante molto (3), o colle alquanto [o coli 'aere] 
aperto da' lati pendente, o ualle piegata con una tempera- 
teza ^ (4Ì o monte difeso per lo riparo d alcuna altra alteza, 
et sia liberato dalli peggiori uenti con alcuno aiutorio o sia 
molto alto aspro ma boscoso et erboso. Ma con ciò sia 
cosa che siano più generationi di terre, perche e o grassa o 
magra o spessa o rada o umida o secca, et di queste sono 
molte uiziose, neentemeno per la differentia delli semi spesso 
sono necessarie (5) [ciascuna massimamente si come dissi di 
sopra. Ma] (6) da eleggere e, si come dissi dauanti, in 
prima campo grasso et risoluto lo quale richiede piccolissima 
fatica et rende grande frutto. Lo secondo a questo e me- 
(ri)teuolmente lo spesso, lo quale, auegna che sia di grande 
fatica, almeno risponde alla tua uolontade. Ma quello e 
pessimo terreno eh e insiememente secco et ispesso et ma- 
gro o freddo : lo quale campo e da schifare come pisto- 
lenza ». 



(i) ^ : « e non sia in luogo alto troppo, sicché ella 
l'agevoli tempestadi et agevoli caldi troppo senta »; il testo 
latino invece : ncque arduus ut tempestates immodice sentiat 
et calores. 

(2) Il testo del volg. aveva: est et acquata, come la mag- 
gior parte dei codici, in luogo di et acquata, lezione accettata 
dallo Schmitt, e comune al cod. lat. di ^ : « sempre la mez- 
zolana agguaglianza del sito è utile ». 

(3) Testo latino: et ìiel campus apcrtior et uniorem. plu- 
uium cliuo fallente subducens ucl Collis molliter. In yì è 
una versione più perspicua: « e '1 campo aperto, e ritratto 
da umore delle piove che non vi covino ». 

(4) Testo latino : uel uallis cum quadarn moderatione et 
aeris laxitate stmnissa uel nions. In A non si avverte la 
lacuna « o valle la quale sia con buono aere temperatamente 
sottoposta ad alcuna altezza di monte, per la quale si difende 
dalla molestia de' venti ». 

(5) Testo latino: necessaria; A: « utili ». 

(6) Si tratta di una evidentissima confusione; il testo la- 
tino ha : tamen propter seminum differentiam saepe necessaria, 
maxime, sicut stipra dixi, eligendus est pinguis etc. 



232 



C. MA RCHESI 



Il traduttore di B, come ha già visto il lettore, 
procede tra gì' impacci della frase originale e dello 
stile latino. In ^ è spessissimo una vera ridu- 
zione spigliata, vivace, prettamente toscana, che tiene 
molto del compendio; e come opera di trecentistico 
volgare letterario è un documento assai più prezioso 
e notevole che la seconda traslazione di Palladio. 
Il volgarizzatore diventa un vero abbreviatore che ha 
cura di sfrondare 1' opera d' og'ni prolissità, riducen- 
done i particolari descrittivi in un periodo toscano a 
dirittura originale, dove del latino non avanza che 
il concetto nuovamente rimaneggiato ; e dentro spira 
una certa freschezza di volgare popolano, nelle in- 
dicazioni de' nomi, nell' aggruppamento delie frasi, 
nella semplicità del periodo, nell' uso delle parole. 
Ecco un esempio. 



T. lat., VII, 2. 

Pars Galliarum planior 
hoc conpendio utitur ad 
metendum, et praeter ho- 
minum labores unius bo- 
uis opera spatium totius 
niessis absumit . Fit ita- 
que uehiculum, quod 
duabus rotis breuibus 
fertur . Huius quadrata 
superficies tabulis muni- 
tur, quae forinsecus re- 
clines in summo reddant 
spatia largiora . Ab eius 
fronte carpenti breuior 
est allitudo tabularum . 
Ibi denticLili plurimi ac 
rari ad spicaruni niensu- 
ram constituuntur in or- 
dine, ad superiorem par- 
tem recurvi . A tergo 
nero eiusdem uehiculi 



Red. B. 

Parte della piana Gallia 
usa questo accortamente 
a mietere, et per le fati- 
che delti uomini toglie 
uno mese . metano uno 
die un opera di bue (i) . 
Passi dunque uno carri- 
cello lo quale con due 
ruote lieuemente si porta 
ed è quadrato di tauole, 
le quali di fuori sportate 
dal sommo rendano li 
spazii più lunghi . dalla 
sua fronte a colui che 
carpisce si è l' altezza 
delle tauole più piccola . 
lui fanno in ordine din- 
ticelli molti et radi a mi- 
sura delle spighe, da 
parte disopra iji del canto 
di dietro del carricello 



Red. A. 

Nelle parti di Francia e 
del Ponente hanno tosta- 
na arte a mietere in un 
di quel che si penerebbe 
a mietere uno mese per 
uomo ; in uno die ne 
sbriga un' opera di bue 
in questo modo . Passi 
uno edificio quadrato di 
tauole con denti minutis- 
simi dinanzi, risegati a 
modo di spiga, e dietro 
da questo edificio ha due 
timoni a modo di giogo, 
ne' quali il bue legato 
tiene il collo, e mcttesi 
innanzi il dificio . Il qua- 
le edificio si porta '1 bue 
agevolmente su due ruote 
traendo; e con que' denti 
dinanzi tutte le spighe 



(i) Nel testo latino del volgarizzatore doveva essere una 
incredibile confusione e si leggeva per in luogo di praeter, 
mensis per messis, etc. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 



233 



duo breuissimi temones 
figurantur, uelut amites 
basternarum . Ibi bos 
capite in uehiculum uer- 
so iugo aptatur et urn- 
culis, mansuetus sane qui 
non modum compulsoris 
excedat . Hic ubi uehi- 
culum per messes coepit 
impellere, omnis spica in 
carpentum denticulis 
comprehensa cumulatur, 
abruptis ac relictis paleis, 
altitudinem uel humilita- 
tem plerumque bubulco 
moderante, qui sequitur . 
Et ita per paucos itus 
ac reditus breui horarum 
spatio tota messis imple- 
tur . Hoc campestribus 
locis uel aequalibus utile 
est, et iis quibus neces- 
saria palea non habetur. 



si ficchino (i) due picco- 
lissimi timoni, a modo di 
giogo . Il bue uolto il 
capo uerso il carricello 
col giogo s' acconcia et 
mansueto a legare certo 
che non trapassi il modo 
del costrignitore . poi 
che questo carricello co- 
mincerà a cacciarsi per 
le biade, ogni spiga presa 
nelli denticelli sega et 
cade et cagiono in sul 
carro lasciate le paglie, 
attemperando il biolco 
che seguita spesse uolte 
r altezza et la bassezza . 
et così tutto il mietere si 
compie in piccolo spatio 
d'ora per pochi colpi (2.) 
e ritornate . Questo è 
utile in luoghi campestri 
o piani et a quelli che 
non è huopo la paglia. 



sega, e caggiono sul di- 
ficio . E questo è utile 
alla campestra e là oue 
non è bisogno la paglia. 



]\Iolte altre volte il volgarizzatore di A modifica, 
racconcia a suo modo la frase e il concetto origi- 
nale. Scrive Palladio [VII, 7] « Castrahuntur 
autcìn aluearia niatutinis horìs, cuin torpent apes nec 
caìoribus asperantur », e i? traduce fedelmente « Ca- 
strerannosi 1' arnie all' ore mattutinali quando 1' api 
hanno freddo né sono aspre per li calori » ; ma il 
primo volgarizzatore avea già rimaneggiato tutto il 
periodo « Castreremole, cioè voteremle la mattina 
molto per tempo, quando dolcemente l' api si po- 
sano ». 

E di quanto è migliore e più giocondo questo 
nuovo volgare dinanzi alla faticosa interpretazione 
della lettera ! Dice Palladio della irrequietezza 

delle api (/. ^.) « Nunc scd mense uliùno nona cgrc- 
diuntitr cxamina : custos esse debebit atteiitus, quìa 
noucllae apes uagantibus anhnis iuuentute nisi ser- 



(i) T. d. V. : figantiir ? 

(2) Il t. d. V. aveva ictus, come l'Erfurtense del sec. XIV. 



234 C. MARCHESI 

uentur cffugiunt » ; e poi della loro pronta concordia 
dopo la lotta : « Inest illis ad origmù suac repa- 
randam concordiam dulcis auctoritas ». In ^ 

s' interpreta quasi la lettera : « A 1' ultimo di que- 
« sto mese quando escono fuori li nuovi sciami 
« doura essere attento il guardiano, pero che le no- 
« nelle api con gii animi uaghi della giouinezza sono 
« portate et fughono (i) », e poi « di lieue s' apa- 
« cificano pero che è in loro dolce auctoritade a ri- 
« conciliare la concordia della loro schiatta ». Ma 
il primo rifacitore, con molta indipendenza : « E 
« di questo mese sia 1' uomo sollecito degli usciami 
« eh' escono e siccome giovani persone si vanno vo- 

« lentieri isvagando e fuggendo E raccor- 

« dansi agevolmente e fanno insieme pace, perocché 
« da natura hanno dolce autoritade e signoria a pa- 
« cificarsi ». 

In A si avverte spesso un' aria di campagna to- 
scana che manca in Palladio ; né riesce facile trovar 
ne' nostri volgari rifacimenti trecentistici un' eguale 
vivezza e semplicità descrittiva, senza lo stento ug- 
gioso del concetto o la goffa complicanza del periodo. 
E bisognerà aspettare tutt'un secolo ancora perché 
la prosa letteraria italica ci renda con una fran- 
chezza egualmente vivace il colorito e il sentimento 
della natura. Ma de la sollecita e spigliata indi- 
pendenza della prima versione risente pur il tradut- 
tore di B, che più volte non seppe resistere alla ten- 
tazione di seguirne il libero andamento e la schietta 
dicitura anche a discapito della fedeltà letterale. 

;!: 

Il testo latino di B, appartenente alla più nume- 
rosa famiglia dei codici di Palladio, era molto lacu- 



(i) Il testo latino del volgarizzatore aveva forse ferimtur 
et fugiuiit in luogo di nisi serucntur effugiunt. 



VOLGARIZZAMENTI TOSCANI 235 



noso e scorretto, e non tutti gli errori d' intendi- 
mento si possono attribuire a sviste dell' amanuense 
o a difetto del volgarizzatore ; il quale una volta, 
per es,, alla fine del cap. 4° del lib. 13° dovè leg- 
gere Venctiis in luogo di uinaceis se potè tradurre : 
« A uinegia le serbano [cioè l'ypomclU'\ coperte tra 
r uue » ; e altrove egli lesse certamente plangentia 
in luogo di languentia traducendo : « che piangono 
di magrezza » invece che « languidi di magrezza » 
com'è in ^ (i). Il rifacitore di A possedeva un 
codice latino più completo e in alcuni punti inter- 
polato, come attestano le considerevoli aggiunte che 
per la maniera onde sono fuse col testo non si pos- 
sono attribuire sempre all' arbitrio di un lettore o 
del copista o del volgarizzatore medesimo. Ma 
qualunque sia la ragione de' mutamenti e delle giunte 
in ambedue le redazioni, non sarà troppo ardito 
affermare che dallo esame accurato di questi due 
volgarizzamenti gli studiosi del testo latino di Palla- 
dio ricaveranno un sicuro e fors' anche grande van- 
taggio. 

L' autore della prima traslazione ci è completa- 
mente ignoto ; del secondo volgarizzatore rimangono 
in due codici le iniziali A. L. ; dissente il cod. Red. 
dov' è una sola lettera P. Già Lorenzo Mehus, 
che lesse quelle due iniziali nel Med. Laur. 42, 13, 
non dubitò che dovessero riferirsi ad Andrea Lan- 



(i) In molti punti di B si nota una grande confusione 
che doveva esser pure nel testo latino ; una certa diversità 
si nota pure nella distribuzione dei periodi clie in B presenta 
considerevoli divergenze dalla comune divisione dei testi latini 
di Palladio, per es. (V, 4): \zìziphus\ seritur ossibiis stipite 
et pianta . Crescit tardissime etc. » ; B punteggia dopo stipite. 



236 C. MARCHESI 

eia, al quale con ottime ragioni rivendicò pure il 
volgarizzamento della parafrasi vergiliana di frate 
Anastasio, contro le contestazioni di alcuni critici e 
la incerta attribuzione di alcuni manoscritti (i). Il 
de Batines più tardi, senz' affermar niente di suo, ri- 
portò il giudizio del Mehus (2), che ebbe fortuna e 
fu subito accolto da' pochissimi eh' ebbero motivo di 
ricordare il volgarizzamento di Palladio (3). Parve 
ne dubitasse invece Roberto de Visiani, nell' intro- 
duzione alla stampa bolognese di Valerio Massimo. 

E veramente, sulla base di semplici iniziali non 
ci pare lecita alcuna sicura ricostruzione; tanto più 
se consideriamo che in altri manoscritti di opere e 
traduzioni del Lancia il nome dell'autore è riportato 
per intero (4), e che il manoscritto Red., del sec. 
XIV, non si accorda nelle iniziali con gli altri due 
codici fiorentini; de' quali l'ultimo, il Magliabechiano, 
è facilmente una copia del mediceo, per la grande 
rispondenza eh' è tra i due manoscritti. 

Queste considerazioni e la mancanza di un indi- 
zio positivamente sicuro, c'impediscono dall' acco- 
gliere senza dubbio la spontanea e fors' anche pro- 
babile ipotesi del Mehus, confermandoci ancora una 
volta la facile trascuranza d'ogni personale indica- 
zione in codeste opere di volgarizzamenti trecenti- 
stici, che si diffussero con varia fortuna per l'utilità 
della materia e per il prestigio del nome antico. 

Concetto Marchesi. 



(i) Vita Trav., p. 184. 

(2) Etruria, art. cit., p. 20. 

(3) Fra questi il Bencini (in Etruria, art. cit., loc. cit.ì 
e lo Zambrini (Le opere volgari a stampa etc, Bologna, 1866). 

(4) Cfr. il Riccard. 2317 del sec. XIV, cont. il Libro d'a- 
more, e il Magliab. II, i, 68, del sec. XV ine, cont. il vol- 
garizzamento toscano delle epistole di Seneca. 



me fRi me wè Wl vRS w^ ^Ri Wè wè w^ me 

■\3L^ -^sL^ -"^^JL^ -^aL^ -^sL^ -"ol^ -ssL^ -«a^ 



IL VERNACOLO DI SUBIACO 



Il luogo, dove il vernacolo sublacense tuttora si 
mantiene abbastanza puro, e anche un po' sapido 
della prisca rozzezza, è quello della Valle, nella parte 
superiore della città, tra il castello sporgente e le 
falde della montagna ; ed è fra la popolazione di 
questa contrada, composta in maggioranza di agri- 
coltori, che portai di preferenza la mia indagine. 

Il lavoro presente comprende tutto quello che 
del parlare sublacense potei raccogliere durante un 
soggiorno di più mesi e che mi parve avere mag- 
giore interesse per chi voglia studiare i vernacoli 
del Lazio. 

Tale interesse hanno, in prima linea, oltre le voci 
popolari, anche quelle cui non manchi una certa 
tinta dell'italiano colto. Ma di rincontro possono 
averlo anche parole di provenienza italiana, qualora 
abbiano ricevuto impronta dialettale ; fra le ultime 
cercai di distinguere quelle che rispettivamente alla 
fonetica mostrano una evoluzione moderna, appunto 
perché introdotte dall'italiano ed incompatibili col 
carattere del vernacolo. Chiamo italtaneggianti 

tutti i casi di natura semidialettale. 

In quanto all'alfabeto, adoperai i caratteri del 
sistema Ascoliano, restrizion fatta per k g, che rap- 
presentano sempre le gutturali, qualunque sia la 



238 A. LINDSSTROM 

vocale che sussegua; e per e g, che sempre rappre- 
sentano le palatali anche davanti e i. Tra due 
vocali o tra una vocale e r, come pure dopo sonante, 
k p t hanno pronuncia un po' fiacca; lo stesso vale 
per k di kiió e, qualche volta, di rk rt. Mancando 
per questa serie i segni tipografici speciali (esiste 
solo il d), si dà conto qui della predetta digrada- 
zione ; in qualsiasi altra posizione la pronuncia di k 
p t non si scosta della solita. kk pp ti molte 
volte non suonano doppie, specialmente dopo la 
tonica in voci piane ; ma fino ad ulteriori inda- 
gini ritenni opportuno di mantenere la comune orto- 
grafia. In ng né l'elemento esplosivo è attutito. 
Riguardo alle atone, e non corrisponde, se non in 
pronuncia enfatica, a e chiuso ; in genere è un poco 
più aperto ; o è uguale a g stretto, fuorché alla 
finale (v. § 97) ; i sta di mezzo a e ed /, quando 
non è proprio un ì schietto ; parimente u ha suono 
intermedio tra o ed u, quando non arriva ad un tt 
schietto. 

Ad evitare un equivoco possibile ho spiegato in 
italiano, fra parentesi, alcune forme nominali e ver- 
bali che non occorrono nel lessico, il quale non com- 
prende neanche le parole che differiscono dall'italiano 
solo per qualche fenomeno molto conosciuto, come 
per esempio qualche volta in caso di metafonesi ecc. 
Le forme provvedute di asterisco non entrano nel 
lessico ; infatti non sono state verificate, ma per mio 
conto le ritengo giustificabili. 

La raccolta del materiale fu fatta nel i8gg, ma 
non subito potè essere esaminata e coordinata; io 
cominciai ad utilizzarla nel 1905, approfittando di una 
occasione per ritornare a Subiaco e ripassare sul 
luogo le annotazioni già fatte. 

Oltre che alla compiacenza con cui molti fautori 
ed amici da Subiaco hanno voluto agevolare le mie 
ricerche, devo il compimento di questo studio al 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



239 



gentile soccorso avuto dal prof. Ernesto Monaci, e 
desidero di esprimere qui, insieme coli' affetto mio, 
la più viva gratitudine verso il caro maestro. 



CITAZIONI ABBREVIATE (*) 



CMad. = NoRRERi, Avviamento allo studio dell'italiano nel 
Comune di Castel Madama, Perugia, Tipog. 
Cooperativa, 1905. 

Alatr. = Ceci, Vocalismo del dialetto d' Alatri (Arch. X). 

Veli. = Crocioni, Il dialetto di Ve He tri e dei paesi finitimi 

(Studj romanzi, V). 

Arp. = Parodi, Il dialetto di Arpino (Arch. XIII). 

Reat. = Campanelli, Fonetica del dialetto reatino, Torino, 
Loescher, 1906. 

March. = N.-Spallart, Zur Charakteristik des Dialektes 
der Marche (Zeitschr. fur rom, Phil. XXVIII). 

Canistr. = Crocioni, // dialetto di Canistro (in Scritti varj 
di filologia a E. Monaci, Roma, Forzani e C, 
1901). 

Aquil. = Rossi -Case, // dialetto aquilano nella storia della 
sua fonetica (in Boll, della soc. di storia pa- 
tria A. L. Antinori negli Abruzzi, Aquila, 
Tipog. Aternina, 1894, anno VI, puntata XI). 

Abr. = FiNAMORE, Vocabolario dell'uso abruzzese, Città 

di Castello, Lapi, 1893. 

Camp. = D'Ovidio, Fonetica del dialetto di Campobasso 
(Arch. IV). 

Cerign. = Zingarelli, // dialetto di Cerignola (Arch. XV). 

Arch. = Archivio glottologico italiano. 
Rom. = Rotnania. 

Zeitschr. = Zeitschrift filr romanische Philologie. 
S.Rom. = Studj romanzi, editi dalla Società filologica ro- 
mana a cura di E. Monaci. 
Crest. = E. Monaci, Crestomazia italiana dei primi secoli. 



(*) Se nel testo non segue indicazione di paragrafo, si rinvia al lessico 
dell' opera citata. 



240 A. LINDSSTROM 



SUONI 



Vocali toniche. 



I. A. Di regola intatto, anche alla 3" sing. peri, di I, 
V. \ 218. 2. In e: aimnela (bela), rifatto sulle arizotoniche, 

cfr. armnelà \ 176; l' ee Maria (acc. a V ae Maria). 3. In 

o: jgwu wgllanu. 4. -ariu -aria hanno il doppio esito: 

-ani -ara e -eru -era (i); il plur. Laurera (n. loc), di contro 
a *laureru, è spiegabile per influsso di altre forme di tipo neu- 
trale, V. \ 210; d'impronta più moderna e tratte dall'italiano: 
bikkjeru brikatjeru (acc. a brikatteriì), bjantera v. \ 197. 

5. E breve. In e, date le finali -a -e -o : macera pezza 
tempera, /eie peje mete lepere sempe, eo Leo (levo) reso (riesco) (. 

ekko, ecc. 6. In e, date le finali -i -u: ekki leperi mekkurdi, ii 

seru peju (2) inelu pezzu centu Sottemmeru, ecc. ; ma weru 4 



(i) Karbonara è ' venditrice di carbone ', kar borierà ' il 
luogo dove si fa il carbone '. Altri esempj in -era : kartera 
inanera salerà trinkera. Da Canistro, oltre gli esemplari in 
-iera, una sola in -era : risiera ; a Campobasso un esempio 
pure : cusenera ; nel Voc. abr. : ciuchelattére ciumenére fumére 
(acc. a. fumjere fumire) mande'r e ecc. Altrove, come a CMad., 
Alatri, Arpino, e a Rieti, Aquila, Cerignola: -era. Ammet- 
tere per la variante in -era l'attrazione del maschile non sem- 
brerebbe logico in una regione dove, a cagione della metafo- 
nesi, i generi volevano essere distinti anche per riguardo alla 
vocale accentata. Senonché i femminili in -era, di cui man- 
cavano corrispondenti maschili, si sottraevano facilmente alla 
legge, ripetendo 1' e di -eru. Ma dato questo, e se ci rife- 
riamo al risultato subì, di -eriu -eria, sarà lecito di doman- 
darci, perché il fenomeno -era non si estende anche a macera 
maceria limerà * vomeri a (Arch. II, 347) ecc. Acc. a 
-eru troviamo -ere: kar ter eru kar cerere ecc. 

(2) Cfr. Pieri, Arch. XV, 459. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 241 

(v. \ 206), deci (i). Di fonte esotica: merku (2). Le voci 
italianeggianti mantengono e: kolleru budellu projetti sellarli, 
preffitu ecc. ; ma gli effetti della metafonesi occorrono talvolta 
anche in forme non popolari : gelu geuéii budelli desertu mezzu 
cerviu genitu vnetiku preffitu, senza dire di kokumentu kom- 
mentu e simili, in cui Ve stretto è già dell'italiano (3); Ve di 
ekko influisce sulla tonica di ekkuju ; in quanto alle forme di 
3' plur. pres. come lea7iu legganu vestami ecc. e dell' impf. 
eranu si nota un influsso analogico da parte della i" e 3' sing., 
V. §1 219, 228. Ancora e per e in serenienta come nell'it. (3), 
e in demenzia ; in pasenzia i^pasienzid) utienzia forse per effetto 
della palatile (cfr. mpresenzia) ; treppeje è il plur. tre ppeji 
colla desinenza del sing. ; l' alterazione della tonica in meruja 
nespuja sventuja perkuja sarà dovuto all'influsso delle forme 
maschili, cfr. ? 208; a parte vogliono esser considerate nebbia 
vestia; notevoli anche cerca (4), areto dereto (5). 7. In ?>: 

jeri dieci Pjeru ntjerti, tutti dall'italiano, e ove Ve chiuso 
può spiegarsi dall'umlaut o dalla palatile attigua. 8. In i, 

per influsso analogico, alla 2" sing. pres. aspitti Uggì nziri 
pirdi spinili ecc., v. \ 219. 9. In iato latino: meu (e meu) 

plur. mei (e mei^, mea {eniea) plur. tnefe, v. g 215; in iato 
romanzo: eo (e eo, cfr. meu) leo (levo), ceu veu teu (vengono 
tengono) ; cfr. § 200. 

IO. E lungo, I breve. In e, date le finali -a -e -o : tela 
lena Ifesa (n. loc.) sentella cena fenta tenta kj'esia (6) lettera, 
neje pepe finente verde monezze depefie, jastemo streko celta 
trento, ecc. 11. In i, date le finali -i -u: bii (bevi) rini liiti 

(oliveti) titti bellizzi virdi vinti (venti) trici sigi, più sin pinu 
(pieno, pegno) piru pisu wizzu benittu Frangisku walistru (7) 
cirkju wìtuwu, ecc., come anche nelle forme letterarie: repriku 
gibbu vìsiu ecc. Di provenienza esotica : spitu frisku. 

Conservato Ve nelle voci italianeggianti terenu (arp. terrine) 

(i) Forse per contaminazione di * dece con diegi (cfr. dece 
deici, veli. § io). 

(2) mark- e merk- si alternano pure in tedesco ; cfr. le 
risposte di Alatri, Velletri, Canistro, degli Abruzzi e di Ceri- 
gnola, senza dire del rom. merca de cavalli. 

(3) V. Flechia, Arch. IV, 378. 

(4) Veli, cerkia, reat. cèrqua, abr. cérche vèrce. 

(5) CMad. arétu derétu, ma veli. \ 20 dereto, aquil. \ io 
arrète, canistr. \ 6 derete. 

(6) Il j di fjeria (^ feria) è italianeggiante. 

(7) arista, cfr. canistr. aistro. 



242 A. LINDSSTROM 

welemi menu (CMad. nemrninu arminu) seku wesku fjerdu (i), 
se dall' ital. feltro *feldru *flerdu, fornetiku, ecc.; kwetu 
(fem. kweta) risale forse all' ital. quieto, donde * kw ietti kwetu; 
scambio di suffisso abbiamo in rapelu e forse in walestru (acc. 
a walistru), v. \ 203 ; di ragione analogica è Ve in varie forme 
della 3' plur. pres. come beami mettami vennami ecc., v. § 219, 
nel perf. fece stette venne fecanu stettaru vennaru, v. g§ 226, 229, 
e in essi (cfr. ekki). Troviamo / per e in i'ska (2) tricca (da 
triccàì) cuitta kìrika (forse per influsso della palatile in * kje- 
rika), nonché in voci italianeggianti come ntef itele rìggine 
ratìkuja n^iìuja ecc., e forse failla strila (3); per ritta strippa 
pìruja simmuja va notato 1 ' influsso analogico dei corrispon- 
denti masch., v. g 208; pres. nzinko (insegno) vellino (ven- 
demmio) hanno Vi dalle arizotoniche, cfr. \\ 46, 53; men sicuri, 
perché d'accordo coli' ital., arizzo fiskjo pilo; depine ntine 
potrebbero essere contaminazioni tra il sublacense depene ntene 
e r italiano. 12. In e, per influsso analogico : trenta^ 

V. \ 208, elio elluju essuju (cfr. ekko ekkuju). Frinkellu 
(pop. frinkelu) e senza sono voci italianeggianti. Inoltre 
kwerera Aniele (cfr. Daniele Krabbiele), non senza affetta- 
zione primaviera (4), spero penzo (5) mpeco (impecio) pece. 
13. cicchilo cicindèla, cfr. ven. cesendolo. 14. In iato 

latino: Antrea; in iato romanzo: kreo (credo), niu più siu; 
cfr. \ 200. 

15. I lungo. In e, di ragione analogica: ìneuza (acc. a 
mirza) senkara, v. § 208, jemmete neora (nidi), v. § 210, perf. 
vedde messe, v. §§ 227, 228. 

16. O breve. In o, date le finali -a -e -o : arcala ola 
kqcca skorteka, /ore oste, omo soro Iqko otto dormo, ecc. 
17. In o, date le finali -i -u\ pg i^ poi) matittgi koli (colli) 
gmmeni, sgwu fgku trgppu (6) kglu griu gtnmenu, ecc. Di 
provenienza esotica: cgkku. Spesso intatto V q nelle parole 
italianeggianti : bilqkki wizzqku babbalqttu trqkkju petrqniu 
ralqriu rosqriu niqnacu stqmmaku frabbqtiku revqrberu prq- 
speru skarcqfanu ecc., ma anche in tali casi si verifica l'oscu- 
ramento : gggi forbici, bgjti petrglu relgggu (pop. relgju) 
rgtuju, ecc.; d'accordo col rom. sta kwattqrdaci, di fronte 



(i) KeSit. fiérdu Jìérdru; cfr. Pieri, Arch. XV, 464. 

(2) Cfr. Ascoli, Arch. Ili, 462. 

(3) Abr. strija, Arch. XII, 19, n. 

(4) Cfr. Pieri, Arch. XV, 472. 

(5) Cfr. Pieri, Arch. XV, 473. 

(6) Cfr. dgppu, dall' it. dgpo. 



IL VERNACOLO DI SUBIACO 243 

al fior, quattordici; V q aperto si mantiene alla 3* plur. 
Dres. niqranu abbotanu ecc., d' accordo colla i" e 3° sing., 
V. § 219. Accanto a nasale complicata si ha o, mentre do- 
vremmo aspettarci q, \\\ kgnka lonka bginma monte ponte orme 
responne naskonne krompo (compro), tutti d' accordo coli' it. 
ftorché ionka; aggiungasi tnomnioria mg, in cui V g h prece- 
duto da nasale (i), e dicigtto (di contro a otto), ove precede 
palatile ; riguardo alle forme del presente appgjo spglo strgzzo 
sfero kgleko reoìneto, essi vanno spiegati dalle arizotoniche, e 
così forse anche sglo akkglo inf. sgle akkgle ; men sicuro 
forze. 18. In u, accanto a nasale complicata e per meta- 

fonesi : krumpi (compri) arimunti (rimonti) respunni (rispondi) 
antiaskusu kimtu (2); riùmito kùmpito (vomito compito) do- 
vranno il mutamento della tonica alle corrispondenti arizoto- 
niche riumità kumpità, cfr. W 52, 68 ; struppju da struppjà, 
cfr. I 65 ; V u della 2^ sing. pres. skrupi suli ecc. è di ragione 
analogica, v. \ 219; per trafurti v. \ 203. 19. Krunale, 

V. I 203. 20. In iato romanzo : broa nqe (e nqwe) wqe, 

matittgi vgi (bovi) ; cfr. \, 200. 

21. O lungo, U breve. In g, date le finali -a -e -o: 
dga assgra (u x ò r a t) monta pgnta kongnta spgnta dgnka sgna 
fgrerna gngeka, gte sgpe wglle frgnne pgce sgrece, pgto kgso 
(cucio) kgwo, ecc. 22. In u, date le finali -i -u: mpuni (im- 

poni) nuci (noci) duici, utu pusu pu'lu ùriu iilifnu nepìUe-tn 
(acc. a nepgte-mu), ecc., nonché nelle voci letterarie tubbu de- 
prefuntu deluhi iirtiniu ecc. Esotico le utti (le botti). 

L'o è rimasto in varie forme italianeggianti : nigli (3), kaka- 
pgntu grmu sgrfu sepgrku pgrzìi jgrnu (di rado jurmì) kowg'sku 
konngsku sgttu (canistr. \ 16 sotto sutto), ecc.; brgwii bgttu 
krgkku, di origine esotica, rappresentano l' it. brodo botto 
krqkko, con metafonesi ; Vg di kongntu è analogico, v. ^ 208, 
come pure quello della 3" plur. pres. in pgtanu ecc., v. | 219, e 
dell'impf. congiuntivo fgssanu, v. § 228. Abbiamo ancora u 
invece di g, quale si chiederebbe dalla finale, in burza kii- 
kum,a\ in quanto a Majura, v. nella Crest. magiure (aret.) 124, 
loi ; 142, 178, majure (umbr.) 146% 105, tnajure (rom.) 125, 6 
(correz.) ; ruzza e ungika sono rifatte sul masc, v. \ 208, 
kusta ìnustra sulle forme arizotoniche, cfr. \ 63, e frunne sul 



(i) Mg è forma regolare in proclisi. 

(2) Da notare plur. mgnti pgnti, v. § 210; accenniamo, ma 
con riserva, a qualche traccia di munti; Ignku sarà rifatto sul 
fem. Ignka, v. § 208. 

(3) Se il plur. non è rifatto sul sing. mgle. 



244 A. LINDSSTROM , 

"(Aur. frtcnni, v. § 210; italianeggianti bùbbuja dunke; per Uituru 
V. \ 203. 23. In q: nome (i), come nel rom. ; di ragione 

analogica: nqro (cfr. sqro e sqcera), sortqra p7-qna lappqm 
sellakkjqna sozzolqna, v. \ 208 ; coli' it. corrispondono kqppa 
rqppa nqkkja reskqte\ sposa è una affettazione. 24. In iato 

latino: dga; in iato romanzo: doa kga nfua, nui vui, anntu 
(e annuwu); cfr. § 200. 

25. U lungo. In o, di ragione analogica : plur. prgr.ka 
(acc. a prunka), v. g 210. 

Dittonghi. 26. AU: Màuju kàuji. 27. In o: />cièa. 

28. Per effetto dell'umlaut: poku tgre {^tgru, cfr. § 206), di 
contro ai quali qru trasqru nqstru, non popolari ; qui sembrano 
irregolari sgma kgsa, pur rispondendo alla pronuncia comune 
in larga parte d' Italia. Di origine esotica: rgbba Iggga. 

29. In 11: spuso appuso, da spusà apptisà, cfr. § 82. 30. AE. 
In e: cespa fece ecc. 31. In e, per il solito umlaut: ceu 
ceku fenu\ per kenka (fem. e neutr.) v. ^§ 208, 210. 

Dittonghi secondarj. 32. AI : àinu tramrnàinu ràina 
sfràina ràika. 33. AU : diàuju tàuj'a fràula sàuca kàuce 

skàusu wàusu nàutu Austa. 34. EU : geuzu meuza feuca 
veusa. 35. lU: Tìuju jìuju nnìuja prìutu fìucu wìusu. 



Vocali atone. 

36. A. Di sillaba iniziale. Di regola intatto, pure 
in nata. 37. In e: v. §g 176, 180. In i: lingestra (2) 

Hnterfia (cfr. canistr. ^ 20). In o : ropertu (cfr. kopertu) ; 
V. anche \ 180. In u : ruprì (acc. a raprì). Per i 

casi di aferesi, dileguo, prostesi, concrezione v. \\ 184, 187, 
190. 195- 38. Protonico. Intatto, anche nel fut. e nel 

cond. della I, v. § 218. 39. In e: vierella (acc. a viarella) 

Kraspergne, cfr. l 55; alla i' e 2' plur. impf. congiunt. di I, 
per analogia, v. § 220; v. anche § 176. In i, v. § 180. 
40. Postonico. Da notare: àtntnaru passarti. 41. In e: 

alla 3* plur. impf. di I, v. § 218; v. anche § 176. In i: 
niqnika (acc. a ntqneka, v. loc. cit.) per attrazione del suffisso 
masc. -ikii; v. anche § 178. In o'. kànnoiva, dalla labiale 
attigua o per dissimilazione. Italianeggianti biifola màntola. 
42. Finale. In e^ di ragione sintattica: koc-fjatnmetta koe- 
fjamtngne, kàse-ta màmine-ta kuinàte-rna ecc. 



(i) Cfr. Ascoli, Arch. XV, 479. 
(2) Cfr. Flechia, Arch. Ili, 160. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 245 



43. E {e lungo, e ed i breve). Di sillaba iniziale. 
In e, se la tonica è a, e, o: emà cerasa belanga cekala desfà, 
sente Ila, vengkkja (ginocchj) pesane peggjie presone mero Ila 
deskore brekkokola, ecc., de pe me te se proclitiche. 44. In 

i, se la tonica è i, u : piritu Cisira pisimu (ma pesa) vinisti 
(ma venesté) fistinu cillittu strippina timpiri (ma tempero) cin- 
trìmitu, winukkju ttiputi (ma nepote) vitutu (ma vele) vittura 
fittucca nisunu liggutu virduni (ma verdone), ecc., di pi mi ti 
si in proclisi. 45. Talora questo accordo è turbato dal- 

l'azione analogica: witale witgne, nzerinu ferittu resi jenipì 
te?nniu tnethnu resutu remputu, ecc. (cfr. witu nzerà feru reso 
jetnpo tene mete), talora dall'uso italiano: kwitara trivella (i) 
inestra (2) Ifesa (n. loc.) vitelli (CMad. vetéju) Dicemfneru 
trifglu timore (per tumore), benzina repriibbika, ecc. In 
ambedue i casi abbiamo sdoppiamenti : ceppgne : cippgne, si- 
ri?iu: serimi, icina: ecina, vini: veni, finite: feìdle, billizzi: 
bellizzi, sintutu: sentutu, diluhi: deluhi, ecc., ntillina: ntellina, 
pirikuju: perikuju, Rigghia: Reggina, pirtiuccu: pernuccu, ecc. 
Men sicuri : tikama sbirzalu tnità spitale (aquil. | 66, n. 
spedale spidale) triccà liggeru iniella (3). 46. Innanzi fi : 

sdinà nzinkà (per * nzina), di contro a lename frenacca frehgne 
(cfr. letta frena). 47. Neil' iato latino : skrià krianza 

ìnpriaku, di fronte a beatu legne, voci letterarie ; nell' iato 
romanzo : rial-e, ma leà leame beemntu peate peakkja (cfr. le 
rizotoniche tea beo ecc., e peje) rea reazzu regnieto (vomito). 
48. In a: Affile trasqru frabbqtiku, dav. r: sarvàtiku barella 
e, alla i" e 2' plur. impf., aretnmu areste (v. § 228), qui forse 
per effetto di dissimilazione; v. anche \ 180. In o. ortekkja 
(per influsso della labiale in vertekkja) protura (da protgré) 
sotaccu tolaru fr osella; v. anche §§ 176, 180. In u\ urtekkja 
(per ortekkja); v. anche \ 176, per l'aferesi \ 184. 49. In 

relazione alla mediana la sillaba iniziale cambia d' aspetto, 
come farebbe la tonica per rapporto alla finale : a\rekalà 
stetekà devertì Felletinu despenzqriu defentiutu vettorale (cfr. 
vittura) nienoranza, sitiaru sdirinà ritice'lu pittinella sitigne, 
ecc. Esempj contrarj ma dovuti ad influssi analogici : 

sifellittu (cfr. sifa), metitura (cfr. mete) respunjiimu reskutisti 
(cfr. respgnne reskqte) ; sdoppiamenti : risbiìà : resbilà, difinnutu : 
definnutu, cirnituru: certiituru, spinnikuni: spennikuni, pittu- 
rusu : petturusu, ecc. Italianeggianti ad'ldimmannà nzin- 



(i) V. anche | 205. 

(2) Se non da *jenestra, per influsso della palatile. 

(3) Forse da *jemella, per influsso della palatile. 



246 A. LINDSSTROM 

nokkjà, metigina nipelusi verucìpitu, ecc. ; con sdoppiamento : 
detalinu: ditalinu, tirnità: ternità, virila', verità, sirviiuri'. 
servituri, ecc. 50. In iato latino : kriatura ; in iato ro- 

manzo : beorà. 51. In o: v. \ 180. In « : v. § 176. 

Per i casi di aferesi v. | 184. 52. La protonica si regola 

sulla tonica : kardenale pastenalu skarekà cercenatu meneskarku 
rosekà possetenza, kappillittu kassittitm aspittimu (ma aspetta) 
kasittuni (ma kasettgne), ecc. Un certo numero di esempj 
contrarj si devono all' azione analogica : aggibbà sdirhià 
dicisette acitgne (cfr. gibbu rini dieci acitu), karekitnu niar- 
tellikkja ìnurzellittu pìcrcellittu kaekunu raspellusii tennerume 
peperuni kuperkjuzzu (cfr. karekà * martelu *morzelu *por- 
ceìu kae tenneru pepe koperkju), ecc.; qui pure l'analogia dà 
luogo a sdoppiamenti : kardilinu: kardellinu, kupillittu: kupel- 
littu, ecc. Italianeggianti alimale lumittata kumpità riumità 
litikh, skarapeUimi devertutu, ecc.; spesso con sdoppiamento: 
devirtì : devertì, kumtnirtì : kummerti, Fullittintj : Fellettinu, 
suppillì: seppellì, ecc. Men sicuro furisteru (CMad. fura- 
stéru). 53. Innanzi / ti : resbiìà vellihà (ma vellena) rasi- 

noju. 54. Neil' iato romanzo : mania turturià vitturià ku- 

riojii, ma abbeente areekkuju areelluju. 55. In a, dav. r: 

cellararu skarparelu fjakkarelu takkarelu wattarelu vekkjarella 
(ma stennerelu) abbottarelu bjankaria kolonaria ostaria spi- 
siaria siikkarina kazzarqla bakarozzu skarfarqttu ; il fut. e il 
cond. di II e III vanno d'accordo colla I (v. \ 218); abbiamo 
e per dissimilazione in faceralo (v. ^ 226); v. anche § 178. 
In o : beorà (influsso della labiale caduta). Per i casi 

di epentesi v. § 192. 56. Alla postonica l'accordo 

è retto dalla finale : àlenia fràceta Skolàstreka perzeka Do- 
meneka femmena lìpera lemosena sgreka m,gzzeka (morsica) 
fatele kàlece (acc. a kàlage) pàtnpene pettene pesete jem- 
tnete enece semprece ntef itele ggwene grdene sarete niitele 
nìiwele mpime-te (per ntpùni-te) skareko remmenneko ecc., 
invece fàcili jìnmiiti nùwih àliinti kàrpinu sànkiuinu ii?igiku 
(ma gngeka) ticritu (ma tgreta) ecc. ; di ragione sintattica : 
pàri-tu fràti-ìnu jamìti-ju. Si contrappongono alcuni casi 
di alterazione analogica : ràika lìtiko kimipito riìmiito (cfr. il 
suffisso masc. -iku, litikà ecc.), kàreki tàfreku perzeku jennern 
(CMad. jénniru) tenneru (CMad. tìnniru) Sottetmnerii Noem- 
meru Diteìnmeru prqsperu sgteru grnnienu (cfr. karekà, i suf- 
fissi fem. -eka, -era, femmena) ; sdoppiamenti : tnàneka : mà- 
nika, se cena: setina, màniki: màneki, grnniini: gmineni. Ita- 
lianeggianti fràbbika kràntina pàggina màggina settima kìrika 
nkiitina ìirtinia làbbise rìggine rgmite, revqrberu ; con sdop- 
piamento: bettqleka: bottqnika, kqneka: kqnika. 57. In a, 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 247 



dav. r: vennardi kànkaru niàskaru papàniparu skwàttaru ven- 
naru (vennero) kukùinmaru sùwaru, del resto kàlace kwattqr- 
dagi (acc. a kwattqrdeci); v. anche \ 180. In o\ kàmmora; 
V. anche § 178. In a, per attrazione analogica di -uju 
-uja: sìfuju nespuja shmnuja. Per il dileguo, l'epentesi 
V. ^§ 187, 192. 58. Finale. In z, di ragione sintattica: 

fràti-tu phri-tu ecc. (cfr. \ 56). In a : kÌ7ika kenka (cfr. 
donka), niatittgla. 

59. I {i lungo). Di sillaba iniziale. Notevoli i casi, 
ove il risultato si confonde con quello di i breve: vellena, 
venaccata fenaria (finirebbe), se ce in posizione atona; del resto 
vellina (da vellena), fernì, cfr. § 205. 60. In a: ankrese (i). 

In ti: gurlanta; v. anche \ 182. 61. Protonico. Nel 

fut. e nel cond. di IV, a è introdotto dalla I, v. \ 218. 
62. Finale. In contatto colla tonica i dilegua (cfr. \ 119) '• 
perf. -à (v. § 218) fu (v. § 228). Alla i' sing. perf. forte 
Ve viene dalla 3', v. \\ 226, 227, 228, 229. 

63. O (e lungo, o ed ic breve). Di sillaba iniziale. 
In o, se la tonica è a, e, o : kolata korala lokrà sopranu 
potra^sa, pò Ile tra (ma pullitrv) kortelu kornetta (ma kurnittu) 
korpettu (ma kurpittu), rosola korona korolla tosgra kottgra 
(ma kutturu) korzgre, ecc. (2), addo so ko lo non mo in pro- 
clisi. In contatto con nasale l'esito sembra doppio, tanto 
o che u : tomara kotnmatte skonkassu zompa niontanu spanta 
skontrà, Donieneka kornmentu pompetta, konokkja konone kon- 
ngse contrgne pontrg?ia, acc. a Dunatu mustrà krunipà rnpuntà, 
unterà unnella, e sdoppiandosi: dotnà: dumà, mortale: muriate, 
konzerva : kunzerva, kongertu : kungertu, konetta : kunetta, 
konfgnne : kunfgnne, konfrgmme : kunfrgmme, ecc. ; sem- 
brano anomali kustà, pulenna; ancora con forme sdoppiate: 
nipostà: mpustà, processu: prucessu, ortekkja: urtekkja\ puz- 
zakkju kuperta burzetta seguono puzzu * krupì burza. Italia- 
neggianti : budelli skiirtgre e forse kukkana ; con sdoppiamento : 
korzgre : kurzgre. 64. Se la tonica è i, u, troviamo u 

all'iniziale: muri (ma moreìnfmi) Krulinta nkunia ulimu (ma 
olea voleva) Rusina skrupi tnpullimi buttila nucilu sturdise, 
Utturu (ma Ottgre) kunnuttu sulluzzu kurnutu buccuni (ma 
boccgné) kukùmmaru, ecc., addii su ku hi nun mti in proclisi; 
esempj di attrazioni analogiche : sfjorì, kocutu (cotto), ecc. 



(i) Dav. r\ sarqkku sarqppu, dall' it. scirocco sciroppo. 

(2) Giova confrontare qui il risultato, sebbene di origine 
diversa, in tolaru sotaccu, cofetuja Sottemm-eru fornetiku 
(v. § 176) mprotente (v. g 79) Oggenia (v. \ 84), kostqtia (v. \ 79). 



248 A. LINDSSTROM 

Italianeggìante konimuna ; sdoppiandosi : btikkinu : bokkmu. 
65. Innanzi j l n kj pj bj : Riijanu Rujati pì'ujettu, fuletta, 
krunale spunetta, kukkjaru kukkjgne, struppjà skruppjgne, Sub- 
bjaku, acc. a projettu (italianeggiante) fjonà sbrana sponetta 
(cfr. fjgna * sbrana * spotia). 66. In iato romanzo: guanni 

suatta buaru skuella nuella (novella) nuelle (avv.) buetta, acc. 
a koà troà sowatta boaru skoella koetta noelu Noeimneru (e 
Nozventmeru) kogne (cfr. kgwo trqwo woe kga noe). 67. In a, 

dav. r : ardenu ardika arcala (i); v. anche \ 176. In e: 
V. \ 176. In i: V. \ 176. 68. Il rapporto tra la sillaba 

iniziale e la mediana è lo stesso che tra la tonica e la finale : 
ak\kortatgra ap\pontellà kaminertì (acc. a kuntmirtì) pongekà 
kommetièa gorgelleu (acc. a gurgilleu) konipo'stgre (ma kumpu- 
sturi) konnosea, ma kunipità riwnità furisteru puniitqru turni- 
tare purtiikallti puzzujana kunusii (conoscevi) brukkuitti, ecc. 
Contrastano a questa norma i casi di alterazione analogica : suk- 
karina (cfr. * sùkkaru) murzellittu purcellittu kuperkjuzzu (dove 
e si sostituisce ad i per influsso di *niorzelu ^porcelli kaperkju, 
cfr. § 52). Italianeggianti bussala, kokummtu. 69. In a, 

dav. r: arganetti (di fronte a organi) sardaturu; inoltre appilà; 
V. pure § 176. In i, v. |^ 176, 180. Per l'aferesi v. ^ 184. 
70. La protonica dipende dalla tonica: mano kkj ara pettorale 
abbaia (ma abbutimu) arkoweriu pistoiese (ma pistulisi) peka- 
rgne (ma pikuruni), ecc., invece akkuntt arustì assurdi aluttì 
Karulina walluzzittu takkunilu verucìpitu ferruvia spillunittu 
prunhunginu kuntpusturi, ecc. ; sembrano anomali abburà (se 
da abborrare) purtukallu bussulqttu; sdoppiandosi: assorà: 
assurà, karbanaru : karbunaru ; di ragione analogica : aimnu- 
stà, armnattilu (cfr. mustu, ammottà); nelle parole composte 
kapu-nera kapu-fgku il primo elemento conserva ancora un 
carattere indipendente ; kokuzzqla, invece di kakazzqla, per 
dissimilazione. Italianeggianti kokumentu, nekrafumu (CMad. 
nicru/ume) rekaldura. 71. Innanzi j l : naujà appirujà 

puzzujana taujg7ie (cfr. pìruja tàuja), akulgju; per appojà 
cfr. pres. appgjo. Italianeggiante artojanu. 72. In iato 

latino : manuale ; in iato romanzo : Vikuaru (acc. a Vikoaru). 
73. In e: gorgelleu perlenkgne (acc. a prellankgne). In i\ 
gurgilleu (per gorgelleu) raniturku. Italianeggiante riuinità 
kumpità ecc. Per il dileguo v. ^187. 74. Alla postonica: 

kàpara pekara fìkora ecc., ma Nàpuli ànguli kàrkuli, taruju 
appennuju pìkkuju ecc. Il suffisso fem. -uja sarà rifatto sul 



(i) In ardika si tratta forse di concrezione (cfr. § 195), in 
arcala di dissimilazione o di concrezione. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 249 



-uju : àsuja tàuja pennàzzuja nespitja settcja ratìkuja pìruja 
kùnnuja ecc. Italianeggianti kràntola Iqtola ecc., pure con 
impronta italiana : Pàolu niàrmoru ; men sicuro kUkuma. 
75. In a: gàkamu kùkatnu. In e: tempera. Per l'epentesi 
V. § 192. 76. Finale. L'esito sembra doppio. Accanto 

a u schietto s'incontra il suono intermedio tra e u, il quale 
risalirebbe a o breve. Lo troviamo alla i' sing. pres., nel 
gerundio, in qualche sostantivo, qualche pronome o avverbio, 
e l'abbiamo notato, per eccezione, con o (cfr. p. 23S) : skàreko 
koleko venko ecc., korenno ecc., sqro omo, eo hello kesto, 
kwanno areto dereto trento celta Iqko otto. Non è facile 
determinare il suo posto nel linguaggio attuale, dove l'ana- 
logia tende a eliminare l'una forma o l'altra. Ambedue si 
confondono. Tuttavia ci è parso di sentire un u schietto 
dopo a, i, u tonico, negli altri casi il suono tra o e u. 
La finale non suona mai g. 77. In ^ /, di ragione sin- 

tattica : nqre-ma sqre-ina jennere-niu kvinàti-nm. 

78. U. Di sillaba iniziale: akkupà muta kupella, ku- 
pellittu, ecc. 79. In o, per confusione con o dà u breve: 

mprotefile (acc. a mprulenlé) kostqtia. In i: finzione. In a: 
anginu (cfr. \ 190). Per l'aferesi v. § 184. 80. Proto- 

nico. Qualche volta in o, per confusione con o da u breve: 
fattokkjarti vettorale (acc. a vetturale). In i: kummingne. 

81. AU : Laurera. 82. In o : appokaru arobbà. 

In tt: appusà spusà. Italianeggiante utienzia. Per l'aferesi 
V. \ 184. 83. AU secondario: kaucà Fraulina Autore. 

84. EU : Uggenia, acc. a Oggenia. 

Consonanti continue. 

85. J, intatto: jennaru jamo, ju junku Majura, pepe, ecc. 
Cade in sdiunà maese (cfr. | 136, n.). Italianeggianti: ctise 
(Giuseppe, in posizione iniziale), ma ah gguse! nu gggwene 
^'^ ggokatura, maggese maggu ecc.; per l'epentesi, la discre- 
zione, la metatesi, lo scambio v. §| 193, 196, 197, 202. 
86. VJ, con esiti diversi : liggeru, nkabbjà, viqla, nessuno 
popolare; v. anche § 179. 87. SJ : basa fasgju pesgne 
(acc. a peggne, italianeggiante) presgne, cerasa kamisa kasu ; 
per influsso letterario Bjàsiu kjesia. 88. SSJ : spresà 
rosola, rasa mpresa rtisu, ecc. 89. RJ : -aru ara makara 
parti -erti macera kgru -uru ecc., ma fjeria (cfr. \ io, n.). 
90. MJ : sìfia vellena, acc. a vellempja (cfr. kanà: kampjà, 
kwatanà : kwatampja). 91. NJ, di ragione analogica: 
prunku, cfr. |g 151, 152. 92. RNJ : fama. 93. LKJ, 



250 A. LINDSSTROM 

con esiti diversi: lì kaucinaru kaucà di contro a 2) kazzetta 
kazzuni 3) nkasà rekasà (veli, rekazza) skasà kasetta kasettgne 
kasuni, skàiisu 4) di evoluzione recente karzatura karza. V. in 
proposito W 98, 126. 94. NKJ : onga vanga, ma biunzu. 

95. GJ : relgju, acc. a relgggu faggu (cfr. yàw, da fagu-) 
rifuggii. 96. TJ, KTJ, PTJ, con doppio esito nelle voci 

italianeggianti : i) duizione (e duizzigné) orazione dàziu vìziu 
gziu, azigne (e azzigne, cfr. camp, azzejqune nap. azzcjone, 
Arch. IV, 161), kungizigne, ecc. 2) 5a.?/à orasigne kolasigne vìsiu 
gsiu, skrisigne, ecc. 97. MPTJ: akkofigà. 98. LTJ, 

con doppio esito: i) wàusti, se da balteu- 2) con evoluzione 
recente arzà (CMad. azà, veli, azza), sbarzu, cfr. §^ 93, 126. 
99. NTJ, per influsso letterario : stanzia demenzia pasenzia 
utienzia inpresenzia. 100. DJ : ju jgrnu appojà, tnatittgi 

{* gji) ; per gli {*gji) matittgla cfr. l'affettazione noia gola 
(noia, gioia) nel rom. e ugh a Sora (i). loi. RDJ : i) griu 

2) war zittii e warsittu. 102. BJ : Rujaìiu; per alo {*ajo, 

habeo) cfr. gli g 100. Italianeggianti rubbju e ìnarìibbujti 
(v. \ 203). 103. MBJ: kaiià (acc. all'italianeggiante kanipja). 

104. FL: fanella (v. § 188). 105. NF, NFL: nfezzà 

nfussu kuìifju, quasi tnvezzh mvussu kumvju. 

106. V. Iniziale: perzu massera. 107. Dopo par- 

ticella che finisce con vocale oppure all'interno, dilegua: na 
espa la ina la glepa la gce la ola la urtekkja la mnera, antuinà 
cuitella duizigne neara lastru (* liastru) Vikoaru noelu failla 
regmeto, ia anelia uà ae kae (cavare) 7vqe jai leo (levo) nkau 
baliu gìieddi, ecc. ; aria porelu dall'italiano arrivare, poverello. 
Non di rado dopo vocale labiale occorre un w, dopo palatale 
un j , epentetico : ju wau nu werme (acc. a nu enne) ggwene 
nqwe (acc. a nqe^ lu wisku (acc. a lu isku) niiwili (acc. a niiili) 
gwti, i jenki (per rapporto al sing. *y« wenku, da *ju ju- 
luenku, cfr. § 196) greje neje, ecc.; di ragione analogica: ju 
jenku {■pe.r ju wenku) dal plur. i jenki. Forse per evitare lo 
scontro delle vocali congeneri, v è mantenuto tra due a: la 
vaska la valle la vakka lava lavatinu, ma so akke nukke (2) ; 
jajaru da jai. Per la questione dell'iato cfr. \ 200. In 
seguito ad influsso letterario o per altre ragioni : la vena la 
vellena la ventala la vertekkja (acc. a la ortekkja) la ventakkja 
la venaccata la vetta le vece ju vettorale la vittura na vituta 
la vita lo velenu ju vìtuwu ju vìkuju ju vitelli (reat. p. loi 



(i) V. Merlo, in Zeitschr. XXX, 13, n. 2. 
(2) Aquil. § 106 vacca, \ 107 la acca, reat. akka. Cfr. 
anche kavalu brava (acc. a braa) e tatta (da *taatia), § 168. 



IL VERNACOLO DI SUBIACO 251 

itéllu) ecc. (i). In k, v. g 181. In m, v. | 182. 108. LV, 

con doppio esito (cfr. \ 126): i) pgllere kalu (da * kallu 
cfr. \ 125 ; aquil. \ 90 kallu, kajju), 2) di evoluzione re- 
cente: sarvàtiku, pgrbere marba (cfr. anche maletna ^ 192). 
109. RV ha doppio esito : i) seretta kgru 2) dì immissione 
recente: nerbu (cfr. anche kgrevu \ 192). no. NV, con 

assimilazione bilaterale (2): mnielena kotnmertì 'nimece 'mmernu 
koìmnentu 'imniaggu bemniolenza mniutina. in. SV : re- 

sbilà sbotà, Resboia; per skwerdu v. \ 193. 

112. W. Iniziale: kwatampjo. 113. Dopo particella 
che finisce con vocale : la vanga ju warnelu. Italianeg- 
gianti la kwazza ju kwardianu, e la ggur tanta. Per l'epen- 
tesi V. § 193. 114. KW. All'iniziale con doppio 
esito : kwanno kwattrti kwattqrdaci kwìnici, ma ka kae kaekunu 
kella kestu kessa kenka kilu kistu kissu kinka, l'ultima serie 
forse in proclisi. 115. Dopo particella che esce in vocale o 
all' interno : y« kwatrinu ju kwartuccu pi kwahi la kivistigne 
àkwila. Infv. gi8i. 116. NKW: skonkassu, kenka 
kinka donka dtmke, ma cinkwe. 117. NGW: sankwe 
lenkwa sànkwinu. 

118. S, intatto sempre e sordo; da notare: le sainpgne 
ju sgrfu suzzu sukkarina ; di ragione analogica la zzakkqcca 
(acc. a sakkocca) ecc., cfr. ^123. In i: sìfuju setnprece 
rgsekà. Aggeminato, per influsso analogico : perf. messe mes- 
sono di contro al part. misu (v. § 228); men sicuro nfussu, 
v. loc. cit. Per l'aferesi, la prostesi v. |§ 185, 191. 

119. Finale. Nei monosillabi in z, che poi dilegua: nui: nu 
vui: vu sta (stai) da (dai) pg ecc. 120. SK, SP, SB, 

ST, SF. S giunge a s: skannu iska skrie spagu espa sbrana 
pistilu pgstu sfera sirene ecc. 121. RS, in rz (cfr. ré da 

LS § 126): tnurzellittu {pQx inozzekà v. | iSi) dorzale perzgna, 
verzu kgrza marze (morse) perzeku ecc. (3). 122. NS. 

Negli esempj, in cui « resta, troviamo tiz: penzà ngenzeru 
nzinkà, ngenzu, ecc. 



(i) Il V, dopo labiale, si alterna qualche volta con w: 
acc. a lo velenu ju vìtuwu anche lo welenu, ju wìtuwu. Oc- 
corre tener conto della posizione sintattica, giacché in principio 
di frase o dopo parola che esce in consonante il v non è soggetto 
a cadere ; così per la via, la volarella, kane vastu, lu vinu ecc. 
si potrebbe pensare a via! , a vola, e vastu, e vinu bbgnu, ecc. 

(2) Cfr. Flechia, Arch. II, 325, n. 2. 

(3) Si noti er zgle er zakku er zinale, dal rom., acc. a y« 
sole ju sakku ju sinale. 



252 A. LINDSSTROM 

123. Z. Dopo particella che esce in vocale, con dop- 
pio esito : i) la zzappa la zzenkara mi zzippu lu zzinku ecc. , 
2) la sappa ju sappone la senkara la seppa nu sippu ecc. (i). 

124. L, in j (2) davanti i, u (da i ed u lungo, u breve) : la 
imara {* la jimara) kaina {*kajina, cfr. veli, kalina) le ie {* le 
jie) i jìtmniti kàuji cekuji, jùnneddi la jtnia la jupina ju ju- 
pu f ùppuju (cfr. § 196) j' unariu :cfr. loc, cit.) ajukku paju ceti 
{* ceju) fili [*fiju) miu {*mijzi) più (J' piju) fasoju tnuju sujti 
diàuju appennnjii wìsuju rgtuju fùrktiju ecc. (cfr. LL | 125); 
tuttavia, in molti vocaboli / resta intatto : libbera la libbra la 
Ihnongella la lingestra la Illa ju libbru ju liitu ju litgzzu ntuti 
N àpuli trìtuli, lùcitu la lurna ju lupinu ju lucinu balurdu pihisu 
diluiti, ecc. ; in parecchi di questi casi / è certamente italia- 
neggi ante ; plur. pisttilisi d'accordo con pistoiese, kanalittu 
con kanale. Mtija e nitijatteru traggono j di tnuju ; per attra- 
zione del suffisso masc. -uju abbiamo al fem. : ràtntija sven- 
luja pemiuja ecc. (cfr. g 78), di contro agi' italianeggianti ttiàn- 
tola trìbbola fràvola ecc. (cfr. loc. cit.) ; inoltre naujà ortojanii 
ptizztijana taujone (cfr. tàujd); per ju je^ntnete {*ju jìtnniete) 
V. § 210. L dilegua in kae (di fronte a sale krunale ecc.), 
forse perché in posizione disaccentata. Aggeminato in 
kannelleru kolleru polletra piillitrii sullikkju salle sellarti 
ivollanu. In r, v. W 177, 179. Per la concrezione, lo 
scambio, v. §§ 195, 202. 125. LL, in / (3) davanti i, u : 
alina mulika ftiiitti (ma cillitttì), alumà sahitu (salito) kavalu 
-elu arihi kglu puhi, ecc. ; di ragione analogica : plur. korala 
(cfr. koralu); tngìe (molle, per *mg'li v. \ 206). Italianeggianti 
pappakallu bndellu (acc. a btideìu). Scempiato in kolekà. 
126. LK, LP, LT, LF, LS, LM hanno doppio esito: i) kaci- 
naru sagata fagà pucinu kauce sàuca foca fèuca fiucu doge 
pgge, tupinti (se da talpa), atale sbotà abbotà sàtitu (salito) 
àtitti qta Resbqta rakkgta fotti sgtu futti, sasikkia ptisinu tneuza 
(e inetisa) geuzii pusti 2) di immissione recente e compresa la 
digradazione di k: karkolà kiuarke farku siirkti (cfr. anche akka- 
lekà sgleka ecc. § 192) sorgala fargà farga karge serge, kgrpti 
(cfr. anche skarapellitiu glepa ecc. \ i92)> kortelu skurlgre 



(i) Cfr. anche ju zzappti jti zziti nu zzgppu nu zzutnpu 
la zzinna acc. a ju sappu la sinna ecc. 

(2) Sarà una sopravvivenza di /, cfr. veli. § 51. A CMad. 
il jotizzamento di / intervocalico è ristretto alla protonica. 
V. anche Merlo, in Zeitschr. XXX, 16. 

(3) Cfr. veli. ^ 57, aquil. § 98. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 253 

mar tu (molto) sor tu ùrtimu, ma kurdtiizigne seppur dura 
skiuerdii (r), sorfu, purzinu farzu iiiirza pgrzu, furminante 
kzvariìiente parmu annu (cfr. anche skalemà màleina ecc. | 192). 
ClV. LKJ LTJ |§ 93, 98, LV l 108, LD LB ?| 160, 172. 
127. LKR, seporku, v. § 188 (cfr. anche sobbglekra \ 192). 
12S. LTR : aru\ ^qx pontrona v, § 181. 

129. R, intatto, dopo la tonica tenacissimo. In /, v. 
l 175. In n, V. § iSi. Per il dileguo, l'epentesi, la me- 
tatesi, lo scambio v. ^l 188, 193, 197, 202. 130. In posi- 
zione finale, cade: soro sape pe sempe. 131. RR, scem- 
piato: arili abburà skareka feraru, ter a zveru tgre, ecc. 

132. M, spesso raddoppiato: areminounà anuviinerà ad- 
dinmtannà sammenarisku, kgniine konfrgìnme kammora gin- 
menu jetnmete shnmuja stqmmaku kukùmniaru sekkùmniene. 
Per la prostesi, l'epentesi, lo scambio v. \\ 191, 193, 202. 
133. MN : gnne ecc. 

134. N, spesso raddoppiato : nzomiokkjà, jìinneddi ven- 
nardi kànnapu kànnowa jenneru ienneru cennere kùnnuja. In 
l V. \l 175, 177. Per la prostesi, lo scambio v. ^§ 191, 202. 

Consonanti esplosive. 

135. K. Dopo particella o parola che esce in vocale, o 
all'interno di parola, ha due esiti: i) davanti a, o, u tende 
a sonorizzarsi (2) : la kga suona quasi la gga, così ju kgrnu 
cekala, spaku suku pekora màniku, ecc. ; 2) davanti e, i di- 
venta e (3) : le cerasa ju ceu tu cirki macera, batnmace krgge 
sici fatele sgrece, ecc. ; pel plur. ainiki ecc. di fronte a spaci 
buci ecc. V. \ 209. Aggeminato in brekkqkola kukkuju nukka. 
In g, V. l 182. Per la prostesi, l'epentesi, lo scambio 
V. Il 191, 193, 202. 136. KL. Dopo particella o parola 
che esce in vocale, il jt scompare : lajappa lajàvika lajoivetta 
te jatnea (4) jujajaru nu fattu jarii jujgzuu (ma ju kjuivittu; 
k tende alla sonora). Italianeggiante la kìrika (cfr. g 11). 
K'L: ivinukkju kongkkja ecc.; la gutturale tende a scempiarsi; 
acc. a kongkja abbiamo pure kongtja. SKL : skjamarqla 



(i) Accanto a seppurtura skwertu, con / tendente a d, 
cfr. p. 238. 

(2) Vedasi quanto fu avvertito a p. 238. 

(3) Cfr. Arch. IV, 160, n. 2. 

(4) A volte dilegua pure il j, a contatto con e : te amea, 
le appe, cfr. ^ 85. 



254 ^- LINDSSTROM 

skjina fiskju, acc. a stjaniarqla stjina fistju. 137. KR. 

Dopo particella o parola che esce in vocale, oppure all'in- 
terno di parola, il k suona quasi g : la kr e sema uà krua 
mikrana, niakra, ecc. (cfr. p. 238). 138. RK. Intatto 

(cfr. RG \ 150) ; per porcu v. § 209. 139. NK, con 

doppio esito ài k: i) davanti a, o, u (cfr. NG § 151): junkata 
konkola, jenku, quasi juugata ecc. (cfr. p. 238); per rtmgu 
V. \ 209, 2) davanti e, i diventa g : ngenne angirm aringìy 
venge, ecc. NKL: Tiosiru. NK'L: rangu. 140. KK. 

La geminazione è appena sensibile, quantunque non si possa 
concludere ad uno scempiamento deciso ; nelle voci piane la 
tonica si allunga: akotà akrokà, fjaku saku rqka ajnku, ecc. 
(cfr. veli. § 85). 141. KT, KTR, con assimilazione regres- 

siva e tendenza allo scempiamento: appctà vitura utrina, letu 
qto {xvi-a. pettené), ecc. 142. KS: sanm sona assorà assukkà 

lassa matassaru, tesse kossa bussu; ma rcsakkwà sapu resi, 
tasii. 143. T'K: vialu (da *viaju, cfr. oli per ^'oji ^ 100; 

CMad. viaju, aquil. § 140 missayo parayo viayó). NT'K : 
panza. 144. ND'K : inanà. 

145. G. Iniziale: i) kqto 2) Jemie. 146. Dopo 

particella o parola che finisce con vocale, oppure all'interno, 
g dilegua: l' alina la unnella la enzana (acc. a la jenzana) 
la inestra leanie reazzu nfuà Austu, doa eofau {ma. fr avo la) /rie, 
ecc. ; qui pure vereonà, mania hcrturià vittiirià (di fronte a 
kastikà litikà, italianeggianti). Dopo labiale spesso un w, 
dopo palatale un j, epentetico : ju 7uatlu ju walle ju wallozzu 
ju cvarzgiie ju warzittu ju ivinukkjii (ma j'aitarione j'aimnaru 
j'utu), ijenneri, cfr. \ 200; di ragione analogica i valli ival- 
lozzi le venokkja (cfr. ju ivallc ju winukkju), ju jenncru 
(cfr. i jenneri). Caso isolato con r: j'uru (CMad. jutu, 
abr. jovc). Italianeggianti, in posizione iniziale : kqte ka- 
lardu, tra vocali colla solita tendenza di k (cfr. l 135) : la 
kainpa nu kqbbu sparakata tikama Akuslti, sìkaru inaku, eQC.,ju 
Sé?^"- J^'' ggenilu A'iggina, legge regge màggina pàggina, ecc. 
147. GL, GR. Iniziale: kràsie Krabbiele. 148. Dopo 

particella o parola che esce in vocale, oppure all'interno, 
g dilegua: la jantia ju jaccu nu jutlu larannezze la rasa la 
rànina lo ranu ju rusile ju runu kasa rannc omo rassu skarpe 
rqsse, niru, ecc. ; qui pure la ratìkuja la rqppa ju rangu se 
ralla. Italianeggianti le kràntole (cfr. \ 202), la krannezze 
nu kramu nekrofìimu te le kr ante ecc. 149. SGR: Deskràsia 

skrassà. 150. RG : larku perkuja (cfr. RK \ 138); qui 

il k tende alla sonora. 151. NG, con doppio esito: i) da- 

vanti o, u : strenka senkara funku ; k tende a b (cfr. NK 
I 139); 2) davanti e, i: pjane depene sirene nfene mone palone 



IL VERNACOLO DI SUBIACO 255 



funi (funghi) ; per funu (acc. a funkiì) v. \ 209. Italianeg- 
giatiti augelli; man sicuro pongekà. NG'L: cinale, gna cena. 
152. GN ha doppio esito: i) ajnu lena (* lej'na) pretta {^prejna) 
pimi i^pij'nu) kvinaUi {* kiijnalu, cfr. abr. amate), 2) rinìkuju 
stami ecc., come neir italiano. Nzinkà pres. nzinko, per 
*nzinà * nziTio, è fenomeno d'ordine analogico, cfr. venko tenko 
\ 229, prunku per *prunu l 91, ^ fimku acc. d. funu § 151. 

153. T. Dopo particella o parola che esce in vocale, 
oppure all'interno, tende a sonorizzarsi: ju tolaru la tela 
pelata, bjata kontrata kzvita skutii stìtiku dìbbitu, ecc. (cfr. 
p. 238), È scomparso in managra (CMad. niagnavóra, 

aquil. ^ 152, n. i magnaora e niagnatora). Aggeminato : 
kottg, cello. Italianeggiante budelu. Per la prostesi v. \ 191. 

154. TR. Dopo particella o parola che esce in vocale, il t 
suona quasi d: ju trcppeje la trippa ecc. (cfr. p. 238). All'in- 
terno con esiti diversi, i) tendenza a dr: kwalrinu, latru 
maire pullitru gire àlilra 2) dileguo di r: palimi, arabi arelo 
dereto 3) dileguo dì t: pare (i). Per lo scambio di /, v. § 202. 

155. NT NKT, NTR NT'R, M'T MPT MB'T. In ogni 
nesso il t suona quasi d: linterua appontcllà abbeente fenla 
ntinla ecc., koutrata mentre prentcnto (col dileguo di r, 
V. \ 188) ecc., konlatinu akkanlonà Assunta ecc. (cfr. p. 238); 
per pulenna cfr. mcrenna (2). 156. TT. La geminazione 
è poco sensibile, bensì nei parassitoni si allunga la tonica : 
ammotà aiuti, inala skjamaroleta goccitu skarfarqti ecc. 

157. D. Dopo particella o parola che esce in vocale, 
oppure all'interno, dilegua: la etnà la ecina la Ifesa la ut- 
trina ke II' a itili te o?iko peakkja koà abbeente sugre piukkju, 
krua rie kreo (credo) wau ràika diaci sapu, ecc. ; aggrià skuella 
(dall' it. gridare scodella, cfr. CMad. sculella, abr. scudèlle). 
Nell'iato sviluppasi talvolta un w o un j, secondo la vocale 
che precede : ju ivenle (acc. a ju ente) nu ivitu sgwu (dall' it, 
sodo) siiivi (sudi) kruzvu nuwii, i jenti (i denti) peje kreje 
(crede), ecc., cfr. § 200; di ragione analogica le vela (cfr. sing. 
nu cvilu). In forme italianeggianti, d acquista il valore di /, 
col solito suono intermedio tra vocali (cfr. \ 153): ju làziu 
la tgte petalinii vele tratì, kqte sete juli (chiudi) fqtera aspitu, 
ecc. ; qualche volta raddoppia : addgre, jìmneddi màrtiddi 
gìieddi (acc. a jitnneti mar liti giteli). In k v. § iSi. Per lo 
scambio v. § 202. 158. DR. In posizione iniziale: trailo. 



(i) Forse per accentuazione diversa, come p. es. in 
pari-tu. 

(2) Cfr. anche molenda (Meyer-Lubke, It. Gram., § 535). 



256 A. LINDSSTROM 

159. ND, con esiti diversi : i) nnustrikà arenmwnnà monnezze 
kunnuttu, Janna ger. -enno gnna fun^m, ecc. ; abbiamo scem- 
piamento di 7in nelle sdrucciole : rànina enece kwìnici ùnici 
ngenanti (incendono), 2) fjonà (cfr. veli, sfjonkà), Jjgna sene 
(cfr. spcne nfehe ecc.), 3) ràina (acc. a rànina, veli, granino). 
Italianeggianti : antuinà krantokkjalc krantezze, deprefuntu sìn- 
tiku, ecc. col suono intermedio tra te d {eh. NT ^ 155). ND'L, 
NDR : contrarie (cfr. \ 202) mantrile ìuantra, colla tendenza 
alla sonora d (cfr. NTR \ 155). 160. LD ha doppio esito 

(cfr. \ 126): i) kallu kallara, 2) di immissione recente: kardu 
sordn sordaiu sardatura. Per il dileguo di /, v. § 1S8. 

i6r. D'T: assetta pres. assetto, quasi asseta asseto (cfr. § 1561. 
162. DV, con assimilazione bilaterale: abbotà arabbclà (cfr. NV 
g no). 

163. P. Dopo particella o parola che esce in vocale, 
oppure all'interno, tende a sonorizzarsi (cfr. K, T §§ 135, 
153)' lo pa la pera du para lupo kapezza nepote, ape lopa le- 
pere, ecc. (cfr. p. 238). Aggeminazione in arapptisà peppakallu 
seppurdura suppillì skriippjgjie, struppjii streppa pippa dgppu. 
Italianeggianti : iippujtc biMuja e, con evoluzione recente, 
sobbglekra làbbise; men sicuro òbbaku. 164. PL PR P'R, 

RIP MPL, con p tendente a b: ju pjwimnu ine pjace la presgne 
sopranu rapre (apre) ma Abbrile, kuuipà seinpe nipjeku, ecc. 
(cfr. p. 238), 165. PP. Con esito analogo a quello di 

KK TT (v. §§ 140, 156) : skapà, skallgpu cipu skapa-te ecc. 
166. PS : issu kassu, e nisunii (acc. a nissuniì). 167. PT, 

con assimilazione regressiva e tendenza allo scempiamento : 
rgta, ci si skritu, cfr. § 156. 

168. B. Abbiamo esito analogo a quello di G, D (v. gg 146, 
157) : la gite la gkka braà (acc. a brava) catta {^ caattd) ae 
cerelu (CMad. cercvejiì) laorà beorà, impf. -ea (v. g 218) trae 
skrie braii au (habunt) stati, fut. -arau sin diàuju tàuja Tìuji 
utu. Dopo labiale spesso un w, dopo palatale un /, epen- 
tetico : ju waku ju wàusu nu wastgne ju ivattarelu ju wizzqku 
(dall' it. bizzoco) ju woe ino wglle kowà (acc. a koa) sowatta 
(acc. a suatta) koivernu (acc. a koernic) siiwaru niiwele kàn- 
norva, /refe beje, cfr. | 200; di ragione analogica: ivgi ivàusi 
i vgllani le vaka (cfr. sing. jtc wausti ju ìvqe ju wqllanu ju 
luaku), e faja (reat., p. 102 faa) traje (acc. a trcw), rifatte sul 
plur. '^/ai trai (cfr. § 209). Italianeggianti: kapanna kànnapti, 
jti bbaliu i bbikkini la bbelanga ju bbgju la bburza frebbe ttibbu 
àbbitu sìcbbitu ecc. sempre col b doppio, kavalu (reat. p. 102 
caallu, dì cui qualche traccia anche a Subiaco ; cfr. pure 
I 107) ave (acc. a ae) krivelu, e seku lacc. a sin) ; men 
sicuro vestia (CMad. vestia, veli. ^ 99 vestia bestia). In p. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 257 

V. \\ i8i, 182. In m, V. \ 182. 169. BL, BR. Dopo 

particella o parola che esce in vocale, oppure all'interno, 
b dilegua : eo jastcmo le vacca, Utturu. Italianeggianti : 
Subbjaku la bbjata la bbrqa, libbru; per làbbcru v. \ 192. 
170. MB, con assimilazione progressiva: inainmoccii samnmku, 
ioniina pjumiiiu àimnaru ecc. Italianeggianti : mpampinu 

inpidlimi mpidtita; il p tende a b (cfr. § 164). MBR, MB'R: 
ntpreht, gmpra, p suona quasi b (cfr. | 164) ; Sotteinmeru, 
V. § 192. 171. NB, con assimilazione bilaterale (cfr. NV, 

13 V ^§ no, 162): aininakà ammolla ammottilu ainmotlatunt 
aìnmatte (v. per a iniziale ^ 190). 172. LB, con doppio 

esito (cfr. § 126): i) aluccu, 2) di evoluzione recente, Arbanu 
arbcggà arbiiccu, arba. 173. RB, con doppio esito: x) som 

turitii, 2) karbo, àrbcru; per sorowtc v. § 192. [74. BT: 

solili, quasi sglii, cfr. § 156. 

Accidenti Generali. 

175. Dissimilazione. Progressiva. Tra consonanti, 
n: Aniele, r: tnorlale. 176. Regressiva. Tra vocali, a: 

jennaric pelata reaszic pcppakallu (acc. a pappakallu) atnmelà 
ìnqneka, e : fornetikti Sollemmeru, i : lucimi (veli, lecino e 
lodilo) siirikkju suUikkju Fullittinu suppillì, o: addgre can- 
trgnc (acc. a conlrgne) addorà assorà altura \\), cenlrgne re- 
Igggu rebbustu (2) sprefunni deprefunlu (3), u: prisullu pizztc- 
jana. 177. Tra consonanti, 1: rapelu piccirilu, n: palone 

(cfr. veli, pangnla, canistr. pangné) vellena aliinale àliinu 
àlema. 

17S. Assimilazione. Progressiva. Tra vocali, a: 
lìmpi?iu, e: karastiusu, kollora. 179. Tra consonanti, v: 

diluìu, inàletna, 1: kwerera. 180. Regressiva. Tra vocali, 

a : mcneskarku, lampitino, sorlgre sorlora, e : sassanla sacata 
kqfana, prolgre niommgria (4) bottonika (acc. a bettqleka) sobbg- 
lekra (acc. a sepgrku) nionnokkjà, u: pricissigne. 181. Tra 

consonanti, v: kakapgntu, kw : cerca, 1: ponlrgna {^\ r: Ben- 
iiardu, iiiozzekà, d: kokuinentii, b: Pippitiu. 182. Parziale: 



(i) A proposito dei verbi con a iniziale, cfr. ^ 190. 

(2) Nella concorrenza tra re- e ri-, come tra de- e di-, le 
forme con e prevalgono. 

(3) Pre- invece di pri-, in seguito ad influsso letterario. 

(4) Qui forse anche per influsso delle labiali attigue. 

(5) Se non è scambio dell'insolito Itr, in ntr. 



258 A. LINDSSTROM 



i: cui te Ila kicrduizigne ; v: rentmennekà (i), k: gibbii, b: mine, 

Pi t luce 11. 

183. Geminazione distratta, bb : mpe, bìirbura (acc. 
a bìtbbiija). 

184. A fé resi (2). Di vocale, a: marti Ntoniu senza 
senza Natola nkunia (cfr. \ 191) nktistiatu sparakata krenien- 
éore, e: làstiku Manuele sere Uà, i: konetia niàggina *mmakà 

* fnmatte * mniottà (cfr. g 190) nimelenà tninonnezze tnpalà 
nipgne ecc. nàtitu nnanzi nfàmia ngenne noranzitane nqstru 
nkìdina ntriku nzinkà ecc. skrisione stria vernu, o: rekkjara- 
tqriu razione relgggu^ u: e e tu cillittu ia i^jia) Hi tu *nginu 
(cfr. l igo) seru. 185. Di consonante, s,: pàsema. 186. Di 
sillaba, do: Meniku, in: gefizu. 

187. Dileguo. Di vocale, ■&: frabbuttu spinatgra spi- 
naturilu, e: benimolenza matittgi, i: spirdu, o: lokrà contrgne. 
188. Di consonante, 1: fanella matittgi, r: prgpju sepgrku 
tusku prentento, cfr. anche | 155, 

189. Apocope. Di una sillaba, ne: pa enià fallo 
kottg karbg mpe ve i^vene) te irtene) ecc., re: konipà koinmà 
(cfr. ^ 211), ka, inf. poi'tà vele legge sentì ecc. (cfr. \ 222). 

190. Prostesi. Di vocale, a: addg abbottarelu abbeente 
affilatu atnmottilu atnmottaturu annuu anniccu anginu (cfr. § 184) 
appegne arile arilu aspgne e in molti verbi, come abbisona 
addiìHinannà aggrià akkalekà animatte aminakà ammelà am- 
inottà arallonkà avardà (3) avastà ecc. 191. Di conso- 
nante, s : skarcofanu sfornetekà sdiunà, m : imìiamuigccu mmasttc 

* lume là (cfr. § 190) inmiikku mpresenzia inpresa, n: nautu 
ngziu (in otiu, stimma noziu) nfene ngerasaru nkunia (cfr. 
\ 184) ntcficele ntcllina, k : kwcrnice kwita (vite), forse per 
distinzione di vita (albero della vite), t: trinkera. 

192. Epentesi. Di vocale, a: caramatgrc skarapellinu; 
e, i: akkalekà kalekanu sglcka sìiliku sobbglckra, glcpa iilipu 
pglepa, skalemà màlema ìilimu\ serementa furemika fgrema, 
kgrevu ; Sottemnieru Noemtneru Dicemnieru ; leperattu leperc ; 
làbbera; o: sgroivu. 193. Di consonante, j: v. | 200, w: 

kivitara, v. anche § 200, m: lampazzu papàmparu, x: fràvola 
frosella Kra'spergne skrizzà trasqru potrassa Skolàstreka wali- 
stru, k : skzverdu. 

194. E pi tesi. Di una sillaba, ne: libbertanc Tioran- 



(i) Cfr. march, reniìnennettà, S. Rom. Ili, 128. 

(2) Per confusione della vocale iniziale con articoli, prepo- 
sizioni, forme verbali come e, a, sta ecc. 

(3) Da *vardà, per * kwardà (cfr. * eo wardo, § 113). 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 259 



sitane ecc., nunc 'vune kene, ìnf. fatte ine venine ecc., tu vene 
tu tene, kxuane lane sine none pone mone uhne ecc. 

195. Concrezione, dell' art. la : anelia akkasigne alle- 
ate zzc, lìpera liska Iqka. 

196. Discrezione, dell'art, j', ju: unàriit uru ùppiiju, 
jenku wcnkgzzu, dell'art, la: sane. 

197. Metatesi. Semplice. Di v: fra/alla kunfrommc 
kruTialc skruppjone prcke prentento prellonkone (acc. a perlen- 
kQfie) preffitu trqkkju slreppa strippu strippina, abburzesc sfor- 
netekà tirnità ; frcbbc freje fràbbika krapa kraparu Krabbiele 
krastafu Krapanika krumpà skrupì prìibbiku trenta cintrìnntu, 
pàiriku. Di j : bjantera. 198. Reciproca: eluizione {d^\o- 
zione) ; tra due consonanti: jgwitu i^vgjitu), zuiusu (acc. a 
wisujii), cesena (acc. a secena), kasorà (acc. karosa)\ tra due 
consonanti, di cui una fa parte di un nesso: talefrikti Krulinta 
vile (gì ire-); tra una consonante semplice e un gruppo di 
due : processu càfrcku (acc. a fràciku fràcitu). 

199. Geminazione. Hanno facoltà raddoppiativa ;«<? 
te se ce ve: me nne vaio, me sse vota ceu, stinnimella, me sso 
ssonnatu. Iella qnko, iella igo, non te nne rikurdi, manatella, se 
nne itu, ce nne kap' assai; ke\ ke kkargna! ke vvìziu ! \ sg e 
(est) fa dà sta: sg kkontentu, sg ppgki, e ccertu, e kkjajarti (ma 
iiu jdjaru), e inmanza, e ppqka, e ssgzza, fall' areto, a mini nu 
prqsperu, sta ppjii ngìma, stalle kiveta; tre: tre ffila, tre kkut- 
turi, tre minila, treppejc ; a (ad) kg: a kkusì, a ddgnka, va a 
mmgnte, ko kke, konnosku, kottiku; se no ina (mani) : se nno nmie 
ne te i^se non mi riguarda), no mine pjace, maddenià, massera; 
all'infinitivo: pe Ickalle, a piìalle, appettasse, ecc. 

200. Iato. Dopo vocale palatale occorre talvolta un 7 
epentetico : ijenti ijenki issi jeanii i Janni ecc., acc. a i aki 
liitu ecc.; l'epentesi è di regola in postonica tra due e: inej'e 
teje seje (mie tue sue), freje peje kreje kreje neje beje ; di 
ragione analogica : jajaru ju jenku, ju jenneru, faja fra/e 
(cfr. Il 107, 146, 168). Dopo vocale labiale abbiamo spesso 
un zu epentetico : tno wglle, mo zvatte, sowatta dgwa nu waku 
nu wastgne nu werme tu tuisku ju wqe nu wuliinu sUwaru 
niiwele ecc. , acc. a kogne so ungike dga suatta ju aku nu erme 
luisku sugre ecc.; l'epentesi è di regola in postonica tra due 
labiali : givu brgiuu jgzvu sgwu kruwu nuzvu sgrowu wttuwu ; 
di ragione analogica : / valli le veitgkkja, le vela, le vaka 
i vàusi i voi i vgllani (cfr. ^§ 146, 157, 168), e kruu nuu (acc. 
a kruwu nuwu, cfr. \ 157) dal fem. krua nua. 

201. Elisione. Se l'iato è dovuto al dileguo di una 
consonante iniziale, non si dà elisione, salvo casi eccezionali ; 
la emà la gce la iniara la timer a, le appe me au (mi danno) 



26o A. LINDSSTROM 

le olepe le ulti, nu aku nu erme hi isku, ecc., ma V espe 
in' ette (mi diede) ii' okkone j' utu f ìdipu ecc., dove s'incon- 
trano due vocali congeneri. Non si può dire tuttavia clie 
la regola sia costante ; basta ricordare n' aspgne j' àmmaru 
f attarione n^ qta l'ie (acc. a iia espa pi wattu na qta lete) 
e, con iato latino, la usanza ju walistrti, l'ultimo con epentesi 
di z£/; V. in prop. l 200. 

202. Scambio. Tra consonanti, j: nàkkujti, gj : anuni- 
merà, 1: khm sgne (acc. a sole) kqneka, rasingju Karitqnia 
rusinu (acc. a lucimi) saraka sparià (veli, spaliare) frabbqtiku 
kràntole prìibbiku ankrese cantrgnc repriku sempre ce, r: làfanu 
alafiu walistru, m: anniccu, n: bilqkki, nn: Bellardina, k: hisì 
siisi (acc. a kusì, cfr. ekko elio essi, ekkujii elluju essnjii), t: 
frappolgne frappala, d: Affile, merglla, per Biu (cfr. parbleu). 
203. Tra sufifissi : atale (*-aré) krunale {* -gJ7i) Aiitgre {*-nru) 
Otturu l* -gre) trafuru i* -qru) rapelu i^ -ihi) walestru {-istru) 
sellarli (^-atiu) karqfaju {^ -ami) Màiiju {* -urti) fràciku {*-ilu) 
ràngiku {*-itu) bìibbija (acc. a bìibbujd) rtifijii (acc. a rìifiiju) 
iiriju {* -uju) sìfuju {*-iju) niarìibbuju i* -iju) dispitii (acc. a di- 
spiru) koaìiàìnzera i^-ola). 204. Tra temi verbali: sparujà 

(acc. a sparija) nnustrikà (*-m). 

205. Contaminazione: masekà {*mastekà e inacenà; 
cfr. canistr. avimaseka), spricnkuju {^ pìinkiijii q prmikiì), fornì 
{finì Q fiirnìì), krivella (^trivella e krivelu), settima {settitnu 
e setta). 



F O R M E 



Nome. 

206. Metaplasmi. Dalla III alla I: feta kwita vita 
kommuna lita kgta streppa faga (falce) sàlica luma skriìua cespa 
kràntina nkìitina falanga, plur. ingle (molle) vege. ]3alla I 
alla III: telekrame. Dalla III alla II: weru ìilipu Sottemmeru 
Otturu Noemmeru Dicemmeru àspitti màrmoru fìaminu sàn- 
kzvimt gtn»ienu verncìpitu. Dalla II alla III : fumé tgre 
ivalle viaresalle, male attente. Dalla I alla II : bgju. Re- 
siduo della IV: nqro. Residui della V: allestezze bellezze 
mmonezze rebbustezze skustumatezze . 

207. Genere. Maschili: kolleru karneru anniccu kapqccu 
sikkju walistru kùkamu (acc. a kìiknma), abbeentc traje (acc. 
a la traje). Femminili : toinara fanka fusa (acc. a fusti) Igta 



IL VERNACOLO DI SUBÌ A CO 261 

samta citfetta tozza rekkja senza stracca astia (acc. a astiti) 
àcera bìifola kofana, rite. Neutri plurali in -a : rumella veta 
o/la vengkkja nerba paratura korata koroala korna, vaka (acc. 
a valii) ine la pera cerasa prgìika sgrowa Laurera sereinettta 
lena fàkuja kor netta, korata tgfa (acc. a tufi), fusa tosgra 
sorckkja, rubbja, prata sgleka sobbglekra, para fila filar a 
ìuanera spesa, in -ora : pekora kàpora (parlando di animali) 
nerbora (acc. a nerba) tempora (acc. a tempera), fìkora, neora. 
208. Metafonesi: -ittu -etta, -ilu -ella, -izzu -ezza, niru 
nera, pimi pjena, pullitru polletra, fìugu feuga, stìtiku steteka 
ecc. ; -ehi -ella, tnesu mesa, pezza pezza, tenneru tennera, 
perzeku perzeka, ecc. ; -gju -ola: -gccu -occa, -gzzu -qzza, •gttu 
-otta, bgnu bona, brgivu brqa, jgwitu jqweta, sgceru sqcera, ecc. ; 
-uru -gra, -usa -gsa, suju sola, jupu Igpa, futa fgta, rungu 
rgnka, sìiriku sgreka, thritu tgreta, hlipu glepa, ecc. L'a- 
nalogia agisce in due modi, i) in base alla legge della meta- 
fonesi : uieuza (acc. a m,irza, cfr. fìucu fem. f etica, ecc.) senkara 
(cfr. '^ sìnkarti) kenka (per * kenka cfr. masc. kinkd); trenta 
(cfr. centu) ; lappqna (acc. a lappgna) sozzolqna sellakkjqna prqna 
(cfr. sozzolgne ecc., bqna ecc.) ma pontrgna, sortqra (cfr. sor- 
tgre) ma pastgra (i), 2) contrariamente alla legge della meta- 
fonesi : ritta (acc. a retta) strippa (acc. a streppa) pìruja 
sunmu/a (cfr. rittu strippa ecc.), kwetu (per * kwitti, cfr. kweta, 
^11); meruja nespuja svenitija perktija (cfr. merujti ecc.); sgta 
(acc. a sola, cfr. sgtu) ; ruzza iingika (acc. a gngeka) struppja 
(cfr. ruzzti imgiku ecc.), kongntu (acc. a kuhunta) Ignku (cfr. 
kohgnta Ignka). 

209. Numero. Sing. in -i: fai {acc. a faja), projetti 
(acc. a projettu) mani, jai funi. Plur. in -e : parte (acc. a 
parti) arte, in -/: fai skali cckali rapi krapi karti skarpi stanzi 
fratti. Per influsso del sing. abbiamo al plur. ainiki kattqliki 
(acc. a kattqlici) metiki stìtiki, ma spagi (acc. a spaki, v. Les- 
sico) kapafgci prtifigi baci; per influsso del plur. invece, al 
sing. spacu (acc. a spakti) btigu mqnacti spàragu porca runga 
fumi. Il plur. è usato per il sing. in i qrgani, i arganetti, 
le sampgne. 210. Metafonesi. Nella II declinazione: 

iniu mela, piru pera, wita vela, kurnittu kornetta, surikkjti 
sorekkja, niti neora, ecc. ; nerba nerba, ecc. ; gwu qwa, gssti 
qssa, kgrnu kqrna, sgrowu sqrowa, ecc. ; ttiftì tgfa, wintikkju 



(i) Il tipo -gne -qua, -gre -qra dimostra che il fenomeno 
dell'umlaut era più che altro diventato un espediente morfo- 
logico. Ma il suo progresso è limitato, come tosto vedremo, 
da influssi analogici. 



262 A. LINDSSTROM 

vengkkja, sùliku soleka, ecc. Nella III declinazione : -ese 
-isi, mese misi, rete riti, serge sirgi, ecc. ; peje peji, repe 
repi, ente enti, lepere leperi, ecc. ; wqe voi, oste osti, ecc. ; 
-gne -uni, -gre -uri, pgge puci, nepgte niputi, rgmice ritmici, 
sgrege stirici, ecc. ; men sicuri mgnti pgnti. Nella V decli- 
nazione: ranezze ranizzi, bellezze bellizzi, ecc. Di ragione 
analogica, i) in base alla legge della metafonesi : kenka (per 
* kenka, cfr. sing. kinka) prgnka (acc. a prtcnka, cfr. priinku), 
jemmete (per * jìmmite , cfr. jìmmiti), 2) contrariamente alla 
legge della metafonesi: frunne (acc. a frgnnc, cfr. frunni), e 
forse mgli (cfr. sing. mole). 

211. Caso. Nominativo: sgro. Vocativo: kompa 
kommà (cfr. \ 189), Paskwà Ogge Be Hardt Cisì Frangi Qwijttì 
Ntq Akiì Assii Lu (Luca) Pittii Verii ecc., ah zzi {ah zzia). 

212. Articolo. Sing. ju, la, e per esprimere la col- 
lettività, lo lu: i) lo pa lo seme lo rosoriu l' giù, 2) lu niru 
Ih skuru ecc., cfr. W 63, 64; delti ditti, dela, de lo dilu: la 
palgnf elu skarparu, la frgce 'lu nasu, ju fi 'eia skina, ecc., 
oppure : la resuta telu sgle, ju piti tilu tasti, ecc. colla dentale 
ripristinata; alti, ala, alo alti, nelti ecc., kglu ecc., petti ecc. 
Plur. i ji, le; deli dili, ali ecc. 'nu un, 'na: nu pucinii, 
n ' àinu , kgnitn ' un^ kgrpti, na pekora . 

213. Numerali: dga dgwa, noe nqwe, degi dieci, imiti 
diligi trigi, kwattqrdaci kwattqrdegi, kwìnigi sigi digisette digigtto 
dicinqe vinti trenta sassanta ceniti degigentu. 

214. Personali: eo eo (forse per influsso di meti), 
tu lune, issti essa, nu nune nui {nujari), vii vune vtii {vujari), 
issi esse. Nel caso obliquo me, mi: i) me stett ahi kom- 
nientti, me tqkka ine. Iti me lassi, reatnme, stinnimella, 2) pqr- 
iamilu ekki, se miii paka, m,i a retta, cfr. |§ 43, 44, 47; 
disgiunto dal verbo sempre mi : me pjage a mini, a mini me 
tqkka i a bballe, meno te mi, skura mine; te, ti: i) te qnko, 
ke Ite krii, leete, manatella, 2) tu ti spuli, jettatigi, cfr. loc. 
cit. ; disgiunto dal verbo: a Iti, beatu ti; ju, la, lo lu (cfr. 
'ii 63, 64), ce ci: eo ju jamo, kjamìmujti, cerkennujti, ecc., 
i) lassalo fané 2) tu Itikri, me liti igi tu, vti lu facile, pe spar- 
tirelti, nglii a krtimpatii kwane; jamo gè l'addiimnannà, bràagi; 
disgiunti dal verbo : issu essa ; ce ci : i) issti ce mannea, 2) nu 
ci divirtimti, spartinmgilti ; ve vi; i ji, le: tu i te, i si repor- 
tati, nu liti emmu, stiìitili ; disgiunti dal verbo : issi esse ; 
se si: i) sdinàrese, se so sdinati, 2) si stirami. 

215. Possessivi. Sing. meu leu seti (in analogia col 
fem. ma meno spesso, meu leti seu): bene meu!. Gesù Kristu 
meu, jufilu meti, ju m,eti, ecc., in enclisi m« m,e tu su : fràtimu 
jenneremti filume fràtitu ecc. ; mea tea sea, e molto spesso in 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 263 



analogia col masc, mea tea sea: la fila mea, la mea, la par- 
lala tea, e robba sea, ecc., in enclisi ma la sa: nqrenia mgletna 
kàsela ecc. Plur. mei lei sei, meje leje seje. ngslru noslra, 
vgslru vqslra. 

216. Dimostrativi. Sing. kislu stu, kissic ssu (i), èihi: 
arebbàttemi stu surikkju, da mnii ssu kgsu, mgzzeka ssu kaiie, 
kilu reazzu, kilu aru, ecc., kislu è bbgnu, è kkjajaru kissu, 
kilu è n'orno bgnu, kistu-kwane kislu-ekki kilu-lane ecc.; kesla 
sta, kessa ssa, kella. Plur. kisti sii, kissi ssi, kili; keste sic, 
kesse sse, kelle. Neutr. kesto kello. 

217. Indefiniti: kinka, fem. e neutr. kenka: kinka ci 
ve, a kkenk' gra ke Ite pare, kenka tne iti me kreo. 

Verbo. 

218. Indicativo. Presente: -o -i -a (I) -e (III IV), 
-imìi -ile -anu (di rado -enu) ; da notare alla i* sing. tempero 
sappìilio reggo leggo nleno depeno tnpgno konngso reso. Im- 
perfetto : -ea -ii -ea, -einmu -este -e[e]nu. Perfetto : -à (I) 
-i (III IV) -isti -à (I) -ì (III IV), -emmu (2) -este -aru (I) -iru 
(III IV). Perf. passato: so manatu, si manatu, a manatu {ck. 
per a l 228) ecc. (3). Riflessivo: m'alo desfattu fa desfattu 
s'a desfattu ecc. Futuro: -aralo -aitali (e -ara) -ara, -arimu 
-arile -arate. Condizionale : -aria -aristi (e -aria) -aria, 
-aremmu -aresle -arìenu. 219. Metafonesi: 2' sing. pres. 
bii krii assimi revinni striki jimpi ecc., assuri mpuni karusi 
pilli rcspunni spurki ecc. Di ragione analogica: 2* sing. 
pres. nziri risi appilti allinti pirdi Uggì ecc. (per *nzeri 
*resi ecc., cfr. bii krii ecc.), truwi skrupi durmi purli lukri 
rìfideri ecc. (per *lrgwi * skgpi ecc., cfr. assuri mptmi); 3' plur. 
pres. leanu leggami restami ^co.. (per ^ leanu ecc., cfr. leo lea), 
beatili kreanii ecc. (per * bìanu ecc., cfr. beo bea), abbqtanu ecc. 
(per ^abbgtaTiu, cfr. abbqto abbqtà), pgtami ecc. (per * pillami, 
cfr. pgto pota). 

220. Congiuntivo. Presente (rarissimo): -a -i -a, -imu 
-ite -ami. Imperfetto : -esse -issi -esse, -essemmu -esseste 
-essaru (e -essanu). 

221. Imperativo: -a (I) -i (III IV). 



(i) Cfr. Arch. XV, 311, n. 2. 

(2) Cfr. Arch. XIII, 312; St. di fil. rom. VII, 207. 

(3) Cfr. Gauchat in Scritti varj di filologia a E. Monaci, 
Roma, 1901, Forzani, p. 61; Arch. XVI, 208. 



264 



A. LINDSSTROM 



121. Infinito. I: mafia ecc., akkjarà; nel riflessivo: 
s'appetta appettàrese appettasse. II: mantene, dalla III: kape. 
Ili: batte ecc., da notare tnpotie r empatie, dalla I: kae skae 
(acc. a skai), dalla II: kadde (acc. a katì) kqte sete (ma più 
comune assetta), dalla IV: salle wolle. IV: sentì ecc., dalla I: 
i^rtz (acc. a sèae), dalla II : titulì katì (acc. a kadde, pop. 
kaskà), dalla III: «//«/ dcpinì (acc. a w/^?;!^ depene). 

■2i2>- Participio. Presente: -ente; deverbali: destante 
passatite lokante faida di contro a mankente. Perfetto : 

-atu (I) -?</w (III IV, di rado in -itti: suffritu resitu, acc. a 

224. Gerundio: -enno. 

Incoativi. 225. Presente: kapiso ecc. Imperfetto: 
kapisea ecc. Perfetto: kapi kapi'sisti kapì, kapisemmn ecc. 
Futuro : kapisaralo ecc. Condizionale : kapi'saria ecc. Im- 
perfetto congiuntivo : kapisesse ecc. Participio perfetto : ka- 
pitu e kapisutii. 

Forti (i). 226. Sta. Presente: stqnko sta sta, siati. 
Perfetto: sfette stisti stette, stemmu steste stettaru e stcttaìiu. 
Pres. congiuntivo : stinka stinki stinka, stinkanu. Imperf. 
congiuntivo : stasse stassi stasse ecc. 

A, da, d'accordo con sta. 

Fa. Presente : facco fa fa, facimu facite fati. Im- 
perfetto : facea ecc. Perfetto : fece facisti fece, faccmmu 
faceste fecanu. Futuro: faceralo ecc. Condizionale: fa- 
tarla ecc. 

227. Ae. Presente : alo a a, au. Perfetto : aette aisti 
aette, aettaru. Pres. congiuntivo : ala ali ala, àlanu. 

Potè. Presente : pozzo pò pò, potu e pgmm. Perfetto : 
polle putisti polle, pollarti e pollame. Pres. congiuntivo : 
pozza puzzi pozza, pqzzanu. 

Vote. Presente : volo vo vq {olo g q), votu e vgnnu {olii 
gnnu). Pres. congiuntivo: vola *vu2i vqla volami. 

Sape. Presente: sacco sa sa, *sau. Perfetto: sappe 
e seppe sapisti sappe e seppe, sàpparu. Pres. congiuntivo : 
sacca sacci sacca, sàccanu. 

Vele. Perfetto : vedde vitisti vedde ecc. 

228. Esse. Presente : sg si e e. a, simu site so e sglu. 
Imperfetto : et-a eri e iri era, arermmi e eremmu areste eranu. 
Perfetto : fu fusti fu, furemmu fureste fìiranu. Futuro : sa- 
ralo sarà e sarali sarà e sarala, sarimu sarile sarau. Con- 



(i) Le forme non registrate coincidono con quelle del tipo 
regolare. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 265 



dizionale : sm'ia ecc. Pres. congiuntivo: sinka sinki sinka, 
siììiu site sinkanu. Imperf. congiuntivo : fosse fussi fosse, 
fosenimu fosseste fgssaru e f ossami. Imperativo : si. 

Ice, dice. Presente : ice ecc. Perfetto : isse ici'sti e 
isisti isse, icentmu iceste e isetmnu iseste issarti. Partici- 
pio : ittu. 

Mette. Perfetto: vtesse mittisti messe, messami. Par- 
ticipio : misu. 

Nase, pres. naso ecc., part. natu. 

Pjane, pres. pjano ecc., part. pjantu. 

Kongne, pres. kongno, part. kununtti. 

Respgnne, part. respusu. 

Nfgmie, part. nfussu. 

Salle, part. sàutu (acc. a saìutu). 

229. /. Presente : vaio va va, jam,u jate vau. Im- 
perfetto : jea ecc. Perfetto : / isti i, jemrmi jeste ini e ir ami. 
Futuro : varalo ecc. Condizionale : varia ecc. Pres. con- 
giuntivo: vaia vali vaia, janm jate vaiatili. Imperf. congiun- 
tivo : fesse jissi jesse ecc. Participio : itu. 

Veni, Presente : venko ve ve, veti. Perfetto : venne 
(cfr. tenne) vinisti venne, vennaru. Pres. congiuntivo : venka 
vinki venka, venkami. Imperativo : ve. 

Teni, d'accordo con veni. 

Muri, perf. niorze, part. mgrtu. 

Pjuì, perf. pjqzze. 

Rematiì, part. remasu. 

Avverbi, congiunzioni, interiezioni. 

230. Di luogo : elio, ekki, essi, dgnka, Iqko, iqko ngima, 
Iqkotrento, rentro, prentento, rernpettatii ?inanzi, a kkap'a bballe, 
a kkap'a mmgnte. Di tempo: dappg, pgne, mg, mgne, ap- 
pokaru, mi pezzii nnanzi, cetto, dotnanicetto, doma, la emà, pri- 
sdimà, gli, maddemà, niassera, jer a ddemà, fer a ssera, sera, 
i terza, i nnqtte, a ti'or'c ti (v. Lessico di). Di modo : areto, 
a kkap^ areto, appujuni, pikuruni, stussihmi, nzutiu, lust, siisi. 

231. Ka, komnicke, kgimneke ke, ntremente. 

232. Ahe! ehe! ble ! matittgi! matittgla ! uhne ! 



266 



A. LINDSSTROM 



LESSICO 



abbakkju agnelletto. 

abba'stà bastare, cfr. ava- 
Uà. 

abbeente bidente. 

abbordcllà abbuzzire. 

abbotà avvoltare {abbotà lo 
rami). 

abboltarelu bocchino della 
zampogna. 

abbozza, pres. abbozzo, tol- 
lerare {abbozza la fame). 

Abbrile Aprile. 

abbruskà abbrustolire, cfr. 
Nigra, Rom. XXXI, 512. 

abbruskittii specie di palon- 
tella, CMad. bruschétto. 

abbìt giuoco che rassomi- 
glia al diì'ilg ; esclamazione 
frequente nel giuoco stesso ; 
abbuili stecche del giuoco. 

abbura, pres. abbìira, tra- 
boccare (della minestra o del- 
l' acqua che bolle), CMad. 
abburrà, veli, abburà gon- 
fiare (pel soverchio cibo), abr. 
abburrà mangiar molto ; v. 
l 70. 

abburzese abruzzese. 

acitgne pirosi. 

àcitu acido. 

acitu aceto. 

adda guarda [adda kgni e 
bbella! adda inunnu!). 

a ddeottu {va' ddegttu vat- 
tene via, a itu a ddegttu si 



dice dell'uccello, quando ha 
lasciato il nido). 

addiminaimà domandare. 

addg dove, addìi. 

addoi'à odorare. 

addgre odore. 

addurmì addormentare. 

addusimà fiutare, abr. use- 
nià. 

ae avere. 

aemaria avemaria. 

affattassc affacciarsi. 

affilatn figlioccio; affilata. 

Affile Affile, Effide. 

àffitu alito del serpente {te 
jetta j'àffitu), veli, affido in- 
cantesimo. 

affrankàrese impadronirsi 
{si li affralì ka i kwatrini'). 

aggibbà attrippare, cfr. 
gibbu. 

aggjatijàrese mortificarsi, 
abbattersi, abr. agghiajarse. 

aggrià gridare. 

aggwalà abbaiare. 

aggwilu la prima erba che 
ricresce dopo il taglio, cfr. 
araggwità , e * a e u e i 1 1 o 
(Arch. X, 76). 

ahe, interiezione afferma- 
tiva, cfr. ehe. 

ainasse affrettarsi, veli, ai- 
nasse, abr. ainarze. 

àinu agnello castrato. 

ajukku allocco. 






IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



267 



akkalekà calcare. 

akkantoìiasse scansarsi. 

akkappasse coprirsi il capo. 

akkare ke nessun altro che, 
akkari\ cfr. kare ke, kari. 

akkasigne occasione, cagio- 
ne {ine sta ddà kkasigne mi 
provoca). 

akkjarà chiarire (akkjarà lu 
vinti). 

akkgle colpire. 

akkoppjaturu panno per in- 
fasciare i bambini. 

akkorà uccidere. 

akkortà raccorciare. 

akkortatgra scorciatoia. 

akkota affilare. 

akkrokkà appiccare, cfr. 
arakkrokkà. 

akkrgkku accrocco, cfr. rin- 
krikku. 

akkunà condire. 

akkupà approfondare {kesia 
buca l'akkiipd). 

akkivaru abbeveratola sca- 
vata nella roccia ; ventu ak- 
kwaru. 

aku ago. 

akttlgjtt succhiello. 

Akustu Augusto. 

ala sbadigliare. 

alanu ragno. 

alargju orzaiuolo. 

alenia anima. 

alimale animale. 

àlimu animo. 

alina gallina. 

alimi arcolaio. 

èlitra anitra. 

allaccatura lungo nastro 
che serve a stringer il busto 
delle donne. 

allakà allagare. 

allenta, pres. allento, me- 
nare battere. 



allestezze sveltezza. 

aluccu albuccio, cfr. ar- 
biiccu. 

alunià illuminare. 

allctti inghiottire. 

amniakà bacare; v. §§ 184, 
190. 

aìmnannellà fare i covoni. 

àmniaru gambero. 

atnmatte imbattere {ni'ani- 
matt'a ppenza mi viene in 
mente). 

aimnelà belare. 

aimnottà menare battere. 

aniinottaturu imbuto ; ani- 
inottilu piccolo imbuto ; v. 
|§ 184, 190. 

ammustà spargere di mo- 
sto. 

anarkonà ubbicare, cfr. ar- 
kgne. 

anelia gengiva, CMad. 
agniria, abr. gneline. 

anelu anello. 

anelli agnello. 

anfa {n'anfa e kallii corren- 
te di aria afosa). 

angimi uncino ; anginilu. 

Aniele Aniene. 

ànisu anice. 

ankrese inglese, forestiere. 

annà andare. 

annakkwà inaffiare. 

annarelu reggibambino. 

annaskonne nascondere. 

annicca miccia. 

annossà, pres. annesso, av- 
volgere, (afinossà la lana, per 
mandarla dal cardatore). 

annukkà ammazza, reat. al- 
luccare. 

antiuwu nodo, annuii. 

antonà, raccogliere il fieno 
colla forcina. 

antgne cumulo di fieno 



268 



A. LINDSSTROM 



lungo e sottile, raccolto colla 
forcina. 

Aiitrea Andrea. 

Antrma, Andreina. 

aiituinà indovinare. 

amimmerà aggomitolare, 
veli. Tioimnerà, abr. ajuni- 
ìnarà; v. | 202. 

aokkjà guardare. 

appara chiudere, barricare 
{stapparatuju watt), cfr. ar ap- 
para. 

appasetnatu asmatico, deli- 
cato, cfr. pàsenia. 

appcniiHJic ramo di vite con 
rispettivi grappoli. 

appegne pedone. 

appetta [appetto kist' àrberu 
mi arrampico ecc., s'appetta 
nu tìbbit7i addossare un de- 
bito). 

appicca appiccare {appicca 
jii fgku). 

appikkà appicciare. 

appilà oppilare. 

appirujh dipanare. 

appizzutà aguzzare. 

appojà appoggiare. 

appokaru fra poco. 

appontellà puntellare. 

apprettasse, pres. appretto, 
spingersi sbrigarsi, veli. abr. 
appretta ; cfr. arapprcttase. 

appronassc, pres. approuo, 
scostarsi, veli, tippcrofiassc 
appoggiarsi a muri, pietre e 
sim. 

appujuni tastoni. 

ara aja. 

Ara e niutta, n. di con- 
trada. 

arabbelà ricoprire (il seme 
gettato, il fuoco, ecc.) ; v. 
l 162. 

arabbokkà chiudere. 



araggreppjà cicatrizzare. 

araggwilh rispuntare, cfr. 
aggwihi. 

arakkrokkà, v. akkrokkà 
{arakkrokkà ju retgju, cari- 
carlo). 

arallonkà rallungare. 

aranunattuccà gualcire, 
CMad. aJHinattuccià. 

aranturirese spegnersi {ju 
fgku s'ar amore). 

arankà straccare, veli. 
arankà. 

arantolà stringere una le- 
gatura per mezzo di un ca- 
vicchio, legare. 

arapparà, v. appara. 

ar appretta, v. appretta. 

arappusà riposare. 

arassukkà, v. assukkà. 

arattùrniti vortice di vento. 

ara tu aratro. 

arba alba {a ppunt e arba 
allo spuntar dell'alba). 

Arbanu Albano. 

arbeggà albeggiare. 

àrberu albero. 

arbuccu v. aluccu. 

arcala specie di misura, in 
senso più preciso quel kut- 
turu di mosto che il conta- 
dino porta al socio prima di 
spartire il guadagno sul vino 
(orciuolo). 

ardenti ordigno. 

ardika ortica. 

arebbatle ribadire, conve- 
nire {nun t' arebbatte non ti 
sta bene). 

areekkuju eccolo. 

areelluju, v, areekkuju. 

areessuju, v. areekkuju. 

arekkjà ascoltare. 

aremrnonnà mondare. 

areto indietro, dietro. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



269 



arevotà, v. revotà. 

arganetti plur. , fisarmo- 
nica. 

aria arrivare. 

arite ghiro. 

arilu grillo. 

arilu acino dell' uva (ghe- 
riglio), cfr. wacinu. 

atingì incidere. 

arka specie di madia. 

arkaru fabbricante di arche. 

arkone bica. 

arkocveriu arcobaleno. 

arobbà, pres. arobbo, ru- 
bare. 

arobbamentu furto. 

arokkasse stare in ozio. 

artistii artigiano. 

aru altro. 

arzà alzare. 

àspitu aspide. 

aspone, v. espa. 

asse ina scemare, spogliare 
(il grano della parte rigoglio- 
sa), abr. assemà. 

assetta sedere. 

assinnu senno {mi mtne fa 
ssinnu non mi ubbidisce). 

assoràrese ammogliarsi. 

assiikkà asciugare, v. aras- 
siikkà. 

asuja asola, occhiello. 

atale altare. 

attarigne gatto selvatico. 

auJiu {ci vai' aunu ci tor- 
no volontieri). 

aurìà grugnire. 

Àusta Àgosta. 

Ausili Agosto. 

Autore, n. di una vetta dei 
monti Simbruini (= avvoltoio, 
cfr. Il 126, 203). 

àutu alto, V. nautu. 

avantaggàrese crescere di 
età. 



avardà guardare. 

avastà bastare, v. abbastà. 

azzanna intaccare. 

azzopennuju decaduto, fal- 
lito {i azzopennuju essere fal- 
lito). 

babbalqltu imbecille, vilup- 
po di ragnateli e di polvere. 

bacile catinella, CMad. va- 
cile. 

bakarqzzu bacherozzo. 

bakkalone bagaglione, ciar- 
lone, cfr. veli, bakkalà. 

baliu balivo. 

ballarella il frutto del sam- 
buco. 

balurdu balordo. 

bammace bambagia, luci- 
gnolo. 

bankittu panchetto con 
quattro piedi, bankozza, con 
tre piedi. 

bafiku panca {skassat'a bban- 
kti terreno scassato alla pro- 
fondità di cinque panni). 

bannella fiocco di neve. 

bannu bando. 

barba mento. 

barbakanc soprannome dì 
antichi squadriglieri ponti- 
fici. 

barbazzu tasso barbasse. 

bardasu ragazzo. 

barella berretta. 

basa baciare. 

bassi testicoli. 

beje bere. 

belanga bilancia. 

Bellardina Bernardina. 

belu bello. 

benimolenza benevolenza. 

benillu benedetto. 

Bennardii Bernardo. 

benzina automobile. 



270 



A. LINDSSTROM 



beora abbeverare. 

bettqleka, v. bottqnika. 

bikkinu becchino. 

bisekolu Hsciapiante, abr. 
besècule. 

biunèu bigoncio. 

bjankaria biancheria. 

bjantera bandiera. 

Bfàsiu Biagio. 

bjata biada. 

bjeia bietola. 

ble, interiezione che espri- 
me la ripugnanza, cfr. abr. 
blécchese. 

boaru bovaro, v. buaru. 

bqkkii bajocco. 

bolletta bulletta. 

bonima bomba. 

bottqnika bettonica, v. bct- 
tqleka. 

braà incalzare con grida, 
V. braì. 

braccgju ramo. 

braì incalzare con grida, 
V. braà. 

brau bravo. 

brekkqkola albicocca, veli. 
brekokUy aquil. precoca. 

brikatteru brigadiere, bri- 
katieru. 

brita il gioco delle pia- 
strelle. 

brga acqua in cui è stata 
cotta la pasta, acqua sporca 
di cucina, broda. 

brgzvu brodo. 

brukkuitti broccoletti. 

buaru, v. boaru. 

bhbbuja bubbola, bUbbija\ 
v. bùrbura. 

bùbbuju bubboletto. 

bu£u buco ; buca buco gran- 
de ; bucetta. 

budellu tubo di gomma del- 
l' innaffiatoio, bude tu. 



buetta V involucro di un 
pacco di sigari. 

bui, esclamazione nel giuo 
co di abbii. 

bukkinu bocchino. 

bùrbura, v. bùbbuja. 

burza tasca di pelle, o del 
vestito stesso ; burzetta tasca 
del panciotto. 

bussu bossolo. 

bussola estrarre a sorte. 

buttila bottiglia. 



cafreku bagnato, v. \ 198. 

cafrusu moccioso, cfr. veli. 
cafru. 

camìnaruka lumaca, abr. 
cianmiajiche ; cammarukilu ; 
v. Arch. XV, 499. 

canmiella ciambella ; caìn- 
tnellittu, camniillittu. 

e ammetta, bastone col ma- 
nico curvo; catmnettotie lu- 
macone. 

canfrellgttu poveraccio, 
reat. cianfrone. 

caliga sansa, veli, canea. 

cangeka ciancicare. 

cantrgne, v. contrgne. 

caramatore ciurmatore. 

catta ciabatta. 

cavaru giovane caprone, 
abr. ciavarre. 

cekala cicala. 

cekuji foruncoli, veli, ceko- 
lino, abr. cècule. 

cellararu cellerario. 

celu pene ; cellittu uccello, 
V. cillittu. 

cena cigna. 

camere cenere. 

centoranipe centogambe. 

centrgne, v. contrgtie. 

ceppgtie, v. cippu. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



271 



cerasu ciliegio, cerasa cilie- 
gia. 

cerca quercia ; cercala. 

cercenattt disgraziato, veli. 
e or cenato. 

cerchi cervello {sta 'n ge- 
relu star in gamba). 

cerina cestino da portare 
al collo, V. cirina; veli, ce- 
rina ; *cirrineu-. 

cerigne grosso serpente, 
abr. cervóne. 

cernituru specie di caval- 
letto, lungo quanto 1' arka^ 
che serve di appoggio al so- 
taccu, V. cirnituru. 

ceru Cerro. 

cervargju specie di pianta. 

cerviu cervo. 

cesanese qualità d'uva. 

cesena, v. secena. 

cespa grappolo. 

tetto di buon'ora. 

ceu cielo {yne sse vota ceu 
ho il capogiro). 

ciccarelu parte giovane del 
cavolo, abr. ciciarille. 

cicciuto oggetto legato al- 
l' estremità di un filo, pietra 
che mediante una corda reg- 
ge le kruci del telaio; v. § 

13- 

ciccitabbju vitalba, CMad. 
ciccivitabbiit ; v. witabbju. 

ci Hit tu, v. e ehi. 

cima cresta del gallo. 

tinaie cinghiale. 

cinte pi., cinturino del pan- 
ciotto. 

cintrhnitii centimetro. 

cippti ceppo, la parte della 
zampogna ove s'infiggono le 
canne; cippone, v. ceppane; 
cippunittu. 

cirina, v. cerina. 



ciriola specie di anguil- 
letta. 

cirkju cerchio. 

cirnituru, v. cernituru. 

cotone uomo vestito mise- 
ramente, vezzeggiativo par- 
lando ai bambini. 

tofetuja civetta, natura della 
donna, veli, tofetola. 

tontrgne grossa pietra, tal- 
volta messa nel basto per 
bilanciare il peso (ciondolone) 
abr. cenerone, v. cantrgne, 
te7itrgne. 

tuitella Civitella. 

tuitta civetta, veli, covitta. 

tur lata spettinata, cfr. veli. 
turli. 

dappg dopo, v. pg. 

deci dieci, v. diegi. 

detitentu mille. 

de/enne difendere. 

delu'lu diluvio, v. dilulu. 

denta domani (inaddemà sta- 
mani, jer a ddetnà ieri mat- 
tina), V. emà. 

denienzia timore. 

depene dipingere, depine, de- 
piìiì. 

deprcfmitu de profundis. 

dereto dietro (pe deret' ala 
roppa). 

desfà disfare. 

deskgre discorrere. 

deskgrzu discorso, v. di- 
skurzu. 

deskràzia disgrazia, de'skrà- 
sia. 

desponzoriu responsorio. 

destante distante. 

detalinu fulminante, v. di- 
talinu. 

devertì divertire. 

dì giorno {a n' or' e ti a 



272 



A. LINDSSTROM 



un'ora dì giorno, cioè un'ora 
prima del tramonto), v. ì. 

diàuju diavolo. 

dìbbitu debito. 

dice dire, v. ige. 

Dicenmieru Dicembre. 

dicinqe diciannove, 

dicisette diciassette. 

dieci, V. deci. 

diliggerì digerire. 

diluln, V. delulu. 

dirilg giuoco della lippa, 
anche uno dei bastoncelli pic- 
coli con cui si gioca ; dirilone. 

diskurzu, V. deskgrzu. 

dìspiru disparo, dìspitu. 

dìsputa lite. 

ditalinu, v. detalinu. 

doa due, dgwa. 

doa doga. 

dgce dolce. 

doma domani, v. dumà, 
denta. 

domaniceito domattina pre- 
sto, di buon'ora. 

dgnka dovunque, dunque. 

dgppu dopo. 

drittii furbo. 

diliei dodici. 

duizigtie devozione. 

dumà domare. 

dtimà, V. doma. 

durmi dormire. 

durisinà, pres. diirisina, 
piovere forte e tonare, v. 
abr. terrìcefie. 

dutta, esclamazione nel 
gioco della mora, spiegando 
tutte le dita. 

ecina diecina {trenta ecine 
un quintale), v. igina. 
che, v. ahe, 
ekki qui, v. essi, 
ekkuju eccolo. 



elio ecco {elio sa kont'e.'). 

elluju, V. ekkuju. 

etnà, V. detnà {la emà l'in- 
domani). 

enece indice, veli, enneco. 

ennera nuora, cfr. novo, 
jenneru. 

ente dente, v. wente. 

enzana erba medicinale, n. 
di contrada, v. jenzana. 

eo io, eo. 

erme verme, v. werine. 

espa vespa ; espgne, v. aspg- 
na. 

essi, V. ekki. 

essuj'u, V. ekkuju. 

fata falce, v. farga. 

fata falciare, v. fargà. 

facete facile. 

failla favilla. 

faja fava. 

fàkuja germoglio. 

fallo pane di granturco della 
solita forma rotonda, voW. fel- 
lone. 

faìukku pezzetto di cacio 
fresco. 

famaccu stomaco, abr. fa- 
macce. 

famiìu figliolo. 

fanella flanella. 

jagne falò, veli, favore. 

farga, v. fata. 

fargà, v. facà. 

farkju cicerchio; farkjgne. 

farku falco. 

fama farnia. 

faru farro {ranu faru). 

farzu falso. 

fasaturu pezza per infasciar 
bambini, più piccola àtW ak- 
koppjaturu. 

fasgju fagiuolo. 

fattokkjaru fattucchiero. 



IL VERNACOLÒ DI SUB IAGO 



273 



fattura stregoneria. 

fau faggio ; /aititi. 

fazzulittti fazzoletto, cfr. 
tnuccinu. 

fece feccia. 

fele fiele. 

fella ferita; fittili a? 

Fellettino Filettino, v. Pul- 
ii ttinu. 

femmena femmina {la fem- 
mena ehi sopranii uno dei re- 
gistri della zampogna). 

fenile fienile, v. finite. 

fenu fieno. 

feraru fabbro, maniscalco. 

ferata inferriata. 

fernì finire. 

ferona {Mora fergna n. di 
contrada. 

feru ferro {i feri eia kaz- 
zetta, lo feru filatu) ; ferittu. 

feta fede, anello matrimo- 
niale. 

fetta ferita (in senso di 
scherzo). 

feuca qualità più liscia del 
felce, V. fiugu. 

ficuju, V. fiucti. 

fikkafrqce ficcanaso. 

fikurihc, dim. di fikti. 

filaria pertica di castagno, 
abr. f elagne. 

finenf a fino a. 

finite, V. fenile. 

fimikkju finocchio. 

finzione funzione. 

fiskjgzzu certo genere di 
pasta asciutta. 

fistìjm locale per il festino. 

fittucca fettuccia. 
fili filo {ju fi eia skina la 
spina dorsale, batte ju fiu te- 
legrafare). 

fiumiente ordito più rado 
nel telaio, filondente. 



Fiurintu, n. di contrada. 

fiucu felce, v.ficiipi, feuca. 

Fiutarti, n. di contrada. 

fjakkà dar adosso. 

fjakki fiaccare. 

fjakkarelu, dim. à\ fjakkti. 

fjaska recipiente dell'annaf- 
fiatoio. 

fjerdu feltro. 

fjeria fiera. 

fjgkku pallottola della co- 
perta scacciamosche. 

fjonà scagliare. 

fjgna fionda. 

fjumara alluvione. 

foniti, V. ftinnu. 

fqre fuori. 

fgretna gorello. 

fornetiku farnetico. 

fossa buco per seminarvi 
patate ecc. 

fotereita federa. 

fràbbika fabbrica. 

frabbikà fabbricare. 

frabbqtiku flebotomo. 

frabbuttu ragazzino, ragaz- 
zaccio. 

fràcitu fradicio, guasto, y^à- 
ciku. 

fracetà bagnare. 

frafalla farfalla. 

Frangeskii Francesco, Fran- 
gisku. 

frappala fandonia, v. \ 202 ; 
frappolgne burlone. 

frate fratello, fratelti; fra- 
ticelu frate novizio, spettro. 

fratticcti, dim. di fratta 
(muro fratticcti, reticolato di 
canna intonacato di calce). 

franta favola. 
Fraulina, n. proprio. 

fràvota fragola. 
Frebbaru Febbraio. 

frebbe febbre, freje. 



274 



A. LINDSSTROM 



frellaccanu fico primaticcio 
abr. fellaccia7te. 

frelleccekà tremolare, 

CMad. sfrellekà, veW.freccekà 
campob. frellekà. 

frenacca corbelleria ; f re- 
none minchione. 

friddu freddo. 

frie friggere. 

frinkellu fringuello, frin- 
kelu. 

frisku fresco. 

frittu fegato e polmoni di 
animali. 

frqce plur., narici; frocetta 
cerchio di ferro alle narici del 
bove, o del bufalo; v. Nigra, 
in Arch. XV, 129. 

frgnne sfondatura degli al- 
beri, V. frunne. 

/rosa foglia secca, canistr. 
frtisia, abr. /ròsee. 

frosella panierina di vimini 
per la ricotta; fiscella? 

fruirne, v. frgnne. 

fila fuga. 

fiiletta foglietta (misura di 
vino, quasi mezzo litro). 

fiùitti spiriti della tempe- 
sta, folletti. 

Fullittittu, V. Fellettmu. 

fidqla specie d'erba. 

funaru venditore di fun- 
ghi. 

funi fune. 

funku fungo, v. fimu. 

funnu fondo, v. foniti. 

fimu, V. funku. 

furcina forca ; furcinella, 
forcina; furcingttu sostegno 
della vite alla pergola. 

furemika formica ; furemi- 
kgne. 

furisteru forestiere. 

fùrktijti distanza massima 



fra il pollice e l'indice, veli. 
fòrkalo. 

furmikaru formicolaio, for- 
micolio. 

furminante fulminante, cfr. 
detalinu. 

fùrminu fulmine. 

furmi forno. 

fusa fuso, fusu {ju fus' e 
mamma lo stinco). 

futtikkjgne aquato. 

futu folto. 



gàkamu Giacomo. 

genitu genio. 

geìizu incenso. 

geuzu gelso. 

gibbu cibo. 

girelli fuoco d'artificio. 

gokatura nocca. 

ggku gioco. 

gglu loglio; cfr. Pieri, in 
S. Rom, I, 42. 

gorgelleu cicalio (gorgo- 
glio), v. gurgilleu. 

ggwene giovane. 

guarnii Giovanni. 

gìieddi giovedì, giteti. 

gurgilleu, V. gorgelleu. 

gur latita ghirlanda. 



i, V. dì (i miotte questa 
notte, ì terza ieri l'altro). 

ì andare. 

ia uliva. 

ice, V. dice. 

icina, V. ecina. 

Ifesa, n. di contrada. 

iinara terreno piano limi- 
trofo del fiume. 

hnella brancata con ambo 
le mani. 

ina viena. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



275 



inestra ginestra. 
iska esca, v. liska. 
issu esso. 



jai chiave. 

j aceti giaccio. 

jajaru magnano. 

jàkkjera chiacchiera. 

jamà cliiamare. 

Janna ghianda. 

jappa natica. 

jaru chiaro. 

jastemà bestemmiare. 

jasterna bestemmia. 

jàvika cloaca, fogna, chia- 
vica. 

jetmnetc limite. 

jenipi empire. 

jenku giovenco ; jenkozzu, 
V. ivenkgzzu. 

Jennaru Gennaio. 

Jenne Jenne. 

jenneru genero, cfr. en- 
nera. 

jenzana, v. enzana. 

jettà gettare. 

jìuju stoppa, v. wìuju. 

jormi giorno, v. jurnu. 

jovetà vuotare. 

jgivitu vuoto, CMad. vóittt, 
vtiitu, canistr. ùvito. 

jgwu chiodo ; jowetta ; v. 
kjuivittu. 

juna luna. 

junariu lunario, v. mia- 
riu. 

junkata giuncata. 

jimku giunco. 

jhnneddi lunedi , jhnneti. 

jupina lupa, cfr. lopa. 

juptc lupo. 

jurnu, V. jornu. 

jute chiudere. 

juttu ghiotto. 



ka, conj. che. 

kabbjgne allegrone ; cfr. \ 

US- 

kaccaleperi plur., specie di 
insalata di campagna. 

kaccgne cucciotto, veli, kac- 
cgne, abr. cacciùne. 

kaccu gozzo. 

kaccunala ragazzaglia, cfr. 
kaccgne. 

kaginaru misto di pozzola- 
na, calce e acqua; v. § 126. 

kae qualche, v. kwarke. 

kae cavare. 

kaekunu qualcuno. 

kaikkja braccetto per fer- 
mare la ruota del subbio [te 
la kaikkja cammina a erco- 
lino, cfr. abr. fa cavicchie). 

kaina minuzzolo di brace, 
veli, kalina. 

kakaniani masc, ciclamino. 

kakapissu frutta della rosa 
spina. 

kakapgntu vagabondo. 

kakarillusu pauroso. 

kakaturu cesso. 

kakkju tralcio, ramoscello, 
cfr. abr. cacchià ; v. Nigra, in 
Arch. XV, 497. 

kàlace calice, v. kàlcge. 

kalamite parafulmine. 

kàlatru avena selvatica ? 
abr. cdlitri. 

kàlege, v. kàlace. 

kalekanu calcagno. 

kalla grossa padella perfo- 
rata. 

kallara caldaia. 

kallti caldo, v. kardu. 

kaìoffa propaggine di vite. 

kalu calvo {Monte katu). 

kania loppa. 

Kamarde plur., n. di con- 
trada. 



276 



A. LINDSSTROM 



kaniisa camicia ; kamisqla 
giacchetta. 

kamina gamba, v. kampa. 
kmmnale gambale. 

kàmmera camera. 

Kàmmore plur., n. di con- 
trada. 

kanipa, v. kanima. 

Kmnpaeli plur., n. di con- 
trada. 

kampanelu campanula. 

kampanella cerchietto di 
ferro attaccato al basto. 

kampangne altalena. 

kampeketia sonnellino. 

kantpglla ramoscello con 
frutta. 

kanà cambiare. 

kanale coppo ; kanalittu 
strumento del calzolaio. 

kanassa ganascia. 

kane cane e cagna. 

kangelu cancello. 

kanibbardese garibaldino, 
kanibbardinu. 

kanistru grande canestro. 

kànkaru cancro. 

kanna gola, kaiinarozzu. 

kàtmapu canapo. 

kannela candela. 

kannelleru candeliere, fi- 
danzato disturbatore. 

kannelii cannello. 

kannella plur., specie di 
guanto composto di canne 
spaccate, per proteggere la 
mano del mietitore. 

kànnowa canapa. 

kàttmija zipolo, prolunga- 
mento deW abbottar elu, nasco- 
sto nell'otre della zampogna. 

kànnuju pannocchia del 
granturco. 

kapà scegliere e appropriar- 
si [kàpate nnanzi fa presto 



per arrivare), abr. akkapà pas- 
sare oltre. 

kape trovar posto {ce nne 
kap' assai, tu ci kapi). 

kapezza cavezza. 

kapili capelli. 

kapitilu filo per cucire (di 
canapa). 

kàpitu germoglio della vite, 
veli, kàpito. 

kapocca testa. 

kapqccu capo amministra- 
tore. 

kappelu cappello ; kappil- 
littu. 

kapufgku capifuoco ; v. 
Arch. XV, 391. 

kapunera capinera. 

kaputuìnmella capitombolo. 

karà levare la scorza, v. 
skarà, reat. sgarà, abr. 
ngarrà. 

karaccu gora che si produce 
in un campo, CMad. caracciu. 

karastiusu costoso. 

karaturu coltello dentato, 
adatto a scorzare, cfr. karà. 

kar della cardo. 

kardelu cardello ; kardel- 
linu, lo stesso che kardelu, 
anche pietra di piccola di- 
mensione per murare, v. kar- 
dilinu. 

kardenale cardinale. 

kardi'linu, v. sotto kardelu. 

kardu, v. kallu. 

karekà caricare. 

kareke il gioco di ' arma e 
santo '. 

kar e ke, kare, kart, nessun 
altro che {nisunu kare ke nu, 
ci vininiu kare nu, kare kesto, 
ci sta kkari tu, kari Pittuccu, 
kari ki tu), v. akkare ke, ak- 
kari. 



IL VERNACOLO DI SUBIACO 



277 



I 



karge, v. kàuce. 

karigne {mi karione e fgku 
un pezzetto di carbone ac- 
ceso). 

Karitqnia (Santa), n. di an- 
tico monastero e dì contrada 
(Chelidonia) ; v. \ 202. 

karkolà calcolare. 

karkgne uomo pigro, kar- 
kgsu ; cfr. § 150. 

karneru borsa di cotone 
del pastore, dell'operaio (car- 
niera). 

karqfaju garofano. 

karosà, pres. kargso, tosare, 
abr. karusà; v. kasorà. 

kartatucca cartuccia. 

kartera cartiera. 

Kartilitia Carolina. 

kartisti, testa karosata ; v. 
D'Ovidio, in Arch. IV, 404, 
e Merlo, in Zeitsch. XXX, 20. 

karza calza. 

karzatura imbottitura del 
basto. 

kasata famiglia, membro di 
famiglia. 

kasetta calza lunga, v. 
kazzetta. 

kasettgne specie di ghetta. 

kasorà, v. karosà. 

kassu cerchietto di legno 
al collo della guidaiuola. 

kasu cacio. 

kasuni pantaloni. 

katalettu bara. 

katella frutto della lappola, 
abr. cattile. 

kattibba gran cassa ; cfr. 
Belli, Sonetti, III, 23. 

kattiti cattivo. , 

kaugà dar calci. 

kaucinaru calcitroso. 

katica calce, v. karge. 

kàiiji cavoli. 



Kavalleru, n. di contrada. 

kavalu cavallo, misura di 
quattro barili. 

kazzetta, v. kasetta, 

kàzzola gazza. 

kenka, v. kinka. 

kilu quello. 

kinka chiunque, qualunque ; 
kenka qualunque, qualunque 
cosa. 

kinti kilo. 

kìrika chierica, testa calva. 

kisiqla chiesuola, 

kissii questo. 

kjesia chiesa. 

kjuwittti, V. jgwu. 

kg con. 

koà covare. 

koà legare in fila le bestie 
da soma. 

kga coda. 

koanzìnzera codinzinzola, 
CMad. kovanzinzola, canistr. 
kgazìnzera, 

kqbbu gobbo. 

kqcca buccia, testa. 

koefjanmietta specie di uc- 
cello ; koefjanimgne. 

koernu governo, v. ko- 
zuernti. 

koetta {gornata koetia la- 
voro prolungato oltre le ore 
fisse). 

kqfa tana, caverna. 

kqfana vaso di ferro, qua- 
drato, per contener la calce. 

kokgzza cocuzza, testa; ko- 
ktizzqla. 

kgku cuoco. 

koktimetitti documento. 

kolata ranno. 

kolattiru colabrodo. 

kolekàrese coricarsi. 

kolentàrese, pres. ko lento, 
bagnarsi. 



278 



A. LINDSSTROM 



KollefurnUi n. di contrada. 

kolleru colera. 

kqllora collera. 

kolu collo. 

kominannà comandare. 

kommatte combattere. 

komme come, v. kurmne. 

kgmme ke siccome, kgmme- 
ke ke. 

kommentu convento. 

konunenzh cominciare. 

koìnpanahi companatico. 

kompostore (i kompusturi 
sono i licci del telaio). 

kojieka colica, indigestione, 
V. kqnika. 

konetta altare sulla strada, 
veli. cona. 

konfrotmne conforme, v. 
kunfrgniine. 

konfotine confondere, v. 
kunfgnne. 

kgnga cerchio di cuojo per 
attaccare il giogo. 

Jiongatgra strumento di le- 
gno della tessitrice (tempiale). 

koiiica, V. kqneka. 

kgnkola specie di mollusco, 
abr. cónghele, nap. vongola. 

kongnese, pres. kongìio, 
stringersi (p. es. un dito). 

kontrata contrada. 

kogne posolino. 

kqppa misura uguale a quat- 
tro quartucci ; le kqppc teli 
gkki le palpebre. 

kgppu lamina di zinco, con 
manico, per coprire la pizza 
sotto la brace ; / kgppi, n. di 
contrada. 

korala plur. , le due collane di 
corallo : ju rosariu gju ivizzu. 

koranie cuojo. 

korata plur., intestini, ani- 
mo perverso. 



kgre correre. 

koregge governare. 

korente trave in cima al 
tetto della capanna. 

kgrevu, v. kgru. 

kornetta plur., i fili a spi- 
rale, che spuntano sui rami 
della vite. 

koroaìa plur., bargiglio, 
*corrugalia? 

korglla cercine. 

korgna rosario. 

korpettu panciotto, vita, v. 
kurpittu. 

kortehc coltello. 

kgru corvo, v. kgrevu. 

kgru cuojo. 

kgrza corsa. 

korze busto delle donne. 

korzgre cursore, v. kurzgrc. 

kqssa coscia. 

kostqtia custodia. 

kgta cote. 

kqte godere. 

kottg cotone. 

kottgra paiuolo, v. kuttii- 
rii ; kottorella, kotturella. 

kowella pianta acquatica. 

kowertm, v. koernu. 

kqzza tigna, abr. còzze, v. 
Morosi in Arch. XII, 90. 

kozzardu falco ; kozzardelu. 

Krabbiele Gabriele. 

kramu grammo. 

krannezze, v. rannezze. 

kràntina, v, ràniiia. 

krantokkjale canocchiale. 

kràntole plur., malattia del- 
le glandole. 

krapa capra ; krapittu. 

kraparu caprajo. 

Krapàneka Krapànika Ca- 
pranica. 

tràppole intaccature attor- 
no al cippu della zampogna. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



279 



I 



per assicurar la fune con cui 
s' attacca l'otre. 

kràsia grazia. 

kràsie grazie. 

Krasperone Gasparone. 

krastatu castrone. 

kràstika specie di uccel- 
letto. 

kreje grave. 

kreje credere. 

kremenzgre agrimensore. 

kr esema cresima. 

kresemà cresimare. 

krianza creanza. 

kriatura creatura. 

krillittu grilletto. 

krispina specie di verdura ; 
krispingne. 

kristianu, uomo in genere. 

krivelu staccio di ferro, a 
uso del grano. 

trivella trivella. 

krgce bacchetta per mante- 
nere la spartizione dell'ordito 
nel telaio ; anche sinonimo a 
due lustri, (m'akkqsto alle otto 
kruci, agli ottant'anni). 

krqkka legame in forma di 
cerchio, spesso fatto di giun- 
chi (serve nell'apparecchio 
per spremere il vino). 

krqkkja insetto che vive 
della radice del granturco, 
reat. crucchjulone. 

krgkku arpione. 

krgku erba dannosa al 
grano. 

krose masc, uncinetto, la- 
voro all'uncinetto. 

kruakkju crudo v. krmi. 

Krulinta Clorinda. 

krumpà, pres. krgnipo, com- 
prare. 

krunalc corniolo ; kruna- 
littu magro. 



kruu crudo, kruwu. 

kuccutti cocciuto. 

kugginu cugino. 

kuju culo. 

kìikamu cuccuma, v. kù- 
kuma. 

ktikkjara cucchiaio grande 
a uso della polenta. 

kukkjgne grosso tappo, foro 
della vasca murata. 

kukkujii cuculo. 

kukkiiccgne vecchio deca- 
duto, cfr. reat. coccione, chi 
ha la testa dura. 

kùkurna, v. kùkamu ; kuku- 
mittu. 

kukunimaru cocomero. 

kukiizzujà muovere la testa, 
non sapendo che decisione 
prendere, cfr. kokgzza. 

kiirntne, v. kgmme. 

kunmiertì convertire, kum- 
niirtì. 

ktimminone comunione. 

kumpità compitare. 

kungertu concerto. 

kufigizigne concezione. 

kunfinu confine. 

kunfjii gonfio. 

kunfgnne, v. konfgnne. 

kunfrgmme, v. konfrgm- 
ine. 

kunìtella manata, congiu-. 

kùnnuja culla. 

kunnuttu condotto. 

ktmtu conto. 

kuìizerva conserva. 

kupella recipiente di legno 
(misura tre kutturi), veli, ca- 
pe Ilo kupicllo ; kupel letta, ku- 
pellittu kupillittu. 

knperkjuzzu, dim. di ko- 
perkJH. 

kuperta coperta. 

kurduizione coltivazione. 



28o 



A. LINDSSTROM 



kuria peto; v. skuria. 

kurigju laccetto. 

kurnittu cornetto di madre- 
perla contro la jettatura. 

kurnutti cornuto. 

kurpì colpire, cfr. akkole. 

kurpittu, V. korpettu. 

kiirtu corto. 

kurzore, v. korzgre. 

kurzu corso. 

kusì così, V. lusì, Susi. 

kusì cucire. 

kusinittu guancialino da toi- 
lette ; kusinilu. 

kustà, pres. kusta, costare, 

kuttnru paiuolo di rame 
(contiene lolitri), veli, kotturu. 

kuzzuUtu papalina, v. ko- 
kozza. 

kwakkwarutu corpulento e 
basso. 

kwalu caglio; callo, escre- 
scenza o indurimento della 
pelle. 

kwannu quando, kwannu ke. 

kzvardamakkja pantalone di 
pelle di capra. 

kwarke, v. kae. 

kwarmente qualmente. 

kzvatanipjà guadagnare, 
kwatanà. 

kiuatrinu centesimo. 

kwattqtdaci quattordici, 
kwattqrdeci. 

kwerera querela. 

kwerni^e vernice. 

kwetu quieto. 

kvinatu cognato. 

kwìnici quindici. 

kv)ita vite, cfr. vita, v. \ 191. 

kwitara chitarra. 

kwittu senza soldi. 

làbberu labbro. 
làbbise lapis. 



làfanu rafano. 

laku lago {la juna fa ju la- 
ku, quando ha il cerchio). 

lampazzu specie di verdura, 
(lapazio), abr. lanibazze. 

lampitinu piccolo lume a 
pendolo, lampadino. 

laorà lavorare. 

lagra fem., strumento della 
tessitrice (navetta). 

lappa specie di katella pic- 
cola, abr. lappe ; lappqna 
donna petulante. 

lassa lasciare. 

làstiku elastico. 

lastru olivastro. 

latru ladro. 

laiirazigne impresa, costru- 
zione. 

Laurera plur., n. di con- 
trada, 

lavatimi cristeo (lavativo). 

làzzuja pruno selvatico, 
veli, jàzzola. 

lek levare. 

leame legame. 

lekà legare. 

lekatu uomo ammazzato e 
sotterrato, secondo la super- 
stizione, coi quattrini, 

lekazigne dominio esercita- 
to dal diavolo sul danaro na- 
scosto in terra appresso al- 
l'ammazzato. 

lekkafai masc, schiaffo. 

leinosena elemosina. 

lena legna. 

lenkìva lingua ; lenkwetta 
canaletto, per cui passa la 
calza di un lume. 

letizgjii lenzuolo. 

legsa specie di verdura, odo- 
rosa, ligsa. 

lepere lepre ; leperattu le- 
protto. 



IL VERNACOLO Di SUB IAGO 



281 



leppa filo di canapa, abr, 
lèppe. 

letu levito. 

libbertinu {cerasa libbertiné). 

libbru libro. 

liggerti leggiero. 

liitu oliveto. 

limongella limone. 

lina seme della cocuzza, 
della mela, ecc. 

lingestra lucertola, canistr. 
lingeria. 

linlerna lanterna, CMad. 
linderna. 

lìpera vipera. 

liska, V. iska. 

lizza specie di gioco, nel 
genere di abbit, dirilg. 

Iqka oca. 

loka7ite locanda. 

Igkka chioccia, cfr. veil. 
bwcca. 

Iqko colà {Iqko trenlo, Iqko 
nginià). 

lokrà logorare. 

Igku luogo. 

lonku lungo. 

lopa lupa, cfr. jupina. 

Iota forfora, abr. Iòle, lutu-. 

Iqzza frutto della làzzuja, 
abr. lazze melma, lotiu-. 

luce-etika luce elettrica. 

lucimi, leccio, v. rucinu. 

liccitu lucido. 

liiccika lucciola. 

luma piccolo lume ad olio. 

lunmiata luminaria (te facto 
vele la luminata, ti do un 
pugno negli occhi). 

lusì così, V. kusì, susì. 

mace?ià macinare, mulinare. 
macera maceria; niacerone. 
maddemà stamani, veli. 
maddimane. 



maese maggese. 

tnàggina imagine. 

niajura {Valle Majura, n. di 
contrada) ; v, \ •2-2. 

makara magari. 

makkarg esclamazione nel 
gioco a dirilg. 

tnakru magro. 

maku mago. 

male malo {ju fgss e male 
tempo n. di contrada, le male 
lenkwe, la male nfàmia ca- 
lunnia). 

materna malva, v. marba. 

inalidente maldicente., veli. 
ntalicenle. 

manà mangiare. 

mahagra mangiatoia. 

màneka manica. 

matterà maniera. 

manfriillinu ermafrodito. 

mangina [la mani m.angina) . 

mania maneggiare. 

maniccata manciata. 

manikutu canestro di vi- 
mini con manico; manikutilu. 

mankente parte bassa di un 
terreno. 

manna mandare. 

manoella bastone col quale 
si spreme la vinaccia. 

manokkjara venditrice di fa- 
sce tti di legna. 

mantene sostenere. 

mantile panno da portar in 
testa. 

màntola mandorla. 

mantra mandra ; mantrile 
ricettacolo della mantra. 

m,anuale manovale. 

Manuele Emanuele. 

manukkju covone, fascio di 
legna ; manukkjittn. 

manzu mansueto. 

marba, v. materna. 



282 



A. LINDSSTROM 



mariacca gioco di carte 
(mariage). 

mariqla tasca interna, abr. 
mar io le. 

niarka ta 'nipgllu marca da 
bollo. 

marmetta marmitta. 

inàrmoru marmo. 

tnarmotta, spregiativ^o di 
donna. 

inarteddi martedi, mar teli. 

inartelu martello ; niartel- 
likkja martinicca. 

marti amaro. 

marìibbuju marrobio. 

itiasekà masticare, canistr. 
aniìuasekà. 

mhskaru maschera. 

massu terreno sodo, sotto 
quello coltivato. 

niastaccu travicello. 

matassane specie di doppio 
forcolo per dipanare il filato. 

;;m^z//?/ maledetto oggi, w«a- 
tittola. 

matqska (eufemismo perwa- 
donna, in senso di bestemmia). 

maire madre. 

matrea matrigna. 

niatrekaiia specie d ' erba 
(m a t r i e a r i a) , abr. matrecale, 

matreperna madreperla. 

matrimqniu patrimonio. 

matta fascio. 

Màuju Mauro. 

tnazza maglio. 

mazzàmmene spurgo del- 
l' olio. 

mazzarelu arnese per so- 
stenere il ferro, facendo la 
calza. 

mazze plur., intestini. 

tnazzu matassa, matassina. 

mekkurdi mercoledì. 

fìiele miele. 



menatgra menatoio, mena- 
tur u. 

meneka saggina. 

m,eneskarkti veterinario. 

Menikuccu, dim. di Dome- 
nico. 

menoranza minoranza. 

Mentekqste plur., Penteco- 
ste. 

nierenna merenda, 

merku cicatrice {tira a 
tnmerku, a bersaglio). 

merglla midollo. 

inerti vecchio nome di sin- 
daco (maire). 

meruja merlo, mertijti. 

mesti mezzo, cfr. canistr. 
nieso. 

mete mietere {jti mese lo 
mete luglio). 

metenza raccolta del grano. 

metiku medico. 

metitgre mietitore. 

metitura mietitura. 

meu mio. 

meusa milza, inetiéa, v. 
miréa. 

mikrana fame. 

m.ine bisogna. 

mìnntiju {Kampti mintmju, 
n, di contrada). 

mitttticca menta. 

miréa, v. mensa. 

missu messo. 

mistikà mescolare. 

mità metà. 

miti melo. 

mmammgccu bamboccio, 
fantoccio, spauracchio ; v. § 
191. 

nimastarti bastaio. 

mmastti basto. 

mmece invece. 

mine lena avvelenare. 

mmotinezze immondizia. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



283 



ntmtUina involto; v. \ no. 

ìHQ ora, mone. 

inglc plur., molle. 

nionimoria memoria. 

monagti monaco. 

rngne mungere. 

mqneka monaca, ìnqnika. 

nwtikana (vakka inonkana, 
mucca). 

monta primo latte ; cfr. 
mone. 

montanti mulino a olio. 

mora masso. 

Mora ustu, n. di contrada. 

m.orbu malattia del grano, 
del granturco. 

morekkja caverna ; tnorek- 
kjqla. 

mortale mortaio, v. niur- 
tale. 

mgrtu molto. 

mgru {pane moni, di se- 
gale). 

marza pietra forata che 
sporge dal muro della stalla 
e alla quale si lega la be- 
stia. 

niozzekà, pres. mozzeka, 
mordere, CMad. moccecà, 
veli, mozzico. 

mpainàrese farsi elegante, 
cfr. painu. 

tnpalà spalare. 

mpampina madonna in for- 
ma di bambina. 

mpampimi bambino raffigu- 
rante Gesù Cristo. 

mpannata piatto di pane, 
misto alla ricotta. 

mpastorà legare i piedi 
delle pecore, per la tosatura. 

m,pe ebbene, cfr. \ 183. 

mpelusisse diventar peloso, 
sentir il freddo in modo che 
si alzino i peli o le penne 



(come della gallina), v. mpi- 
lusisse. 

fnpegàrese, pres. inpeco, im- 
piastrarsi. 

mpeskjà gelare, abr. 'mbe- 
scajà invischiare ; cfr. peskju. 

mpilìisisse, v. mpelusisse. 

mpjekii impiego. 

m,pgnese mettersi in capo. 

mpostàrese, v. mpustàrese. 

mprelu ombrello. 

mpresenzia presenza. 

nipresa fretta, v. presa. 

JMprestekata, n. di contrada. 

mpriaku ubbriaco. 

nipr olente imprudente, 

mprutente. 

mpullinu francobollo. 

ntpuntà, pres. inponto, fer- 
marsi. 

mpustàrese fermarsi [se tte te 
friddu sercitate, se tte 'tnpu- 
sti te muri), v. mpostàrese. 

mputtitu imbottito. 

niuccilusii moccioso. 

muccinii fazzoletto, cfr. ya^'- 
z II Ut tu. 

muja mula. 

mujatterti mulattiere. 

muju mulo ; muittu. 

nmkku faccia ; tmikkittu. 

mùkkuju moccolo. 

mukkusuzzu viso sporco. 

mulika mollica. 

mungu poco sollecito. 

munnu mondo {e munnu ke 
kgre kusì). 

muri morire. 

murika mora. 

murìnnuja specie di pianta 
che cresce in terreno grasso. 

m,urtale, v. mortale. 

inurzellittti mostacciuolo 
fatto di farina, miele, pepe e 
arancio. 



284 



A. LINDSSTROM 



tnustrà mostrare. 
niustu mosto. 

musu moscio ; v. Pieri in 
Arch. XV, 217. 
musu viso. 

muta vestito, mutata, 
mutanne mutande. 

nagititu inacidito, di gracile 
complessione, dispettoso. 

nhkkuja cavicchio per legar 
la soma al basto, CMad. gnac- 
cola nacchera, abr. jaccule. 

nasetta stanghetta. 

naskgnne nascondere, v. an- 
naskgnne. 

nata nuotare. 

natikkja specie di nottola 
per chiudere finestre, porte, 
CMad. natìcchia, veli, naticca. 

Natola Anatolia. 

nauja miagolare, nap. gna- 
volare. 

nautu alto {sg pparte Piatite), 
v. autu. 

nazzekàrese dondolarsi, 
veli, nazzikà, abr. annazzekà. 

ncara nevicata. 

neje neve. 

nenie niente. 

nerbu membro del bove. 

nespuja nespola. 

nfanfarata rimprovero. 

n/antàrese partorire. 

nfene fingere. 

nfezzà, pres. nfezzo, met- 
tere il filo intorno al tnatas- 
saru, CMad. affezzà. 

nfgnnese bagnarsi. 

nfossà far buche in terra 
(per mettere platate ecc.). 

nfraskà mischiare. 

nfrenà arabbiare. 

nfrocà fiutare il tabacco, 
cfr. froge. 



n/uasse fuggire. 

ngafrulu fango, porcheria, 
cfr. càfreku ; ngafrulgne spor- 
caccione. 

ngenne dolere (incendere). 

ngenzeru turibolo. 

ngerasaru mese di Giugno 
{Maggu assukku e ngerasaru 
nfussu). 

niru nero. 

nisunu nessuno. 

7iiu nido. 

nkaccà attrippare. 

nkaynardgne bugiardone. 

nkaniusu insecchito, cfr. abr. 
camuse. 

nkarà trascinare. 

nkasà incalzare, cacciar via. 

nkau cavità nella terra. 

nkoccà gelare. 

ìikollàrese mettersi in collo. 

nkunia agonia. 

ìikustià angustiare. 

nkUtina incudine. 

nnanzi innanzi. 

nnìuja indivia. 

nnqkka fiocco. 

noe nove, v. nqwe. 

noelu novello, noella nuella. 

Noetmneru Novembre. 

nqkkja nocciuolo. 

ìioranzitane ignoranza. 

nqro nuora. 

nqwe, v. noe. 

ngziu, V. gziu {stim a ng- 
ziu, V. § 191). 

ntefìcele difficile. 

ntellina tellina, ntillitia. 

ntìnese macchiarsi, ntinì- 
rese. 

ntìnkuju intingolo. 

Ntoniu Antonio. 

ntremente mentre, CMad. 
ndrimititi, veli, ntromento. 

ntriku specie di nocciuola. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



285 



ntriussu vagabondo. 

nticlì indolire. 

ìiu noi. 

nuàkkjaru nudo, cfr. nuivu. 

Nucikkja, n. di contrada. 

nìiéilu, dim. di noce, CMad. 
nuciju gheriglio della noce. 

nuelle in nessun luogo, v. 
Merlo in Zeitschr. XXX, 451. 

nukka nuca. 

nukka mucca. 

nìitele inutile. 

nhwele nuvolo. 

71UZVU nudo, min. 

nzerà inserrare. 

nzerinu nasello (parte della 
serratura ove si caccia la 
stanghetta), nzirinu. 

nzertà innestare, v. Pic- 
chia, in Arch. II, 354. 

nzertatura innestatura. 

nzìnkà insegnare. 

nzinnokkjà inginocchiare, 
V. nzoniiokkjà. 

nzinnukkjuni ginocchioni. 

nzintt quantità trascurabile ; 
nziììittu. 

nzonnokkjà, v. nzinnokkjà. 

nzulà, pres. nzuìo, sporcare. 

nzunu insieme. 

qbbakii terreno in posizione 
di tramontana, cfr. Flechia, 
in Arch. II, 2, 4; obbagilu; 
obbaginu. 

gge voce. 

Og genia., v. Uggcnia. 

gkka bocca ; okkgne. 

glepa femmina della volpe, 
cfr. iilipu. 

gli oggi. 

gminenu uomo. 

gnipra ombra. 

gita plur., unghie. 

gite ogni, v. gnne. 



oneufiu ognuno. 

gnga oncia. 

gnna onda. 

gnne, v. gne. 

oppgtie corpetto di donna 
(voce antiquata, giubbone?). 

or as igne orazione, v. ra- 
zigne. 

grdene ordine. 

grill orzo. 

grimi olmo. 

ornelu ornello. 

ortekkja fusaiuolo, veli. 
vertecchie, reat. ertikkju, v. 
nrtekkja vertekkja. 

ortojanii ortolano. 

gsiii ozio, V. gziu, ngziu. 

ostaria osteria. 

ota volta. 

gte dote. 

gtte botte. 

ottgne bottone. 

Otturu, V. Utturii. 

* gtu [ota rokka, nome del 
castello a Subiaco), v. aiitu, 
nautu. 

gwii uovo. 

gziu, V. gsiu. 

pa pane. 

pace {a ppace frgnte a quat- 
tr' occhi). 

pacokkgne bonaccione, bam- 
bino grasso, reat. pacioccone. 

paese terreno. 

pàggina pagina. 

painu zerbinotto ; painittu. 

paju palo. 

palaceli pagliericcio. 

palgimna colomba; paloin- 
inella piccione selvatico. 

palgne ungere, canistr. pa- 
ngne. 

palgnta pane imbevuto del 
grasso della salsiccia, veli. 



286 



A. LINDSSTROM 



panonta ; palontella pane con- 
dito con olio e aglio. 

panekgttu pancotto. 

panza pancia. 

paoiigella pavoncella. 

papàmparii papavero, veli. 
papàro, papàmmaro. 

papiru stoppino, CMad. pa- 
pile, veli, papero. 

papittu papetto (due pao- 
li). 

pappakalln, v. peppakallu. 

parata tenda. 

paratura plur., visceri del 
maiale, abr. parature. 

pare padre. 

par ma palma di mano, ra- 
moscello di olivo. 

Parmina n. proprio. 

parviu distanza massima fra 
il pollice e il mignolo. 

parnanzi grembiule che u- 
sauo i mietitori. 

pam pajo, pari. 

pàsema ansima {tira la pà- 
sema ansimare). 

pasenzia pazienza, in senso 
fig. scapolare. 

passante bottone a roc- 
chetto. 

passane passero. 

passatella giuoco tra be- 
vitori ; V. Belli, Sonetti, I 

I02, VI 12. 

passone tronco dell'olivo. 

pastenaìu fango. 

pastenacilu pastinaca silve- 
stre. 

pasietiaturu bastone forcuto 
di ferro, adoperato per pian- 
tare la vite. 

pastora fune con cui si le- 
gano le gambe delle pecore, 
(juando vanno tosate (pasto- 
ia), laccio intorno al piede 



della gallina per distinguerla 
dalle altre. 

patella padella. 

patinu padrino. 

patina madrina. 

pàtriku pratico. 

pazzi'lu (kane pazzilu puz- 
zola, canistr. kanopazzilo, 
gssti pazzilu osso sacro ; v. 
Merlo, in Zeitschr. XXX, 20). 

pe per, v. pi. 

peakkja calcola del telaio. 

peate calza per uomo 
{mpeali scalzo), v. petalinu. 

pec& pece. 

peggne, v. pcsgne. 

peje piede [appeje fittn a pie 
pari) ; peiccgju piedino ; peic- 
cuittu . 

peju peggio. 

pekanqla arboscello di car- 
pine, di faggio, che serve a 
far il carinone, cfr. veli, pede- 
kana. 

pekgne fusto, CMad. pede- 
cone, abr. pedeconc. 

pelosettu specie di stoffa. 

peliisu, v. pilusH. 

pennazza pelo delle palpe- 
bre, pennàzzuja. 

penitente specie di orec- 
chino. 

peppakallu papagallo, v. 
pappakallu. 

Pcppimc, V. Pippinu. 

perikuju, v. pirìkujii. 

perkuja pergola. 

perlenkgne uomo alto, v. 
prcllonkgne. 

perna chicco di collana [te 
na perna e menu, ha un oc- 
chio macchiato). 

perteka pertica. 

pertekara tavola che sta die- 
tro al ciocco del vomero, mu- 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



287 



nita di stanga, e tirata da 
quattro buoi. 

perzeka pesca ; perzekic. 

perzgna persona. 

perzu, V. verzu. 

pesele solaio nella tenna (di- 
vide la stalla al pian terreno 
dal sovrastante fienile). 

peskju gelo, cfr. inpeskjà. 

peskj'u {Mora peskju n. di 
contrada, canistr. peskjo sco- 
glio, abr. péschio serratura ; 
V. Ascoli, in Arch. Ili, 459 e 
461). 

pesane pigione, v. peggne, 

petali nu calza per uomo, 
V. peale. 

pelata patata. 

pctrglii petrolio, petroniii, 
pe troni ku. 

petlene pettine. 

petturusu pettirosso, v. pit- 
turusu. 

pezza calza di filo grosso 
da portar insieme alle cioce, 
cfr. skarfarqttu. 

pi, V. pe. 

piccirilli piccoletto. 

pika parola del gergo per 
ubbriacatura. 

pikuruni carponi. 

pikkic becco. 

pìkkujii piccola trottola di 
legno quadrato, CMad. pìk- 
kuru. 

pilusu peloso, V. pelusu. 

pina pino; v. Arch. XV, 

505. 

pìnnuja, pinnujetla uncino 
del fuso; pinnujgne uncino 
più grande del fuso. 

pingttu pinocchio. 

pimi pegno. 

pimi pieno. 

pippa pipa. 



Pippinu Beppino, v. Pcp- 
pinu. 

pirìkuju pericolo, v. perì- 
ktijii. 

pirilii perito. 

pirnuccti picciuolo, gambo. 

pirozzii pene ; pirqzza na- 
tura della donna. 

pini pero. 

pÌ7-iija gomitolo. 

pisticcu quantità trascura- 
bile. 

pistilli pestello. 

pistolekkja pistola. 

pistoiese pistoiese. 

pisu peso. 

pitàr denta, erba che si ado- 
pra per condimento di con- 
fetti, pitardima. 

pittine Ita {mpittinella di fac- 
cia al sole). 

Pittiiccu Benedetto. 

pitturusu, V. petturusu. 

piti pelo. 

piukkju pidocchio. 

piukkjusu pidocchioso. 

piunfqrte pianoforte. 

pizza schiacciata di gran 
turco. 

pizzikargju pizzicagnolo. 

pizzittu pezzetto. 

pizzii angolo del fazzoletto. 

pizzujana, v. puzzujana. 

pizzutilu qualità di uva. 

pjarie piangere. 

Pianeta destino {kilu tenea 
la pj anela, tenea la muri lusì). 

pjatta tavola per la costru- 
zione dei tetti e posta di sotto 
ai tegoli. 

pjuì piovere, pjinvì. 

pjuntmu piombino, cfr. vec- 
cgne. 

pg poi, pgne, v. dappg. 

pqccti castrato, pgccu. 



288 



A. LINDSSTROM 



pgcc pulce. 

polepa polpa. 

pò fiere polvere, v, porbere. 

pò II e tra, fem. di pullitru. 

pongeka pungere. 

ponta funicella del basto, 
che serve per attaccare fa- 
gottini. 

pontrgna poltrona. 

poraccu poveraccio. 

porazzit specie di erba di 
montagna. 

porbcrCy v. pgllere. 

por cu porco. 

por È II, V. piisu. 

possetenza possidenza. 

posta sudiciume rimasto 
neir interno della V^ottiglia. 

pgstu trave nella vasca del 
vino. 

potrà sedimento dell'olio. 

potrassa potassa. 

prejjìtu perfido. 

prekc perché. 

prellonkgne {cerasa prellon- 
kgne), v. perlenkgne. 

premetà penetrare. 

prentento dentro. 

prcna pregna. 

presa fretta, v. mpresa. 

presone prigione. 

pricissigne processione. 

priinaviera primavera. 

prisdimà dopodomani. 

prisuttu prosciutto. 

prìutu privato, veli, privilo. 

processu cipresso, v. prti- 
cessu. 

projetti bastardo. 

prona sponda. 

prosperu fiammifero. 

p-ofgre pretore. 

protura pretura. 

prhbbikii pubblico. 

prucessu, v. processu. 



priificu fico tardivo ; ca- 
pri fi cu-. 

prunku pruno ; prttnkiingi- 
nu. 

prunka prugna. 

prungju ramoscello del pru- 
no. 

piicikkju, dim. di pgce. 

pucinii pulcino ; puciniìu. 

piùlu brancata, CMad. pic- 
tijti. 

puina {Mora puina, n. di 
contrada). 

piilenna polenta. 

pulisienti stuzzicadenti. 

puli'situra raccolta di erba 
infesta. 

pullitru puledro, cfr. pol- 
le tra. 

pulu pollo. 

pumitqru pomidoro. 

puìHpujà sbocciare. 

pÌ0npuju gemma; fiore della 
zucca. 

purazzu specie di acquavite. 

purcellittti, dim. di pgrcu. 

purihi fignolo. 

purtukallu arancio. 

puric pure. 

purzinu, V. p usimi. 

pusinu polsino, v. purzinu. 

pustinu postino. 

pusu polso, V. pgrzu, 

puzzakkju pozzanghera. 

puzzu pozzo. 

puzzujaìia pozzolana v. piz- 
zujana. 

raccu braccio (i kanna = 3 
racca = 9 parmi). 

raccujaru misura in legno, 
lunga un braccio. 

raffjuni specie di ciliegie. 

ràika radice. 

raina gravina. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



rama, v. ranma. 

rakanella rantolo della mor- 
te. 

ràkanu ramarro, veli, vago, 
abr. rachene ; v. Flecchia, 
in Arch. Ili, 163. 

rakkqta raccolta delle bia- 
de. 

ramaccu bastone. 

ramata reticolato; fnscetto. 

ramicca gramigna, veli, ra- 
niicca, reat. raviaccia, abr. ra- 
macce. 

ramina ramaiulo piccolo, 
cfr. sorelli. 

ràmuja gramola {si na rà- 
inuja, sei agile, svelto). 

rànci kìi rancido. 

rangu granchio. 

rànitia grandine, v. ràina, 
krantina. 

rani'skji plur., gragnuola. 

raniturku granturco. 

ranne grande. 

rannezze grandezza, v. 
krannezza. 

ràntuju rantolo. 

ràntuju specie di cavicchio 
(randello ?), cfr. arantolà le- 
gare con cavicchio. 

rami grano. 

rapelu specie di arena da 
mescolar colla pozzolana (la- 
pillo). 

raprì aprire, v. rupi't. 

rasa ragia {te la rasa '« 
kgrp7i, quasi : ha della ragia 
nello stomaco), CMad. rascia 
brace, canistr. rasa. 

rasa quantità, *g ras si a. 

rasatora stecca per spianar 
il grano nella coppa. 

rasinoju lusignuolo. 

raskjatgra raschietto per 
pulire la spianatoia. 



raspelliisu ruvida. 

rassu grassu. 

rastelu rastrello. 

rastellà rastrellare. 

rasuru rasoio. 

ratìkuja graticola. 

ratqriu cappel letta. 

ratta grattare. 

rattakasu fem., grattugia. 

rattatula gazarra. 

rau gradino della porta. 

razione, v. or astone. 

razzàkkaru gracimolo, veli. 
razzàkkero . 

rea restituire. 

reazzu ragazzo, fidanzato ; 
reazzittu. 

rebbustezze robustezza. 

rebbustu robusto. 

referà rinferrare. 

refgta rifiuto dell'acqua del 
mulino. 

refoterà rifoderare. 

rekaccà mettere nuovi ger- 
mogli. 

rekasà rincalzare il grano, 
i cavoli, ecc. 

rekkja orecchio ; rekkjqzza 
lingua della scarpa. 

rekolekà propagginare, ri- 
corricare {jjatf a rekolekà fatti 
benedire). 

rekolekata propaggine. 

rekoldura raccolta. 

rekgta raccolta. 

relgju orologio, relgggu. 

rentanì rimanere. 

renunennekà rivendicare. 

renipettatii 'nnanzi dirim- 
petto. 

rempgnese montare. 

reììacititu, v. ìiacititu. 

renfasà rifasciare. 

rentrà entrare. 

rentro dentro. 



290 



A. LINDSSTROM 



renzinittì rimanere privo di 
sensi, intontire, cfr. nziìiu. 

renzunàrese unirsi, cfr. nzu- 
nu. 

reometà vomitare, v. riu- 
niità. 

repe ramo di spino, cfr. 
veli, reve ribe-. 

reppja specie di erba. 

repriku rimprovero, v. ri- 
priku. 

reprùbbika confusione. 

resalle risalire. 

rcsbilà risvegliare, v. ri- 
sbilà. 

resi uscire. 

reskallà riscaldare. 

reskrokkà risonare (dicesi 
della campana, dell'orologio). 

reskote riscuotere. 

respettore ispettore, capo 
delle guardie daziarie. 

r esponile rispondere. 

Resbqta, n. di contrada. 

resiita uscita {la re'siiia eìu 
sole). 

retakkju specie di rosellina 
bianca. 

retranà indugiare. 

retroà ritrovare. 

1- evenne rivendere. 

revqr berti rivoltella. 

revotà rivoltare, v. are- 
votà. 

revotekà vuotare (rovescian- 
do, p. es. un vaso), cfr. veli. 
revugttiko. 

rezzela rasettare, CMad. 
arezzelà ammobiliare, rezela- 
ne rassettare; cfr. veli, are- 
éelà, arezzelà. 

riale leale. 

ricco Iti riccioli. 

rie ridere. 

rifuggii rifugio. 



riggtne ricmo. 

Riggina Regina. 

riì ritornare. 

rile specie di topo (ghiro). 

Rillutta, n. di contrada. 

rinaccu piccolo mandrile 
fatto di legna, per i capretti, 
veli, rennacco. 

riniccu renicelo. 

rinìkuju abitante della pro- 
vincia di Aquila. 

rinkrikkà accatastare, sa- 
lire in cima, abr. arengrekkà 
ringrikkarze. 

rinkrikku accrocco, catasta, 
cima. 

ripriku, V. repriku. 

risbilà, V. resbila. 

riticelu, dim. di rete. 

ritta {la ritta uno dei regi- 
stri della zampogna, la mani 
ritta, cfr. mangina). 

rittu retto, buono. 

riumità, v. reometà. 

ronka pennato, cfr. rungu; 
roìiketta. 

ronza rosolia. 

rqppa groppa ; roppone 
schiena, cfr. skina. 

rosàriu piccola collana di 
corallo, o di altra materia, 
cfr. ivizzu. 

rosckà rosicare. 

rosekarcìu avanzo di osso. 

rose tu il fior della rosa 
spina. 

rosqriu rosolio. 

rossu grosso. 

rqsta (fa la rqsta, zappare 
intorno ad un albero e dar 
fuoco alla stoppia, far la spia, 
star in agguato), CMad. ròsta 
aiuola. 

rosu moneta che equivale 
a cinque soldi. 



IL VERNACOLO DI subì ACO 



291 



Rotte fem., n. di contrada. 

rgtiiju rotolo. 

rucinu, V. lucinu. 

rufij'à, russare, rufujà. 

rìifuju russamento. 

Ricjanu Roviano. 

Riijati Rojate. 

ruka bruco. 

runiella il braccio fra il go- 
mito e la spalla. 

rungu pennato, cfr. ronkay 
veli, ronco ; rungittu. 

runii viso, grugno [tantu 
va j'u watt' al' untu, finente 
ke ci rimane ju ruiiu), veli. 
rango. 

rupri, V. raprì. 

riiHje, V. rustije. 

r usile grescile. 

Rusina Rosina. 

ruskjii pugnitopo. 

riisu rosso. 

rusttje plur., vaiolo, v. rù- 
sije. 

ruzzikà ruzzolare. 

riizzika ruzzola, trottola ; 
ruzzikone. 

ruzzu rozzo. 



sàbbatu sabato. 

sacata selciato, v. sargata; 
cfr. \ 126. 

sakku {nu sakku e qtc mol- 
te volte). 

sakkwatora fossa, cataratta. 

sakkwaturu acquaio. 

salargju spacciatore di sale. 

salerà saliera. 

salisinu saliscendi. 

sallc salire, far salire {te 
salto ngima). 

sallikkjgne uomo stupido, 
cfr. sullikkju. 

saniti sciame. 



Santineti {J'obbaku eli Sa- 
inineìi, n. di contrada). 

sammenarisku, v. semme- 
narisku. 

saimnuku sambuco. 

sampana zanzara. 

sampgne plur., zampogna. 

sane plur., tagliatelli ; v. \ 
196. 

sankiue sangue. 

sànkwinu sanguine. 

sapu scipito. 

sapptilià, V. zappulià. 

saraka salacca, abr. sara- 
che. 

sardattiru saldatoio. 

sardgne specie dì aringa 
conservata. 

sargata, v. sacata. 

sarqkku scirocco. 

sarqppu siroppo. 

sarvàtiku selvatico. 

sasikkja salsiccia. 

sassanta sessanta. 

sasià saziare. 

sàuca salcio {/ikora sàlice). 

sbafa svaporare (del cibo). 

sbarzu, v. wàusu. 

sbirzalu bersaglio. 

sbotà svoltare. 

sbotta scoppiare (^sbotta a 
ppjane). 

sbronà ubbriacare. 

sbu^afratti il re d'uccelli. 

sdellazzàrese sguazzare, 
abr. dellazzà, *delapsare. 

sdinàrese arrabbiarsi. 

sdirinatu slombato. 

sdiunà romper il digiuno. 

secena segale, segina, v. 
cesena, abr. sé cene secina. 

seku, V. siu. 

sekka siccità. 

sekkiimmene seccume, frut- 
ta secca. 



292 



A. LINDSSTROM 



sekuntu secondo, v, sikun- 
tu. 

sellakkjqna donna noncu- 
rante, specialmente nel vesti- 
re, V. sellekqna, CMad. reat. 
scellecà. 

sellarli sedano {te jii sellarti, 
è gobbo); sellarina sedano 
selvatico. 

sellekqna, v. sellakkjqna. 

semmenarisku seminarista , 
V. safmnenai-isku. 

sempe sempre. 

sempre ce semplice ; sentpre- 
cqne. 

sene scendere. 

senkara zingara. 

senkgne tronco reciso che 
sporge da terra, 

sentella, n. di una corrente 
d'acqua e di contrada. 

senza assenzio. 

senza Ascensione. 

sepgrku sepolcro, v. sob- 
bglekra. 

seppurdura sepoltura, v. si- 
purdura. 

sera ieri sera. 

sera scoglio ripido e nudo, 
abr. serre catasta. 

sercità esercitare. 

serementa plur., sarmenti. 

seretta servietta. 

serge selce. 

serinu sereno» v. sirmu. 

serpottana serpe velenosa. 

serti siero. 

seru usciere, v. setru. 

servitore treppiede che ser- 
ve a sostenere la padella. 

sete sedere. 

setia sedia. 

setru, V. serti. 

settima unione cammorrista, 
lega, discendenza. 



setuja specie di verme lun- 
go e sottile. 

seti suo. 

sfarà macinare il farro nel 
mortaio. 

sfarinarelu frutto del bian- 
cospino. 

sfera ferro di bove. 

sfinàrese consumarsi. 

sfjammà divampare. 

sfjatà sgonfiare, morire. 

sfjorì fiorire. 

sfonnà sfondare. 

sfonnatgra fossa. 

sfora, pres. sfqra, sbuffare. 

sforàrese, pres. se sfgra, 
soffiarsi il naso. 

sfortietekà smaniare. 

sfràina biancospino, cfr. 
sfarinarelu. 

sfrelleka tremolare {jti kane 
sfrelleka ju piti, l' a lina sfrel- 
leka le ale), cfr. frelleccekà. 

sfrtmnì sfrondare. 

sici sedici. 

sifa vassoio lungo di le- 
gno, capisterio, CMad. .?«/?/; 
sifelittu sifilittu, sifeletta, si- 
fone. 

sìftiju zufolo, veli, cìfelo. 

sìkarti sigaro. 

sikkjà, v. zikkjà. 

sikkju secchia. 

sikkii secco. 

siktintti, V. sektintu. 

sìimmija semola. 

sinale grembiule, cfr. par- 
tianzi. 

siila scimmia ; siìigne ; si- 
nottti. 

singà guastare rompere, 
veli, scincà, reat. scinda, abr. 
accingi. 

singara specie di erba con 
seme farinaceo. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



293 



sinna, v. zinna (sinna-vakka 
qualità d' uva). 

sinnà, v. zinna 

sìfitiku sindaco. 

sinu segno. 

sippu, V. zippu. 

sipurdìira, v. seppurdiira. 

sirikà scivolare. 

sirinu, V. serinu. 

sitiaru sedi aro. 

sitigne sedia a bracciuoli. 

sitti zitti ! 

siu sego, V. seku. 

skae scavare, v. skaì. 

skafà mutar il pelo. 

skafu specie di fava, reat. 
scafi baccili, abr. scafc fava 
nel guscio. 

skaì, V. skae. 

skakkjarella scacchiatura. 

skakkju distanza massima 
fra un piede e l'altro postosi 
avanti. 

skalantrgve uomo alto e 
floscio. 

skalemàrese scalmanarsi, in- 
calorirsi. 

skalloppà togliere l'involu- 
cro della pannocchia. 

skallgppH involucro della 
pannocchia. 

skalgne scheggia di pietra; 
dente del giudizio. 

skarnà separare il grano 
della loppa. 

skaniisatu scamiciato. 

skanàrese scostarsi. 

skappàrese scoprirsi. 

skarampu\I skarantpi, n. di 
contrada). 

skarapellinu scarpeliino. 

skaràrese lacerarsi, tagliar- 
si, cfr. karà, reat. sgarà, abr. 
sgarra. 

skarco/anu carciofo. 



skar datami cardatore. 

skarekà scaricare. 

skarfarqttu grossa calza, 
cfr. pezza. 

skarparu calzolaio ; skarpa- 
relii calzolaio misero. 

skarpinu toppa di cotone 
o di lana, attaccata sotto il 
petalinu. 

skartgccu cartoccio. 

skasà scalzare. 

skasatu spurgo del cacio. 

skàtuja scatola. 

skaulà grufolare. 

skàusu scalzo. 

skazzatelii irritazione degli 
occhi. 

skjania schiuma ; spurgo 
della ricotta. 

skjamarqla schiumatoio ; 
strumento della tessitrice ; 
skjamaroletta. 

skjappa lastra di ferro at- 
taccata al gancio del camino 
per il paiuolo. 

skina schiena, cfr. roppgne. 

skoccapallqka il re d' uc- 
celli. 

skoccapinate primola, abr. 
squacciapignate pan porcino. 

skoella scodella, v. skuella. 

skokkotellà chiocciare. 

skolàstreka Scolastica. 

skoleinareìu mestolo ad uso 
della minestra. 

skonkassu sconquasso («« 
skonkassu de ceu tuono e tem- 
pesta). 

skontrà incontrare. 

skontranza incontro. 

skoppola berretto senza fal- 
da. ' 

skortekà scorticare. 

skorzatura crosta della po- 
lenta in fondo alla pentola. 



294 



A. LINDSSTROM 



skorzu pezzo di pelle d'a- 
nimale. 

skota manico della scure, 
abr. scòte scute. 

skrassu grassazione. 

skrepante zerbinotto, cfr. 
painu. 

skrià mancare, svenire, veli. 
skriassc, abr. scrijà. 

strie scrivere. 

skrinia riga dei capelli; ere 
sta {si va skriìna skrima si va 
sulla cresta del colle). 

skrisione inscrizione. 

skrizzà schizzare. 

skrokkà cascar giù. 

skrokkju {i skrgkkji lo 
scricchiolio delle scarpe, kor- 
teìii kgli skrgkkji a serrama- 
nico), CMad. scrocchili, abr. 
scròcche. 

skrokkgne fico selvatico. 

skrullà, pres. skrtilla, scuo- 
tere (scrollare). 

skrupì scoprire. 

skruppjgne scorpione. 

skuccittu specie d' uccel- 
letto. 

skuella, V. skoeìla. 

skupilu specie di erbetta. 

skuria, V. kuria. 

skurtgre scultore. 

skurtu finito. 

skutu scudo. 

skwàitaru sguattero. 

skwerdu svelto. 

smorza-kannelleri fidanzato 
disturbatore. 

smukkjà smucciare. 

sobbgìckra sepolcri (special- 
mente quelli visitati nel gio- 
vedì santo), V. sepgrku. 

sgceru suocero. 

solatura spurgo del vino. 

sgna sugna. 



sgne sole [71011 pjoe e no 
rese sgne). 

sonila sognare. 

sgnnu sogno. 

sgpe sopra. 

sopefqrte masc, groppiera. 

sopranu, uno dei registri 
della zampogna. 

sordatn soldato. 

sqrdu soldo. 

sarete sorcio. 

sgreka specie di topo. 

sorelu ramaiuolo, CMad so- 
réju, veli, sorcio. 

sgrfu zolfo. 

sgrowu, v. sgru. 

sortqra sarta. 

sortgre sarto. 

sgru sorbo, v. sgrowu. 

sotaccu staccio ; sotaccilu. 

Sottenimeru settembre. 

sowatta, v. suatta. 

sgwu terreno incolto ; v. 

l 157. 

sozzoiona, accr. di sgzza, 
cfr. suzzu. 

spacu spago grosso. 

spaku spago. 

spallaceli, spallina. 

spalletta certa qualità di pie- 
tra (per costruire). 

spanne spandere. 

sparii aprire [sparimu ju 
zuaii). 

spàracu sparagio. 

sparakata sparagiaio. 

sparane risparmiare. 

sparià sparpagliare, i/>(T;-/(;'à, 
CMad. sparià, veli, spallare. 

spasseg^s^u passeggio. 

spala spada. 

spatana {Valle spatana, n. 
di contrada). 

spatellà slogare la spalla. 

spene spingere. 



r. 

f 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



295 



spenne spendere. 

spennikuni penzoloni, v. 
spinnikicni. 

spera lancetta dell'orolo- 
gio, raggiera. 

spika spiga ; spikarqla spe- 
cie di loglio, spigolatrice ; 
spiketta erba odorosa. 

spinatgra spianatoia ; spi- 
iiaturilu. 

spinnikuni, v. spennikimi. 

spirdu spettro. 

spiripikkju gioco di carte. 

spisiaria farmacia, v. spiz- 
ziaria. 

spitale ospedale. 

spitu spiedo. 

spiukkjà levare i pidocchi. 

spizziaria, v. spisiaria. 

spizzu trina, pizzo. 

spone ita, v. spunetta. 

spontà spuntare. 

sposa matrimonio. 

sprefimni abissi. 

spresà spremere. 

sprunkaccu ramoscello del 
pruno. 

sprìinkuju pungolo. 

spunetta la canna introdot- 
ta ueW abbottarehi, v. sponet- 
ta. 

spusàrese, pres. me spuso, 
levarsi da testa un fagotto. 

stacca staggia. 

stacconata stecconata. 

stafu gambo del granturco. 

stanzia stanza. 

stappa-puttile masc, cava- 
tappi. 

staterà stadera. 

stellante {juprrat 'e stellante^ 
n. di contrada). 

stennardii vessillo ecclesia- 
stico. 

stenne stendere. 



stennerelu spianatoio. 

stera ferro per pulire lo 
zappone. 

sterìi porcile, veli, sterelìa. 

stetekà solleticare. 

stimatore perito. 

stitiku solletico. 

stocca prima colazione. 

stokkà troncare {so stokk e 
mesti, slombato) ; veli, stokkà. 

stokkasoe fem., forse il ma- 
cerone, stokkasgve (da sowuì). 

stqmmaku stomaco. 

stoppetta qualità inferiore 
di filo. 

straccata rimprovero. 

strappinu soprannome del- 
l'artigiano maldestro. 

strata strada. 

strekà, pres. streko, insa- 
ponare e strofinare il bucato 
(strigare). 

strene stringere. 

strenka cinghia di cuojo per 
legare le cioce. 

stre7ikone segone. 

streppa stirpe, v. strippa, 
strippina. 

streppà estirpare. 

strippa, strippina, v. strep- 
pa; veli, streppiha. 

strippu sterpo. 

strittu stretto, 

strm istruire. 

struppju storpio. 

stuppinu lucignolo. 

sturai stordire. 

stussiluni incespicando, 
stuzziluni. 

stuzzikarelu stecca di osso 
d' asino con cui si puliscono 
i tasti della zampogna. 

sua sudare. 

suatta braga, v. sowatta; 
cfr. l 168. 



296 



A. LINDSSTROM 



subbja lesina. 

sììbbiiu subito. 

suffiita sofitta. 

siiffiittu soffietto. 

sujfrì soffrire. 

sujii solo. 

sukamele masc, specie di 
pianta color rosa, preferita 
dalle api. 

suku, V, SUtl. 

sukkarina specie di cilie.oia. 

sukkii asciutto. 

shliku solco, V. surku. 

snilikkjii fa vetta fresca, veli. 
se/legoja, abr. saUécchie bac- 
cello, sellecchio. 

siilluzzu singhiozzo. 

suore sudore. 

Sìippillì seppellire. 

surikkju falcetto, veli, so- 
recco, canistr. sarrikkjo. 

surku, v. sùliku. 

susr così, v. kìisi /usi. 

»uu sugo, v. suku. 

shivaru sughero. 

suzzu sozzo. 

sventuja ventola. 

takkuniìu valvola dell' ab- 
bottar ehi. 

talasu gufo. 

talefriku telegrafo. 

taiìiììmru tamburo. 

taràntuja tarantola. 

tardiu tardivo. 

tartalgue malattia della vi- 
gna. 

tartaìusu balbuziente. 

tàrtara burrone. 

tàruju tarlo. 

taru'lu polpa del legno, del- 
le patate ecc., abr. tarulle 
torsolo della panocchia. 

tasu tasso. 

tata babbo. 



tauja tavola; taujgne {i ta- 
ujuni si adoprano per spre- 
mer la vinaccia) ; taujinu. 

telekranie telegramma. 

tempera, pres. tempera, \ào- 
vere. 

temperàrese bagnarsi. 

tempera tempia, v. Salvioni, 
in Arch. XVI, 197, 198. 

lena le forbici. 

tenkone tincone. 

tenna casetta in campagna. 

tenneru tenero. 

temierume roba tenera. 

tenta tinta. 

ter a terra. 

ternita, v. tini ita. 

teu tuo. 

tikaina tegame ; tikamel- 
lucca. 

timore tumore esterno. 

thìipinu strumento musica- 
le (triangolo). 

tingzzu mastello. 

tinusu ostinato. 

tirabusso cavaturacciolo. 

tiramina dinamite. 

tirina terrina. 

tirnità trinità, v. temila. 

tittu tetto. 

Tìuji Tivoli. 

tgccu tozzo di pane, CMad. 
tocciu fuccittu, abr. stòzze. 

tolaru telaio, stipite. 

Tollami (n. di contrada, 
Attolanoì). 

toniara tomaio. 

tgmma tomba. 

tgppa zolla, abr. toppe. 

tgppu stoppa, reat. tòppe. 

torce [la muja torce, quan- 
do il peso della soma non è 
bilanciato ; allora occorre ju 
contrgne) . 

tore toro. 



IL VERNACOLO DI SUBÌ A CO 



297 



tare torre. 

tosora plur., strumenti che 
appartengono al telaio. 

trae trave, v. trajc\ trai- 
celu. 

trafuru traforo. 

traje, v. trae. 

tranmiàinu tramway. 

trasqru tesoro. 

irati tradire. 

travalu steccato dove si 
ferrano i buoi. 

trenta trenta. 

trenta dentro. 

ireppeje treppiede. 

trettekà, pres. tretteka, bar- 
collare, scuotere; v. Ardi. 
XV, 216. 

trettekarelu terremuoto. 

trettekarella tremarella. 

tricca treccia. 

trikà tardare, veli. Irikà. 

trinkera steccato davanti 
alla konetta (ringhiera). 

trippa pancia {tante trippe 
tante panze, ohe paese le su 
tisanzè). 

trici tredici. 

tr Utili tridui, CMad. trì- 
turu. 

troà trovare. 

trqkkju torchio (per spre- 
mere il vino), abr. tròc- 
chelc. 

trormngne , uno dei registri 
della zampogna. 

tronà tonare. 

trgnu tuono. 

trtifa tanfo. 

tunnu tondo. 

tupinu topino. 

turcinelu bastone torto, che 
si adopera per battere il se- 
me, cfr. wattarelu. 

turcituru il ferro che si fìc- 



ea nel subbio per farlo girare, 
abr. turcetore. 

ttirdu tordo. 

turina specie d'erba (odo- 
rina?), abr. ddurine botton- 
cino per essenze odorose. 

turione (la via tu turione, 
n. di im vicolo stretto e ri- 
pidissimo), torrione? 

tiiritu torbido. 

turnitore tornitore. 

turturià stringere torcendo, 
legare la soma stringendola 
colla corda e col cavicchio, 
abr. turturijà bastonare. 

turturu randello ; turtu- 
rilu. 

turstc spiga del granturco 
senza i chicchi (torsolo). 

tusku tappo di legno. 

uà uva. 

Uggenia Eugenia, v. Og- 
genia. 

uhne, interiezione che espri- 
me dolore, maraviglia, o al- 
legrezza. 

ukkunilu bocconcino, cfr. 
okkgne. 

ulika specie di erba di 
montagna. 

ìiliniu olmo, V. gnau. 

umera vomere; v. Flechia, 
nell'Arch. II, 347. 

uìtàriu lunario, v. junàriu. 

ungiku viscido. 

ì(,nici undici. 

unnella sottana ; unnillucca. 

uppuju luppolo. 

ìirÌ2i orlo, 

utrekkja, v. ortekkja. 

urtikella {va a uriikella va 
al diavolo, canistr. Ardikella 
il Limbo). 

iirtimu ultimo {ke puzzi fa 



298 



A. LINDSSTR03I 



l'urtima, che tu possa mo- 
rire). 

urtigilu orticello. 

iirtu malumore {tenea n'ur- 
tu, era inquieto). 

tiru giogo. 

urzu orso. 

utienzia udienza. 

utticelu botticello, cfr. otte. 

utirina dottrina. 

Utiuru Ottobre, v. Ottiiru. 

utii gomito. 

ùzziku vaso cilindrico con 
beccuccio, per serbarvi olio, 
veli, bùzziko, reat. buzzicu, 
abr. buzze che. 



whginu chicche d'uva, cfr. 
arilu. 

vakkitelu vitello. 

ivakn chicco. 

vàleka gualchiera, abr. và- 
leche. 

Wales tru arista, walistru, 
canistr. aistro. 

7valle gallo ; wallgzzu ; wal- 
luzzittu. 

vanga guancia. 

vanztikkjax^.y\\o%c€i\o di oli- 
vo o di altra pianta. 

warnelu gonnella. 

wargkkju specie di grosso 
cavicchio che serve per le- 
gare la roba sul carro. 

warzgne garzone ; war zittii , 
warsiitu. 

vaska tino a muro. 

wastgne bastone. 

vastu guasto, dissoluto {kane 
vastu, idrofobo). 

cuattarelu coreggiate, cfr. 
turcinelu. 

wattu gatto. 

wau apertura nella siepe, 



per cui si entra nella vigna, 

V. \ 157- 

wàusu balzo, v. sbarzn. 

veccgne piombo, CMad. vec- 
cgne libeccio, cfr. pju-imnu. 

vekkjala vecchiaia. 

vellpnpja vendemmia, vel- 
lena. 

velletranu qualità d'uva. 

vellifià, pres. vellino, ven- 
demmiare. 

venaccata vinaccia. 

venge vincere. 

vennardi venerdì. 

ventakkja ventilatore. 

ventakkjà ventolare. 

ventala specie di erba. 

mente v. ente. 

vcrdgnc specie di uccello. 

vereonà vergognare. 

wernie, v. enne. 

wernu inverno. 

verta tasca di tela, CMad. 
verte. 

vertekkja, v. ortekkja. 

weru verro. 

verucìpitu velocipede. 

veruja pungolo ; v i r u 1 a . 

werzaturu specie di cre- 
denza per i piatti. 

verzu verso, v. perzu. 

wesku vescovo. 

wessatru pianta velenosa. 

ve stia bestia. 

vete vedere. 

vetta {na vetta de vgi, un 
pajo di buoi attaccati). 

vettorale mulattiero, vettu- 
rale. 

veusa visciola, v. vìusu. 

vialu viaggio. 

viarella guidaiuola, vie- 
rella. 

Vikoaru Vicovaro, Vikuaru. 

vìkuju vicolo. 



IL VERNACOLO DI SUB IAGO 



299 



vilara staccio fatto di piante, 
veli, vita, reat. igliara. 

winanu ballatoio che dà in- 
gresso alla casa, abr. vignale 
verone. 

Vingenzu Vincenzo. 

vini venire. 

vinti venti. 

wimikkju ginocchio. 

wìnzaru castagna, cfr. wgl- 
lanu. 

viozza sentiero. 

virila verità. 

visiti vizio, V. viziti. 

vìsujti visciolo, V. vtnsii. 

vila vite, cfr. kwila ; v. g 191 . 

wilabbju vitalba, cfr. cicci- 
tabbjti. 

wilalc ditale. 

witgne pollice. 

villura asino o mulo preso 
a giornata. 

villtirià lavorare a giornata, 
caricando. 

witti dito. 

vìtuwti vedovo. 

wiluzzu mignolo. 

viu vivo. 

wìuju, V. jìtiju. 



VlUSll, V. VlSUJtl. 

viziti, V. visiti. 

wizzqku bizzoco. 

wizzti lunga collana di co- 
rallo, cfr. rosàiHu. 

7voarii buttero, v. boaru. 

wqe bove. 

volarella specie di farfalla. 

wollanti castagna (qualità 
del marrone), cfr. \ 3, veli. 
vaiatili. 

ivglle bollire. 

vqrefia corno di bue per 
chiamare i maiali, abr. vornie 
home hòrgne, romagn. koran 
(M. Liibke, Gr. des langues 
rom. I, l 387). 

vii voi. 

zàkana nastro, abr. zéàkene 
zàine. 

zappulià zappettare, v. sap- 
pulia. 

zikkjà calcitrare, v. sikkjà. 

zinna poppa, v. sinna. 

ziìitià poppare, v. sinnà. 

zippii tronconcello, v. sippii. 

àure specie di gioco nel 
genere di abbìi, diriln. 



Anton Lindsstrom. 



AGGIUNTE, 



§ II. Di ragione analogica è IV nella 3-* plur. impf. -eemi, 
V. I 219. l 63. Sembra anomale: skrullà. \ 71, akuloju 
(acc. a akolgju), se da aciìleu-, va sotto il \ 80. \ 136, nota. 
Per la caduta dell'/, cfr. pure ceu i* gejti) \ 124, e neara 
{* tiejara) da nefe. g 179. n: pretneià. \ 197, sfràina 
premetà. \ 198, fìcujii (acc. a fìucu). \ 206. Dalla III 



300 



A. LINDSSTROM 



alla I : tikania. \ 207. Femminile : ruka. Neutro plur. 
in -a: kannel/a. ? 219. Di ragione analogica: 2>^ plur. impf. 
-ecnu (per *ìenu, cfr. i* e 3* sing. -ea). \ 230. Avv. di 
modo : spinnikuni. 



CORREZIONI 











Errata 


Corrige 


ag 


238 


riga 


17 


\ 97 


?. 76 


» 


241 


» 


14 


dovuto 


dovuta 


» 


245 


» 


I 


breve 


brevi 


» 


247 


» 


IO 


velìena 


vellena 


» 


247 


» 


18 


breve 


brevi 


» 


249 


» 


29 


janio 


jmnu 


» 


252 


» 


32 


fotu 


fata 


» 


254 


» 


44 


b 


g 


» 


256 


» 


40 


*fai 


fai 


» 


258 


» 


I 


k 


e 


» 


258 


» 


36 


fràvola 


fràula 


» 


262 


» 


12 


sgro 


soro 


» 


262 


» 


18 


froge 


frqce 


» 


267 


» 


20 


abbicare 


abbicare 


» 


267 


» 


36 


amiicca 


anniccu 


» 


268 


» 


20 


addossare 


addossarsi 


» 


271 


» 


40 


desponzqriu 


despenzqriu 



J 



UNA NUOVA REDAZIONE 
DEL TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 



Paul Meyer ha più volte richiamato l'attenzione 
degli studiosi sopra un poemetto in antico francese, 
che ha per argomento 1' Assunzione della Vergine, 
e per quella straordinaria conoscenza, eh' egli pos- 
siede, degli antichi manoscritti, ha potuto offrirne 
numerosi estratti (i), confrontandoli tra loro e spe- 
cialmente coi testi delle tre edizioni, che il poemetto 
finora ci hanno conservato integralmente benché 
con varianti assai notevoli (2). Nelle edizioni e 
nella maggior parte dei mss. il nostro poemetto ap- 



(i) V. Romania, XV 469-70, XVI 53-56, 230-31, 246, 
XXV 554; Notices et extraits des manuscrits, XXXIII, i" p., 

56-57- 

(2) Le tre edizioni sono: L' établissenient de la féte de la 

Conception par Mancel et Trebutien, Caen, 1S42 ; Lu- 

ZARCHE, La vie de la Vierge 3/arie de maitre Wace, Tours, 
1859 (questa, per quante ricerche ne abbia fatte, non m'è 
stato possibile consultare), nelle quali due il poemetto è con- 
giunto alla Conception di Wace ; Chabaneau in Revue des 
langues rotn., XXVIII (1885), 25 sgg. di seguito alla Passion 
come ultima parte (vv. 3668 sgg.) del Romanz de Saint Fa- 
nuel et de la Sainte Anne et de Giostre Dam^ et de nostre 
Segnor et de ses apostres. 



302 A. BO SELLI 



pare non come isolato e stante a sé, ma è più spesso 
congiunto alla Conception di Wace o alla Passion (i). 
A parte invece ce lo presenta il ms. Bibl. Nat. 
fr. 1807 sotto il titolo particolare di Tr espass ement 
Nostre Dame (2). 

Il Meyer, dopo aver data la lista dei mss. a lui 
noti contenenti il poema óeìV Assompùon « ou, selon 
la rubrique du ms. 1807, du Trespassemcnt Nostre 
Dame », continua (3): 

« Ces mss. paraissent se classer en deux réda- 
ctions assez difFérentes. J' ai indiqué brièvement 
cette distinction, mettant au regard dans le tome 
précédent de la Romania (p. 470) la rédaction du 
ms. de Montpellier et celle plus longue du ms. 1807. 
Je suis porte a croire que celle-ci est la plus an- 
cienne. C est aussi celle qu' offre le plus grand 
nombre des mss. ». 

Questa ci presentano anche le due edizioni di 
Mance! et Trebutien e di Luzarche (vv. 520), mentre 
quella dello Chabaneau (ms. di Montpellier) ci dà la 
più breve (vv, 304) (4). 

Una redazione assai diversa da queste due ci of- 
fre il ms. Pai. 106 (ant. 63) della Biblioteca Reale 



(i) V. nota prec. e la lista di 17 mss. data dal Meyer in 
Rom. XVI, 54-55. A quella lista bisogna aggiungere il 
ms. del Museo Fitzwilliam, sul quale v. il Meyer stesso in 
Rom. XXV, 554. 

(2) Rom. XV, 470; XVI, 55. Su la Mort o Assompiion 
Nostre Dame in lasse di decasillabi monorimi di Herman de 
Valenciennes v. Hist. liti, de la France, XVIII, 831, Paris, 
La liti. fr. au moyen àge, 2^ ed. (Paris 1890), p. 205, 3" ed. 
(1905), p. 225, e specialmente Meyer in NoL et extr. des 
mail., XXXIV, i' p., 207-208. Per redaz. frane, in prosa 
V. Noi. et extr., XXXV, 496; XXXVI, r p. 45, 2'- p. 422, 
470, 480. 

(3) Romania XVI, 55. 

(4) Cfr. Revue des l. rom. XXXII (1888), pag. 381. 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 303 



di Parma (i); e di questa intendo qui brevemente 
far parola, dando nello stesso tempo anche comuni- 
cazione del testo. 

A chi si contentasse di contare il numero dei 
versi (328), potrebbe sembrare che la redazione del 
ms. di Parma corrisponda tanto quanto alla più 
breve delle due già conosciute ; ma d' altra parte il 
titolo di Trespassement de la vterge mere, in luogo 
del più comune Assompiion, ci porterebbe a credere 
di trovarci dinanzi alla redazione del ms. 1807, e 
cioè alla più ampia. 

L' una e 1' altra supposizione cade, se noi ci fac- 
ciamo a esaminare attentamente il contenuto del no- 
stro testo (2). 



(i) Questo codice ho descritto altrove; v. Le Jardrin de 
paradis trattate Ilo mistico in antico francese, Parma, Zer- 
bini, 1905, p. 5-7; più ampia descrizione ne ha data il Ber- 
toni in Archiv fiir das Studiuni der tieueren Sprachen, CXII, 
360-63. Il B. pone la fine del Trespassement a e. 194", 
unendo ad esso due brevi poesie, che ne sono ben distinte; 
esso termina invece a e. 194*. [V. ora A. Bosei^li, Due 
poesie religiose in antico francese, Bologna, Succ. Monti, 1906; 
da questo stesso ms. ho recentemente pubblicato anche La 
Passion Nostre Dame in Revue des langues romanes, XLIX, 
pp. 495-520]. 

(2) Richiamo qua e là le altre redazioni per far risaltare 
le più notevoli differenze. Com'è noto, a base di queste 
redazioni stanno le antiche leggende greche e latine sul Tran- 
sito di Maria o Assunzione, v. Tischendorf, Apocalypses 
apocryphae...., Lipsiae, 1866, pag. 95, 113 e 124, e Jacobi 

A Voragine, Legenda aurea recensuit Dr. Th. Graesse, 

Dresdae et Lipsiae, 1856, p. 504 e 517. Dalla seconda delle 
due redazioni latine del Tischendorf, quella attribuita a Meli- 
tone (= E), derivano specialmente le due redaz. frane, cono- 
sciute, come per la più ampia già avevano notato gli edd. 
Mancel et Trebutien {L'établissement..,., p. LV), che pubbli- 
carono il testo latino in appendice (pp. 121-133), e per l'altra 
lo Chabaneau (R. d. l. rom. XXXII, 381). Perciò anche a 
B si riferiranno spesso i miei richiami. 



304 A. BO SELLI 

Dopo pochi versi d'introduzione (i) comincia il 
racconto (2). 

Maria è visitata dall'angelo, il quale le annunzia 
per mandato di Dio che fra tre giorni ella dovrà 
trapassare, e le reca un ramo di palma, che dovrà 
essere portato dagli apostoli (3) davanti la sua bara 
(vv. 7-27). 

Maria ringrazia e prega 1' angelo di far interve- 
nire alla sua morte gli apostoli e di tenerne lontano 
il demonio (vv. 28-36). Risponde l'angelo che la 
seconda delle domande egli non può appagare, per- 
chè il demonio 

.... a mort de tout crestien 
Tousiours present sans deffaillir 
Est, que qu' en doye avenir (4). 



(i) Mancano altrove; solo il testo del ms. di Grenoble 
comincia con « une note de preambola, que je ne crois pas 
avoir rencontré ailleurs » (Meyer, Roni. XVI, 230) : 

Or escoutez trestous briement 
Diroi vous le trespassement 
De madame saincte marie, ecc. 

(2) Il principio della leggenda nelle altre redazioni, salvo 
varianti di parole, è quello dell' ediz. Mane, et Treb. p. 60: 

L'autre an apres la Passion 
Nostre Dame estoit en maison, ecc. 

Dipende evidentemente da B, II. 

(3) Infelice innovazione del nostro testo, che rende vana 
la prima delle due domande della Vergine. 

(4) Nelle red. fr. non si fa menzione del demonio che 
nella preghiera della Vergine a Dio (Mane, et Treb. p. 63) ; 

Por ce pri, rois de majesté, 

Que nulle infernal poesté 

Ne me puisse fair nuisance, ecc. 

Cfr. Chabaneau, vv. 370S-9 & B, II: « peto a te, rex gloriae, 
ut non noceat michi potestas gehennae ». \n B però la 
stessa preghiera ha già rivolto Maria all'angelo, il quale ri- 
sponde : « Non videndi autem principem tenebrarum effectum 
non a me tibi dandum existimes, sed ab ilio quem in tuo 
utero baiulasti ». 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 305 

Non abbia però alcun timore, poiché sarà pre- 
sente anche Cristo insieme con tutti gli apostoli. 
Gesù accoglierà l' anima sua e la porterà in Pa- 
radiso. Infine le annunzia il prossimo arrivo di 
S. Giovanni (vv. 37-62). 

La Vergine si mette in orazione, invocando 
r aiuto di Cristo, perché 

L' umanité naturelment 

Ha friczon et espoventement ecc. (i). 

Frattanto arriva S. Giovanni, portato da una 
nube, e, dopo i saluti e le reciproche informazioni, 
prega anch' egli con la Vergine, aspettando la ve- 
nuta degli apostoli (2). I quali arrivano subito ed 
entrano nella stanza salutando devotamente Maria e 
chiedendo per bocca di Pietro la ragione per la 
quale sono stati chiamati (vv. 63-106) (3). 

Maria racconta quanto ha saputo dall'angelo (4), 
mostra la sua gioia per la presenza degli apostoli, 
raccomanda loro la cura del suo corpo, quando ne 
sarà uscito lo spirito, e infine li invita alla preghiera, 
mentre aspettano Cristo (vv. 107-136). 



(i) Assai differente altrove l'orazione della Vergine; coi 
versi citati si possono tuttavia confrontare i seguenti (Man. 
et Tr. p. 63): 

Bien doìt l'en eslre espoentez 
Qui de terre est faiz et formez. 

(2) Qui il nostro testo è brevissimo ; cfr. B, III-IV, Man. 
et Tr. p. 65-67, Chabaneau, w. 3718-52. 

(3) Anche qui la nostra red. sorvola su molti particolari ; 
cfr. Man. et Treb. p. 67-69, Chab. vv. 3753-75 e anche B, 
V. Altrove non gli apostoli chiedono a Maria perché li ha 
fatti chiamare, ma essa a loro come sono venuti ; segue la 
risposta degli apostoli. 

(4) Questa ripetizione delle cose dette dall'angelo manca 
nella altre redazioni, e così tutta la parlata di Maria è assai 
più breve (Man. et Tr. p. 69, Chab. vv. 3771-79). 



3o6 A. BO SELLI 



Mentre essi pregano, appare una nube risplen- 
dente, entro la quale sta Cristo, 

Qui o grant compaignie venoit 
D'anges d' archanges gens electes 
De patriarches de prophetes, ecc. (i). 

Entrato nella stanza, saluta gli apostoli e la ma- 
dre (vv. 137-170). 

Dopo la lode di Maria alla Trinità (vv. 171-72), 
Cristo le annunzia che è giunta la fine della sua vita 
e eh' egli è venuto a prenderla per condurla in pa- 
radiso, dove sarà coronata regina e sarà sicura di 
ottenere quanto domanderà (vv, 173-184). 

Maria ringrazia e chiede la benedizione (vv. 185- 
88); quindi va a porsi in letto. Tre vergini le 
prestano servizio, mentre s' aspetta lo Spirito San- 
to (2), il quale deve indicare agli apostoli il modo di 



(i) Questa lunga enumerazione (vv. 147-160) non si legge 
altrove; così diverso affatto è il discorso che segue, di Gesù 
a Maria, dove è da notare che le altre redazioni molto va- 
riano anche fra di loro (Man. et Tr. p. 70-71, Chab. vv. 
3796-S25, B, VII); cfr. però: 

Des or seras benéurée 

Et rome del ciel couronnée ; 



La poste d'aidier auras, 

A trestous ceus que tu vorras. 



(Man. et Tr. p. 71 ; cfr, Chabaneau vv. 3816-19). 

(2) Così il testo ; v. 194 Quant vendra le sainct esperii. 
Ma lo Spirito Santo non compare affatto ed è invece Cristo 
stesso che indica agli apostoli come debbano portare nella 
valle di Josafat il corpo di Maria (v. i versi che seguono). 
In nessuna delle leggende note si fa cenno dello Spirito 
Santo. Non crederei tuttavia di vedere in questo l'indizio 
di una contaminatio \ dev'essere una distrazione del poeta, 
causata certo dalla necessità della rima e le s. esperii sarà 
semplicemente lo spirito di Cristo ! Di qui innanzi il no- 
stro testo si distacca quasi interamente dalle altre redazioni 
(v, più avanti). 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 307 



portare al sepolcro il corpo di Maria, che sarà poi 
sepolto dalle tre vergini (vv. i8g-ig8). 

Cristo prima di partire raccomanda il corpo della 
madre agli apostoli. Dopo che le tre vergini 

r avranno lavato e vestito, essi dovranno portarlo a 
seppellire nella valle di losafat. Là aspetteranno 
lui, che tornerà dopo tre giorni (vv. 192-228). Gli 
apostoli si dicono pronti ad eseguire il suo comando ; 
poi, ad un invito di Cristo, tutti entrano nella stanza 
di Maria. Gesù con dolci parole comanda all' a- 
nima della Vergine di uscire dal corpo ; egli la por- 
terà in paradiso. 

Or est la dame trespassee. 

(vv. 229-257). 

Cristo invita i Santi a fare grande festa e questi 
vanno lodando la Vergine e Dio, mentre portano 
« la precieuse dame en paradis corps et ame » 
(vv. 258-288). 

E qui veramente finisce il racconto del Trespas- 
sefnent. Il poeta canta poi le lodi di Maria, esorta 
i fedeli ad esserle devoti e termina con una pre- 
ghiera prò domo : 



Chacun ave maria il die 
Pour celuy qui a ce diete 
Ainsi de son cueur medicte. 



Una differenza essenziale (oltre le minori, che ho 
di mano in mano notate), una differenza, che salta 
subito agli occhi di chi conosce le altre redazioni 
del Tres pass evieni, è la mancanza nel nostro testo 
dell' ultima parte della leggenda, quella che riguarda 
il trasporto del corpo di Maria al sepolcro (con il 
relativo episodio dell' assalto dato dai Giudei alla 
bara e della loro conversione), la risurrezione di esso 



3o8 A. BOSELLI 



e la susseguente assunzione al cielo (i). Poiché 
sembra difficile ammettere che il nostro poeta avesse 
davanti a sé una fonte latina, pure mancante del- 
l' ultima parte della leggenda, quando tutte quelle 
a noi note la contengono, due ipotesi rimangono a 
fare per spiegare tale omissione : o essa dipende 
dall' essere il nostro testo mutilo in qualche parte, 
o da particolare proposito del poeta. 

A primo aspetto la prima ipotesi si presenta 
come assai probabile. Infatti, dopo le istruzioni 
che Cristo dà agli apostoli intorno al modo di por- 
tare al sepolcro il corpo di Maria (vv. 205-222), e la 
raccomandazione di aspettarlo presso la tomba fino 
al terzo giorno nel quale egli ritornerà (vv. 223-27), 
noi ci aspettiamo di vedere gli apostoli eseguire ogni 



(i) Cfr. ed. Mane, et Treb. p. 73 segg., ed. Chabaneau 
V. 3870 sgg. Vi sono anche in queste redazioni notevoli 
varianti, ma non è qui il luogo di rilevarle; v. Meyer, Rom. 
XVI, 230-31 e Becker, Die Auffassung der Jungfrau Maria 
in der altfr. Litter., Gòttingen, 1905, p. i(>-i']. Oltre che 
nei testi francesi e nelle già citate leggende greche e latine 
edite dal Tischendorf e dal Grasse (cfr. qui addietro), si trova 
quest' ultima parte del racconto anche nelle due redazioni 
italiane a me note. L'una in prosa, fu edita da A. Ce- 
ruti in Propugnatore, VI (1873), p. 2», p. 413 col titolo 
di Transito della Vergine Maria \ l'altra, La Leggenda del 
Transito della Madonna, pubblicò con abbondante commento 
E. Pèrcopo in Scelta di curios. leti., Disp. CCXI, Bologna 
1885. Quest'ultima redazione, che è la più ampia di quante 
si conoscono, contiene anche l'episodio della cintura di S. 
Tommaso, certamente derivato dalla prima delle due reda- 
zioni latine del Tischendorf {A). Altri testi inediti cita lo 
stesso Pèrcopo, op. cit., p. XVII-XVIII, n. Una versione 
italiana del sec. XV fu pubblicata in un libro s\i\V Assunzione 
della V. nella leggenda e nell'arte dal russo A. I. Kirpitchni- 
KOF, Odessa, 1888, libro che mi è rimasto inacessibile (cfr. 
Rom. XIX, 492). Nessuna nuova notizia sull'argomento 
trovo nel prezioso recente volumetto. Esercitazioni sulla Ictt. 
relig. in Italia nei secoli XIII e XIV dirette da G. Mazzoni, 
Firenze 1905 ; v. il cap. sul poemetto religioso, pp. 237-254. 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 309 

cosa diligentemente, come essi si sono mostrati di- 
sposti a fare (vv. 229-30); invece, quando l'anima 
di Maria è uscita dal corpo (v. 257), Cristo la porta 
in paradiso accompagnato dai Santi innalzanti lodi 
al Creatore (vv. 258-88). 

Ma gli apostoli dove sono? e del corpo di Ma- 
ria che è avvenuto? 

Degli apostoli più nulla si sa; soltanto nel mo- 
mento, in cui Cristo invita i Santi a seguirlo, ac- 
cenna ad una nube, che dagli apostoli è ritornala : 

Allons nous en en ceste nue 

Qu'est des appostres revenue (vv. 269-70). 

Ma non sono gli apostoli ancora presenti e non 
ha loro testé rivolta la parola Cristo stesso? Di 
dove ritorna dunque questa nube? (i) 

Quanto al corpo di Maria, dice la rubrica e ac- 
cenna il testo (v. 290; cfr. 276) ch'esso è stato por- 
tato dagli angeli in paradiso, pare, nel tempo stesso 
che r anima. Ma questo non concorda affatto con 
gli ordini dati da Cristo agli apostoli intorno alla 
sepoltura del corpo della Vergine. 

Evidentemente (sembra di dover concludere) sia- 
mo davanti ad un testo lacunoso e perciò contra- 
dittorio. 

Ma tale conclusione potrebbe avere un difetto : 
quello d' essere troppo logica ! 

Senza dire che in nessun punto del poemetto 



(i) In B, quando Cristo, disceso a prendere il corpo di 
Maria, lo porta seco al cielo dentro una nube, gli apostoli 
« suscepti(s) in nubilas, reversi sunt unusquisque in sortem 
predicationis suae » (XVII). In A la nube è quella stessa, 
che li aveva portati alla casa della Vergine : « Et nube qua 
ibi advecti erant, eadem nubes revexit unumquemque in lo- 
cum suum ». La nube del nostro testo dovrebbe forse es- 
sere quella che ha portato via gli apostoli e che ritorna a 
prender Cristo. La trovata è molto... ingenua! 



3IO 



A. BOSELLI 



possiamo trovare una sospensione di senso, che ci 
permetta di sospettare la caduta d'un lungo brano (i), 
un' attenta lettura del testo mi pare che spinga piut- 
tosto ad accedere alla seconda delle ipotesi emesse. 

Il poeta, forse per dare un carattere di maggiore 
spiritualità alla leggenda, appena narrata la morte 
di Maria, s' affretta ad esaltare la sua assunzione al 
cielo « corps et ame », per poi finire raccomandan- 
done ai fedeli la venerazione. 

Una certa originalità rispetto alle antiche fonti 
mostra, come abbiamo avuto occasione di osservare, 
il nostro anche nella prima parte del poemetto ; non 
ci possiamo quindi troppo meravigliare di questo 
ultimo allontanamento dalla versione comune della 
leggenda, anche se il distacco sembri qui, e sia in 
realtà, una vera .... soppressione. 

Comunque, il testo del ms. di Parma non è no- 
tevole soltanto per una ragione negativa, cioè per 
la mancanza di un tratto importante della leggenda, 
ma anche perché, sia nella forma, sia nel contenuto, 
offre una redazione non poco differente da quelle 
sinora conosciute (2). 

A che tempo dobbiamo noi assegnare il nostro 
testo? Il ms., già lo dissi, è della seconda metà 
del sec. XV ; ma poiché esso è una raccolta di testi 
religiosi francesi, fra cui la Somme des vices et des 
vcrtus, che fu composto, com'è noto, nel 1279 (3), 
e perciò ha tutto il carattere di una tarda compila- 



(i) Tra il V. 264 e il 265 è certamente caduto un verso, 
come ci indica la rima ; ma il senso non ne soffre. 

(2) Un'altra novità del nostro testo sono le rubriche, le 
quali non esiterei ad attribuire al compilatore, che le avrà 
aggiunte per analogia ai trattati religiosi in prosa contenuti 
nello stesso ms. e alla Passion Nostre Daitte che immedia- 
tamente precede. 

(3) Paris, La liti. fr. au moyen dge, 2>^ ed. (1905), 
P- 253-54. 



à 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 311 

zione, nulla ci vieta di supporre più antico il poe- 
metto del Trespassement. Fissare con esattezza il 
tempo non mi sembra possibile ; crederei però di poter 
porre come termine a quo la metà del sec. XIII. 

Riproduco, s' intende, la lezione del ms., benché 
spesso poco corretta; le rarissime volte che me ne 
allontano, dò la lezione del ms. in nota. 

Scrivo V in luogo di u, indico con [ ] le parole 
e lettere aggiunte e con ( ) quelle da espungersi, e 
correggo qua e là la punteggiatura, 

Antonio Boselli. 



[Ms. Pai. 106 della R. Bibl. di Parma] 



Cy commence le trespassement de la vierge mere. Et e. 191= 
com.e dieu envoye l' auge a elle et luy dit qu' elle se mecfe 
en ordonnance de trespasser et qu'elle n'a plus que troys iours 
de vie que Jhesus son filz la vendra querir. 

Cy apres est escript comment e. 191' 

Si fut fait le trespassement 

De la dame vierge honnouree 

Qui fut de r ange visitee 4 

Au mandement de dieu le pere 

Et luy dist en ceste maniere. 

Doulce mere chere dame, 

Dieu te sauve le corps et l'ame. 8 

Dieu le pere a toy m' envoye 

Et dit que de rien ne t' esmoye 

De chose que tu me oyes parler. 

Il te convieni ta vie finer, 12 

En ce monde plain de doulleurs 

Tu n'y seras plus que troys jours ; 

Au tiers jour tu t'ordonneras 

Et a celuy trespasseras ; 16 



312 A. BOSELLI 



De cestuy monde indurable 

Vendras au royaulme pardurable. 

Et t'envoye cestui rameau 

De palme qui est bon et beau ; 20 

De paradis ie te le porte 

Et te dy, quant tu seras morte, 

Devant toy porter le feront 

Les appostres, qui la seront, 24 

Qui seront tous apparaillez 

Pour ton corps en terre porter. 

Ci te mande le createur. 



Marie parie a V ange : 



Loue soit il mon doulx seigneur. 28 

Enten a moy, mon cher amy, 

Et tres cherement je te pry 

Que les appostres assembler 

Tu veilles a mon trespasser 32 

Et l'ennemy ne soit present 

A moy n'a mon trespassement 

Et que sa face point ne voye 

Pour doubte de mauvaise voye. 36 



L' ange parie a marie. 



Chere dame, ce ne peut estre, 

A ta mort il luy convient estre ; 

Non pas qu'en toy il est rien, 

Mais a mort de tout crestien 40 

Tousiours present sans deffaillir 

Est, que qu' en doye avenir. 

De luy n' aye nulle doubtance, 

De te mesfaire n'a puissance. 44 

Ihesus ton filz a toy vendra, 

Qui de luy bien te gardera. 

Tous les appostres o toy seront 

Et tous a une heure vendront 48 

Pour ton corps sepulturer 

Et honnestement ordonner, 

Et ton esprit recepvra 

Ton filz Ihesu[s] et l'emportera 52 



V. 21. Ms. le ta 
V. 39. Ms. quen tay 



i 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 313 



En la plus haulte mansion 

Du ciel et habitacion. 

La seras royne couronnee 

Sur tous les anges honnouree, 56 

Royne seras de paradis 

Et y mectras tous tes amis. 

Tantost lehan a toy vendra 

Et tousiours o toy il sera. 60 

Je m'en revoys a mon repaire 

Le Saint esperii te doint bien faire. 



L' acteur parie: 



Or est la dame confortee 

Et de sa fin bien conseillee, 64 

De soy mectre en ordonnance 

Sans y faire nulle tardance. 

Puis s' est mise en orayson 

Et de tres grande affection 68 

Deprie dieu le createur 

Que luy plaise estre a son secour 

A passer icelle journee, 

Qui luy a este assignee. 72 

L' umanite naturelment 

Ha friczon et espoventement, 

Doubte l'aguillon de la mort 

Qui n'espargne feible ni fort. 76 

Si en a soucy et esmoy 

Et avairement et effroy. 

Si est son filz lehan venu 

Et de la nue descendu ; 80 

Saluee l'a courtoisement 

Et elle luy piteusement. 

Si luy a dit le fait pour voir 

Que dieu luy a fait asavoir. 84 

Saint lehan si l'a reconfortee 

Et de tous ses souciz ostee 

Et se sont en oraison mis 

En actendant ses bons amis, 88 

Qui sont venuz sans demouree. 

Tous les appostres a une heuree 



V. 67. Ms. puis cesi 

V. 70. Ms. Qui 

V. 78. Ms. auaurement 



314 A. BOSELLI 

De divers lieux et regions, 

Ou fasoient predicacions 92 

Pour la foy de dieu exaucer 

Auxi pour la loy ensaigner, 

Entrez sont dedans le manoir, 

Ou la dame estoit pour voir 96 

Et luy ont fait grant reverance 

Avecques grant obedience, 

Courtoisèment l'on saluee 

Et a dieu l'ont recommandee. 100 

Elle leur a son salut rendu(z) 

Que ilz fussent les bien venuz. 

Saint Pierre luy a demande : 

Dame, pour quoy nous as mande 104 

Venir si tost a ta maison? 

Dy nous, s' il te plaist, la raison. 

La dame parie aux appostres: 

Mes chers freres et bons amys, 

Je vous en dire mon advis. loS 

Ihesus mon filz si m'a mande 

Et par ung ange commande 

Que ainsin est sa volente 

Qu'en ce monde plus ne sere. 112 

Tantost il me fault trespasser 

Et a Ihesus mon filz aller ; 

En ceste nuyt sans plus actendre 

Me fault l'esperit du corps rendre. 116 

Et ce il le m'a fait savoir 

Et ainsi le vous dy pour voir. 

Si avoye grant volunte 

De vous voir en humanite; 120 

Grant joye en ay et grant liesse 

Et auxi plus grant hardiesse 

En are quant trespassere. 

Quant dieu mon filz et vous verre[z], 124 

Tous serez presens devant moy, 

Plus aisement trespasseray. 

Si vous recommande mon corps ; 

Quant l'esperit en sera hors 128 

Ihesus mon ame reczoivra, 

En paradis l'emportera. 

Et tantost vendra sans demeure 

De ceste nuyt en la tierce heure. 132 



f 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 315 



Si allons tous en oraison 

Et devotement dieu louon[s] ; 

Tantost vendra ignellement 

O grant compaignie de gent. 136 

Marie et les appostres soni en orayson: 

Or se sont mis en orayson 

La dame et ses compaignons 

O tres grant devocion 

Par deux heures ou environ. 140 

Puis apparut une nuee 

De grant clarte enluminee, 

Qui tant estoit resplendissant, 

Que tout en estoit reluisant, 144 

En la quelle Ihesus estoit, 

Qui o grant compaignie venoit 

D'anges d'archanges gens electes 

De patriarches de prophetes 148 

D' appostres et d' evangelistes 

De disciples et de ministres 

De martirs et de confesseurs, 

D'aultres sains y avoit pluseurs 152 

D'evesques et d'abbes et de moynes 

De clers de prebstres de chanoines, 

Et par grant espiciaulte 

Estoit o luy grant quantite 156 

De dignes vierges glorieuses 

Vraies martires precieuses. 

C estoit la saincte compaignie 

De Ihesu crist le filz marie, i6o 

Qu'il menoit pour sa mere querre 

Ne vouUoit que plus fust en terre. 

Entre est en 1' ostel marie 

Avecques sa grant compaignie 164 

Apparu e' est visiblement 

A tous et dit courtoisement 

A la compaignie: Pax vobis. 

Ihesus parie a sa mere et aiix appostres: 

Paix soit o vous, mes chers amis, 168 

Et avec toy, ma doulce mere, 
Soit le benoìst dieu mon pere. 



V. 154. prebstres, ras. pbres; evidentemente il segno d'abbreviazione 
manca sulla prima sillaba. 



3i6 A. BOSELLI 



La daine parie aii createur : 

Loue soit le pere et le filz 

Et le benoist saint esperiz. 172 

Ihesus parie a sa tnere: 

O dulce mere, tres chere amye, 
Mon espouse, ma seur Marie, 
e. 193" Tu as desservy la couronne, 

Que dieu mon pere aux cielx donne, 176 

Or denctoy (lì plus ne vivras, 

En ce monde plus ne seras. 

Ou ciel tu seras couronnee 

De tous les anges honnouree(s) ; 180 

Royne seras de paradis 

Et y mectras tous tes amis. 

Tout ce que me demanderas 

Soyes certaine que tu l'aras. 184 

Marie regracie son crealeur: 

le te regracie, mon createur, 

Mon pere mon filz mon seigneur, 

le te requier ta beneisson, 

Que tu me gardes des fraiczon[s]. 188 

L' acteur parie: 

Or s'en va la dame ordonner, 

En sa chambre ou lit coucher. 

Troys vierges luy sont ordonnees, 

Pour luy aider luy sont livrees. 192 

la rendra tost son esperit, 

Quant vendra le sainct esperit, 

Qui dit aux appostres comment 

Le corps soit mis ou monument. 196 

Les troys pucelles demourront 

Et le corps enseveliront. 

Gomme dieu parie aux' appostres et leur dit que le corps 
de sa mere soit honnestement ordrene et en terre diligeaument 

[ensevely] (2). 

Mes chers freres, mes bons amys, 
Entendez ce que vous devis. 200 



(i) Forse Ordene toy. 

(2) Nel nis. manca quest' ultima parola, ma cfr. v. 208. 



TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 317 

O vous plus guerez ne puis estre, 

Il me fault partir de cet estre 

Et porter l'ame de ma mere 

Et la rendre a dieu mon pere. 204 

Je vous recommande le corps. 

Si tost que l'ame sera hors, e. i93>> 

Qu'il soit honnestement traicte 

Ensevely et ordonne 208 

Par ces troys vierges qui la sont, 

Qui le corps enseveliront, 

Secretement le laveront, 

De sa robbe le vestiront. 212 

Tant come cela elles feront, 

Enferme[e]s elles ser<-nt; 

Et quant ensevely l'aront 

A vous tout le corps livreront. 216 

Dedans le forcier le mectrez 

Et tantost vous l'emporterez 

De Josaphat en la vallee. 

Elle [la] sera ensepulturee 220 

Et la mect[r]ez en ung tombeau, 

Que vous trouverez tout nouveau, 

Et la tous ensemble serez 

luscques a troys jours et m'atendrez 224 

Sans point du lieu vous departir 

luscques a tant qu'a vous revertir 

le pansé, les troys jours passez. 

De ce faire vous pry assez. 228 

Les appostres parlent a dieu et luy dient que feront le 
niielx qii'ilz pouront : 

Sire, nous feron[s] ton plaisir 

Le mieulx que pourrons sans faillir. 

Ihesus parie mix appostres: 

Or allons par devers la dame ; 

Si mettons hors de son corps l'ame. 232 



V. 2og. Ms. ses 

V. 213. Ms. cela ilz feront 

V. 227. Ms. passer 

V. 228. Ms. vous poy assez 



3i8 A. BO SELLI .^ 



L' acteur parie: 

En la chambre ilz sont entrez 
Et sont au lit tout droit allez. 
Et point n'a parie a la dame, 
Mais il a commande a l'ame 236 

Que tatitost elle venist hors 
e. 193" Et que plus elle ne fut ou corps. 

Si luy dit en ceste maniere. 

Ihesus parie a V ame Marie et luy coimnande issir hors 
dit corps: 

Ma doulce amour, m'amie chere, 240 

Excellente royne du ciel, 

Ma doulce coulombe sans fiel. 

Ma doulce mere tres amee, 

Ma tres parfaicte desiree, 244 

Ma bien fourmee a mon devis, 

Plus bianche que n'est flour de lis, 

Ma seur, mon espouse et m' amye, 

Venez a moy quant je vous prie. 248 

Je vous commande venir hors 

Tantost et issez de ce corps; 

Entre mes braz vous porteray 

Et en mon trosne vous mettray. 252 

Aupres de moy serez assi(i)se 

Et a ma destre serez mise, 

Et serez royne couronnee 

De tous les anges honnouree. 256 

Or est marie trespassee. 

Or ha Ihesus l' ame de sa mere entre ses braz et dit aux 
anges qu'ilz f acent grani sollempnite et s'en vont en paradis: 

Or sus anges et saints et saintes, 

Gardez que vos voix ne soient faintes. 

Efiforcez vous de hault chanter 260 

Et de grant joye demener 

Faites sollempnite et joye 

Quar j'ay celle que desiroye. 

Gardez qu'elle soit soUempnisee 264 



V. 264. Dopo questo manca certamente nn verso, come ci avverte la rima. 






TRESPASSEMENT NOSTRE DAME 319 

Et louez tretouz dieu mon pere. 

Present luy feron[s] de ma mere 

Que voluntiers il reczoivra 

Et d'elle bien grant joye aura. 268 

Allon[s] nous en en ceste nue e. 193^ 

Qu'est des appostres revenue. 

■Contine Ics anges loucnt dieu le pere et vont chantant en 
portant la precieuse dame en paradis corps et ante. 

Loue soit dieu le hault seigneur, 

Qui nous dont grace et vigueur 272 

De le louer tres haultement 

Faire louenge dignement 

De ceste glorieuse dame 

Sainctifiee corps et ame, 276 

Tant digne, tant glorieuse, 

Tant excellente et precieuse. 

.Si devon[s] bien regracier 

Tretous et haultement louer 280 

La glorieuse trinite, 

Qui tant noble humanite 

Nous a ainsi sainctifiee 

Et en paradis honnouree. 284 

Si en louons tous haultement 

Dieu le pere omnipotent, 

Qui regne pardurablement 

Sans fin et sans commancement. 28S 

L'acteur parie et fait la fin de cesi diete: 

Or est la glorieuse dame 

En paradis et corps et ame 

Sur tous les anges exaucee 

Et du createur honnouree, 292 

De paradis royne clamee. 

De tous les sains est honnouree 

Et de son cher filz est a la destre, 

Et pres de luy bien le doit estre. 296 

Elle a porte la trinite 

En son saint corps d'humanite ; 

Elle est dame sur tous les anges 

Et aussi sur tous les archanges; 300 



V. 297. Ms. Ella porte 



320 



A. BOSELLI 



e. 194" Elle est royne de paradis 

Et si y metra ses amj^s, 
Elle est dame de charite 
Et a tous en donne a piante, 304 

Voir(e) a ceulx qui tres bien la servent 
Et de bon cueur la requierent. 
Si doit bien tonte creature 
Servir tei damme a grant cure, 308 

Craindre amer et honnourer 
Et devotement reclamer. 
Si luy prion[s] de cueur entier 
Qu'il luy plaise son filz prier 312 

Qu'il nous doint en ce monde faire 
Telle orayson, qui puisse plaire 
Ensemble au filz et a la mere, 
Que par contriction amere 316 

Et par vraye confession 
Avecques satisfacion 
Puissons avoir de noz pechez, 
De quoy nous sommes entachez, 320 

De nostre createur pardon 
Et perfaicte remission. 
Si pri afìectueusement 

Que ung chacun devotement 324 

A la glorieuse marie 
Chacun ave marie il die 
Pour celuy qui a ce diete 
Ainsi de son cueur medicte. 328 



V. 320. Ms. sommez 




fjir^^ fags^ifSis^ KS^^JaSsg^J t^i^ìii^^Sg>s> Ss^ 
^SÈS^ <?ss»^y^^ dQìi^!>!^S^ S^^>i^^> )^ 



DI L PALATIZZATA 
NELL'ANTICO VITERBESE 



Mentre si vanno investigando con crescente inte- 
resse i diversi casi della palatizzazione di / nei dialetti 
dell'Italia centrale (i), non riuscirà inopportuno che 
ne siano segnalati due esempj, di un tempo abba- 
stanza remoto, e provenienti da un territorio in cui, 
fino ad oggi, del fenomeno non si aveva traccia. 

Tra le opere di Remigio Girolami fiorentino, del- 
l' Ordine dei Predicatori (1235-1 319), che si conser- 
vano inedite nel fondo Conventi Soppressi della Bi- 
blioteca Nazionale di Firenze, v' è una raccolta di 
Sermones de Sanctis, contenuta in un cod. 
membr. di ce. 407 (230 X 325), segnato 937 .D. i. 
In un rapido esame di questi discorsi, che sono com- 
pletamente in latino, tranne rari esempj sparsi di 
parole e frasi volgari, alla e. 280'', in un' aggiunta 
scritta in margine a un Sermo de nativitate beate 
marie, ho incontrato queste parole : Viterhienses di- 
cunt juna et moino prò luna et molino. 

L' autenticità di questi esempj è fuor di dubbio : 
rispetto al tempo a cui essi risalgono, non possiamo 
dire quando propriamente il Girolami abbia notato 



(i) V. Merlo in Zcitschrift filr ronian. Philologie, XXX, 
11-25, 438-454; XXXI, 157-163- 



322 



A. MAGNANELLI 



quella particolarità del dialetto di Viterbo, e non 
sappiamo se, o quando, egli abbia dimorato in que- 
sta città; perciò dobbiamo contentarci di una deter- 
minazione approssimativa, che è data dagli anni in 
cui è compresa la vita dello scrittore. Si può ag- 
giungere che la redazione del ms. è sicuramente, 
come prova, tra l' altro, la scrittura, del secondo 
decennio del sec. XIV ; ma studiando le opere del 
Girolami ho potuto raccogliere parecchie prove che 
mi hanno dato la convinzione che le aggiunte mar- 
ginali sono autografe, e appartengono agli ultimi 
quattro o cinque anni della vita dell' autore. 



Alfredo Magnanelli. 



NOTIZIE 



Fondazione Ascoli, — Alla morte di Graziadio Ascoli 
la Società Filologica Romana dirigeva agli studiosi e agli 
amici di lui il seguente appello : 

Quando, nel iS^ó, venne a mancare il grande restauratore 
della filologia neolatina, Federico Diez, molti fra i cultori di 
essa, seguendo una consuettidine già vigente in Germania, rivol- 
gevano un appello agli studiosi d^ ogni paese, affinché concor- 
ressero a istituire una « Fondazione Diez », la quale, mentre 
valesse a onorare la memoria dell' estinto, mirasse insietne a 
promuovere studj e lavori nel campo della disciplina che il 
Diez aveva sollevata al grado di scienza. Discepoli e ammi- 
ratori del glorioso filologo di Bonn risposero numerosi e con 
larga generosità all' appello ; onde ben presto la « Fotidazione 
Diez » potè essere costituita in Germ.ania con un capitale il 
cui reddito ha già servito piti volte a premiare alcuni fra i 
migliori lavori di filologia romanza. 

La Società Filologica Romana, che si onorò di contare fra 
i suoi soci Graziadio Ascoli, crede che un simile omaggio 
debba rendersi alla memoria dell' immortale Maestro, e per 
questo ora propone che, accanto alla « Fondazione Diez » esi- 
stente in Germania, sorga in Italia una « Fondazione 
Ascoli » con analogo intento. 

A tale scopo essa apre una sottoscrizione tra gli studiosi 
delle discipline filologiche e tra quanti furono am.ici e ammi- 
ratori dell' insigne scienziato, per raccogliere un capitale che 
consenta di assegnare periodicamente un premio al migliore 
lavoro di dialettologia romanza, di quella branca cioè della 
glottologia in cui l' opera creatrice dell' Ascoli segnò le orine 
piii profonde. 

Depositaria delle somme raccolte, fino alla chiusura della 
sottoscrizione, che avverrà il 31 marzo jgo8, sarà la Banca 
d' Italia, sede di Roma, alla quale potranno essere indi- 
rizzate le offerte per mezzo di lettere assicurate, di vaglia 



324 



NO TIZIE 



cmnbiarj e postali, di chèques, di assegni, ecc., intestati o girati 
alla Banca stessa, sede predetta, con l' avvertenza che le somme 
debbotio essere registrate nel conto corrente della « Fon- 
dazione Ascoli ». Sarà cura della Società Filologica 
Romana formare a mano a mano gli elenchi delle oblazioìti e 
renderli noti al pubblico. 

Alla chiusura della sottoscriziotie le somme raccolte saranno 
prese in consegna da un Comitato di sette persone, designate 
rispettivamente dal Podestà di Gorizia, dal Sindaco di Milano, 
dalle Presidenze della R. Accademia dei Lincei, del R. Istituto 
lombardo di scienze e lettere e della R. Accademia scientifico- 
letteraria di Milano, dal Consiglio Centrale della Società 
« Dante Alighieri » e dal Consiglio d' Amministrazione della 
Società Filologica Romaìia. Tale Comitato, che potrà, ove 
lo creda necessario, aggregarsi altre persone, formulerà lo 
Statuto e il Regolamento della Fondazione, curerà il rinvesti- 
mento definitivo delle somme e detterà tutte le norme che val- 
gano ad assicurare il funzionamento della Fondazione stessa. 

Alla Banca d' Italia, sede di Roma, pervennero già le 
seguenti oblazioni : 

Società Filologica Romana L. 300 

S. M. IL Re » 1000 

S. M. la Regina Madre » 100 

Conte Costantino Nigra » 100 

Ernesto Monaci » 50 

Paul Meyer — Parigi » 50 

Vincenzo De Bartholomaeis » 20 

Ettore Modigliani » 20 

Hermann Dills — Berlino » 25 

Carlo vSegrè » 50 

Vincenzo Federici » 20 

Istituto glottologico privato Puccio e Lefons 

DI Firenze » 500 

Senatore Alessandro D' Ancona » 20 

Conte Ugo Balzani » 50 

Edmondo Stengel — Greifswald » 50 

Antonio Boselli » 25 

Achille Bertini Calosso » io 

Pietro Toldo » io 

Antonio Ive » 20 

Luigi Siciliani » 20 

Giandomenico Larcher » 5 

Pietro Ecidi » 20 



I 



NO TIZIE 325 

Karl Eduard Sachau — Berlino L. 25 

Gustavo Giovannoni » io 

Istituto tecnico G. B. Della Porta — Napoli . » 30 

Adolfo Venturi » io 

Senatore Oreste Tommasini » 300 

Federico Hermanin » 20 

Gustav Weigand — Lipsia » 20 

Ettore Levi Della Vida » 25 

Leone Calosso » 10 

Pietro Fedele » 20 

Ernesto Alfani » 10 

Andrea Vochieri » io 

Fausto Gherardo Fumi » 25 

Marco Besso » 200 

Ciro Trabalza » io 

E. G. W. Braunholtz — Cambridge » 25 

Berthold Wiese — Leipzig » 20 

Heinrich More — Francfurt a. M » 25 

Comune di Gorizia Corone 500 

La soscrizione sarà chiusa col 31 marzo 1908, e si confida 
che per allora sarà stato anche raccolto abbastanza da assicu- 
rare perennemente un premio all'incoraggiamento degli studj 
che per l'opera dell'immortale maestro meritarono all'Italia 
il vanto d'aver creata una nuova scienza, la scienza della 
dialettologia italiana. La Società promotrice della istituzione 
volle formulare la sua proposta designando in genere la dia- 
lettologia romanza come materia a cui destinare il premio ; 
altri invece suggeriva di estendere anche più la designazione. 
Al Comitato che accettò l' incarico di fissar le norme del Con- 
corso, spetterà di decidere. Intanto a chi scrive queste ri- 
ghe sia lecito di esprimere il voto, che il concorso sia dichia- 
rato internazionale, senza limitazione alcuna, ma nello stesso 
tempo la formola di designazione della materia sia ristretta mag- 
giormente, e che a « dialettologia romanza » si sostituisca 
« dialettologia italiana ». E specialmente in questa branca 
che trovò il suo naturai fondamento la cultura scientifica della 
nostra lingua. Così, istituendo il premio Ascoli, si verrà 
insieme a istituire il premio italiano della lingua, che 
tuttora manca. Si è mai pensato dagl' Italiani a questo 
che, in mezzo a tante fondazioni che abbiamo e a tanti isti- 
tuti per l' incremento di ogni sorta di studj, non uno solo 
ce n' è per la lingua nazionale ? E quale momento per 
riparare a simile dimenticanza più opportuno di questo, men- 
tre trattasi d'onorare degnamente l'uomo che, per quanto 



326 NOTIZIE 

s'attiene alla lingua, dopo l'Alighieri fu e rimarrà il più be- 
nemerito della patria? 

Centenario Jacoponico. Nel prossimo anno 1908 la 
città di Todi neir Umbria ha indetto feste centenarie per com- 
memorare Jacopone dei Benedetti, il grande lirico del dugento, 
che in Todi ebbe la sua patria. Alle onoranze che quella 
città tributa all'uomo cui essa deve la maggiore sua rino- 
manza, aderiranno in Italia quanti apprezzano nel suo giusto 
valore quel poeta della prima nostra età letteraria, e la Società 
Filologica Romana per sua parte vi si associa pubblicando una 
ristampa della rarissima edizione delle Laude data in luce a 
Firenze l'anno 1490 dal Bonaccorsi. È noto che tale edi- 
zione, condotta su quattro codici oggi perduti, due dei quali 
todini e uno perugino, offre delle Laude una lezione la cui bontà 
supera quella dei migliori codici che ne restano. Finché 
dunque non s' abbia di quel prezioso testo una edizione defini- 
tiva, non sarà inutile agli studiosi una riproduzione fedele della 
edizione quattrocentina. Questa è già compiuta. Dalla 
antica non si discosta se non nella punteggiatura, la quale per 
comodo dei lettori fu adattata all' uso moderno. Curò la 
stampa il prof. G. Ferri, che ora attende a completare il vo- 
lume con uno spoglio grammaticale e un glossario. Si spera 
che il volume potrà esser messo in distribuzione 1' anno stesso 
del centenario jacoponico. 

Ristampa del Furioso. Un'altra ristampa intrapresa 
quest' anno dalla Società Filologica Romana è quella delle 
prime tre edizioni originali dell' Orlando Furioso. È noto 
— dice la Società in una sua circolare — che il Furioso non 
venne a luce d' un solo getto. Dal 1516, anno della prima 
edizione, al 1532, anno in cui uscì la terza, corse per 1' Ario- 
sto un periodo, nel quale la maggiore opera epica della nostra 
letteratura fu dall' autore tenuta continuamente sotto la lima 
e ripulita nella lingua, ritoccata nello stile, mutata ed am- 
pliata nella compagine poetica. Seguir passo passo 1' au- 
tore in quel fine lavorìo di perfezionamento, vedere coi pro- 
prj occhi tutto il cammino percorso dall' arte sotto la guida 
di tanto maestro, è modo di studio che vale ben più di tanti 
e tanti ammaestramenti teoretici, nei quali tuttora va sperduta 
molta parte dell' energia cerebrale che gorgoglia nelle scuole. 
Già fu osservato quanto fruttò lo studio delle correzioni che 
Alessandro Manzoni fece ai Promessi Sposi, e non si potrebbe 
aspettare di meno da uno studio simile sul Furioso, elaborato 
nel secolo d' oro della letteratura italiana. Per questo, fin 



NO TIZIE 327 

dal 181 1 si pensò a dare di esso una ristampa con le varianti 
delle edizioni 1516 e 1521. Ma purtroppo il lavoro curato 
dal Reina, nella collezione dei Classici italiani di Milano, 
mancò allo scopo per la negligenza con cui fu condotto ; e 
così vediamo più tardi due insigni bibliografi, il Panizzi a 
Londra, poi Giacomo Manzoni a Roma, rimettersi all'opera; 
il primo per riportare la lezione definitiva del poema alla sua 
forma autentica, visto che le edizioni che vanno per le mani di 
tutti son corrotte, il secondo per mettere alla portata di ogni 
studioso la lezione del poema stesso secondo le tre redazioni 
in cui successivamente 1' autore 1' aveva presentato ai pubblico. 
Il Manzoni aveva condotto il suo lavoro di preparazione fino al 
canto XXXVI quando mancò ai vivi ; e il figlio di lui ne af- 
fidava alla Società Filologica Romana il manoscritto perché il 
lavoro fosse compiuto e dato alla luce. 

La Società si è studiata di rispondere del suo meglio al- 
l' invito ; ha provveduto al lavoro preparatorio di riproduzione 
delle tre edizioni, tutte di eccezionale rarità, e in questi giorni 
se n' è cominciata la stampa, che viene condotta sopra copie 
non manoscritte ma fotografiche. 

Il formato, i caratteri, la carta dell' Orlando Furioso sono 
gli stessi di quelli del Canzoniere del Petrarca già pubbli- 
cato dalla Società; e l'opera sarà divisa in tre volumi, due 
dei quali conterranno, a fronte, le edizioni del 1516 e del 1521, 
e il terzo conterrà la edizione del 1532 che, pei molti muta- 
menti introdottivi dall'autore anche nell'ordine delle mate- 
rie, non permetterebbe in nessun modo di mantenere il testo 
in continuo riscontro delle altre due. 

Recenti pubblicazioni. Nel latino è da segnalare il 
buon manuale scolastico del prof. C. H. Grandgent, An i?itro- 
duction to vulgar latin. Boston 1907, e la bella nota di C. Sal- 
voni su Gli esempi romanzi nel nuovo Thesaurus linguae lati- 
nae in Riv. di filol. class. 1907, nonché un nuovo studio sulle 
Reichenauer Glossen di W, Foerster nella Zeitschr, del Gròber 
XXX, fsc. 5. Spetta alla filologia come alla paleografia del 
medioevo il lavoro del compianto Traube, Versuch einer Ge- 
schichte der christlichett Kììrzung, che forma il voi. II dei 
Quellen und Untersuchungen zur lateinische Philol. des Mitte- 
lalters. Per la letteratura sono da segnalare le tre comuni- 
cazioni fatte da VV. Meyer di Spira nelle Nachrichten della 
R. Soc. delle scienze di Gottinga : Smaragd's Mahìibuchlein 
fùr einer Karolinger; Die Oxforder Gedichte des Prinias (ma- 
gister Hugo von Orleans) ; Zu dem Tiresias-Gedicht des Pri- 
inas in. io) und eine gereimte Uinarbeitung der Ilias latina ; 



328 NOTIZIE 



abbiamo anche un volume del prof. C. Pascal, Poesia latina 
medievale, Catania 1907, ove fra altri argomenti si tratta delle 
miscellanee poetiche di Ildeberto di Tours e dei carmi me- 
dioevali attribuiti a Ovidio. 

Italiano. A. Boselli, Origine della lingua italiana, 
Bologna 1907, discorso riassuntivo, letto come prolusione ad 
un corso di letteratura italiana nella Università di Malta ; E. 
G. Parodi, Sul raddoppiaynento di consonanti postoniche itegli 
sdruccioli italiani in Roman. Forschungen XXIII, dimostra 
non esistere, come si credette, nel fiorentino, e perciò in ita- 
liano, una legge fonetica generale, per la quale la consonante 
postonica degli sdruccioli debba raddoppiarsi ; dott. G. Bolo- 
gna, Sui nomi composti della lingua italiana, Catania 1907, con- 
tributo alla grammatica storica elaborato nelle scuole del Pa- 
rodi e del Rajna; Th. Gartner, in Zeitschr. del Gròber XXXI, 
fsc. 2, ristudia la questione su Die, diefno dino, che occorrono 
nel Frammenti del Libro dei banchieri fiorentini del 121 1; 
A. Tobler nei SBer. dell' Accad. di Berlino ricerca 1' etimolo- 
gia dell' a. it. adonare riportandola a un làt. ^ addominare; 
A. Levi studia La famiglia di fanfarone in Zeitschr. del 
Gròber XXX, fsc. 6 ; del medesimo. Casi di ' lapsus linguae ' 
in Atti della R. Accad. d. Se. di Torino XLII. Per la dia- 
lettologia italiana abbiamo : di C. Salvioni, Lingua e dialetti 
della Svizzera italiatia, nota nei Rendiconti del R. Ist. Lomb. 
di se. e iett., Ser. II, voi. XL; del medesimo, G. I. Ascoli e il 
dialetto friulano nelle Memorie Storiche Forogiuliesi, voi. Ili ; 
E. Walberg, Saggio sulla fonetica del parlare di Celerina-Cresta 
{alta Engaddina), Lund 1907; C, Battisti, La traduzione dia- 
lettale della Catina di Sicco Polenton, ricerca sull' antico tren- 
tino, Trento, Zippel 1906; E. Besta, P. E. Guarnerio, Carta 
de Logli de Arborea, testo con prefazioni illustrative, negli 
Studi Sassaresi, voi. Ili; A. Solmi, Sul piii antico docunutito 
consolare pisano scritto in lingua sarda, nell' Arch. Stor. Sardo, 
voi. II; T. Zanardelli, I nomi di animali nella toponomastica 
emiliana, Bologna, Zanichelli 1907; G. Crocioni, Nota sul 
dialetto del Diario di G. B. Belluzzi (Sanmarinesé), Roma 
1906; A. Silvani, / libri della Genesi e di Ruth figurati e 
illustrati in antico veneto, Aosta, AUasia 1907; D. Olivieri, 
Gli studi topoìiomastici nel Veneto, nelle Letture Venete, 1907 ; 
del medesimo, Appunti di toponomastica veneta, negli Studi 
glottol. ital. del De Gregorio, voi. IV; V. Crescini, Docu- 
menti padovani del periodo carrarese, in Atti del R. Ist. Ve- 
neto di Se. Lett. e Arti, t. LXI ; G. Fabris, Sonetti villaneschi 
di Giorgio Sommariva poeta veronese del sec. XV, Udine, Del 
Bianco 1907; G. Finamore, Docuìnenti dialettali (abruzzesi, 



NOTIZIE 329 

di Gasoli, Tocco, Casauria, Vasto, Falena, Colledimacine, 
Scanno, Colledara, Civitella Casanova, Teramo, Atri, Franca- 
villa ai mare, Chieti), nella Rivista Abruzzese, 1903; G. Zie- 
cardi, // vocalismo del dialetto di Troja (Foggia), negli St. 
glottol. it., voi. IV; G. Pitrè, Voci siciliane alterate per eti- 
mologia popolare, ivi; C. Salvioni, Note varie sulle parlate 
lornbardo-sicule, in Memorie del R. Ist. Lomb. di Se. e Lett., 
voi. XXI ; M. G. Bartoli, Das Dalmatische , opera di lunga 
lena e di capitale importanza per la conoscenza del dalmatico, 
che forma i voli. IV e V degli Schriften der Balkankommis- 
sion editi dalla Accademia delle Scienze di Vienna. 

Nella storia letteraria abbiamo : due note in Studi Medie- 
vali II sulla iscrizione ferrarese del 1135: L. Suttina, A^oZ/s'/a 
suir iscrizione ferr. del 1133, e A. Belioni, Per tma iscriz. 
volgare a?itica e per imo storiografo del Seicento; M. Rigillo, 
Un segretario galante nel sec. XIII, Cagliari, parla della Rota 
Veneris di Boncompagno ; G. Fabris, // piti antico laudario 
veneto con la bibliografia delle latide, Vicenza 1907, pubblica 
un laudario proveniente dall'Archivio dell' Ospedale civico di 
Udine ; la bibliografia che segue, è la più completa che si ab- 
bia in questo momento ; G. Spadoni, // contributo delle Mar- 
che alla letteratura italiana nel periodo delle origini, Roma 
1907 ; S. Santangelo, Intorno a una canzone politica di fra 
Guittone, Napoli 1907, commenta la canz. ' Magni baroni certo 
e regi quasi ' ; E. Percopo, // Fiore è di Rustico di Filippo ? , 
Napoli 1907, raggiunge assai verosimilmente la soluzione del- 
l' interessante problema; Milton Stuhl Graver, Sources of the 
beasi siiniles in the Italia?i lyric of the ihirteent century, in 
Rom. Forsch. XXIII ; B. Brugnoli, Fra Jacopone da Todi e 
l' epopea francescana, con una lettera di Paul Sabatier, Assisi 
1907; G. Bertoni, // dolce stil nuovo, in St. Mediev. II; 
del medesimo, Attila, poema franco-italiano di Nicola da Ca- 
scia, Friburgo 1907; F. D'Ovidio, Nuovi studii danteschi: 
Ugolino, Pier della Vigna, i Simoniaci e discussioni varie, for- 
mano un altro volume, edito a Milano dall' Hoepli, ricco di 
pagine quali si possono aspettare dall' insigne dantologo ita- 
liano ; K. Mckenzie, Means and end in niaking a concordancc 
with special reference lo Dante and Petrarch, Boston, Ginn 
& C° ; G. Traversari, Bibliografia Boccaccesca: I, scritti in- 
torno al Boccaccio e alla fortuna delle sue opere, Città di Ca- 
stello, Lapi 1907 ; G. Turturro, La ' Griselda ' nel Petrarca, 
con la trascrizione del testo contenuto nel Cod. Laur. III 
Plut. LXXVIII, Giovinazzo Vecchi 1904; del medesimo, Uìia 
famiglia dell' Esopo italiajio nei codici e negli incunaboli fio- 
rentini e italiani, con la trascrizione di un Esopo palatino an-» 



330 NOTIZIE 

Cora inedito d'altra famiglia, Bari, Laterza 1907; I. M. An- 
geloni, Dino Frescobaldi e le sue rime, Torino, Loescher 1907; 
P. Rajna, Frammenti di un' ediziofie sconosciuta del Rinaldo 
da Montalbano in ottava rima, Firenze, Olschki ; A. Parducci, 
Notizia di un leggeiidario in dialetto lucchese del sec. XIV , 
nella Zeitsch. del GròberXXXI, fsc. 2; B. Wiese, Bine Samm- 
lung alter italienischer Drucke auf der Ratsschulbiblioihek 
in Zzvickau, ivi, fsc. 3 ; L. Suttina, Inforno alla pìHgionia di 
Jacopo del Pecora da Montepulciano , in Rom. Forsch. XXIII ; 
A. S. Cook, Tasso^ s La Fenice, ivi; G. Bonifacio, Giullari 
e uomini di corte nel 200, Napoli, Tocco 1907 ; C. Dejob, 
La foi religieuse en Italie au quatorzième siede, Paris 1907 ; 
G. Crocioni, / teatri di Reggio ne II' Emilia, ivi 1906. Fra 
le pubblicazioni folkloriche è da segnalare quella dell' Ive, Canti 
popolari velletrani, Roma, Loescher & C 1907, che si distin- 
gue sulle tante congeneri specialmente per il ricchissimo ap- 
parato comparativo che l'accompagna; la raccolta è inoltre 
corredata da un lessico, e da una prefazione ove si discutono 
i principali problemi non ancora risolti intorno alle origini 
della lirica popolare italiana. 

Studj elvetici. Notiamo la bella memoria di L. 
Gauchat, Langue et patois de la Suisse Romande, Neuchatel 
1907, che con tratti rapidi e sicuri indica le vicende e i carat- 
teri delle lingue e dei vernacoli parlati nella Svizzera, italiani 
e francesi, retici e tedeschi. 

Studj francesi. W. Foerster ha pubblicata la terza 
edizione dell'ottimo suo Altfranzòsisches Uebtmgsbuch, Leipzig 
1907 ; G. Rydberg ha compiuto il suo amplissimo studio Zur 
Gcschichte der franzòsischen a con un volume che tratta dei 
dimostrativi composti, dei relativi, delle congiunzioni e degli 
avverbi. Nuove pubblicazioni: Dott. D. Fryklund, Les clian- 
gements d>: signification des expressions de dr oite et de gau- 
che dans les langues romanes et specialement en frangais, 
Upsal 1907; F. D'Ovidio, Un'etimologia francese {par coeur); 
E. Langlois, G7d de Mori et le Roman de la Rose, Paris 1907 ; 
del medesimo. Le jeu du Roi qui 7ie meni et le jeu du Roi et 
de la Reìne, in Rom. Forsch. XXIII ; W. Meyer aus Speyer, 
Wie Ludwig IX d. H. das Kreuz nalnu, canzone ant. fr. in 
un ms. di Cambridge, con una nota dello Stimming, in Nach- 
richten della R. Soc. d. Se. di Gottinga, 1907 ; A. Parducci, 
Notizia di un ms. cotitenente compottimenti religiosi in antico 
dialetto picardo, nella Zeitschr. del Grober XXX, fsc. 5 ; N. 
Zingarelli, // Guillaum,e de Palerme e i suoi dati di luogo e 
di tempo, Palermo 1907; del medesimo. L'unità della Chan- 
son de Roland, in Riv. d'Italia, ott. 1907; Anna S. De Feo, 



NOTIZIE 331 

La donna nelle Chansons de geste ed Alda la bella, ivi, sett. 
1907. 

Studj provenzali. C. Chabaneau , Le moine des Isles 
d' or, in Annales du Midi, 1907, modesta nota che d' un tratto 
risolve un problema, sul quale inutilmente s' erano affaticati 
parecchi provenzalisti; R. Ortiz, Amanieu des Escas e' om 
apela Dieu d' aniors, nei Rendiconti d. R. Accad. di Archeol. 
ecc. di Napoli, 1906 ; V. De Bartholomaeis, Du róle et des 
origines de la tornade dans la poesie lyrique du moyen dge, in 
Ann. du Midi, 1907 ; N. Ziiigarelli, I^e Manfredi nella memo- 
ria di un trovatore, Palermo 1907 ; del medesimo, Quan lo bo- 
scatges es floritz, in Rom. Forsch. XXI 1 1 ; P. Rajna, La pa- 
tria e la data della Santa Fede di Agen, ivi ; E. Portai, / 
moderni trovatori, Milano, Hoepli 1907, offre un manualetto 
biografico non inutile per 1' Italia dove i felibres sono tuttora 
tanto poco conosciuti. 

Studj spagnoli e portoghesi. D. Lopes, Trois 
faits de phonétique historique arabo-ispanique, Paris, Leroux 
1906 ; L. Weigert, Gratnmatische Bemerktmgen zur Sprache 
des Cervantes, dissert. p. laurea, Berlin 1906; del medesimo, 
Untersuchungen zur Spanischen Syntax auf Grund der Werke 
des Cervantes, Berlin 1907; F. Hanssen, Notas a la Vida de 
santo Do77tingo de Silos, Santiago de Chile 1907, continua gli 
studj felicemente già intrapresi a illustrazione del Berceo ; J. J. 
Nunes, Chrestomathia archaica : excerptos da litteratura porttt- 
guesa dcsde o que de mais antigo se conhece aie ao seculo XVI 
acompanhados de introdugào grammatical Tiotas e glossario, 
Lisboa 1906 ; A. Gassner, Die Sprache des Kunigs Denis von 
Portugal, Erlangen 1906, dà in questo fascicolo soltanto la fo- 
netica, ci auguriamo che presto compia uno studio così bene 
iniziato. Siamo lieti poi di annunziare che la Revista Lu- 
sitana tanto già benemerita degli studj portoghesi sia entrata 
col voi. IX in un periodo nel quale, assicurata la sua esi- 
stenza, potrà meglio continuare ad arricchire la filologia neo- 
latina dei suoi buoni contributi. 



Errata pag. riga Corrige 



Nago 


39 


35 


Nago 


pascila 


45 


27 


pascila 


prendere 


Ss 


26-27 


percuotere 


alatr. trappite 


86 


21 


(da sopprimere) 




Finito di stampar e 

il jo novenibr e del 190J 

nella officina 

della Unione Tipogr afica Cooperativa 

in Per ligia. 



PC 

k 

S6 
V.5 



Studj romanzi 



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